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L’elenco delle bufale e le regole per scovare ciarlatani

Dal latte di cammello alle terapie chelanti abbondano le ‘terapie alternative’ per l’autismo, ma oltre a non avere alcun effetto sulla malattia mettono a rischio la salute. Lo ricorda la Food and Drugs Administration statunitense, che in un post sul proprio sito passa in rassegna le principali bufale propagandate in questo campo.
“Una cosa che è importante tenere presente – scrivono gli esperti – è che non c’è una cura per l’autismo. Quindi prodotti o trattamenti che affermano di curare la malattie non funzionano”.
Il primo dei trattamenti fasulli preso in esame riguarda le cosiddette ‘terapie chelanti’, che dovrebbero rimuovere dal corpo dei metalli pesanti che sarebbero la causa dell’autismo.
“Ce ne sono in diverse forme, dagli spray alle capsule alle gocce ai fanghi – avverte l’Fda -. Nessun agente chelante è stato approvato per la cura dell’autismo, e rimuovere minerali importanti dal corpo può avere conseguenze gravi”.
Anche la terapia iperbarica, suggerita da alcuni contro la malattia, in realtà non ha nessun effetto, ricorda il sito, e viene usata per problemi molto diversi come quelli derivanti dalla decompressione dei sub. Anche i bagni di fango detossificanti, spacciati come terapia, non sono efficaci, così come altri rimedi ‘bizzarri’ come il latte di cammello o gli oli essenziali. L’agenzia dà anche alcuni suggerimenti su come riconoscere un ciarlatano. “Bisogna sospettare di prodotti venduti contro un gran numero di malattie diverse – scrivono gli esperti -. Le esperienze personali non sostituiscono le sperimentazioni scientifiche. Poche malattie possono essere guarite velocemente, quindi diffidare di chi promette guarigioni immediate. Cure ‘miracolose’, che affermano di essere l’ultimo ritrovato della scienza o di contenere ingredienti segreti sono molto probabilmente delle truffe”.

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Attenzione a quello terza mano, pericoli anche per altri animali

Anche per cani, gatti e gli altri animali domestici aumenta il rischio di tumori e altre malattie se esposti a fumo passivo. Lo afferma l’ente per il controllo sui farmaci degli Stati Uniti (Fda) in un comunicato in cui avverte di fare attenzione sia al fumo di ‘seconda mano’ che di ‘terza’, cioè ai residui che rimangono su vestiti e mobili.
“Come i bambini, anche cani e gatti passano molto tempo sul pavimento, dove i residui di tabacco si concentrano, e da lì passano alla pelliccia”, afferma Carmela Stamper, veterinaria della Fda. “Come i bimbi non solo possono respirarli, gli animali li ingeriscono leccando la pelle o i vestiti dei padroni”, ha aggiunto.
Alcune razze di cani, aggiunge l’esperta, hanno un rischio aumentato di tumore al naso e ai polmoni. In particolare quelli con il muso lungo, come doberman o pastori tedeschi, sono più soggetti a quelli nasali, mentre gli altri a quelli al polmone perchè hanno un ‘filtro’ minore. I gatti che vivono con chi fuma più di un pacchetto al giorno hanno un rischio triplo di linfoma, un tumore del sistema immunitario, e studi hanno trovato rischi anche per uccellini, porcellini d’India e persino per i pesci.

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Da lista a dosi, consigli per evitare interazioni ed effetti collaterali

Non fare di testa propria, farsi una lista completa e rivedere almeno una volta l’anno tutto l’elenco di farmaci e integratori che si assumono. Sono alcuni dei consigli della Food and drug administration (Fda), l’agenzia Usa che regola i farmaci, su come gestire al meglio i numerosi farmaci che si prendono durante la terza età.
Una volta superati i 60 anni, la lista delle medicine da prendere, tra farmaci, integratori e preparazioni erboristiche può aumentare notevolmente, e man mano che si aggiungono medicine, cresce anche il rischio di effetti collaterali, interazioni e complicazioni. Il primo consiglio è di prendere i farmaci regolarmente e secondo le istruzioni del medico.
Evitare quindi di assumere medicine per cui serve la prescrizione senza che il medico le abbia indicate e non saltare le dosi senza prima consultarsi con lui. Altro suggerimento è quello di farsi una lista dei farmaci (con nome commerciale e generico, dosaggio e quanto spesso la si prende) e portarsela dietro, magari dandone una copia a un amico o un familiare, specialmente in caso di emergenza o se si deve viaggiare.
Poi è importante conoscere le potenziali interazioni tra i farmaci ed effetti collaterali. L’interazione può aversi quando un farmaco, un integratore o preparazione erboristica influiscono sul funzionamento di un altro, e non bisogna dimenticare che cibi, bevande e alcolici reagiscono con i farmaci. Se si vedono più medici, dire a ognuno quali farmaci e integratori si stanno prendendo.
Quarto e ultimo consiglio è quello di rivedere i farmaci con il proprio medico, discutendone se possibile ad ogni visita, in modo da verificare se sono ancora necessari. Se non è possibile farlo a ogni visita, almeno una volta l’anno, e chiedere al medico un’alternativa meno costosa, se un farmaco è troppo caro, e fargli sapere se non fa effetto.

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I consigli per evitare interazioni ed effetti collaterali

Non fare di testa propria, farsi una lista completa e rivedere almeno una volta l’anno tutto l’elenco di farmaci e integratori che si assumono. Sono alcuni dei consigli della Food and drug administration (Fda), l’agenzia Usa che regola i farmaci, su come gestire al meglio i numerosi farmaci che si prendono durante la terza età.

Una volta superati i 60 anni, la lista delle medicine da prendere, tra farmaci, integratori e preparazioni erboristiche può aumentare notevolmente, e man mano che si aggiungono medicine, cresce anche il rischio di effetti collaterali, interazioni e complicazioni. Il primo consiglio è di prendere i farmaci regolarmente e secondo le istruzioni del medico. 

Evitare quindi di assumere medicine per cui serve la prescrizione senza che il medico le abbia indicate e non saltare le dosi senza prima consultarsi con lui. Altro suggerimento è quello di farsi una lista dei farmaci (con nome commerciale e generico, dosaggio e quanto spesso la si prende) e portarsela dietro, magari dandone una copia a un amico o un familiare, specialmente in caso di emergenza o se si deve viaggiare. 

Poi è importante conoscere le potenziali interazioni tra i farmaci ed effetti collaterali. L’interazione può aversi quando un farmaco, un integratore o preparazione erboristica influiscono sul funzionamento di un altro, e non bisogna dimenticare che cibi, bevande e alcolici reagiscono con i farmaci. Se si vedono più medici, dire a ognuno quali farmaci e integratori si stanno prendendo.

Quarto e ultimo consiglio è quello di rivedere i farmaci con il proprio medico, discutendone se possibile ad ogni visita, in modo da verificare se sono ancora necessari. Se non è possibile farlo a ogni visita, almeno una volta l’anno, e chiedere al medico un’alternativa meno costosa, se un farmaco è troppo caro, e fargli sapere se non fa effetto.

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Si aprono nuovi scenari di cura per i quasi 300 milioni di malati di diabete al mondo. Il Diabetes Research Institute (DRI) dell’Università di Miami ha comunicato di aver trapiantato con successo alcune cellule beta delle isole di Langherans, predisposte alla produzione di insulina.

Lo studio di fase I/II, approvato dalla Food and Drug Administration (FDA), si basa su decenni di progresso nel trapianto di isole pancreatiche condotti dal DRI con collaboratori internazionali, compresi in Italia l’ospedale Niguarda, il San Raffaele di Milano e l’Ismett di Palermo e rappresenta un primo importante passo verso lo sviluppo del BioHub, un “mini organo” bioingegnerizzato che imita il pancreas nativo per ripristinare la naturale produzione di insulina nei pazienti con diabete di tipo 1.

In realtà non è la prima volta che si effettua un trapianto delle isole di Langherans. La tecnica più diffusa prevede l’infusione delle cellule nel fegato, vicino al flusso sanguigno. Il problema, in questo caso, è la creazione di processi infiammatori che nel breve, medio periodo, danneggiano irreversibilmente le cellule.

“Questo è il primo caso in cui le isole sono state trapiantate con tecniche di ingegneria tissutale all’interno di una impalcatura biologica e riassorbibile sulla superficie dell’omento, tessuto che riveste gli organi addominali. Il sito è accessibile con la chirurgia minimamente invasiva (laparoscopica), ha lo stesso apporto di sangue e le stesse caratteristiche di drenaggio del pancreas e permette di minimizzare la reazione infiammatoria e quindi il danno alle isole trapiantate”, spiega Camillo Ricordi, professore di chirurgia e direttore del DRI e del Centro Trapianti Cellulari presso l’Università di Miami e Presidente del Cda di Ismett.

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Quando, nel 2014, la FDA approvò l’immissione sul mercato del Carfilzomib, la speranza di trattare in modo efficace il mieloma multiplo recidivante tornò ad essere concreta. Il farmaco, un inibitore del proteasoma, sembrava l’unico, nei test e negli studi clinici, a scatenare nei pazienti una risposta positiva alla malattia e si dimostrava di più ampio utilizzo rispetto al suo predecessore Bortezomib.

Ma la tossicità del farmaco aveva reso necessaria una sua associazione con altri composti, in primis il desametasone, il corticosteroide, già in terapia di prima linea contro il Mieloma Multiplo.

Qualche giorno fa, la FDA, ha approvato il cocktail composto da  Carfilzomib, desametasone e lenalidomide, come terapia standard per la cura del Mieloma Multiplo recidivante, refrattario ad almeno due terapie.

Già un articolo apparso sul New England Journal of Medicine, considerava questa combinazione e, uno studio randomizzato in doppio metteva in evidenza una diminuzione e un arresto della progressione della malattia in oltre il 60% dei pazienti trattati con la combinazione Carfilzomib, desametasone e lenalidomide.

Il Mieloma Multiplo ancora non ha ancora una cura. Negli ultimi anni, grazie all’introduzione di nuovi farmaci come gli inibitori del proteasoma o nuovi composti immunomodulanti, si è assistito ad un progressivo allungamento della sopravvivenza mediana (che attualmente si attesta intorno ai 6-7 anni), mentre nei pazienti anziani la mediana di sopravvivenza non si è sostanzialmente modificata (attestandosi intorno ai 4 anni)

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I preparati a base di ibuprofene sono tra i farmaci da banco più diffusi e utilizzati in tutto il mondo. Ma dagli Stati Uniti arriva l’allarme della Food and Drugs Administration. In base ad una revisione di molteplici studi condotti sui cosiddetti FANS, farmaci antinfiammatori non steroidei, i ricercatori americani hanno scoperto un aumento degli eventi cardiovascolari tra i consumatori, anche occasionali di questi farmaci.

Tra i prodotti inclusi nella nuova “messa in guardia” figurano tutti i farmaci acquistabili senza ricetta che contengono ibuprofene altri per i quali è necessaria la prescrizione medica come Il Celebrex, l’anti-artrite della classe degli inibitori della “Cox-2”.

Non inclusi sono i medicinali a base di paracetamolo e l’aspirina.

“Prima gli esperti dicevano che questi farmaci ‘possono’ causare un incremento dei rischi di infarto e ictus, ora affermano che ‘aumentano’ di fatto questi pericoli”, ha spiegato ai media Usa il portavoce della FDA Eric Pahon. “L’Agenzia inoltre ora afferma che i pericoli possono salire nelle prime settimane di uso dei prodotti in questione e se si consumano alti livelli delle sostanze”.

“In generale – scrive inoltre la Fda – pazienti che hanno gia’ fattori di rischio cardiovascolare hanno una più alta probabilità di infarti o ictus”,prendendo questi medicinali.

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L’apparecchio si chiama BrainPort V100 ed è il nuovo ausilio per non vedenti appena giunto in Europa dagli Stati Uniti. Si tratta di un apparecchio hi-tech che combina un paio di occhiali con videocamera e un piccolo dispositivo intraorale dotato di 400 elettrodi secondo i costruttori, la Wicab, aiuterà i non vedenti a orientarsi elaborando immagini visive a partire dagli stimoli ricevuti sulla lingua.

L’apparecchio, dopo l’approvazione della Food and Drug Administration, è stato anche approvato per il mercato europeo e sarà presto disponibile. BrainPort funziona per un un software che converte le immagini catturate dalla videocamera in segnali elettrici, percepiti dall’utente come vibrazioni o formicolii sulla lingua. Con l’addestramento iniziale (almeno 10 ore) e l’esperienza, il non vedente riesce ad interpretare gli impulsi e quindi “vedere” forma, dimensione e posizione degli oggetti, e determinare se gli oggetti sono fermi o in movimento.

La sperimentazione avvenuta prima dell’approvazione ha dato risultati soddisfacenti.  I due terzi (69%) delle 74 persone che hanno provato BrainPort, per un anno, si sono dimostrati in grado di riconoscere gli oggetti.

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La Food and Drugs Administration ha approvato un nuovo neuro stimolatore impiantabile ideato per trattare i tipici tremori dei malati di Morbo di Parkinson.

Questo strumento andrebbe ad affiancare la terapia classica, a base di Levodopa, quando quest’ultima inizia a perdere efficacia. La macchina dovrebbe riuscire a dare sollievo ai malati e, soprattutto, a limitare i sintomi come  o problemi nel camminare, equilibrio e tremori.

‘Non ci sono cure per il Parkinson – spiega William Maisel dell’Fda – ma è essenziale per i pazienti trovare modi migliori di gestire i sintomi. Questo nuovo strumento si aggiunge alla gamma di opzioni terapeutiche per aiutare i malati di Parkinson con i tremori”.

Il nuovo neurostimolatore consiste di un piccolo generatore di impulsi elettrici, che viene impiantato sotto pelle nel petto, e un cavo conduttore che si attacca agli elettrodi, posto nel cervello.

Il generatore rilascia impulsi elettrici a bassa intensità in determinate aree del cervello e può essere regolato in base alle necessità del paziente.

Gli studi presentati sulla sperimentazione dell’apparecchio hanno rilevato un significativo miglioramento dei sintomi nel giro di 3-6 mesi.

Tuttavia sono stati segnalati anche importanti effetti collaterali, come emorragie intracraniche, che possono causare ictus, paralisi o morte.

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Il si era atteso con impazienza. Il panel di esperti, nominato dalla Food and Drug Administration per valutare i nuovi farmaci anticolesterolo ha espresso parere positivo. A questo punto l’approvazione della FDA è quasi scontata.

Erano due i candidati all’approvazione, Il primo  è alirocumab, prodotto dalla Sanofi e dalla Regeneron Pharmaceuticals, il secondo l’Evolocumab, della Amgen, già approvato in via preliminare dall’Agenzia Europea dei Medicinali.

“La posta in gioco è molto alta», sottolinea Alberto Margonato, primario di cardiologia clinica e terapia intensiva coronarica all’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. «Oggi sono due i farmaci – continua – che aiutano a tenere sotto controllo il colesterolo: le statine, che inibiscono la sintesi del colesterolo, e l’ezetimibe che inibisce l’assorbimento. Entrambi non sono sempre sufficientemente efficaci e le statine spesso non sono tollerate, in quanto possono provocare debolezza muscolare”.

I nuovi farmaci cambiano completamente approccio. Si tratta di anticorpi monoclonali specifici per la proteina Pcsk9 che ha un ruolo strategico nel metabolismo del colesterolo Ldl. L’azione del farmaco inibisce la proteina e fa aumentare al disponibilità di recettori Ldl sulla superficie delle cellule del fegato che si occupano di eliminare il colesterolo cosiddetto “cattivo”.

«I dati disponibili dimostrano che questi farmaci hanno una potenza mostruosa sia in associazione con le statine che da soli – dice Margonato -. In un soggetto in terapia, l’aggiunta di questi anticorpi monoclonali riduce il colesterolo Ldl del 70%».

L’unico ostacolo per l’approvazione in Italia potrebbe essere il prezzo. Queste nuove iniezioni anticolesterolo sono costosissime.