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Esperto, causa troppi indumenti, riscaldamento alto, e freddo

La disidratazione, nell’immaginario di tutti, è associata soprattutto ai mesi caldi. Eppure si verifica costantemente anche in inverno: e trascurarla può portare anche a problemi di salute. A riportare l’attenzione sul tema è Alessandro Zanasi, esperto dell’Osservatorio Sanpellegrino e membro della International Stockholm Water Foundation.
“In inverno – racconta lo specialista – l’attenzione è tutta concentrata sul pericolo di contrarre malanni di stagione come l’influenza, e questo ci induce a proteggerci con indumenti pesanti” o a vivere in ambienti troppo riscaldati, che però ci portano a sudare di più. Inoltre, “nei mesi freddi il nostro organismo è meno sensibile allo stimolo della sete, e questo è dovuto al meccanismo della vasocostrizione, messo in atto dal nostro corpo in risposta alle basse temperature”.
Il senso della sete, continua Zanasi, “è un campanello d’allarme importante, ma è già un rilevante segnale di disidratazione e in quanto tale andrebbe addirittura anticipato.
Una corretta idratazione parte proprio dalla buona abitudine di bere spesso e in maniera costante nel corso della giornata, anche nelle situazioni in cui la perdita di liquidi non è apparentemente significativa”. Per questo, gli esperti consigliano di bere almeno 8 bicchieri d’acqua da distribuire lungo tutta la giornata, “anche nei mesi invernali, quando lo stimolo della sete diminuisce ma è comunque necessario ripristinare i liquidi persi”.

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L’emergenza caldo che ha colpito il nostro paese, da nord a sud sta iniziando ad avere i primi effetti nefasti sulla popolazione. Dall’inizio di luglio a oggi  sta facendo registrare un aumento degli accessi nei pronto soccorso degli ospedali: nelle prime due settimane di luglio si rileva, infatti, un aumento di circa il 10% degli arrivi in pronto soccorso rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Secondo i dati forniti da SIMEU Società italiana di Medicina di emergenza urgenza, il picco di accessi si è avuto nelle grandi città, in Emilia Romagna e in Lazio. Al di sotto della media Piemonte e Veneto.

Oltre all’incremento delle patologie imputabili al caldo, come disidratazione, colpo di calore e sincope, l’emergenza caldo sta anche causando  un aumento di scompensi di patologie pre-esistenti (cardiopolmonari, renali e metaboliche).

In alcune regioni, come il Piemonte, si è avuto un aumento di mortalità che riguarda, come sempre in queste situazioni, in pazienti più fragili: anziani con varie patologie, malati cronici allettati e fasce più deboli per povertà e isolamento sociale.

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I neonati, specialmente nei primi mesi, sono i più esposti alla disidratazione per via della pelle più sottile, di una maggiore superficie della testa in proporzione al resto del corpo (da cui si disperde maggiormente sudore) e perché non è in grado di esprimere la sete se non con una generale irrequietudine.

La SIN, Società Italiana di Neonatologia, ha individuato una triade di sintomi che ci possono aiutare le mamme e i papà a capire quando il loro figlioletto ha bisogno di idratazione.

Eccessiva sonnolenza, mucose secche e pannolino troppo frequentemente asciutto, sono questi i campanelli dall’allarme che tutti i genitori dovrebbero ascoltare per prevenire problemi ben più gravi.

“Con il caldo bisogna stare attenti a possibili sintomi – spiega Marcello Lanari, consigliere della Società Italiana di Neonatologia – e ricordare che il neonato va attaccato più frequentemente al seno per un adeguato apporto idrico. Se prende latte in formula, ma in giusta quantità, non c’è bisogno di aggiungere acqua”.

“Nei casi gravi vediamo sintomi come avvallamento della fontanella anteriore, sonnolenza o un leggero aumento di temperatura corporeo che nel bambino più grande può diventare anche febbre”, specifica Lanari. Ma quando si arriva a questo punto la situazione può già essere grave. “La prevenzione è tutto. Non deve essere esposto a temperature elevate, mai al sole diretto e se si esce il capo va coperto. Verificare poi se fa pipi regolarmente. Ma niente acqua in più”. Che sia in formula o della mamma, il latte, se ingerito nella giusta quantità, basta al neonato.

“Se prende il latte materno, va bene proporgli il seno più frequentemente. La mamma però deve bere più del solito, non perché così cambierà la composizione del latte, ma perché così non rischia di disidratarsi lei”. Se invece il bimbo prende latte in formula non bisogna modificare numero di poppate né la composizione, magari aggiungendo acqua. “In questo caso l’unica cosa è essere certi che termini i pasti. Se il bambino è in stato di disidratazione, infatti, tende a essere soporoso, richiede meno spesso il pasto e fa fatica. Infatti un mancato incremento di peso può sottolineare scarso apporto di latte e quindi di liquidi”. A partire dai cinque mesi, invece, specie se già si è iniziato a introdurre alimenti solidi, “va bene proporre spesso acqua, che però deve essere a temperatura ambiente, non di frigo e non scaldata”.