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Implicazioni per fecondazione assistita e cura tumori

Embrioni di topo sono stati messi in ‘standby’, bloccandone sviluppo a uno stadio molto precoce e per oltre un mese, prima di farlo ripartire. La tecnica che ha permesso di farlo promette di avere conseguenze importanti per medicina rigenerativa, invecchiamento, fecondazione artificiale e tumori. Pubblicato su Nature, l’esperimento si deve al gruppo coordinato da Aydan Bulut-Karslioglu, dell’università della California a San Francisco.



Una scoperta importante


I ricercatori sono riusciti a mettere in pausa gli embrioni di topo bloccando con un farmaco l’attività di un gene coinvolto nella crescita delle cellule che si chiama mTOR. ”E’ una scoperta molto importante, considerando il ruolo cruciale che ha questo gene nell’invecchiamento ma anche nello sviluppo dei tumori”, ha osservato il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’università di Roma Tor Vergata. ”Si apre – ha aggiunto – uno scenario nuovo e interessante in tantissimi campi, perché potrebbe permettere di mettere in pausa embrioni e cellule staminali, e forse anche organi, evitandone il congelamento”. Quest’ultima tecnica ha infatti ancora delle incognite per i danni che può provocare alle cellule.


Un futuro aiuto per la lotta ai tumori 


Secondo gli autori la ricerca potrebbe avere un grande impatto nella riproduzione assistita  come nella lotta ai tumori. I composti che bloccano il gene mTOR sono infatti già allo studio per il trattamento di alcune forme di tumore.  Lo studio ha dimostrato, inoltre, che è possibile mettere in standby anche le cellule staminali embrionali di topo, con implicazioni importanti nella fabbricazione di tessuti o organi in provetta per la medicina rigenerativa.

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La tecnica potrebbe portare a future cure contro l’infertilità

Sono nati i primi topi da embrioni formati senza la necessita’ che spermatozoo e ovulo venissero a contatto. Nell’esperimento, pubblicato sulla rivista Nature Communication, gli spermatozoi non hanno fecondato la cellula uovo ma ‘bozze’ di embrioni. Il risultato e’ stato ottenuto nell’universita’ britannica di Bath, dal gruppo coordinato dall’embriologo molecolare Tony Perry, e potrebbe aprire nuove strade per la cura della fertilita’ nell’uomo e per salvare dall’estinzione molte specie minacciate.

Gli autori della ricerca parlano di ‘partenogenesi’ al maschile, cioe’ di embrioni ottenuti senza ovuli, ma secondo altri esperti non e’ proprio cosi’: ”giocano un po’ con le parole ma in realta’, come loro stessi dichiarano, hanno usato ovociti per produrre dei partenoti, ossia cellule uovo indotte a svilupparsi come se fossero state fecondate”, ha detto all’ANSA Carlo Alberto Redi, direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dell’Universita’ di Pavia.

Nell’esperimento il nucleo degli spermatozoi e’ stato trasferito nei partenoti. Questi ultimi, che possono essere utilizzati anche per produrre cellule staminali, contengono solo una serie di cromosomi, anziche’ le due serie che nascono dalla fusione dello spermatozoo e della cellula uovo. Contrariamente alle previsioni teoriche, gli spermatozoi trasferiti nei partenoti hanno generato embrioni dai quali sono nati cuccioli sani.

Per Redi, ”e’ un buon lavoro” e un avanzamento della tecnica per riprodurre in laboratorio le prime fasi dello sviluppo embrionale. Inoltre, ha aggiunto, ”e’ una dimostrazione che la riprogrammazione genetica puo’ essere fatta anche impiegando cellule delle prime fasi embrionali”. Commentando il risultato, Paul Colville-Nash, del britannico Medical Reserch Council (Mrc), ha rilevato che ”potrebbe aiutare a comprendere meglio come comincia la vita umana e i meccanismi che controllano la vitalita’ degli embrioni”.

Piu’ a lungo termine, invece, ”potrebbe avere implicazioni per mettere a punto nuove cure per l’infertilita”’. Le implicazioni secondo il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’universita’ di Roma Tor Vergata, potrebbero riguardare piuttosto la comprensione di alcune malattie ”come le malformazioni congenite legate ad alcune tecniche di fecondazione assistita”.

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Prima diagnosi pre-impianto in ospedale pubblico

Eseguita per la prima volta in Italia in un ospedale pubblico la ‘diagnosi genetica pre-impianto’ di embrioni. L’analisi e’ stata effettuata all’ospedale di Cortona (Arezzo) nel centro di procreazione medicalmente assistita. Il partner maschile della coppia, si spiega, è affetto da una malattia rara, la ‘aniridia congenita’, ed è stata così effettuata la biopsia su tre embrioni per identificare la presenza di patologie ereditarie o cromosomiche prima dell’impianto in utero.

“La Pma dell’ospedale di Cortona – si spiega dalla Regione Toscana e dalla Asl – è così il primo centro pubblico in Italia ad adottare ed eseguire la diagnosi genetica pre-impianto (Pgd), una vera e propria ‘amniocentesi anticipata’, non eseguita sul feto, ma ancor prima sull’embrione. Si tratta di una tecnica fino a poco tempo fa vietata dalla legge 40”.
L’aniridia congenita e’ una malattia genetica rara, che colpisce la vista ed è caratterizzata dalla formazione incompleta dell’iride ed è “a trasmissione autosomica dominante”. La diagnosi genetica pre-impianto era appunto vietata dalla legge 40 ma oggi, spiegano Asl e Regione, “non è più reato” effettuarla quando “è finalizzata a evitare l’impianto di embrioni affetti da gravi malattie trasmissibili che possono determinare gravi pericoli per la salute fisica e psichica della donna e non si tratta di eugenetica ma di tutela della salute della donna stessa”.

Per questa diagnosi è stata attivata una collaborazione tra la Pma di Cortona, diretta da Luca Mencaglia e il laboratorio di genetica medica delle Scotte, diretto da Alessandra Renieri, docente di genetica medica all’Università di Siena. Per adesso, si spiega ancora, è un esame a cui vengono sottoposte le sole coppie portatrici di patologie genetiche, ma in un secondo momento andrà a sostituire quasi totalmente l’amniocentesi tradizionale. Sono oltre 10.000, si osserva poi, le mutazioni genetiche responsabili di altrettante malattie, trasmissibili dai genitori portatori ai figli.

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Dibattito tra gli esperti, serve un ampio confronto internazionale

Diventa ‘stretto’ il limite che impone ai ricercatori di non spingere oltre 14 giorni lo sviluppo di un embrione umano in provetta: accade dopo che due esperimenti hanno dimostrato la possibilità di coltivare embrioni umani in laboratorio fino al 13/mo giorno di sviluppo, un record mai raggiunto prima.
”Si tratta di un traguardo importantissimo, perché ci può aiutare a capire perché in natura quasi il 90% dei concepimenti va perso proprio nelle prime fasi pre-impianto”, spiega Carlo Alberto Redi, direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dell’Università di Pavia. Riguardo all’idea di spingersi oltre il limite del 14esimo giorno, Redi si dice possibilista: ”io andrei avanti, usando gli embrioni conservati nei freezer che sono già condannati a morte. Piuttosto che buttarli nel lavandino, sarebbe giusto impiegarli per progredire nella conoscenza per il bene comune. In ogni caso, l’opportunità di rivedere le regole va valutata con un’ampia discussione che coinvolga esperti di ogni genere: dai biologi ai medici, dagli esperti di bioetica fino ai filosofi e ai magistrati”.
La revisione della regola dei 14 giorni è giudicata legittima anche in un articolo pubblicato su Nature da tre esperti statunitensi: Insoo Hyun, bioeticista della Case Western Reserve University in Ohio, Amy Wilkerson della Rockefeller University di New York, e Josephine Johnston, direttrice della ricerca presso l’Hastings Center a Garrison, New York. ”Se le circostanze cambiano, è legittimo ricalibrare i limiti”, affermano i tre autori dell’articolo, sottolineando come la revisione delle regole richieda un ampio dibattito a livello internazionale che tenga conto delle necessità della ricerca scientifica così come delle preoccupazioni di tipo etico e morale. I tre esperti invitano il mondo della ricerca a ricoprire un ruolo attivo sulla scena, per informare i cittadini e spiegare l’importanza degli studi sugli embrioni.
Proposta per la prima volta nel 1979 negli Stati Uniti, la regola dei 14 giorni è stata recepita dalle linee guida della Società internazionale per la ricerca sulle staminali: è diventata legge in 12 Paesi del mondo (come Canada, Gran Bretagna e Australia), mentre altri cinque Paesi (tra cui Stati Uniti, Cina e India) l’hanno recepita nelle linee guida scientifiche nazionali.
Questo limite ”è stato scelto in base a ragioni di tipo biologico”, spiega il genetista Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. ”Nei primi 14 giorni di sviluppo nell’embrione abbiamo cellule totipotenti che continuano a dividersi e proliferare – precisa l’esperto – mentre dopo incomincia la differenziazione. Mi pare che questo abbia un senso, e non capisco quali sarebbero le indicazioni per cui andare al di là della fase proliferativa: dove vogliamo andare superando questo limite? Da vecchio medico un po’ romantico quale sono, ritengo che questo continuo abbattimento delle barriere non sia la ricetta per la felicità”.

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Il divieto di utilizzare gli embrioni per la ricerca scientifica, contenuto nella legge 40/2004, non viola il diritto alla vita. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani con una sentenza definitiva.

I giudici di Strasburgo hanno stabilito che l’articolo 13 della legge 40/2004, che vieta la sperimentazione sugli embrioni, non viola il diritto al rispetto della vita privata di Adelina Parrillo. La Corte ha riconosciuto all’Italia un ampio margine di manovra su una questione così delicata su cui non esiste consenso a livello europeo.

I giudici affermano giustificano la sentenza ritenendo di non poter accertare la volontà del compagno della Parrillo, morto a Nassiriya, di donare gli embrioni alla scienza.

Gli stessi giudici hanno ritenuto che il diritto alla proprietà invocato dalla Parrillo “non può applicarsi a questo caso, dato che gli embrioni umani non possono essere ridotti a una proprietà come definita dall’articolo 1 protocollo 1 della convenzione europea dei diritti umani