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L’evoluzione delle rane ha vissuto un vero e proprio boom dopo l’estinzione di massa che 66 milioni di anni fa cancellò i dinosauri dalla faccia della Terra: delle dieci linee evolutive di rane sopravvissute al cataclisma, tre hanno messo il ‘turbo’ dando origine all’88% delle specie attuali.
Lo dimostra il loro nuovo albero della vita pubblicato sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas) dai ricercatori dell’Università del Texas ad Austin in collaborazione con l’Università della California a Berkeley, il Museo di storia naturale della Florida e la Sun Yat-Sen University in Cina. “Le rane esistono da più di 200 milioni di anni, ma questo studio dimostra che soltanto dopo l’estinzione dei dinosauri si è avuta questa esplosione di diversità che ha portato alla maggior parte delle rane di oggi”, spiega il co-autore David Blackburn, curatore della sezione rettili e anfibi al Museo di storia naturale della Florida.
“Pensiamo che a quel tempo si siano verificate pesanti alterazioni degli ecosistemi, inclusa un’estesa distruzione delle foreste: le rane però se la cavano piuttosto bene nei microhabitat e così, quando le foreste e gli ecosistemi tropicali si sono ripresi, hanno tratto vantaggio da queste nuove opportunità” riempiendo tutte le nicchie ecologiche disponibili. I ricercatori lo hanno scoperto analizzando 95 geni contenuti nel Dna nucleare di 156 specie di rane: i dati sono stati poi combinati con quelli pubblicati in precedenza su altre 145 specie.
L’albero evolutivo così ottenuto è il più completo mai realizzato finora: rappresenta tutte e 55 le famiglie di rane oggi conosciute e scandisce una nuova cronologia per la loro evoluzione. Dimostra inoltre che l’Africa è la ‘culla’ delle rane moderne, e che la loro distribuzione attuale riflette quella che è stata la rottura del supercontinente Pangea e successivamente la frammentazione di Gondwana.

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La loro evoluzione è diventata 3 volte più veloce

Dopo l’estinzione dei dinosauri, l’evoluzione dei mammiferi ha messo il turbo: nei 10 milioni di anni successivi alla scomparsa dei giganti della preistoria, la velocità dell’evoluzione di questo gruppo è aumentata di tre volte, rispetto agli 80 milioni di anni precedenti. Lo indica la ricerca coordinata da Thomas Halliday, dell’University College London e pubblicata nella rivista Proceedings B of the Royal Society.
I ricercatori hanno analizzato i fossili di 904 mammiferi e hanno messo a punto una mappa delle differenze anatomiche tra le specie. Misurando il numero di modifiche nel tempo, per ogni ramo, è stato calcolato il tasso medio di evoluzione di questi animali, sia prima che dopo la scomparsa dei dinosauri, avvenuta 66 milioni di anni fa.

”I nostri antenati, ossia i primi mammiferi con la placenta, hanno beneficiato dell’estinzione dei dinosauri e della diminuzione anche del numero di alcune specie in competizione”, ha detto Halliday. Così, ha aggiunto ”una volta che la pressione è finita, i mammiferi si sono evoluti improvvisamente e rapidamente”.

Tra i gruppi che più hanno sperimentato questa accelerazione, vi è quello dei Laurasiatheria, ”le cui specie – ha spiegato l’esperto – in poco tempo sono aumentate nella dimensione del corpo e nella diversità, dando vita agli antenati del gruppo che oggi comprende animali molto diversi tra loro, come pipistrelli, gatti, rinoceronti, balene, mucche, toporagni e ricci”.
E’ stato inoltre scoperto che l’ultimo antenato comune a tutti i mammiferi con la placenta è vissuto nel tardo Cretaceo, circa tre milioni di anni prima che della fine dei dinosauri. Questa data è di 20 milioni di anni più recente rispetto a quella indicata da studi precedenti.

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Definendo i suoi caratteri fisici

L’uomo moderno ha continuato a evolversi negli ultimi 2.000 anni: il suo Dna ha continuato a modificarsi e piu’ geni hanno contribuito a definirne l’aspetto, ad esempio selezionando tratti fisici complessi, come statura, il colore di occhi e capelli e perfino la capacita’ di digerire il latte.
Lo indica la prima ricostruzione della mappa genetica della popolazione britannica, pubblicata sul sito bioRxiv e coordinata dall’universita’ californiana di Stanford, con il gruppo di Jonathan Pritchard.



I ricercatori hanno messo a punto una tecnica che analizza statisticamente grandi sequenze genetiche, permettendo di ricostruire l’evoluzione di caratteristiche complesse determinate da piu’ geni, come la statura o, nelle donne, l’eta’ della puberta’ e i fianchi larghi. Anche se la ricerca ha esaminato soltanto il genoma dei britannici, i ricercatori ritengono che lo stesso metodo possa essere utilizzato per studiare l’evoluzione delle altre popolazioni.



Analizzando il Dna di 3.195 individui, i ricercatori hanno cercato le varianti genetiche che, favorite dalla selezione naturale piu’ frequenti nella popolazione. Per esempio, nei britannici la selezione naturale negli ultimi 2000 anni ha favorito la diffusione dei geni responsabili di capelli biondi e occhi azzurri, oltre che del gene che aiuta a digerire il latte. Quest’ultimo e’ emerso circa 7.500 anni fa, ma si e’ diffuso sistematicamente nei britannici solo negli ultimi 2.000 anni.