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Basta con il pasto indistinto, meglio una panoramica chiara

Se vuoi far mangiare tuo figlio hai una scelta: abbandonare il ‘pastone’ indistinto e mettere nel piatto tutti i prodotti in modo chiaro. A fare questa ricerca è stato il Future Consumer Lab del Dipartimento di Scienze alimentari dell’Università di Copenaghen. Gli studiosi hanno chiesto a 100 scolari di due fasce d’età diverse (la prima tra 7 e 8 anni e la seconda tra 12 e 14 anni) di stilare un elenco di preferenze di sei piatti diversi serviti in tre modalità differenti (cibi presentati separatamente senza che si tocchino, cibo tutto mescolato e una via di mezzo tra le due soluzioni) fr-libido.com.
Lo studio dimostra che le bimbe (quelle tra i 7 e gli 8 anni) preferivano un piatto con tutti i prodotti separati, mentre i bimbi della stessa età non avevano alcuna preferenza su come era servito il cibo. La ricerca fa notare anche che i bambini tra i 12 e i 14 anni preferiscono che il cibo sia miscelato insieme o servito come un mix di ingredienti separati e misti. Ma perché tutto questo? “Potrebbe essere che” i ragazzi “credano che i diversi ingredienti possano contaminarsi a vicenda. Ma potrebbe anche essere che preferiscano mangiare i diversi elementi in un certo ordine o che una chiara definizione fornisca solo una panoramica migliore”, dice Annemarie Olsen, ricercatrice che ha condotto lo studio e che, sulla base dell’analisi, consiglia di servire cibo separato nel piatto, almeno per quanto riguarda i più piccoli.

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L’età media a cui le donne hanno il primo figlio e’ di 28 anni

Per la prima volta negli Stati Uniti le donne di oltre 30 anni fanno più figli di quelle ancora più giovani. Sono i dati diffusi dal Center for Disease Control and Prevention: il tasso di natalità per le donne dai 30 ai 34 anni è di circa 103 ogni 100 mila, mentre nella fascia d’età dai 25 ai 29 anni è pari a 102 ogni 100 mila.
Per Bill Albert, membro della Campagna Nazionale per la prevenzione di gravidanze tra teenager e non pianificate, sta diventando più comune vedere genitori più grandi che hanno bambini che frequentano le scuole elementari o superiori. Tra gli altri risultati del Cdc è emerso che il tasso di natalità complessivo è sceso leggermente nel 2016, a 62 nati per ogni 100 mila donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni. L’età media a cui le donne hanno il primo figlio e’ di 28 anni, e l’anno scorso e’ sceso il tasso di natalità tra gli adolescenti mentre la mortalità infantile è rimasta pressoché invariata.

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Omar denuncia, solo la metà dei neonati ha accesso gratuito allo screening metabolico allargato gratuito

Per la Festa della mamma il miglior regalo è prendersi cura della salute del suo bene più prezioso.
L’Osservatorio malattie rare vuole donare un piccolo vademecum per aiutarle a tutelare i loro piccoli.
In Italia ogni anno nascono circa cinquecentomila neonati e altrettante nuove mamme. Secondo le stime, 1 bambino ogni 2.581 è affetto da fenilchetonuria o altra forma di iperfenilalaninemia, e questa è solo una delle tante malattie rare metaboliche esistenti che, se non immediatamente diagnosticate, possono comportare disabilità gravissima, secondo il Rapporto SIMMESN 2015. Per garantire la salute dei bambini e ridurre fino al 70% il rischio di malformazioni, fondamentale è la prevenzione primaria, il monitoraggio della gravidanza e la prevenzione secondaria con lo screening neonatale. Il test consiste nel prelievo di una goccia sangue dal tallone del neonato entro le prime 72 ore di vita, metodo che permette di individuare precocemente oltre 40 patologie metaboliche rare ed evitare le peggiori conseguenze.
“Grazie anche alla nostra battaglia – racconta Ilaria Ciancaleoni Bartoli, direttore di Omar – dal 2016 lo screening metabolico allargato gratuito per tutti i neonati è legge nazionale”. “Tuttavia – denuncia – questo diritto deve essere tradotto in pratica. Dall’approvazione della legge ad oggi nulla è cambiato nell’offerta delle regioni: solo la metà dei neonati ha accesso gratuito a questo test. Gli altri rischiano di non avere la diagnosi e patirne le conseguenze. Non si possono permettere altri ritardi, ognuno deve fare bene e velocemente la sua parte, dal Centro di coordinamento screening costituito presso l’ISS alle singole regioni”.

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Aumenta il rischio di diabete per i figli una volta adulti

L’alcol danneggia i figli ancora prima che la madre rimanga incinta. Le donne che abusano di alcolici prima di concepire hanno maggiori possibilità di partorire figli con alti livelli di zucchero nel sangue, aumentando il loro rischio di diventare diabetici da adulti. Lo ha verificato uno studio condotto sui ratti e presentato al congresso della Società americana di endocrinologia a Orlando, in Florida.
”Gli effetti dell’alcol durante la gravidanza sul feto sono ben noti, mentre non lo erano quelli prima del concepimento”, commenta Dipak Sarkar, della Rutgers University di New Brunswick, che ha coordinato lo studio. Il binge drinking è sempre più diffuso, soprattutto tra i giovani. Negli Usa, una rilevazione fatta nel 2012 tra i consumatori di alcol tra i 18 e 44 anni, ha mostrato che il 15% delle donne non incinte e l’1,4% di quelle incinte aveva abusato di alcolici nel mese passato.
Per il sesso femminile, il binge drinking equivale a bere 4 o più bicchieri in due ore. Per valure gli effetti dell’alcol prima del concepimento, i ricercatori hanno studiato i ratti, i cui processi di base delle funzioni del glucosio sono simili a quelli umani. Per 4 settimane, hanno dato alle femmine una dieta con il 6,7% di alcol, in modo da far aumentare i loro livelli di zucchero nel sangue come avviene con il bing drinking nell’uomo.
Dopo di che l’alcol è stato rimosso dalla dieta, e 3 settimane dopo (pari a diversi mesi dopo per l’uomo) sono state fatte accoppiare. I figli adulti di questi ratti femmina sono stati messi a confronto con i figli di ratti che non avevano consumato alcol prima di concepire. Si è così visto che avevano diverse anomalie nelle funzioni del glucosio, un aumento dei suoi livelli nel sangue, un calo dell’insulina nel sangue e nei tessuti del pancreas, e una crescita di alcuni marcatori di infiammazione nel pancreas. ”Questi risultati ci dicono che gli effetti dell’abuso materno di alcol prima del concepimento possono essere trasmessi ai figli, con conseguenze di lunga durata”, conclude.

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Per non genitori minore aspettativa vita

Essere genitori allunga la vita, e i riflessi positivi si vedono soprattutto in età anziana, quando la salute e l’autonomia si riducono. A 60 anni di età, la differenza di aspettativa di vita di una persona che ha figli e una che non ne ha è significativa: potrebbe essere anche di ben 2 anni in più per i genitori. E questa differenza cresce quanto più si invecchia. Lo sostiene una ricerca condotta da Karin Modig, del Karolinska Institutet di Stoccolma, e pubblicata sul Journal of Epidemiology & Community Health.
Gli esperti hanno analizzato l’aspettativa di vita di 704.481 maschi e 725.290 donne, tutti nati tra 1911 e 1925.
Confrontando le aspettative di vita a partire dai 60 anni di età, è emerso che il rischio di morte degli anziani genitori è sempre inferiore al rischio dei loro coetanei che non hanno figli. La differenza di rischio aumenta al crescere degli anni, quindi un genitore anziano gode di un’aspettativa di vita maggiore di un anziano coetaneo non genitore. Questo è tanto più vero per i maschi e per i genitori che non sono sposati.
Anche se lo studio non individua una relazione di causa-effetto, i risultati suggeriscono che il non avere figli è svantaggioso per la mancanza di supporto, soprattutto nell’ultima fase della vita.

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Studio, l’importante è non strafare

Essere altruisti, non solo a Natale, e prendersi cura dei nipotini, dei figli e persino di persone con cui non si ha un legame di parentela, può essere gratificante per gli anziani e allunga la vita. Coloro che hanno la possibilità di farlo, senza esagerare, vivono più a lungo. Il dato emerge da uno studio dell’Università di Basilea, in Svizzera, in collaborazione tra gli altri con il Max Planck Institute for Human Development di Berlino, pubblicata su Evolution and Human Behavior.
 Sono stati presi in esame 500 adulti, tra 70 e 103 anni, nell’ambito di uno studio sull’invecchiamento denominato Berlin Aging Study, condotto tra il 1990 e il 2009, in particolare sulla sopravvivenza.
 Dai risultati è emerso che la metà dei nonni che si prendevano cura dei nipoti erano ancora vivi dopo circa 10 anni dal primo contatto, e così anche gli anziani che non li avevano, ma aiutavano ad esempio i figli nelle incombenze domestiche. Al contrario, coloro che non offrivano supporto, risultavano in media deceduti nel giro di cinque anni.
 I ricercatori sono stati in grado di dimostrare anche che l’effetto positivo del prendersi cura degli altri sulla mortalità non era limitato all’ambito familiare. Anche gli anziani senza figli che fornivano supporto emotivo ad altre persone mostravano dei benefici. La metà di coloro che aiutavano altre persone risultavano aver vissuto per almeno altri 7 anni, mentre chi non lo aveva fatto solo per altri 4. “Fornire aiuto non deve essere inteso come la panacea per una vita più lunga”, avverte però Ralph Hertwig, uno degli autori dello studio. “Un moderato livello di coinvolgimento sembra avere effetti positivi – aggiunge – ma studi precedenti hanno dimostrato che se il coinvolgimento è più intenso, può essere causa di stress”.

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Da insegnare lavori casa a mandarli all’asilo e dare nome facile

Non c’è una ‘ricetta’ per avere figli di successo, ma ci sono 12 tra comportamenti e qualità comuni ai loro genitori, che contribuiscono a renderli persone capaci di andare bene negli studi e raggiungere grandi traguardi da adulti, come l’abituarli fin da piccoli a fare i lavori di casa, o sviluppare competenze sociali mandandoli all’asilo. A individuarli la ricerca di Julie Lythcott-Haims, psicologa dell’università di Stanford, presentata alle Ted conference, le conferenze Usa che servono a diffondere idee innovative nel mondo.
    1. Lavori di casa: se i bambini vengono abituati a farli diventano lavoratori collaborativi, empatici e indipendenti.
2. Abilità sociali: aiutare i bambini a svilupparle li aiuta a tenersi fuori dai guai. Uno studio della Duke University ha mostrato che chi ha successo da adulto è andato all’asilo.
3. Alte aspettative: se i genitori non si aspettano molto dai figli, questi otterranno risultati peggiori negli studi.
   
4. Istruzione genitori: le madri diplomate o laureate hanno maggiori probabilità di avere figli che faranno lo stesso.
   
5. Matematica: insegnare i numeri e altri concetti rudimentali fin da subito aiuta nella matematica e nella lettura.
6. Attenzione: chi si prende cura in modo attento dei figli nei primi 3 anni li vedrà riuscire meglio negli studi e negli affetti.
   
7. Stress: se il genitore è frustrato e stressato, il suo stato emotivo si può trasferire al bambino.
   
8. Lavoro fuori casa: se la madre lavora fuori ne beneficiano i figli. Le femmine vanno a scuola più a lungo e ottengono migliori lavori, i maschi si occupano di più di casa e bambini.
   
9. Status socio-economico: chi cresce in famiglie ricche ha più possibilità di sviluppare le proprie potenzialità.
   
10. Determinazione: insegnare ai bambini a sforzarsi di raggiungere un loro futuro obiettivo li aiuta a raggiungerlo.
11. Nome facile: chi ha un nome comune e facile da pronunciare ha maggiori probabilità di essere assunto e avere successo.
   
12. Alimentazione: insegnare buone abitudini alimentari aiuta a concentrarsi e avere un’immagine positiva del proprio corpo.


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Per un sano sviluppo mentale conta più della quantità di tempo

Coinvolgimento emotivo e fiducia nel proprio ruolo paterno. Su questi due aspetti i papà dovrebbero puntare per far sì che i propri figli abbiano un giusto sviluppo mentale ed emotivo. A spiegare come conti più il come che non il quanto tempo trascorso insieme è uno studio pubblicato sulla rivista BMJ Open, condotto presso l’Università di Bristol.
L’influenza del padre sui figli è stata negli ultimi anni oggetto di grandi cambiamenti culturali e al centro di diverse ricerche. L’ultima è uno studio osservazionale (Avon Longitudinal Study of Parents and Children) su 10.440 I padri, attraverso questionari, hanno risposto a domande sul rapporto con i figli, l’atteggiamento nei loro confronti, quanto tempo hanno trascorso nella cura del bambino e in faccende domestiche, i propri sentimenti nei confronti della paternità.
All’età di 9 e 11 anni, il comportamento dei bambini è stato valutato con un Questionario sui punti di forza e debolezza (SDQ), che valuta problemi di comportamento, sintomi emotivi, relazioni con coetanei, iperattività e comportamento pro-sociale. La fiducia che il padre aveva nel proprio ruolo genitoriale è risultata collegata al 28% di possibilità in meno che il bimbo avesse problemi emotivi all’età di 9 e 11 anni, mentre il coinvolgimento emotivo era associato a una riduzione del 20%. “Aspetti psicologici ed emotivi del coinvolgimento paterno sono più potenti nell’influenzare il comportamento del figlio negli anni successivi, rispetto alla quantità di tempo in cui padri sono impegnati nella loro cura”, spiegano gli autori dello studio.

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Rispetto a 50 anni fa per mamme il doppio, per papà il quadruplo

Pur essendo magari fisicamente meno presenti di una volta, le mamme e i papà di oggi possono in qualche modo mettere da parte i sensi di colpa: trascorrono infatti più tempo con i loro bambini, nella cura e nei giochi, rispetto a cinquant’anni fa, a metà degli anni ’60. E’ quanto emerge da uno studio condotto da Judith Treas dell’Università della California di Irvine, che ha come coautrice anche la borsista post-dottorato al Collegio Carlo Alberto di Moncalieri (Torino) Giulia Dotti Sani, pubblicata su Journal of Marriage and Family. La ricerca ha coinvolto genitori di età compresa tra i 18 e i 65 anni in famiglie con almeno un figlio di età inferiore ai 13 anni. Dal 1965 al 2012, a 122.271 mamme e papà in 11 Paesi (Canada, Regno Unito, Stati Uniti, Danimarca, Norvegia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Italia, Spagna e Slovenia) è stato chiesto di tenere un diario di tutte le attività quotidiane. I ricercatori hanno analizzato le differenze selezionando casualmente un giorno da ogni diario e catalogando la quantità di tempo dedicato alle cure di routine dei piccoli e alle attività interattive. Dal bagnetto alla preparazione della cena, fino alle cure mediche e al gioco.
E’ emerso che nel 1965, le madri impiegavano una media giornaliera di 54 minuti nelle attività di cura dei piccoli, mentre nel 2012 in media quasi il doppio, 104 minuti al giorno.
Il tempo dei padri con i bambini è quasi quadruplicato: da soli 16 minuti a circa 59 al giorno. Quando gli studiosi hanno diviso i genitori, nel 2012, in due gruppi, il tempo trascorso con i bambini è inoltre risultato maggiore tra quelli più istruiti.

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Studio, effetti non positivi ma utilizzate da 80% genitori del mondo

I genitori sono avvertiti: meglio non dare le sculacciate al proprio bimbo, perché sarà più probabile che assuma un atteggiamento di sfida nei loro confronti, che sperimenti comportamenti antisociali, aggressività , problemi di salute mentale e difficoltà cognitive. Il suggerimento arriva da una ricerca statunitense, dell’Università del Texas e di quella del Michigan, pubblicata su Journal of Family Psychology, per la quale sono stati esaminati 50 anni di ricerche sull’argomento, che hanno coinvolto nel complesso 160mila bambini. Dalla ricerca e’ emerso anche che le sculacciate producono l’effetto inverso di quello voluto dai genitori, cioè educare e disciplinare i piccoli. “Abbiamo scoperto che sono associate a risultati negativi involontari e non alla disciplina con la quale i genitori cercano di educare nel breve o nel lungo termine i loro figli” spiega infatti una delle autrici dello studio, Elizabeth Gershoff.



Nonostante non vi sia chiara evidenza degli effetti positivi, però, le sculacciate rimangono ancora molto utilizzate come metodo educativo e secondo un report dell’Unicef del 2014 le utilizzano l’80% delle mamme e dei papà nel mondo, cosa che come evidenziano gli studiosi mette a rischio lo sviluppo e il comportamento dei bambini. “Come società pensiamo a sculacciate e abusi fisici come comportamenti distinti, tuttavia la nostra ricerca dimostra che la sculacciata è collegata agli stessi risultati negativi nei piccoli dell’abuso, solo in misura leggermente inferiore” conclude Gershoff.