Medical News

Considerare i limiti come opportunità per cambiare l’ottica con cui si guarda al disturbo dello spettro autistico. È questo l’obiettivo del convegno ‘Autismo: un futuro nell’arte. Quando il talento supera la disabilità’, promosso dall’onorevole Paola Binetti e svolto nella Sala della Regina della Camera dei deputati, in Piazza Montecitorio a Roma.
Al convegno sono stati presenti studiosi nazionali ed internazionali. Relazione introduttiva di Francois Ansermet, psichiatra, psicoanalista e professore dell’Università di Ginevra e Losanna mi explicación. “Da anni lavora su questo tema e ha raccolto una documentazione preziosa sulla creatività dei soggetti autistici- racconta Binetti- e ha parlato proprio di come ‘Riconoscere e valorizzare il talento nella diversità’”. Nel corso del convegno sono state mostrate le opere dei ragazzi autistici dell’atelier Ultrablu di Roma.

Medical News

Nonostante sono ancora considerate solo un’alternativa i farmaci, le onde d’urto si fanno largo anche in campo urologico. Un nuovo trattamento terapeutico per i soggetti con disfunzione erettile: non ha effetti collaterali, è indolore, è rapido.
A dimostrarlo sono i risultati del primo studio coordinato dalla SIA (Società Italiana di Andrologia) che lo ha testato su circa 100 pazienti. Nei pazienti con grado lieve/medio, i risultati sono stati positivi.
“I dati di follow up sono molto promettenti – spiega Alessandro Palmieri, Presidente Sia e coordinatore dello studio – Negli uomini con disfunzione erettile di grado lieve/medio, la terapia ha successo e garantisce un netto miglioramento nel 70% dei casi. Successo significa in questo caso possibile guarigione: i farmaci contro la disfunzione erettile hanno rivoluzionato le abitudini sessuali ma restano cure “on demand”, incapaci se non in rari casi di ripristinare la funzione erettiva. Le onde d’urto invece riescono a ristabilire il meccanismo dell’erezione, consentendo il ritorno a una sessualità naturale senza necessità di programmazione dei rapporti. Si tratta però di una tecnica ancora emergente e la ricerca ha il compito di approfondire i meccanismi di azione della metodica.
“Le onde d’urto sono onde acustiche ad alta energia – spiega Nicola Mondaini, Consigliere SIA – Vengono applicate sul pene attraverso specifici dispositivi, in sedute che durano circa dieci minuti e che vanno ripetute per un totale di sei trattamenti complessivi. La terapia fisica viene così portata esattamente dove serve e agisce stimolando la circolazione peniena, attraverso la crescita graduale di nuovi vasi sanguigni ( neo-angiogenesi), restituendo al paziente l’erezione spontanea”.

Medical News

Realizzate sottili pellicole trasparenti che proteggono dai raggi Uv

Le tradizionali creme solari potrebbero andare presto in pensione, sostituite da pellicole di Dna che agiscono come uno scudo, assorbendo i raggi Uv e proteggendo in questo modo la pelle: realizzate da ricercatori della Binghamton University di New York, queste innovative pellicole trasparenti diventano sempre più efficienti man mano che vengono esposte al sole e aiutano anche a mantenere la pelle idratata, come riportato sulla rivista Scientific Reports. 

“I raggi ultravioletti possono danneggiare il Dna, cosa che sicuramente non è un bene per la pelle”, ha affermato Guy German, che ha guidato il gruppo. “Perciò abbiamo pensato di invertire la situazione – ha aggiunto – esponendo ai danni uno strato di Dna sopra la pelle per proteggere quello che si trova dentro”. In quest’ottica i ricercatori hanno sviluppato uno strato sottilissimo e trasparente di Dna e lo hanno messo alla prova irradiandolo con raggi Uv, scoprendo che più tempo passava alla luce e più diventava efficiente nell’assorbire i raggi dannosi. “Questo vuol dire che più a lungo si sta sulla spiaggia – ha concluso German – più la protezione solare migliora”. 

Inoltre la pellicola di Dna aiuta la pelle a immagazzinare e trattenere l’acqua, rallentandone l’evaporazione e mantenendola idratata più a lungo. Oltre alle creme e ai filtri solari, i ricercatori sostengono che lo stesso metodo potrebbe avere anche altre applicazioni, ad esempio per coprire e proteggere le ferite dall’ambiente esterno: usare una pellicola trasparente avrebbe l’indubbio vantaggio di poter osservare la guarigione della ferita senza rimuovere la protezione e allo stesso tempo di proteggerla dal sole e mantenerla umida.

Medical News

Micro robot e genetica per migliorare le diagnosi e le cure

Robot chirurgici sempre più piccoli e capaci non solo di operare con maggiore precisione, ma anche di predire e prevenire le malattie. Tecnologie e strumenti traslazionali in grado di rilevare e analizzare la risposta individuale ai farmaci. Biomarcatori genetici ed epigenetici in grado di migliorare l’appropriatezza in campo diagnostico e terapeutico. È la medicina delle “5 P”, capace di riscrivere la battaglia contro le malattie. “P” come di Precisione, ma anche Predittiva, Personalizzata, Preventiva e Partecipativa. Delle nuove frontiere per la salute dell’uomo si è parlato all’annuale Giornata della Ricerca dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, quest’anno dedicata a ‘Innovazione e Tecnologia per la salute umana’. Ad aprire lo sguardo sui progressi mondiali della medicina di precisione sono stati due scienziati nel campo della robotica e della farmacologia: Garret A. FitzGerald, Professore di Medicina Traslazionale presso la Perelman School of Medicine, Università della Pennsylvania, in Usa, nonché Chief Scientific Advisor di Science Translational Medicine, e Guang-Zhong Yang, fondatore ed editor della rivista Science Robotics, come pure direttore e co-fondatore dell’Hamlyn Centre for Robotic Surgery presso l’Imperial College di Londra.
“La robotica chirurgica, in questi 25 anni, si è evoluta da ricerca di nicchia ad area di maggior sviluppo nell’ambito dell’ingegneria medica, tanto che nel 2020 si prevede un investimento nel campo dei robot chirurgici e diagnostici di 17,9 miliardi di dollari, con un tasso annuo di crescita del 13 per cento”, ha spiegato Guang-Zhong Yang, secondo cui “il successo commerciale dei primi robot chirurgici ha ispirato nuovi dispositivi più piccoli, sicuri ed intelligenti, che puntano ad esplorare con sempre maggiore precisione il corpo umano per predire e prevenire le malattie”. “Ormai – ha proseguito Yang – si progettano robot con braccia dal diametro di un capello, capaci di vedere dentro e sotto gli organi, in grado di esaminare cellule senza più bisogno di biopsie, in modo da ottenere diagnosi sempre più precoci”. “Il trend del futuro – ha concluso – è quello di robot in scala nanoscopica, specializzati su singole tipologie di intervento e che iniziano a prendere decisioni, magari reagendo ai comandi solo visivi del chirurgo, che però non potrà essere sostituito”.
Nonostante qualche resistenza e i costi non indifferenti, attualmente in Italia sono operativi circa 90 robot chirurgici.
Dal 1999 ad oggi sono stati operati oltre 70mila pazienti e i numeri sono in continua crescita. Il limite più importante, è l’alto costo dell’apparecchiatura, che si attesta tra i 2 e i 3 milioni di euro, cui si deve aggiungere la spesa annuale di manutenzione, circa 100mila euro. Ma la Giornata ha anche consentito al Prorettore alla Ricerca, Eugenio Guglielmelli, di fare il punto sullo stato dell’arte della ricerca dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. Una menzione speciale è andata a tre progetti: uno sulla Ingegneria chimica quello realizzato da Marcello De Falco, docente di Ingegneria industriale presso UCBM, che ha realizzato un dispositivo di stoccaggio applicabile a sistemi di aria condizionata per consentire un risparmio energetico pari al 20-30 per cento. Un lavoro che è valso al docente la vincita del premio ‘Best Paper’ all’interno dell’ICMSET 2016 – International Conference on Material Science and Engineering Technology, svoltasi a Phuket, in Thailandia, dal 14 al 16 ottobre dello scorso anno.

Medical News

Creato un avatar per capire cosa accadra’, possibili grandi risparmi

Facendo fare più attività fisica ai bambini di oggi oltre a migliorare la salute degli adulti di domani si possono far risparmiare alla società cifre ingenti, che ad esempio per gli Usa sono dell’ordine di 120 miliardi di dollari l’anno. Lo afferma uno studio della Johns Hopkins university pubblicato dalla rivista Health Affairs, che attraverso un algoritmo ha ‘simulato’ la crescita di ogni bambino statunitense.
I ricercatori hanno raccolto tutti i dati pubblici su peso, altezza e attività fisica dei 31,7 milioni di bambini americani tra gli 8 e gli 11 anni. Le informazioni sono state poi usate dal modello informatico per creare un ‘avatar’ di ogni bimbo, e stimarne poi la crescita tenendo conto sia della prevalenza dell’obesità che delle statistiche che affermano che due terzi degli adolescenti non fanno esercizio. Secondo la simulazione il costo dell’inattività dei bambini di oggi una volta raggiunta l’età adulta diventa di tremila miliardi di dollari l’anno in termini di spese mediche e perdita di produttività.
L’algoritmo ha anche simulato i possibili cambiamenti dei numeri nel caso tutti i bambini all’improvviso cominciassero a fare attività fisica, sportiva o il semplice gioco in un parco, tutti i giorni. In questo caso dal conto finale si risparmierebbero 120 miliardi di dollari l’anno. “L’implicazione di questi numeri – scrivono gli autori – è che tutti noi, compreso chi non è genitore, hanno ragioni per preoccuparsi dell’inattività. Tutti dovranno sopportare parte dei costi dei futuri trattamenti medici e della perdita di produttività tra i bambini che fanno poco movimento oggi”.

Medical News

Le connessione fra la retina e l’area del cervello regolano i ritmi sonno-veglia

In futuro si potrebbero impiegare delle gocce oculari per sbarazzarsi del jet lag, il fastidioso disturbo legato al cambio di fuso orario e in generale all’interruzione dei normali ritmi sonno-veglia. Per il momento è solo un’ipotesi, ma in questa possibile direzione sembrano andare i risultati di uno studio guidato dall’Università di Edimburgo, nel Regno Unito, e pubblicato sulla rivista Journal of Physiology: mette in connessione la retina, una membrana dell’occhio, con un’area del cervello che regola il ritmo circadiano, una sorta di ‘orologio interno’ dell’organismo. Gli studiosi, in esperimenti svolti sui topi, hanno identificato in una zona del cervello chiamata nucleo soprachiasmatico l’area che coordina il ritmo circadiano, utilizzando molte molecole di segnalazione diverse, tra cui il neuro-ormone vasopressina. Sono stati in grado di verificare che anche la retina ha una sua popolazione di cellule che esprimono vasopressina e che inviano segnali proprio alla parte del cervello che gestisce il ritmo circadiano. Questo dà anche un’idea di come l’orologio biologico sia regolato dalla luce e potrebbe aprire nuove opportunità terapeutiche per contribuire a ripristinare i ritmi alterati del nostro’ ‘orologio interno’ attraverso l’occhio. “I risultati entusiasmanti mostrano un potenziale nuovo percorso farmacologico per manipolare i nostri orologi biologici interni- evidenzia Mike Ludwig, ricercatore principale dello studio – ricerche future potrebbero portare allo sviluppo di gocce oculari, un collirio, per sbarazzarsi del jet-lag, ma siamo ancora molto lontani da questo”.

Medical News

Robot nelle scuole, semafori anti-traffico e frigoriferi smart

Dal traffico all’ordine pubblico fino alle case: in meno di 15 anni l’intelligenza artificiale si prepara a trasformare molti aspetti della vita quotidiana. Lo indica il rapporto dell’università di Stanford che traccia uno scenario per il 2030 basato sulle previsioni fatte dai massimi esperti mondiali del settore.

Una prima ondata di tecnologie che sfruttano l’intelligenza artificiale è già entrata da qualche tempo nelle nostre vite, degli ‘assistenti’ vocali negli smartphone fino ai sistemi che riconoscono i volti sui social network, ma siamo solo agli inizi.

Secondo gli esperti riuniti da Stanford per mettere a punto il rapporto intitolato “Intelligenza artificiale e vita nel 2030” dobbiamo prepararci all’arrivo di nuove applicazioni, che forse pochi si aspettano. Ad esempio nelle scuole i docenti saranno presto affiancati da robot capaci di rispondere a tutte le domande dei bambini e la polizia farà presto uso di applicazioni, ben lontane da quelle della fantascienza di Minority Report, capaci di analizzare i rapporti tra sospetti e criminali, ricostruire reti di organizzazioni e indirizzare pattuglie in zone che si prevedono più a rischio. Altre novità saranno nelle nostre case, con frigoriferi che faranno la lista della spesa o nelle stradesemafori intelligenti aiuteranno a eliminare il traffico urbano.

Medical News

Stabilità nei prossimi 2 anni ma il futuro è molto incerto

Timore, incredulita’, smarrimento: i ricercatori italiani che lavorano in Inghilterra non sanno quale sara’ il loro futuro con l’uscita del Regno Unito dall’Ue. Almeno nei primi due anni, pero’, la situazione non dovrebbe cambiare, come ha assicurato l’Universita’ di Cambridge, e chi ha gia’ vinto dei fondi europei dovrebbe poter continuare a beneficiarne. Dopo non si sa. La paura pero’, come testimoniano le voci raccolte dall’ANSA, e’ che la ricerca subisca un tracollo nel Paese.


Secondo Armando Carlone, chimico 37enne che lavora per un’azienda a Cambridge, ”le conseguenze lavorative non saranno immediate, ma temo che nel medio lungo periodo di sicuro ce ne saranno. Lavoro come chimico in un’azienda privata, che ora molto probabilmente dovra’ pagare tasse molto piu’ elevate per potermi tenere”. Inoltre si teme che universita’ come quelle di Oxford e Cambridge sono tra quelle che ricevono piu’ fondi del Consiglio Europeo della Ricerca (Erc), potrebbero perdere molti milioni di euro. 


Emanuela Cristiani<7strong>, archeologa vincitrice di un finanziamento Erc da 1,5 milioni di euro a Cambridge, fa sapere che l’universita’ ha confermato che per almeno due anni nulla cambiera’, ma che nel lungo periodo non sa cosa accadra’. E’ probabile che ci saranno conseguenze per i fondi, anche se ”la Comunita Europea finanzia ricerca da effettuarsi anche in paesi non europei, come la Serbia – precisa – Non ci saranno problemi per i fondi gia’ vinti e comunque non prima di 2 anni”.


Paolo Bombelli, che insegna Chimica all’universita’ di Cambridge, insieme ai suoi colleghi spera ”che le istituzioni del Regno Unito e quelle europee trovino un modo per rispettare la richiesta degli elettori di uscire dall’Ue, ma senza compromettere la vita di chi lavora nel paese. Questo potrebbe voler dire continuare a contribuire al budget europeo per quanto riguarda la ricerca. Ma e’ solo una speranza”. 


E Valentina Borgia

Medical News News del giorno

Lo dimostra un esperimento

Ritorno al futuro? I viaggi nel tempo sono impossibili. Lo dimostra uno studio, condotto dal Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr) in collaborazione con il Dipartimento di fisica della Sapienza e con l’Università dell’Aquila e pubblicato sulla rivista Scientific Reports, che ha provato sperimentalmente che la freccia del tempo punta solo in avanti.
La notizia arriva in concomitanza dell’anniversario in cui Martin McFly, protagonista di ‘Ritorno al futuro’, celebre film degli anni ’80, sarebbe dovuto arrivare ai giorni nostri con la sua macchina del tempo, per salvare il futuro e tornare a casa, nel 1985.
“Il mondo ‘normale’, che è macroscopico, è irreversibile, e secondo le leggi fisiche che lo regolano è statisticamente improbabile che si torni indietro”, spiega Claudio Conti, direttore dell’Istituto dei sistemi complessi del Cnr (Isc-Cnr). Ma nel mondo dell’infinitamente piccolo, dove valgono le leggi bizzarre della meccanica quantistica, le cose potrebbero andare diversamente. ”Non ci sono leggi – rileva il ricercatore – che dicono che non si possa tornare indietro”. Di qui l’idea di cercare di dimostrare l’irreversibilità dei fenomeni naturali nella meccanica quantistica.
“Abbiamo quindi provato a vedere – continua Conti – se ci sono esperimenti che possano dimostrare che non si può tornare indietro. In particolare abbiamo cercato la quantizzazione dei tempi di decadimento, cioè come fa a sparire un oggetto o come si dovrebbe dissolvere Martin McFly quando nel film passa dal futuro al passato. La sparizione, infatti, altro non è che il decadimento”.
Secondo le leggi della meccanica quantistica, sottolinea l’esperto, si sparisce solo ad una certa velocità, che è quella della legge dell’irreversibilità dei fenomeni. “Nel nostro esperimento – conclude – abbiamo provato che la teoria è giusta, il che significa che la particella, una volta decaduta, non si può più riformare. Da qui l’assunto che non si può tornare indietro nel tempo”