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Versione italiana riadattata da psicologhe Meyer

Un gioco da tavolo per aiutare i bambini e gli adolescenti che soffrono di una malattia, oncologica o cronica, a tirare fuori pensieri che altrimenti resterebbero inespressi. Il gioco, che si chiama ‘Shop talk’, è stato presentato ieri nel corso di un congresso sulla psicologia ospedaliera, organizzato dall’azienda ospedaliero universitaria Meyer di Firenze e del centro studi fondazione Meyer.
A svilupparlo, è stato il National istitutes of health/national cancer institute. A tradurlo e riadattarlo alla realtà dei pazienti italiani ci hanno pensato le psicologhe del pediatrico Meyer. Poi, grazie al sostegno della Fondazione Meyer, il gioco, coloratissimo e accattivante, è entrato a far parte della quotidianità dei bambini e degli adolescenti di età compresa tra i sette e i diciotto anni. ‘Shop talk’ si presenta come un normale gioco da tavolo. Ci sono caselle, carte da pescare e dadi da lanciare. Ci sono anche dieci negozi, tra cui quello dei vestiti, quello del cibo, quello degli animali. Per poter acquistare un oggetto, bisogna rispondere a una domanda.
Vince chi acquista più oggetti e, quindi, chi riesce a parlare di più. “I negozi – viene spiegato in una nota del Meyer – non sono scelti a caso ed ognuno rappresenta l’occasione per esplorare il proprio vissuto: così, parlando di abiti, si arriva a definire come ci vedono gli altri, entrando nella boutique dei gioielli si indaga il rapporto con la realtà circostante, mentre il negozio degli animali serve a parlare dei sentimenti”.
Rispondere alle domande non è ovviamente un obbligo, ma solo un’opportunità: “sta ai pazienti decidere se coglierla o meno”.

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Chi non riesce a farlo a rischio autismo e schizofrenia

‘Ascolta il tuo cuore’ è un consiglio che può rivelare inaspettati risvolti. Le persone che sono più consapevoli del proprio battito cardiaco infatti sono anche più empatiche, ovvero riescono a percepire meglio le emozioni di chi le circonda. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Cortex, che suggerisce come per capire le emozioni altrui dobbiamo partire dall’ascolto di noi stessi.
    Riuscire a percepire i segnali provenienti dall’interno del corpo, come sentire il proprio cuore battere nel petto, è un processo chiamato interocezione. Per indagare su questa capacità Geoff Bird, ricercatore all’Università di Oxford, e la sua squadra hanno chiesto 72 volontari di contare i loro battiti cardiaci, ma senza usare le dita. I partecipanti hanno poi visto video di varie interazioni sociali e gli sono state poi poste alcune domande che hanno testato la loro capacità di dedurre gli stati mentali dei personaggi, come paura o altro. I partecipanti più bravi a contare il proprio battito cardiaco hanno risposto meglio, dimostrando maggiore empatia. Non erano però più bravi a rispondere a domande che non implicavano stati emotivi, suggerendo che la capacità di interpretare i segnali del nostro corpo ci aiuta a capire i pensieri altrui nel momento in cui l’emozione è un fattore determinante. Difficoltà interoceptive, di contro, secondo i ricercatori, probabilmente svolgono un ruolo in una serie di condizioni come l’autismo e la schizofrenia. Migliorare questa capacità, concludono, potrebbe contribuire ad alleviarne i sintomi.

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Donato dai Golinelli. Aiuta i bimbi a non avere paura

Un robot umanoide per imparare a riconoscere e ad accogliere le emozioni negative, il cui compito è accompagnare i bimbi ricoverati all’ospedale Sant’Orsola di Bologna – piccoli proprio come lui – insegnando loro a non aver paura di sensazioni come la rabbia, la paura, tristezza che traspaiono negli adulti che li seguono e ad accettarle in sé stessi. Si chiama Marino, come l’imprenditore farmaceutico Marino Golinelli che – insieme alla moglie – lo ha donato alla Pediatria del Policlinico emiliano per aiutare i piccoli pazienti.
La presenza dell’umanoide, prodotto dalla azienda francese Aldebaran Robotics, dovrebbe aiutare i bimbi ad affrontare e rimuovere la paura che i vissuti negativi riducano la disponibilità degli adulti ad aver cura di loro in un momento in cui sentono di averne assoluta necessità. Al Sant’Orsola il robot sarà protagonista di un progetto di ricerca che durerà un anno e coinvolgerà 60 piccoli: 20 pazienti oncologici, 20 con patologie croniche non oncologiche e 20 non ammalati.

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Si chiama Face e ha ‘recitato nel trailer di Morgan

Paura, stupore, tristezza: sono le espressioni che modellano il volto del robot italiano che è fra i protagonisti del trailer di Morgan, il nuovo film della 20th Century Fox prodotto da Ridley Scott e in uscita il 6 ottobre nelle sale italiane.

Il robot ‘attore’ dal volto espressivo è un androide, ossia un robot dall’aspetto simile a quello umano, non poteva che chiamarsi Face (Facial Automation for Conveying Emotions). E’ stato costruito nei laboratori del Centro Piaggio dell’università di Pisa, dal gruppo coordinato da Danilo de Rossi. “La complessa struttura del volto del robot – spiega Daniele Mazzei, uno dei ‘papà’ di Face – comprende 32 micromotori, posti tra l’epidermide e la struttura ossea, che, in modo analogo ai muscoli facciali, permettono di controllare ogni minimo movimento del viso e generare una enorme quantità di espressioni anche molto complesse”.
Il trailer di Morgan è nato sul modello dei ‘reaction’, i video in cui vengono riprese le reazioni delle persone davanti alla visione di un film, mostra le espressioni di Face, e del suo ‘cugino’ americano Edi, sviluppato dal magicLab. Ideato come strumento per studiare le interazioni tra uomo e robot, Face sa ‘modellare’ il suo volto a partire da sei emozioni fondamentali: rabbia, disgusto, paura, felicità, tristezza e sorpresa.
Per assumere queste espressioni Face sfrutta la sua esperienza di ‘androide sociale’. E’ stato infatti programmato per interagire con gli esseri umani ed è utilizzato per lo sviluppare modelli di Intelligenza Artificiale e per studiare l’interazione sociale ed affettiva tra uomo e robot. Per questo sa dirigere il proprio sguardo verso l’interlocutore, analizzandone le espressioni facciali e la gestualità cercando così di capirne lo stato emotivo e iniziando un ‘dialogo’ non verbale fatto di espressioni e sguardi.