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Non solo etero, un diritto anche per le lesbiche e le single

Il governo francese prevede l’apertura della procreazione medicalmente assistita (Pma) per “tutte le donne” nel 2018: è quanto annunciato dal segretario di Stato all’Eguaglianza, Marlène Schiappa, intervistata da Rmc-BfmTv: La promessa del presidente Emmanuel Macron verrà dunque “mantenuta”, ha aggiunto. Dopo anni di riflessione, il Comitato nazionale per le questioni etiche (Ccne) si e’ pronunciato lo scorso giugno a favore della procreazione medicalmente assistita (Pma) anche per le lesbiche e i single.
Per il Ccne questa tecnica non deve essere appannaggio esclusivo delle coppie eterosessuali con problemi di fertilita’.
Favorevole alla ‘Pma per tutte’, Emmanuel Macron, aveva detto che avrebbe atteso le conclusioni del Ccne. Come previsto, il parere del Comitato nazionale sembra dunque aprire la strada a una legge nel nuovo parlamento di Parigi. Il comitato etico si era invece detto contrario alla Gpa, la gestazione per altrui, il cosiddetto ‘utero in affitto’.

Fonte:www.ansa.it

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Medici vogliono staccare la spina, genitori no

Il consiglio di stato di Parigi esamina oggi la situazione di Marwa, una bimba di 15 mesi mantenuta in vita artificialmente in un ospedale di Marsiglia. I medici dicono che non c’è più nulla da fare, bisogna staccare la spina, ma i genitori si oppongono: “Non perdiamo la speranza”. Una petizione ha già raggiunto 240.000 firme.
Marwa Bouchenafa, 15 mesi, attualmente ricoverata all’ospedale la Timone, è collegata ai macchinari che la tengono in vita. Pubblicata dal Parisien, l’immagine della piccola illustra la complessità di questo caso terribile su cui la giustizia è chiamata a decidere. Marwa è vittima di un incidente “neurologico grave e definitivo”, con tutti gli arti paralizzati. Secondo i medici, senza respirazione artificiale non può sopravvivere e deve essere alimentata con una sonda. Impossibile determinare se soffra o meno. In Francia si chiedono se, contro il parere degli stessi genitori, si debba interrompere il trattamento della piccola, vittima, a fine settembre, di un virus fulminante. Oggi pomeriggio, in occasione di un’udienza a porte chiuse, il consiglio di Stato è chiamato ad arbitrare il confronto tra medici e famiglia. Citati dal Parisien, i genitori, Mohamed e Anissa Bouchenafa, non si rassegnano.

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Colpita da due tumori, il suo cane l’aveva sfigurata

Aveva resistito per quasi undici anni, ma alla fine il suo fisico ha ceduto. E’ morta ad Amiens, nel nord della Francia, la prima persona al mondo ad aver subito un trapianto di viso, la quarantanovenne Isabelle Dinoire. Nel maggio 2005, la donna si era ritrovata sfigurata dopo che il suo cane, una giovane labrador che fino ad allora non aveva mai morso nessuno, l’aveva aggredita e azzannata violentemente al volto. Sul momento non si era resa conto la gravità della cosa, e aveva tentato di accendersi una sigaretta. “Non capivo perché ma non mi stava tra le labbra – raccontava qualche tempo fa alla stampa – Poi ho visto la pozza di sangue e il cane al mio fianco, sono andata a guardarmi allo specchio e lì, disgustata, non potevo credere a quello che vedevo, soprattutto perché non sentivo dolore”. Immediatamente era stata ricoverata, con una sonda per alimentarla dato che non riusciva a deglutire e una cannula per farla respirare dalla bocca. In ospedale, per giorni non era riuscita a uscire dalla sua stanza, imbarazzata di mostrare quel viso che lei stessa non riusciva nemmeno a guardare agli altri pazienti. La svolta, per lei e per la storia della medicina, era arrivata pochi mesi dopo, il 27 dicembre 2005. Per quindici ore, decine di chirurghi, medici e infermieri si alternano intorno al suo volto, trapiantandone la parte straziata dai morsi del cane. A guidarli, il professor Bernard Devauchelle, capo del servizio di chirurgia maxillo-facciale dell’ospedale di Amiens, e il professor Jean-Michel Dubernard, capo del servizio urologia e trapianti dell’ospedale di Lione. Inizialmente, l’operazione sembra un successo e ha grande eco mediatico. Nel febbraio 2006, Isabelle Dinoire compare per la prima volta in pubblico, parla, anche se con voce stentata e mal articolata, e riesce a bere un bicchiere pieno d’acqua. “Dal giorno dell’operazione, ho un viso come tutti gli altri – dichiara – Posso aprire la bocca e mangiare. Da poco, sento le mie labbra, il mio naso e la mia bocca”. Ma con gli anni, i pesanti farmaci che deve assumere per contrastare i rischi di rigetto indeboliscono il suo organismo, favorendo la formazione di due tumori. Poi, l’inverno scorso, è arrivata una forte crisi di rigetto, che l’ha privata dell’uso delle labbra. Dopo una lunga lotta, la donna si è spenta il 22 aprile scorso, ad Amiens, ma la notizia è stata diffusa solo oggi.

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Entra in vigore in Francia la nuova normativa sul fine vita – legge Claeys-Léonetti – con la pubblicazione, nei giorni scorsi, di due decreti applicativi e un’ordinanza, firmati dalla ministra degli Affari sociali e della sanità d’oltralpe, Marisol Touraine. In particolare diventa effettivo il diritto del paziente, in condizioni chiaramente normate, alla sospensione dei trattamenti e alla sedazione profonda e continua fino al decesso.
“Le misure che entrano in vigore – ha spiegato in un comunicato la ministra francese – volute dal presidente della Repubblica, lungamente e largamente concertate, sono un passo avanti fondamentale per i diritti del malato e dell’individuo”. Secondo Touraine, le nuove norme rappresentano, “su un tema così intimo, il punto di equilibrio più largamente condiviso nella società francese”. Il primo decreto applicativo pubblicato precisa le condizioni nelle quali può essere accolta la volontà di arrestare i trattamenti che tengono in vita il paziente – come idratazione e nutrizione – e permettere la sedazione continua e profonda, intervenendo sul codice di deontologia medica e creando di fatto un nuovo diritto del paziente, reso possibile dalla legge del 2 febbraio del 2016 e ora anche esigibile.
Un secondo decreto fissa i criteri di validità delle dichiarazioni anticipate di fine vita (dichiarazione scritta con la quale la persona può indicare se desidera limitare o interrompere i trattamenti che potrebbe ricevere a fine vita nel caso in cui fosse impossibilitato ad esprimere la sua volontà). Mentre nell’ordinanza viene proposto un modello possibile da compilare per queste dichiarazioni anticipate. Per promuovere questo modello e permettere a tutti di conoscere meglio i propri diritti, la ministra della Sanità ha annunciato per fine anno una campagna di informazione destinata prima ai medici e successivamente al pubblico generale, sotto l’egida del Centro nazionale delle cure palliative e del fine vita.

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Dal 15 settembre, in Francia, il test per l’HIV si potrà fare in casa, in assoluta riservatezza ed economia.

Sono, infatti, arrivati nelle farmacie i test HIV fai da te, al costo di circa 28 euro, che permettono di sapere in circa quindici minuti, con un piccolo prelievo di sangue, se si è infettati dal retrovirus. L’ introduzione di questo test è stata fortemente sostenuta dalle associazioni di sensibilizzazione su HIV e Aids, secondo le quali, grazie a questo strumento si darà una stretta al numero di persone che sono sieropositive senza saperlo, che in Francia è stimato in circa 30.000, concentrati in particolare tra gli uomini omosessuali o bisessuali.

Individuare questi soggetti, sottolineano le associazioni, è importante da un lato per evitare che contagino nuovi partner, e dall’altro per avviarli a un percorso di cura idoneo. Molti malati inconsapevoli, però, ignorano quali siano i comportamenti a rischio, e al minimo dubbio non osano consultare un medico, bloccati dalla paura o dalla vergogna.

Il test è stato riconosciuto come “totalmente affidabile”, in quanto individua gli anticorpi specifici per il virus dell’HIV. Condizione imprescindibile per l’affidabilità del test è che questo avvenga almeno tre mesi dopo il rapporto sessuale da cui è derivata la contaminazione. C’è, però, chi solleva dei dubbi sul fatto di permettere a qualcuno di fare da solo qualcosa di delicato come verificare se è stato o meno contagiato dall’HIV, temendo l’impatto psicologico che una possibile scoperta di sieropositività potrebbe avere, soprattutto su soggetti già fragili.

I difensori del test fai da te cercano di rassicurare, sottolineando in particolare che negli Stati Uniti, dove questo tipo di diagnosi è già in vendita da circa tre anni, non si sono registrati casi di impatti psicologici particolarmente negativi, o di autolesionismo o tentato suicidio tra chi li ha utilizzati.

In ogni caso, per precauzione, su tutte le confezioni è chiaramente stampato il numero di telefono del gruppo di sostegno Sida Info Service, attivo 24 ore su 24.

Sul fronte italiano, il test salivare per Hiv non e’ ancora in vendita nelle farmacie, puo’ pero’ essere fatto in alcuni Ospedali di Milano, Roma e Verona.

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PARIGI – Nuovo allarme sul rapporto tra protesi mammarie e cancro in Francia. Arriva come una doccia fredda il rapporto del ministero della Salute d’Oltralpe in cui si parla di una forma rara di tumore che sarebbe fino a 200 volte più comune fra le donne che hanno ricevuto un impianto al seno. Nel dettaglio gli esperti avrebbero riscontrato un collegamento tra i 18 casi segnalati di linfoma anaplastico a grandi cellule e la presenza di protesi mammarie. Dunque dopo il caso PIP, con la fabbricazione di impianti difettosi, le autorità sanitarie stanno valutando con attenzione quanto recentemente scoperto: si tratta comunque di un numero di casi molto limitato, dato che dal 2011 sono state circa 400.000 le donne che in Francia si sono ritoccate il seno. Dal momento, però, che il ricorso alle protesi aumenta progressivamente, gli studiosi sono preoccupati.
“Se dovremo intervenire per introdurre dei divieti, lo faremo” ha detto François Hébert, dell’Agenzia nazionale farmaci e salute (Ansm) francese. Il ministro della Sanità Marisol Touraine, tuttavia, rassicura precisando che non c’è alcuna raccomandazione che le donne si facciano rimuovere le protesi.

17 marzo 2015