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Potrebbe favorire l’insorgenza di disturbi di salute per il nascituro

Lo stress della mamma – se continuato nel tempo – può trasmettersi al feto attraverso il liquido amniotico e non è escluso che potrebbe favorire l’insorgenza di disturbi di salute per il nascituro. E’ quanto rivela uno studio su gestanti pubblicato sulla rivista Stress klicken sie hier, um mehr zu lesen.
Condotto da esperti dell’Università di Zurigo e dell’Istituto Max Planck di Monaco, lo studio mostra anche che uno stress momentaneo, non duraturo, non ha influenza particolare sul feto che resta protetto da esso.
In passato studi su animali hanno mostrato che la presenza di ormoni dello stress nel liquido amniotico può aumentare lo sviluppo del feto. Altri studi hanno invece messo in relazione lo stress in gravidanza con un maggior rischio di disturbi per il nascituro, quali l’iperattività. Questa ricerca è volta quindi ad aumentare le conoscenze sui possibili effetti dello stress in gravidanza.
Gli esperti hanno studiato un gruppo di gestanti misurando in primis l’aumento degli ormoni dello stress nel sangue delle donne in concomitanza con l’amniocentesi, evidenziando che uno stress momentaneo della donna non influenza in alcun modo la quantità degli stessi ormoni nel liquido amniotico, quindi non influenza il feto. Invece, quando lo stress è cronico, la donna presenta livelli alterati di ormone, il che favorisce il rilascio di ormoni dello stress (CRH) e questi risultano in eccesso anche nel liquido amniotico dove sembrano influenzare – accelerandola – la crescita del feto. “Una eccessiva accelerazione della crescita fetale potrebbe avvenire a spese del corretto sviluppo degli organi”, ipotizza Ulrike Ehlert, psicologo che ha coordinato lo studio, ma serviranno ulteriori ricerche per capire se vi sono reali conseguenze per il bebè.
Gli esperti suggeriscono comunque alle donne che sono sottoposte a forti stress per periodi prolungati di farsi aiutare da specialisti per ritrovare un equilibrio.

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Possibile vedere anche gli organi interni

Per la prima volta è possibile vedere il feto in 3D, grazie a una tecnica basata sulla combinazione di immagini rilevate con la Risonanza magnetica e su tecnologie di realtà virtuale. Le immagini difficili da interpretare delle attuali ecografie potrebbero quindi in futuro lasciare spazio a quelle tridimensionali. Messa a punto e sperimentata nella Clinica di Diagnostica per Immagini di Rio de Janeiro, la nuova tecnologia è stata presentata al convegno della Società di Radiologia del Nord America.

Immagini in 3D anche degli organi interni


”Poter vedere il feto in 3D in combinazione con tecnologie di realtà virtuale può migliorare la nostra comprensione delle strutture anatomiche del feto”, ha detto uno degli autori, Heron Werner. La tecnologia, ha aggiunto, può essere utilizzata per scopi medici e didattici. Il modello 3D permette inoltre di ricostruire la struttura interna del feto, comprese vie respiratorie e organi, permettendo in questo modo di individuare eventuali anomalie per aiutare a prendere decisioni su eventuali cure da affrontare prima della nascita o subito dopo.

Immagini più nitide


La tecnologia combina le immagini 3D, ottenute assemblando le immagini rilevate con la risonanza magnetica, e la realtà virtuale grazie al visore Oculus Rift. Le immagini 3D, infatti vengono viste attraverso il visore, che permette di vedere il feto ‘da vicino’: ”l’esperienza è meravigliosa – ha detto Werner – e le immagini sono più nitide e chiare rispetto a quelle dell’ecografia e della risonanza magnetica”.

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Che il feto nella pancia della mamma reagisse agli stimoli esterni, specialmente a quelli sonori era un fatto accertato. Ma oggi, grazie alle ecografie 3d è possibile vedere queste “esibizioni” praticamente in diretta.

Già molto presto durante il suo sviluppo, il feto può “cantare e ballare” dopo aver ascoltato della musica: già alla 16/ima settimana è possibile registrare movimenti del corpo e della bocca come reazione alla musica.

Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Ultrasound ed eseguito presso l’Istituto Marques a Barcellona utilizzando ecografi in tre e quattro dimensioni. Sono state coinvolte 106 donne dalla 14/a alla 39/a settimana di gravidanza.

I feti sono stati stimolati con la musica in due modi: o mettendo un riproduttore di suoni sul grembo materno, oppure direttamente via transvaginale con uno strumento chiamato Babypod. Gli esperti hanno proposto ai bebè in fieri melodie di Bach, ma anche musiche dei Queen.

E’ emerso che rispetto a una condizione normale in cui il 45% dei feti muove braccia, gambe e bocca, dopo l’ascolto di musica mediante Babypod, ben l’87% di loro esegue questi movimenti e soprattutto le movenze con la bocca si fanno più accentuate.

Inoltre, in circa la metà di casi il feto tira fuori la lingua protendendola il più possibile e spalanca la bocca, come se stesse cantando, spiega la coordinatrice del lavoro Marisa Lopez-Teijon.

L’ascolto di musica attraverso l’addome non stimola reazioni così evidenti nei feti, probabilmente perché il suono non arriva altrettanto bene alle orecchie del piccolo. E’ possibile, spiega Lopez-Teijon, che attraverso Babypod lo stimolo sonoro sia tale da attivare i circuiti nervosi dell’udito in formazione.

Secondo gli esperti, inoltre, questo studio potrebbe smentire l’idea che i feti reagiscano in modo particolare alla voce della mamma, perché gli esperti hanno registrato una percentuale simile di reazioni a diversi stimoli vocali (la voce di mamma messa a confronto con quella di topolino).