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Tagliato traguardo dei 3.000 interventi

Il Centro trapianti di fegato dell’ospedale Molinette di Torino, diretto dal professor Mauro Salizzoni, taglia il traguardo dei 3 mila trapianti. Il primo nell’ottobre 1990 su un uomo di 44 anni, l’ultimo oggi su un 55enne affetto da cirrosi. Un record che fa del centro piemontese il primo in Europa, e tra i primi al mondo, per numero di trapianti e per sopravvivenza. A distanza di 10 anni dal trapianto 73 pazienti su 100 continuano ad essere vivi, traguardo insperato per malattie che lasciano pochi mesi.
Il 5% dei trapianti sono stati effettuati su pazienti in condizioni di emergenza nazionale: sull’esito non incide solo la difficoltà clinica e chirurgica, ma anche la variabile tempo, ovvero la capacità di reperire un donatore compatibile ed effettuare il trapianto in poche ore. Dal 1993 ad oggi sono stati trapiantati 166 pazienti in età pediatrica (6% dell’attività totale).
Il luglio 2017 sono in lista di attesa per il trapianto una ottantina di pazienti: l’attesa media è di pochi mesi.

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Maxi studio in 10 paesi, e’ protettivo sul cuore e fegato

Chi beve tre tazzine di caffè al dì sembra essere più longevo dei non bevitori, indipendentemente dal metodo di preparazione e anche dalla scelta tra deca o caffè normale.
Lo rivela il più ampio lavoro mai condotto sull’argomento, uno studio su oltre mezzo milione di individui in 10 paesi europei tra cui l’Italia. La ricerca è stata condotta da esperti della IARC (International Agency for Research on Cancer) e dell’Imperial College di Londra. Secondo quanto riferito sulla rivista Annals of Internal Medicine, è stato preso in esame nel dettaglio il consumo di caffè dei partecipanti (che facevano parte dello studio EPIC), come pure i diversi modi di preparazione e la presenza o meno di caffeina site internet. I partecipanti sono stati monitorati per un tempo medio di 16 anni e tutti i decessi e le relative cause registrati.
È emerso che bere abitualmente caffè è associato a ridotto rischio di morte per tutte le cause, in particolare per malattie circolatorie e del tratto digerente. Gli esperti ipotizzano che i benefici del caffè siano multipli, ad esempio che la nera bevanda abbia effetti protettivi significativi sul fegato e che più in generale eserciti i suoi effetti benefici su tutto l’organismo grazie all’elevato contenuto in molecole quali gli antiossidanti ma non solo.

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Ma quello decaffeinato protegge in misura minore

Bere fino a cinque tazzine di caffè al dì potrebbe dimezzare il rischio di cancro del fegato; una sola tazzina al giorno riduce di un quinto il pericolo di questo tumore.
Lo rivela una ricerca diretta da Oliver Kennedy della University of Southampton in Gran Bretagna e pubblicata sulla rivista BMJ Open.
Gli esperti hanno analizzato informazioni sul consumo di caffè di 2 milioni 250 mila persone complessivamente (coinvolte in un totale di 26 studi precedentemente pubblicati) e visto che il consumo di un solo caffè al giorno riduce il rischio di cancro del fegato del 20% (un quinto); ma se si arriva fino a cinque tazzine il rischio è dimezzato. Oltre agli antiossidanti e antinfiammatori di cui è ricca la nera bevanda, si presume che la caffeina abbia un ruolo centrale nel potere protettivo esercitato dal caffè in quanto il caffè decaffeinato è risultato di per sé protettivo in minor misura contro il tumore.

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12.800 casi in Italia nel 2016, solo il 10% delle diagnosi in fase iniziale

È un tumore ‘silenzioso’ perché non mostra sintomi specifici, ma solo nel 2016 ha colpito 12.800 italiani e non più del 10% delle diagnosi è in stadio iniziale.
Ma contro il cancro del fegato – neoplasia con guarigione ancora bassa, con il 16% dei pazienti vivo a 5 anni dalla diagnosi – la nuova ‘arma’ dell’immunoterapia, che risveglia il sistema immunitario per combattere le cellule cancerose, sta dimostrando la sua efficacia: la molecola immunoterapica nivolumab ha infatti evidenziato di ridurre le dimensioni del tumore avanzato e pretrattato e di aumentare la sopravvivenza dei pazienti.
In Italia vivono circa 27.750 cittadini con una diagnosi di cancro del fegato, ed oggi per questi pazienti si stanno aprendo nuove prospettive: uno studio di fase I-II presentato al recente congresso della Società europea per lo studio del fegato ha, infatti, evidenziato riduzioni sostanziali delle dimensioni del tumore e un tasso di risposta del 15-20% con nivolumab rispetto al 5% con l’attuale standard di cura. Lo studio, spiega il direttore dell’Oncologia Medica dell’Ospedale ‘Rummo’ di Benevento, Bruno Daniele, “ha coinvolto 262 persone colpite dalla malattia in fase avanzata già trattate con la terapia standard ed ha evidenziato una riduzione della massa tumorale superiore al 30% del volume nel 20% dei casi, contro il 3% con la terapia standard, ed una sopravvivenza a 11 mesi del 60% dei pazienti”.
Quanto alle cause di questa neoplasia, rileva il direttore dell’Unità Epatologia Clinica al Policlinico universitario di Messina, Giovanni Raimondo, “sono varie.
Infezioni da virus epatitici B e C, abuso alcolico, malattie genetiche, malattie autoimmunitarie, diabete, obesità possono indurre un danno persistente del fegato. Tali ‘epatopatie croniche’ spesso si aggravano sfociando nella cirrosi epatica che è una malattia che può predisporre all’insorgenza del carcinoma epatico. Infatti, oltre il 90% dei casi insorge in pazienti con cirrosi”.
Per i pazienti con malattia avanzata, l’unico trattamento approvato, sorafenib, “permette di ottenere una sopravvivenza media non superiore a 11 mesi. Per le persone che sono intolleranti o falliscono il trattamento con sorafenib – rilevano gli esperti – non esiste allo stato attuale uno standard di cura. Nivolumab è il primo trattamento immuno-oncologico a evidenziare un’efficacia significativa proprio nei pazienti con epatocarcinoma avanzato pretrattati. Nello studio la sopravvivenza media raggiunta con nivolumab è stata di 16,1 mesi”. Un passo vanti notevole, rileva Daniele, “considerando che fino al 2007 non esisteva una terapia contro questa neoplasia e che negli ultimi 10 anni non è arrivata alcuna novità, perchè tutti gli studi hanno fallito. L’immunoterapia con nivolumab ha invece dimostrato di essere ben tollerata, di non dare effetti di tossicità epatica e, nei pazienti affetti anche da epatite B o C, di diminure la carica virale”.
Tuttavia, “lo scenario epidemiologico nel nostro Paese – conclude Raimondo – è destinato a cambiare. In futuro infatti i principali fattori di rischio del tumore del fegato saranno costituiti dalla steatoepatite, caratterizzata dall’accumulo di grasso nel fegato, e dalle malattie incluse nella cosiddetta sindrome metabolica, in particolare diabete e obesità, che stanno assumendo un’importanza crescente. Da un lato infatti la vaccinazione contro l’epatite B, iniziata in Italia nel 1991 nei neonati e dodicenni e limitata ai soli neonati a partire dal 2003, ha profondamente ridotto l’impatto di questo virus in Italia. Per quanto riguarda l’epatite C non esiste un vaccino, ma le terapie oggi disponibili permettono di eliminare questo virus, per cui il rischio di tumore del fegato riguarderà soprattutto i pazienti che hanno già sviluppato cirrosi”.
In Italia a oggi nivolumab è approvato per il trattamento del melanoma avanzato (sia in prima linea che pretrattato), del tumore del polmone non a piccole cellule squamoso e non squamoso (avanzato pretrattato) e del carcinoma renale (avanzato pretrattato). In atto la procedura per l’autorizzazione della terapia per il cancro del fegato, della vescica e del testa-collo.

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Ha un ruolo nel produrre un ormone che non ci fa resistere alla tentazione

Sei un inguaribile goloso e non puoi fare a meno di mangiare dolci? Colpa forse di un gene che si attiva nel fegato per produrre un ormone.
Infatti uno studio pubblicato sulla rivista Cell Metabolism mostra che chi possiede certe varianti (mutazioni) del gene FGF21 è più goloso di dolci e non sa resistere alla tentazione di mangiarne tanti.
La ricerca è stata condotta presso la Novo Nordisk Foundation Center for Basic Metabolic Research con sede all’Università di Copenaghen.
Lo stesso gruppo di ricerca in un precedente studio aveva individuato – in animali – un collegamento tra il gene FGF21 e golosità per i dolci.
In questo nuovo studio si è scoperto che il gene FGF21 anche nelle persone ha un ruolo nella regolazione della quantità di dolci che ciascuno tende a mangiare, quindi in un certo senso nel ”controllo della golosità”.
Gli esperti hanno studiato il Dna e le abitudini alimentari di oltre 6500 individui che sono stati distribuiti su una ”scala della golosità” in base a quanti dolci mangiavano in media. E’ emerso che è il 20% più probabile che chi presenta una mutazione a carico del gene FGF21 si collochi sui gradini più alti della scala della golosità, quindi sia un più assiduo consumatore di dolci. I ricercatori hanno trovato due di queste “mutazioni della golosità”.
Gli esperti hanno visto anche in un piccolo campione di individui che le concentrazioni di FGF21 nel sangue a digiuno e dopo aver consumato una bevanda dolcissima differiscono di molto tra i golosi e i non golosi di dolci.
Il prossimo passo sarà studiare ulteriormente il ruolo di FGF21 e quindi capire in che modo instauri una tendenza alla passione per i dolci, infine se questa sua azione sia in qualche modo connessa con malattie quali obesità e diabete.

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Nel 1963 il primo di fegato e poi quelli da babuino a uomo

E’ morto a 91 anni Thomas Starzl, il chirurgo americano che ha rivoluzionato la tecnica dei trapianti: nel 1963 ha eseguito il primo trapianto di fegato e tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 ha sperimentato i trapianti di babuino all’uomo. La notizia ha cominciato a rimbalzare su Twitter dagli Stati Uniti, dove molti dei suoi allievi ricordano Starzl e il ruolo importante che ha svolto.
Nel nostro Paese a ricordare il chirurgo americano è la Società Italiana Trapianti d’Organo: “con la morte di Starzl il mondo della medicina perde non solo uno straordinario chirurgo-scienziato e un grande maestro, ma l’icona stessa del pionierismo nei trapianti”, ha scritto in una nota il presidente, Umberto Cillo, che è stato allievo di Starzl. Ricordano il chirurgo americano anche altri suoi allievi italiani, oggi direttori di centri per i trapianti, come Antonio Pinna, dell’Università di Bologna, e Vincenzo Mazzaferro, dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano.
Nato l’11 marzo 1926 nell’Iowa, Starzl ha cominciato la sua carriera nel 1962 nell’Università del Colorado, dalla quale nel 1981 si è trasferito in quella di Pittsburgh.
Dopo anni di tentativi, nel 1967 è riuscito a ottenere il primo successo nel trapianto di fegato, fino a farlo diventare in breve tempo un intervento di routine. Importante anche il suo ruolo nella terapia immunosoppressiva, attivo fin dall’inizio degli anni ’80, e il contributo alle ricerche volte alla conservazione degli organi destinati ai trapianti, come alla tecnica al trapianto di più organi (multiviscerale) e a quella del trapianto delle isole del pancreas.
Hanno poi sollevato polemiche e fatto discutere tutto il mondo i suoi esperimenti volti a esplorare la fattibilità dei trapianti dagli animali all’uomo. Starzl ha smesso di operare nel 1991, all’età di 65 anni, ma ha continuato a essere molto attivo sui fronti dell’insegnamento e della ricerca nell’università di Pittsburgh, che ha voluto dedicare a lui l’Istituto Trapianti.

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Rischio malattie epatiche gravi, studio Bambino Gesu’

Troppo zucchero rischia di trasformarsi in “veleno” per il fegato dei bambini. Il pericolo arriva dal fruttosio, aggiunto ai cibi e alle bevande, capace di scatenare dei meccanismi simili a quelli dell’alcol. Ogni grammo in eccesso rispetto al fabbisogno giornaliero (circa 25 grammi) accresce di una volta e mezza il rischio di sviluppare malattie epatiche gravi. Lo sostengono i ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù che, per la prima volta hanno dimostrato i danni del fruttosio sulle cellule del fegato dei più piccoli. I risultati dell’indagine sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Hepatology. A differenza del glucosio, che può essere utilizzato quasi da ogni cellula del nostro corpo, il fruttosio può essere metabolizzato solo dal fegato, perché esso è l’unico organo in cui è presente il suo trasportatore. Lo studio è stato condotto tra il 2012 e il 2016 su 271 bambini e ragazzi affetti da fegato grasso. In 1 bambino su 2 gli esami effettuati hanno rilevato livelli eccessivi di acido urico in circolo. ”Diversi studi hanno provato che l’elevato consumo di zucchero è associato a numerose patologie sempre più frequenti in età pediatrica come l’obesità, il diabete di tipo II e le malattie cardiovascolari. Ma poco si sapeva del suo effetto sul tessuto epatico, almeno fino ad oggi” spiega Valerio Nobili, responsabile di Malattie Epato-metaboliche del Bambino Gesù. ”Con la nostra ricerca abbiamo colmato la lacuna. Gli spuntini dei bambini dovranno essere solo eccezionalmente a base di succhi di frutta o merendine confezionate e non la regola quotidiana”.

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Con un solo donatore cadavere sono stati trapiantati due adolescenti

Il primo trapianto di fegato con la tecnica ‘domino’ su due pazienti pediatrici in Italia, due adolescenti affetti da due patologie diverse, è stato realizzato dai medici dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. Nel complesso intervento, spiega l’Ospedale, l’organo asportato al primo paziente, che aveva ricevuto una donazione da cadavere, è stato utilizzato per il secondo adolescente in lista d’attesa.
Un trapianto di fegato con tecnica ‘domino’ grazie alla quale, dunque, con un solo donatore cadavere sono stati trapiantati due pazienti. Grazie a questa metodica è stato possibile trasformare il primo ricevente in donatore, mettendo il suo fegato appena asportato a disposizione del secondo. I pazienti sono due adolescenti, affetti da due malattie diverse e da tempo inseriti nella lista di attesa per trapianto di fegato. Entrambi i trapiantati hanno superato positivamente il decorso postoperatorio e sono stati dimessi da alcuni giorni.

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Nuove prospettive per utilizzo organi da donatori ‘anziani’

Il fegato rallenta il processo di invecchiamento se trapiantato in una persona più giovane del donatore. E’ quanto emerge da uno studio del dell’Università di Bologna e dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma pubblicato su Aging Cell che ha identificato, studiando per la prima volta direttamente sull’uomo, nuovi marcatori di invecchiamento dell’organo. Il fegato, sottolineano gli esperti, ha delle enormi proprietà di rigenerazione, che consentono di eseguire interventi chirurgici di asportazione fino al 70% dell’organo in presenza di alcune malattie o di particolari tumori. Non solo: contrariamente ad altri organi può essere utilizzato, con successo per il trapianto, indipendentemente dall’età di chi lo dona. “Abbiamo analizzato – spiegano Miriam Capri e Claudio Franceschi del Dipartimento di Medicina Sperimentale Diagnostica e Specialistica dell’Università di Bologna – biopsie del fegato provenienti da donatori d’organo di età da 12 a 92 anni, campioni di sangue da soggetti riceventi pre e post-trapianto, ed anche biopsie di fegato pre-post-trapianto, provenienti da persone in cui la differenza di età con il donatore del fegato era particolarmente marcata”. Risultato: sono stati individuati nuovi marcatori di invecchiamento e l’incremento di alcune piccole molecole di RNA (microRNAs) attive nella regolazione dell’espressione dei nostri geni” che dimostrano “come vi siano alcuni segni molecolari di ringiovanimento indipendentemente dall’età del donatore”. “Lo studio – conclude Gian Luca Grazi, direttore della Chirurgia EpatoBilioPancreatica dell’Istituto Tumori Regina Elena – rappresenta un importante passo in avanti nell’acquisizione di marcatori molecolari capaci di descrivere i processi di invecchiamento del fegato. Ma apre anche le porte ad ulteriori filoni di ricerca nella valutazione dell’invecchiamento dell’organo”.

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Epatite acuta causata da 3-5 al giorno per tre settimane

Troppi energy drink in un lasso di tempo ristretto possono mettere ko il fegato. Lo affermano gli esperti dell’università della Florida, che hanno descritto su Bmj Case Reports il caso di un uomo ricoverato con epatite acuta dopo averne consumati 4-5 al giorno per tre settimane.
Il paziente, un muratore di cinquant’anni, ha sviluppato anoressia e dolori addominali che sono sfociati in nausea e vomito, attribuiti erroneamente ad una influenza, ed è andato in ospedale solo quando ha sviluppato un’itterizia diffusa. Una biopsia del fegato ha confermato un’epatite acuta, che secondo i medici era dovuta all’eccesso di niacina, o vitamina B3, il cui consumo giornaliero era di circa 200 milligrammi. Ogni lattina, sottolineano gli autori, contiene 40 grammi di niacina, ovvero il doppio della dose giornaliera raccomandata. Il paziente è stato tenuto sotto osservazione, e i medici gli hanno raccomandato di evitare in futuro bevande che contengono niacina. Circa il 50% dei cedimenti del fegato negli Usa sono dovuti a supplementi alla dieta, spesso in preparati ‘naturali’.
“Con il mercato degli energy drink in continua espansione – scrivono gli autori nelle conclusioni – i consumatori dovrebbero essere coscienti dei potenziali rischi dei singoli ingredienti.
Vitamine e altri nutrienti, come la niacina, sono presenti in quantità che eccedono le dosi raccomandate quotidiane, portando a rischi di accumulazione e tossicità”.