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La Giornata nazionale del sollievo dalla sofferenza è stata celebrata domenica 27 maggio.
Fu istituita con direttiva del 2001 emanata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri allo scopo di “promuovere e testimoniare, attraverso idonea informazione e tramite iniziative di sensibilizzazione e solidarietà, la cultura del sollievo dalla sofferenza fisica e morale in favore di tutti coloro che stanno ultimando il loro percorso vitale, non potendo più giovarsi di cure destinate alla guarigione”. Nel corso degli anni la mission della Giornata si è estesa alla diffusione della cultura del sollievo dalla sofferenza in tutte le condizioni di malattia ed esistenziali, pur mantenendo un posto di rilievo nella fase terminale della vita. In Italia sono circa 15 milioni le persone affette da dolore cronico, di cui un 10% legato a malattia oncologica. Il dolore incide notevolmente sulla vita quotidiana, eppure è spesso considerato, sia dai pazienti che dai medici, come parte della malattia da accettare e sopportare.

“Questa Giornata – spiega Pierdomenico Maurizi, responsabile Cure Palliative per la provincia di Arezzo – vuole sensibilizzare i cittadini e i sanitari sull’importanza del sollievo dal dolore, sia in chi è malato che nei familiari. Forme di sollievo sono sempre possibili, soprattutto per chi versa in gravi condizioni di salute o è nel fine vita, grazie a farmaci e terapie innovativi ma anche attraverso la cura umana, le piccole attenzioni, la vicinanza e il rispetto della dignità della persona. E’ quello che proviamo a fare ogni giorno con i nostri pazienti, con la professionalità di medici e infermieri e la preziosa collaborazione delle associazioni di volontariato”.

Questi temi saranno affrontati in un incontro pubblico, lunedì 28 maggio alle 15 presso l’Hospice di Arezzo a cui sono invitate le associazioni coinvolte: AIG, AIL, ANDOS, AVAD, AVO, CALCIT, Fondazione Cesalpino, GAIA, la Tribù dei nasi rossi e Respiro Vita.
Obiettivo: definire il loro grado di coinvolgimento nell’ambito dell’Hospice. Oltre a Maurizi, saranno presenti la coordinatrice infermieristica Barbara Martinelli; infermieri, Oss e la psicologa Silvia Peruzzi che, sotto la governance dell’Azienda, coordina “Sinergia”, cioè il tavolo delle associazioni.

Nella Asl Toscana sud est è operativa la Rete di Cure Palliative, composta da una comunità di professionisti e di volontari che assistono quelle persone in fase avanzata di malattia, per le quali la guarigione non è più un obiettivo realistico. Le attività della Rete sono focalizzate più sulla persona che sulla patologia e hanno lo scopo di raggiungere la migliore qualità della vita possibile, dando sostegno sia al malato che alla sua famiglia. Ai programmi di Cure Palliative si accede tramite richiesta del medico di medicina generale o, se il malato è ricoverato in ospedale, tramite segnalazione del reparto. Nelle Zone di Arezzo, Valdarno e Valdichiana è da anni operativa una convenzione con i Calcit, che mettono a disposizione personale e mezzi ad integrazione di quelli della Zona Distretto.
In provincia di Arezzo sono previsti alcuni posti letto di Hospice all’interno dell’ospedale di Foiano e di quello di Montevarchi. Inoltre, da alcuni mesi le Cure Palliative hanno come importante punto di riferimento l’Hospice di Arezzo, che si trova nella palazzina Calcit accanto al San Donato. Dalla sua apertura, gennaio 2018, sono stati accolti 44 pazienti, buona parte dei quali hanno fruito della struttura per cicli di terapie e poi hanno fatto ritorno a casa.
Nel 2017 i pazienti presi in carico al domicilio sono stati 322 (171 ad Arezzo, 133 in Valdarno e 18 in Casentino), per 10.069 giornate complessive di assistenza domiciliare. I pazienti assisti negli Hospice di Valdichiana e Valdarno sono stati in totale 101, per 1022 giornate complessive di degenza.

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Studia mimica facciale pazienti per misura obiettiva sofferenza

Il dolore te lo leggo in faccia, con un software che riconosce il grado di sofferenza in modo obiettivo guardando le espressioni facciali del paziente, in particolare micromovimenti di naso, bocca e altre parti del viso che un osservatore umano – anche un esperto camice bianco – non riuscirebbe a vedere.
Messo a punto da Dianbo Liu del Massachusetts Institute of Technology di Boston, il ”dolorimetro” si basa su un algoritmo addestrato a misurare il dolore grazie all’osservazione di molti video di persone che stavano, appunto, provando diversi livelli di sofferenza.
A riportare la notizia il magazine britannico New Scientist.
La misura del dolore è essenziale per capire che tipo di terapia analgesica deve essere prescritta a ciascun paziente, ad esempio dopo un intervento. Attualmente questo tipo di decisioni non può essere preso su base oggettiva ma per lo più si fa riferimento a quanto riferisce il paziente stesso. Così si rischia di dare antidolorifici inutili e potenzialmente a rischio di ingenerare pericolose dipendenze farmacologiche. Di qui l’idea di mettere a punto un software ‘misura dolore’, in modo obiettivo, basandosi sulle espressioni facciali del singolo paziente. L’algoritmo ‘dolorimetro’ è stato costruito usando una serie di video di persone con dolore alla spalla cui veniva chiesto di fare certi movimenti con braccio e spalla. In questo modo l’algoritmo ha incamerato informazioni sulla mimica del volto del singolo paziente, che poi sono state relazionate alla sua percezione del dolore.
Così si è giunti al dolorimetro che raggiunge livelli di accuratezza dell’85% e che potrebbe divenire una app per lo smartphone dei medici dopo che i suoi sviluppatori lo renderanno ancora più sensibile e personalizzato, includendo altre informazioni dei pazienti come sesso ed età review.

Fonte:www.ansa.it

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Esce libro della numero due del social, non riuscivo a respirare

“Non riuscivo a respirare”. A due anni dalla morte del marito Dave Goldberg durante un tragico incidente in Messico, Sheryl Sandberg racconta in un libro, ‘Option B’ i momenti successivi alla morte. “Doverci passare – ha detto la n. 2 di Facebook in un’intervista alla Cnn – e’ una cosa inimmaginabile. I primi giorni, mesi, settimane, sentivo che il vuoto si avvicinava a me. Il dolore, non riuscivo a respirare e non sapevo cosa fare”. E il libro vuole anche essere una guida di sostegno a chi ha subito delle perdite. In uno dei passaggi, la Sandberg parla del momento in cui ha dovuto dare la notizia ai figli. “Le urla, i pianti che sono seguiti – si legge – mi perseguitano ancora oggi. Non c’e’ nulla che si puo’ paragonare”. Ma nonostante il suo dolore, la Sandberg spera che la sua esperienza possa aiutare chiunque va incontro a simili esperienze, il libro infine e’ per lei un modo per tenere viva la memoria del marito. Goldberg aveva solo 47 anni quando morto per una caduta sul tapis roulant, l’autopsia poi ha rivelato che era affetto da un disturbo alle coronarie.

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A 7 anni dall’entrata in vigore, 2 italiani su 3 ignorano l’esistenza della legge 38 del 15 marzo 2010, che garantisce il diritto di accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Eppure ad aver bisogno delle cure palliative sono ogni anno 340mila persone. Emerge dai dati di una prima indagine dell’Osservatorio volontario per il monitoraggio della terapia del dolore e delle cure palliative della Fondazione Gigi Ghirotti, presentati al convegno “La nostra legge 38: un bilancio”.
L’analisi dei dati di 13.374 schede compilate dai pazienti e familiari, evidenzia come la legge 38/2010 sia ancora oggi poco nota: il 63% degli intervistati non la conosce. Dai risultati emerge anche che appena il 35% di essi è indirizzato dal proprio medico a una visita specialistica presso i centri di terapia del dolore del territorio. Tra le persone che dichiarano di essere affette da dolore cronico, il 45% vive da più di 6 mesi senza trovare soluzione, il 17% non trova rimedi efficaci da oltre 5 anni. Ma c’è anche un dato positivo: chi è stato preso in carico dai centri di terapia del dolore e dagli hospice ne sottolinea qualità umana e professionale. “Siamo orgogliosi del lavoro fatto sinora, ma consapevoli che c’è ancora molta strada da fare e ritengo che, d’intesa con i ministeri della Salute e degli Affari regionali, si possa lavorare su linee di indirizzo da destinare alle Aziende sanitarie ed ospedaliere”, osserva Antonio Saitta, coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni.
“Oggi diciamo innanzitutto buon compleanno legge 38/2010, una legge costruita con passione e determinazione”, sottolinea Livia Turco, già ministro della Salute e della Solidarietà sociale, oggi coordinatrice dell’Osservatorio, concludendo però: “ritengo inaccettabile che chi è solo o povero non possa ricevere il sollievo delle cure palliative e della terapia del dolore perché non sa che cosa siano o perché non gli sono accessibili”.

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Con un catetere sottile si interviene dalle narici su di un nervo

L’emicrania è un problema piuttosto comune nei ragazzi. Ne soffre, secondo alcune stime, il 12% di coloro che hanno 12 anni o più, con la conseguenza che in alcuni casi il dolore può essere talmente forte da portare a interrompere le normali attività giornaliere. Per alleviarlo, nelle forme frequenti, arriva un trattamento con un’invasivita’ minima, già utilizzato per gli adulti e che promette benefici in poco tempo, secondo quanto emerge da una ricerca presentata al Society of Interventional Radiology’s 2017 Annual Scientific Meeting. Il trattamento (blocco del ganglio sfenopalatino) prevede l’inserimento di un catetere, sottile come uno spaghetto, nelle narici tramite il quale viene somministrato un anestetico, generalmente la lidocaina, diretto al ganglio sfenopalatino, un fascio nervoso che si pensa sia associato con l’emicrania, che si trova nella parte posteriore del naso. “Questo trattamento, eseguito in ambulatorio, può alleviare in modo sicuro l’emicrania di un bambino rapidamente- ha detto Robin Kaye, dell’ospedale pediatrico di Phoenix, co-autore dello studio- riduce la necessità di farmaci che possono portare effetti collaterali gravi o terapie endovenose per le quali ci può essere bisogno di un ricovero”. Kaye e il suo team hanno effettuato 310 trattamenti in 200 pazienti tra 7 e 18 anni. I livelli di dolore sono stati registrati su una scala da 1 a 10.
Dieci minuti dopo il trattamento, i ragazzi sono stati invitati a confrontare il loro livello di dolore, utilizzando la stessa scala. I ricercatori hanno visto una diminuzione statisticamente significativa nei punteggi relativi al mal di testa, con la riduzione media del dolore di poco più di 2 punti. “Anche se non è una cura per l’emicrania, questo trattamento ha il potenziale per migliorare la qualità di vita” conclude Kaye.

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Indica che fibre sono vulnerabili e che è necessario riposo

Quando ci si sforza molto nell’esercizio fisico, o si prova un nuovo esercizio, si sa che i muscoli si stancano, creando minuscoli strappi nelle fibre e che ci si sentirà indolenziti. Un disagio che si sopporta sapendo che può indicare crescita muscolare. Tuttavia un nuovo studio australiano rivela che il ‘messaggio’ dei muscoli indolenziti è più complesso di quanto si creda. La ricerca guidata da Bradley Launikonis della Scuola di Scienze Biomediche dell’Università del Queensland indica che il muscolo stesso ha un meccanismo protettivo che impedisce maggiori danni nei giorni dopo l’esercizio apoteketgenerisk.com. “L’indolenzimento che la persona sente indica che il corpo è affaticato, che i muscoli sono vulnerabili e che è tempo di riposare”, scrive lo studioso su Nature Communications.
Launikonis e i suoi collaboratori hanno prelevato piccole biopsie dalle cosce dei partecipanti alla sperimentazione per testare le fibre muscolari in tre fasi del ciclo di esercizi che comportava contrazioni eccentriche, dove il muscolo viene contratto e stirato allo stesso tempo, come correre in discesa, accosciarsi, o eseguire flessioni o trazioni alla sbarra. Hanno poi mappato la struttura muscolare prima dell’esercizio, e quindi dopo 24 e 48 ore.
Hanno quindi osservato che le contrazioni eccentriche causano un aumento significativo nel contenuto di calcio nei muscoli, esponendoli al danno. La concentrazione di calcio può attivare proteine chiamati calpain, che hanno un ruolo nell’atrofia muscolare. “Nei muscoli si può formare una cicatrizzazione permanente, che sostituisce i normali tessuti muscolari.
“Abbiamo osservato come i muscoli sani si proteggono dal danno indotto dal calcio nei due giorni dopo l’esercizio, quando i muscoli sono indolenziti”, spiega Launikonis. “E’ il segnale che il corpo è affaticato, che i muscoli sono vulnerabili ed è tempo di riposare” risorse utili.
Il meccanismo in gioco è legato alle piccole cavità dette vacuoli nelle fibre muscolari dove si accumula il calcio, che altrimenti causerebbe danno. Una volta che il muscolo si ripara, i vacuoli scompaiono, fino alla prossima sessione di duro esercizio. I risultati dello studio aiuteranno a meglio comprendere le malattie di perdita muscolare come la distrofia e ad esplorare nuovi trattamenti per condizioni degenerative.

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La causa è una proteina che innesca un’infiammazione

Scoperta finalmente la ragione per cui il ciclo mestruale è tanto doloroso per molte donne. A causare la cosiddetta sindrome premestruale sarebbe un’infiammazione acuta innescata da un biomarcatore, la proteina C-reattiva. Lo ha verificato uno studio condotto su 3.300 donne pubblicato sul Journal of Women’s Health.
Lo stesso marcatore in precedenti studi è stato trovato associato ad attacchi di cuore e in generale agli stati infiammatori. Circa l’80% delle donne lamenta sintomi premestruali, come crampi addominali e mal di schiena, disturbi dell’umore, attacchi di fame, gonfiore, dolore al seno. Lo studio ha rilevato che sembrano essere collegati ad alti livelli di questa proteina, non il mal di testa invece.
”I fattori associati ad ognuno dei sintomi premestruali sono complessi – commentano i ricercatori – e indicano che ci sono dei meccanismi diversi a causarli. L’infiammazione può avere un ruolo ‘meccanico’ per molti di loro, anche se servono ulteriori approfondimenti per confermarlo”. La raccomandazione, alle donne, è comunque di evitare comportamenti associati all’infiammazione, e di usare farmaci antinfiammatori per trattare i sintomi.

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Bimbi sedentari più a rischio di condizioni come il mal di testa

Uno stile di vita sedentario potrebbe favorire condizioni o patologie dolorose come il mal di testa nei bambini. Lo rivela una ricerca condotta all’Università della Finlandia Orientale nell’ambito dello studio tuttora in corso intitolato ‘Physical Activity and Nutrition in Children (strong>PANIC/strong>) – attività fisica e nutrizione nei bambini’.

Secondo quanto riferito sul Journal of Pain la ricerca ha fin qui riguardato 439 bambini la cui forma fisica è stata valutata dai ricercatori, come pure le loro abitudini (ore quotidiane trascorse davanti a uno schermo, hobby sedentari, attività in movimento e altro).

E’ emerso che maggiore era il tempo trascorso nella sedentarietà dai bambini, maggiore il rischio che i piccoli presentassero una condizione dolorosa, attacchi di mal di testa ad esempio. Analogamente, minore risultava la forma fisica dei piccoli, maggiore la frequenza di condizioni dolorose lamentate.

L’esperienza del dolore in età pediatrica e in adolescenza persiste spesso in età adulta; è importante, quindi, analizzare tutti i fattori che possono contribuire al radicarsi di condizioni dolorose sin da piccoli.

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Aiutano a capire quello cronico, verso nuovi farmaci

Trovate cellule del sistema immunitario che ‘ricordano’ il dolore, anche quando le cause che lo hanno scatenato sono ormai sparite. Le hanno scoperte i ricercatori del King’s College di Londra, grazie ad uno studio pubblicato sulla rivista Cell Reports che rappresenta un primo importante passo verso la comprensione dell’origine del dolore cronico e lo sviluppo di nuovi farmaci capaci di combatterlo in maniera efficace.



”Il nostro obiettivo è capire perché il dolore può trasformarsi in una condizione cronica”, spiega la neuroscienziata Franziska Denk che ha condotto lo studio. ”Sapevamo già che i pazienti con dolore cronico hanno dei nervi più sensibili e reattivi della norma – prosegue la ricercatrice – e pensiamo che questo sia dovuto al fatto che diverse proteine e molecole canale in quei nervi hanno proprietà alterate. Quello che non è chiaro è perché questa ipersensibilità persista anche quando la malattia o la lesione iniziale non ci sono più: pensiamo al mal di schiena avuto due anni fa che non è mai passato completamente, o alle articolazioni ancora doloranti nonostante l’artite in remissione. Vogliamo capire perché queste proteine e molecole si mantengono alterate anche a distanza di così tanto tempo, nonostante le cellule continuino a rigenerare gran parte delle loro componenti”.



Per svelare questo mistero, i ricercatori hanno condotto uno studio nei topi con l’obiettivo di esaminare le cellule immunitarie che si trovano nel sistema nervoso e che da tempo sono ‘indiziate’ per il loro possibile coinvolgimento nel dolore cronico. Dalle analisi genetiche è emerso che queste cellule mantengono una ‘memoria’ delle lesioni nervose: l’evento dannoso lascia la sua ‘impronta’ impressa sul Dna della cellula, attraverso delle modificazioni chimiche che non alterano i geni ma la loro espressione, anche per lungo tempo. Ora i ricercatori intendono scoprire se anche i neuroni siano dotati di questa ‘memoria’ del dolore e se questo fenomeno porti altre conseguenze ancora ignote alle cellule.

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Come riconoscerlo e affrontarlo, un problema senza stagioni

Un mal di testa. Un mal di pancia improvviso. Il ciclo mestruale. Una brutta caduta. Situazioni diverse accomunate da un solo punto in comune: il dolore. A volte forte, altre volte più blando. Sicuramente senza stagione, pronto a bussare indesiderato alla nostra porta per rovinarci le giornate. Ma esiste un modo efficace per riconoscerlo e soprattutto combatterlo nel modo giusto? E’ proprio per riconoscere le varie forme di dolore e imparare a gestirle correttamente che la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) e ASSOSALUTE- Associazione nazionale farmaci di automedicazione, hanno promosso un confronto tra esperti per eleggere il percorso più appropriato per riconoscere il dolore acuto e per affrontarlo nel migliore dei modi.



Ecco le tre cose fondamentali da sapere sul dolore.

CHE COS’E’ IL DOLORE?
Nell’esperienza medica il dolore rappresenta una tra le manifestazioni più importanti di un disturbo o di una malattia; inoltre, fra i sintomi, è quello che tende a minare maggiormente la qualità di vita.



Per imparare ad affrontare correttamente il dolore, è opportuno saper distinguere le varie forme di dolore. In generale, il dolore si distingue in due diverse categorie: acuto e cronico.

Il dolore acuto è il primo segnale che il nostro organismo ci trasmette a seguito di un evento scatenante: un movimento innaturale del nostro corpo, un piccolo trauma, un’emicrania o il mantenimento della stessa scorretta posizione in ufficio.



Il dolore, invece, diventa cronico quando persiste oltre la guarigione della malattia che lo ha chiaramente provocato e/o per un periodo maggiore di tre mesi. Tuttavia è importante ricordare che questa suddivisione non è netta poiché, spesso, anche in Medicina Generale il dolore persiste perché non è stata individuata la causa netta.

QUANTE PERSONE (CON)VIVONO COL DOLORE?
Secondo un’indagine condotta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) su 5447 soggetti ospitati da 15 centri di tutto il mondo, il dolore persistente nell’ambito delle cure primarie risulta avere una prevalenza del 20%.



In Italia, uno studio osservazionale pubblicato nel 2005,che ha coinvolto 89 medici di medicina generale, ha rilevato come circa un terzo dei contatti ambulatoriali che il medico ha durante la sua attività routinaria lamenti dolore, classificato dai medici ricercatori nel 52,8% dei casi come “cronico”.



In aggiunta, in una recente ricerca condotta dalla SIMG sono stati inoltre selezionati i pazienti che hanno richiesto un consulto al proprio medico a causa del proprio dolore. Sono stati considerati solo i pazienti che denunciavano un dolore con intensità maggiore di 3 alla scala NRS (Numerical Rating Scale), un sistema di valutazione del dolore che viene compilata chiedendo al paziente di assegnare un punteggio da 0 a 10 corrispondente al dolore provato.



All’interno di questo campione, il dolore cronico (maggiore del valore 3 alla scala NRS con durata superiore ai tre mesi) era presente nel 3% del totale della popolazione assistita, con proiezione su base annua e rappresentava circa il 27% dei primi accessi per dolore.



Secondo quanto emerso, quindi, si può ritenere che la maggior parte dei pazienti, il 70% di quelli che consultano il proprio medico per un problema di dolore, lo fa per la presenza di un dolore “acuto”.



“Tra i principali obiettivi che la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie si propone, figura anche quello di supportare le persone costrette a convivere con alcuni problemi di salute che, nella maggior parte dei casi, provocano la comparsa di dolore”, commenta il Dott. Ovidio Brignoli, Vice Presidente di SIMG. “E’ per questo che il medico di famiglia, quando opportunamente consultato, sarà in grado di prescrivere una terapia idonea o, in caso di lievi sintomi da leggeri disturbi, indirizzare il paziente verso una gestione autonoma del dolore, tramite l’assunzione responsabile di farmaci di automedicazione”.



QUAL E’ IL MODO MIGLIORE PER FAR PASSARE IL DOLORE?
In caso di una causa scatenante netta e chiara – la presenza del ciclo mestruale, una piccola contusione, un arrossamento degli occhi, un’indigestione o un mal di testa- il dolore acuto può essere controllato in autonomia, tramite la corretta assunzione di farmaci di automedicazione o da banco, acquistabili senza obbligo di prescrizione e riconoscibili grazie al bollino rosso che sorride, presente sulla confezione, dove è indicato chiaramente che quello che si sta acquistando è un farmaco senza obbligo di ricetta. Questi medicinali sono disponibili senza ricetta medica perché nel loro impiego diffuso e di lungo corso si sono dimostrati sicuri, efficaci ed hanno ricevuto un’apposita autorizzazione da parte dell’Autorità sanitaria.



In presenza di dolore cronico, invece, è opportuno consultare il proprio medico di fiducia, il quale sarà in grado di individuare la giusta diagnosi e, di conseguenza, prescrivere il trattamento più efficace.



”Oltre a limitare in maniera impattante la qualità della vita, il dolore è causa di una serie considerevole di costi sociali, in termini di rendimento al lavoro, conseguenze psicologiche e ripercussioni fisiche”, conclude il Dottor Pierangelo Lora Aprile, Responsabile Area dolore SIMG. “Per arginare in maniera efficace questo fenomeno complesso, in presenza di sintomi derivanti da semplici disturbi è opportuno educare la popolazione a una gestione autonoma del dolore, tramite una terapia che preveda l’assunzione responsabile di farmaci da banco. Ma in caso di dolori caratterizzati da un’intensità più forte è sempre opportuno consultare un medico per una diagnosi più puntuale e l’inizio di un trattamento specifico”.