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Dimostrano che i cloni possono vivere a lungo e in buona salute

Si chiamano e sono i cloni della celebre pecora Dolly, il primo clone di un mammifero nato poco più di 20 anni fa. I progressi nelle tecniche sono stati tanti e le 4 pecore, tutte tra i 7 e i 9 anni, nate dalle stesse cellule di Dolly sono la prima dimostrazione di come i cloni possano vivere a lungo e in buona salute.

A dimostrarlo è uno studio pubblicato su Nature Communications da Kevin Sinclair, dell’università di Nottingham, allievo di uno dei ‘papà’ di Dolly, il biologo Keith Campbell
“E’ un risultato importante – ha spiegato uno dei pionieri delle ricerche sulla clonazione Pasqualino Loi, dell’università di Teramo – perché dimostra che anche gli animali clonati crescono e diventano vecchi in modo normale”. Nata poco più di 20 anni fa, la pecora Dolly è stato il primo mammifero ad essere clonato e a renderlo possibile fu il pionieristico lavoro guidato da Campbell e Ian Wilmut, nell’istituto Roslin di Edimburgo. Dolly era stata ottenuta inserendo il nucleo di una cellula della ghiandola mammaria di una pecora adulta nell’oocita di un’altra pecora e una volta diventato embrione, trasferito nell’utero di una terza pecora. A soli 5 anni però Dolly mostrò i segni dell’insorgenza di osteoartrite, malattia considerata insolita a questa giovane età, e morì a poco più di 7 anni per infezione polmonare. Questi problemi medici sollevarono il dubbio che la tecnica potesse essere alla base di insorgenza precoce di malattie dell’invecchiamento “ma i dati pubblicati adesso rasserenano gli animi di tutti – ha commentato Loi – ed eliminano uno degli argomenti cardine su cui è stata approvata recentemente la messa al bando in Europa all’importazione di prodotti derivati da cloni”.
Dalle stesse cellule di ghiandola mammaria da cui nacque Dolly sono infatti nate altre 4 pecore che hanno oggi un’età tra i 7 e 9 anni (l’equivalente di 60-70 anni nell’uomo) e, secondo lo studio, non presentano nessun segno di malattie legate all’invecchiamento. “Che nelle tecniche di clonazione ci siano ancora un po’ di difficoltà – ha spiegato Loi – ma in questi anni ci sono stati tanti passi in avanti. Bisogna pensare primi trapianti di cuore, se avessimo abbandonato dopo le prime difficoltà oggi non potremmo oggi salvare così tante vite umane”.

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Ha segnato l’inizio delle ricerche sulle cellule staminali

Nasceva 20 anni fa la pecora Dolly, il primo mammifero clonato che ha acceso dibattiti e polemiche, come una star. Dolly è stata il primo successo della tecnica della clonazione e come tale la sua nascita è stata annunciata dalla rivista Nature qualche mese più tardi, nel febbraio 1997. Quell’esperimento, condotto nell’istituto Roslin di Edimburgo dal gruppo di Keith Campbell e Ian Wilmut, ha segnato l’inizio delle ricerche sulle cellule staminali.

”Dolly ha segnato una svolta per la biologia: è stata la prima volta che, a partire da una cellula specializzata nel produrre latte, si è ottenuto un organismo intero”, ha osservato il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’università di Roma Tor Vergata. Fino a quel momento la clonazione dei mammiferi era stata un tabù, ”i primi tentativi – ha aggiunto – erano stati fatti sugli anfibi, ma clonare un mammifero è stato rivoluzionario”. La nascita di Dolly ha inoltre dimostrato che ”una cellula adulta può tornare indietro”.

Nata il 5 luglio 1996, Dolly era stata ottenuta prelevando il nucleo di una cellula della ghiandola mammaria di una pecora adulta e trasferendolo nell’ovocita di un’altra pecora, a sua volta privato del nucleo. Dopo il trasferimento, il Dna della cellula adulta si era riprogrammato e la cellula era tornata a essere indifferenziata e capace di svilupparsi in ogni direzione (totipotente) come una cellula embrionale. Da qui ha cominciato a formarsi un embrione, poi trasferito nell’utero di una terza pecora, che ha portato avanti la gravidanza.

Da allora la stessa tecnica, perfezionata, ha permesso di ottenere cloni di specie utili in laboratorio come il topo o il maiale, fino a quelle da allevamento e a quelle minacciate di estinzione.

Ma Dolly, ha rilevato Novelli, ”ha aperto la strada anche all’epigenetica: ha dimostrato che esiste un codice non scritto che riveste il Dna, fatto di fattori chimici, che permette alla cellula di tornare indietro nel tempo e ri-specializzarsi”. A partire da questo, cellule adulte sono state fatte ritornare bambine (Staminali pluripotenti indotte, Ips) immergendole in un cocktail di geni, e poi indotte a specializzarsi in cellule di organi e tessuti per i trapianti.