Dr.ssa Carolina Ciacci
Professore Ordinario di Gastroenterologia all’ Università di Salerno
La malattia da reflusso gastroesofageo ( MRGE) è una patologia complessa e multifattoriale nella sua genesi che però si traduce tutta nella presenza in esofago di acido proveniente dallo stomaco.
La frequenza della MERGE è il continuo aumento da almeno due decadi, e il trend per ora non accenna a modificarsi. E così pure quello che chiamiamo stress, una condizione definita come una minaccia acuta alla salute, sia che sia di natura materiale (fisica) che percepita (psichica). E’ opinione comune che lo stile di vita occidentale, le difficoltà quotidiane, una non corretta alimentazione e lo squilibrio che tutto ciò genera nel benessere psicofisico siano fattori determinati stress, e come conseguenza la comparsa e la persistenza dei sintomi da reflusso. Tuttavia, nel corso di questi anni tecniche diagnostiche migliorate e maggiore conoscenza dei quadri più atipici hanno modificato l’inquadramento fisiopatologico e, di conseguenza, condizionato l’approccio terapeutico. La tabella 1 riassume i sintomi che più o meno comunemente portano alla diagnosi di MRGE.
Le cause di MRGE
Cosa determina il reflusso acido dallo stomaco in esofago? Molte delle condizioni favorenti il reflusso acido in esofago sono note, anche se sembra che il futuro riservi ancora sorprese.
Ecco le principali:
– la presenza di ernia jatale da scivolamento, anche di modesta
entità
– la ridotta pressione dello sfintere esofageo inferiore
– i rilassamenti transitori dello sfintere esofageo inferiore
– la ‘acid pocket’ cioè il reflusso poco acido che avviene dopo i
pasti
– l’obesità, verosimilmente non solo per l’aumento del volume
gastrico e quindi incompetenza del cardias
– l’aumentata distensibilità della giunzione gastroesofagea
– la prolungata clearance esofagea
– il ritardato svuotamento gastrico
I sintomi della MRGE e la loro percezione
Le cause di reflusso sono variamente rappresentate nel singolo paziente, ma la sintomatologia non corrisponde all’entità delle singole alterazioni e/o alla loro combinazione. Infatti, non è infrequente che una voluminosa ernia jatale e i segni di esofagite siano presenti in persone con una modesta sintomatologia da reflusso e che imponenti sindromi si accompagnino a modestissime alterazioni funzionali.
Con le tecniche di ph-impedenziometria si è capito che la percezione dei sintomi della MRGE è il frutto della somma di più fattori determinanti:
– l’entità dell’acidità del reflusso
– l’estensione prossimale del reflusso
– la presenza di gas in forma di aerosol nel reflusso
– la presenza di reflusso duodenogastrico
– la contrazione del muscolo longitudinale esofageo
– la integrità della mucosa esofagea
– la sensibilità neuronale sia periferica che centrale
Quindi un mosaico di condizioni che rendono, in qualche maniera, ogni persona con reflusso quasi una entità unica nel suo genere. Se a questa compagine di fattori si aggiunge anche la possibilità di rispondere in maniera diversa, geneticamente determinata, alla terapia con inibitori di pompa protonica, si capisce come la MRGE richiede una terapia personalizzata, ritagliata sulla persona.
Lo stress e la MRGE
Cosa manca nell’ elenco di fattori favorenti il reflusso acido in esofago? Lo stress. E non è un caso. Nel corso dell’ultimo decennio il peso delle alterazioni psichiche nel determinare la MRGE è andato via via scemando fino a sparire del tutto dai capitoli dei libri e dalle revisioni della letteratura. Questo destino, in realtà lo hanno avuto tutte le malattie funzionali che lungi dall’essere considerate come effetto della pressione psichica e dello squilibrio psicosomatico hanno guadagnato posizioni nella ‘organicità’ della loro fisiopatologia. E’ nata quindi l’ipotesi della neuroinfiammazione, una microscopica infiammazione delle terminazioni periferiche che rende ragione della ipersensibilità viscerale. La sensibilizzazione periferica è causata fenomeno dall’ aumentato numero di recettori periferici delle terminazioni nervose afferenti indotto dallo stimolo irritativo cronico. L’agente irritante, nel caso della MRGE l’acido, causa infiammazione e rilascio di mediatori intracellulari dell’infiammazione che induce l’aumento dei recettori periferici che si attivano a soglie più basse. Questi recettori, a loro volta, stimolano i neuroni alla produzione di sostanza P, di peptidi correlati alla calcitonina e le cellule epiteliali danneggiate alla produzione di fattore attivante le piastrine. L’effetto finale è una percezione più intensa proprio nel sito delle lesioni.
Il sistema nervoso centrale, a sua volta, contribuisce alla percezione. La presenza di acido nello stomaco sensibilizza l’insula e la corteccia cingolata e si generano stimoli meccanici non-dolorosi, così come avverrebbe se si usassero stimoli elettrici . Insomma, l’aumento dei nocicettori causa onde ripetitive di stimoli sia dolorosi che meccanici che amplificano il segnale e quindi la percezione del sintomo stesso.
E lo stress? C’è ancora molto spazio per lo stress, anche se non più solo causa ma addirittura effetto secondario di un’esaltata e cronica iperpercezione che studi di risonanza magnetica nucleare hanno riconosciuto aprendo la strada a una nuova concezione della nocicezione.
Questi studi hanno evidenziato che uno stato emozionale negativo fa si che uno stesso stimolo venga percepito con più intensità. In un momento emozionale negativo anche la corteccia si attiva differentemente in differenti zone cerebrali ed ogni percezione si magnifica.
Uno studio molto recente ha infatti dimostrato che in pazienti con MRGE durante un evento stressante la presenza di acido refluito in esofago si associa ad una attività cerebrale più intensa che non nei controlli senza reflusso.
Lo stress quindi non causa il reflusso di per sé ma aumenta la sensibilizzazione neuronale, amplifica lo stimolo doloroso e rende la terapia più complicata, visto che non sarà più solo necessario tamponare al meglio e più a lungo possibile l’acido gastrico.
Inoltre, se guardiamo al quadro di insieme lo stress è variamente responsabile di modifiche fisiologiche di tutto l’intestino, non solo dell’esofago e della giunzione gastro-esofagea. Gli effetti principali dello stress sul sistema gastrointestinale, incluso la citata ipersensibilità viscerale, sono riassunti nella tabella 2
Effetti dello stress sul sistema gastrointestinale
Quindi lo stress non solo amplifica la percezione dei sintomi da reflusso gastroesofageo ma ne aggrava l’entità. Questo particolare aspetto è emerso da studi eseguiti subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle del Word Trade Center. In pazienti già studiati per MRGE si è registrato un aumento ed un difficile controllo farmacologico della sintomatologia da reflusso.
Inoltre una indagine condotta dai medici di medicina generale su più di 12.000 pazienti con MRGE ci dice che il 45% di essi riferiscono uno stile di vita ‘stressante’.
La terapia della MRGE, tuttavia, raramente include farmaci psicotropi, vuoi per la riluttanza del paziente stesso, vuoi per la cronicità della condizione stessa. E quindi gli inibitori di pompa protonica, gli antagonisti dei recettori H2 dell’istamina e gli antiacidi saranno continuatamente o intermittentemente usati nella gestione del reflusso.
Più recentemente, studi che necessitano di conferme con maggiori casistiche, indicano che la melatonina e i probiotici possano avere effetto protettivo nei confronti dei sintomi da MRGE.
Non ci sono ad oggi evidenze dell’efficacia di interventi di psicoterapia in pazienti con MRGE e questo verosimilmente è dovuto al fatto che la maggior parte degli studi originali viene sostenuta dall’industria farmaceutica e quindi più facilmente si tratta di valutazione di farmaci.
Dr. Maurizio Guida
Ricercatore e Professore Aggregato di Ginecologia e Ostetricia
Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Salerno.
Dr.ssa Serena Dei Medici
Introduzione
La sindrome dell’ovaio policistico è il disturbo endocrino femminile più comune. Colpisce l’8-10% delle donne in età fertile. Si preferisce l’accezione sindrome, piuttosto che malattia, dal momento che la PCOS (polycysticovarysyndrome) ha aspetti ed etiopatogenesi molto variabili.
Tale sindrome si caratterizza per una serie di disfunzioni ormonali che possono determinare un quadro clinico variabile, grave o addirittura silente, con scoperta occasionale al controllo ecografico nel 15% dei casi. La PCOS presentaanovulazione cronica, irregolarità mestruali e iperandrogenismo(clinico o biochimico, ovarico o surrenalico). Non è indispensabile la presenza ecografica dell’ovaio policistico.
Lo sviluppo della PCOS è frutto dell’interazione tra fattori ambientali e predisposizione genetica. Tra i principali geni coinvolti vi sarebbero quelli correlati all’insulino-resistenza, alla sintesi e all’attività degli androgeni , e i geni modulanti le citochine infiammatorie. In particolare, un enzima chiave della steroidogenesi androgenica (P450c17). È stata evidenziata una trasmissione sia autosomica dominante, sia legata al cromosoma X.
Aspetti clinici e diagnostici
Le manifestazioni più comuni sono:
Acne:ostruzione del dotto follicolare da parte di eccessive quantità di sebo e dalla desquamazione epiteliale con formazione di microcomedoni che evolvono a comedoni;
Seborrea: gli androgeni stimolano l’attività delle ghiandole sebacee, attraverso l’aumento della mitosi dell’epitelio ghiandolare, cui si associa un aumento della sintesi intracellulare di lipidi;
Cute grassa;
Irsutismo: eccessiva crescita di peli in aree del corpo normalmente glabre nella donna (volto, linea alba, areole mammarie, dorso).
I peli diventano più scuri e lunghi;
Irregolarità mestruali: i cicli tendono a verificarsi con intervalli superiori ai 30 giorni ele mestruazioni compaiono ogni 36-45 giorni. Nei primi anni successivi al menarca, tali alterazioni sono indistinguibili da quelle fisiologiche,dovute alla non completa maturazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-ovaio. Caratteristica fondamentale dei cicli è l’anovulazione, pertanto, il problema direttamente connesso è la sterilità.
Le manifestazioni cutanee si hanno per lo più in età adolescenziale, accentuandosi nei periodi di irregolarità mestruale; sono associate all’iperandrogenismo, infatti, cute e follicoli piliferi sono organi bersaglio degli steroidi sessuali e possiedono recettori specifici. Il meccanismo d’azione prevede la conversione del testosterone in diidrotestosterone (DHT) tramite l’azione della 5α-riduttasi. Il DHT si lega ai recettori nucleari inducendo la sintesi di proteine che aumentano la crescita pilifera.
I segni di virilizzazione (modificazione in senso maschile del timbro della voce, ipertrofia del clitoride, alopecia temporale), invece, sono manifestazioni eccezionali. Tanto è vero che, in tal caso, bisogna sempre sospettare una neoplasia androgeno-secernente,soprattutto se le manifestazioni sono insorte rapidamente (2-4 mesi).
Per porre una diagnosi corretta si devono escludere altri quadri endocrini, come la sindrome di Cushing, l’iperplasia surrenalica, l’iperprolattinemia, le malattie della tiroide, i tumori ovarici e le neoplasie surrenaliche androgeno-secernenti. Gli elevati livelli di androgeni inducono un fallimento nella maturazione dei follicoli con evoluzione verso l’anovulazione e l’atresia. Sono proprio i follicoli atresici a dare all’ovaio l’aspetto policistico (Fig 1.); in genere sono numerose cisti follicolari, almeno 5, del diametro medio di 2-6 mm. Inoltre, usando il color doppler, si osserva un aumento della vascolarizzazione stromale. Probabilmente, sono gli alti livelli di LH responsabili dello stimolo alla neoangiogenesi e della liberazione locale di citochine. Il dato ecografico da solo non è sufficiente per porre diagnosi di PCOS. Sono, infatti, necessari almeno due tra i seguenti criteri (proposti nel 2003 dal Rotterdam ESHRE /ASRM PCOS Consensus Workshop Group):
– Oligomenorrea e/o anovulazione
– Segni clinici/biochimici di iperandrogenismo
– Ecostruttura policistica dell’ovaio
Alterazioni endocrine della PCOS
La PCOS si caratterizza per una inappropriata secrezione di gonadotropine con elevati livelli di LH e livelli di FSH normali o lievemente diminuiti. Pertanto, si avrà un rapporto LH/FSH > 2,5. L’aumento dell’LH si traduce in un’aumentata secrezione di androgeni da parte delle cellule tecali. A livello follicolare avremo un arresto maturativo, una scarsa densità di cellule della granulosa e una diminuita produzione di estradiolo.
Si rileva, spesso, una condizione di iperestrogenismo relativo, caratterizzato da bassi livelli di estradiolo e alti livelli di estrone, un estrogeno a bassa potenza che deriva dalla conversione periferica dell’androstenedione. Tuttavia, l’estrone, pur avendo una potenza 100 volte inferiore all’estradiolo, alla lunga, può indurre la proliferazione della mucosa endometriale con aumento del rischio di iperplasia o carcinoma dell’endometrio.
Gli androgeni in circolo sono essenzialmente di tre tipi: 1. il DHEA di origine surrenale, 2. l’androstenedione secreto sia dal surrene che dall’ovaio, 3. il testosterone prodotto dall’ovaio e dal surrene e ottenuto per conversione a livello dei tessuti periferici dai precedenti ormoni.
In circolo, gli androgeni si legano alla SHBG e all’albumina. Il legame con queste proteine plasmatiche rende inattivi gli androgeni. L’iperandrogenismo sovverte i regolari processi di follicologenesi ovarica con aumentata atresia dei follicoli e fallimento della selezione del follicolo dominante preovulatorio, incremento dello stroma ovarico, ispessimento dell’albuginea e formazione di microcisti follicolari. All’alterazione della maturazione follicolare fa seguito l’anovulazione.
Fattori correlati: obesità e iperinsulinemia
Le donne con PCOS sono obese nel 50% dei casi. L’obesità è un aggravante della sindrome perché altera ulteriormente l’assetto ormonale e metabolico. Si tratta di una obesità di tipo androide, con deposito di grasso a livello addominale (rapporto circonferenza vita/fianchi > 0.85). Il tessuto adiposo è una fonte extraghiandolare di androgeni, non controllabile dal sistema endocrino e l’obesità androide è quella metabolicamente più attiva perché favorisce l’iperglicemia, l’iperinsulinismo, la ridotta tolleranza al glucosio, il diabete mellito, l’aumento della produzione androgena, il calo della SHBG, l’aumento del testosterone circolante.
L’obesità amplifica l’iperandrogenismo, il tasso di infertilità e i cicli anovulatori. Si ipotizza che le alterazioni della fertilità siano una sorta di sistema difensivo della donna contro l’instaurarsi di una gravidanza in un momento in cui essa potrebbe danneggiare la donna stessa o il feto.
In oltre il 50% delle donne affette da PCOS è anche presente iperinsulinemia. Essa riconosce tre cause fondamentali:
Aumento della secrezione di insulina
Aumento della resistenza periferica all’insulina
Riduzione della sua clearance
L’aumento della resistenza periferica è la condizione preponderante, tra le cui cause vi è la stessa obesità. L’iperinsulinemia dipende dal fatto che gli androgeni inibiscono direttamente l’azione epatica e periferica dell’insulina. L’iperinsulinemia, a sua volta, può far aumentare i livelli di androgeni.
PCOS e gravidanza
L’anovularietà cronica rende la PCOS una delle cause principali di infertilità femminile con riduzione della frequenza di gravidanza, aumentato rischio di iperstimolazione ovarica, gravidanze multiple, aborto spontaneo e alterazioni metaboliche correlate all’insulino-resistenza (diabete mellito, ipertensione, pre-eclampsia, dislipidemia, malattie cardiovascolari, neoplasie dell’endometrio e della mammella).
Il problema ovulatorio non è l’unico responsabile di infertilità nella donna con PCOS. Secondo recenti evidenze, i disturbi riproduttivi comprendono anche le alterazioni endometriali, le anomalie dell’impianto embrionario, le alterazioni dell’invasione trofoblastica e della placentazione, nonché un peggiore outcome ostetrico (Palomba et al. 2012, 2013).
Terapia
La terapia della PCOS è condizionata sia dalla gravità dei sintomi che dal desiderio di prole. L’intervento terapeutico è finalizzato a controllare la ciclicità mestruale e i sanguinamenti disfunzionali, a correggere la sterilità e aridurre irsutismo, acne e seborrea. Se la gravidanza non è il principale obiettivo si può consigliare:
– Dieta per ridurre il BMI: la semplice perdita di peso corporeo, attraverso un regime dietetico ipocalorico, determina un miglioramento dell’insulino-resistenza tale da ripristinare, in circa il 90% dei casi,un ciclo ovulatorio regolare.
– Terapia contraccettiva per correggere le irregolarità mestruali.
– Terapia antiandrogenica se sono presenti importanti sintomi cutanei.
– Modulatori del metabolismo glucidico.
Terapia contraccettiva
La terapia per eccellenza è la associazione estro-progestinica contraccettiva che produce una soppressione reversibile dell’attività steroidogenica ovarica e quindi una inibizione significativa dell’LH. Inoltre, tale trattamento stimola la sintesi epatica di SHBG con aumento della quota legata e quindi, metabolicamente attiva, degli androgeni. In tutte le preparazioni, l’estrogeno usato è l’etinilestradiolo, mentre cambia il progestinico. Va ricordata l’associazione con il ciproterone acetato, che ha un’azione antiandrogena in grado di inibire la produzione ipofisaria di LH e bloccare il legame specifico degli androgeni con i loro recettori. Gli effetti collaterali legati a una terapia a lungo termine con ciproterone acetato e etinilestradiolo sono: incremento ponderale, cefalea, nausea, depressione e aumento dei parametri di funzionalità epatica e dei trigliceridi.
Antiandrogeni
Le risposte al trattamento sintomatico sono apprezzabili solo dopo periodi più o meno lunghi, anche oltre 1 anno. Le manifestazioni acneico/seborroiche sono quelle che rispondono più precocemente, a 3 mesi; mentre irsutismo e alopecia di solito dal 6° mese in poi di terapia.
Gli antiandrogeni comunemente usati sono finasteride,flutamide,ketoconazolo e spinorolattone. Vanno somministrati accanto agli estroprogestinici quando vi siano segni di iperandrogenismosevero.Sono farmaci che possono risultare teratogeni per cui vanno sempre associati a un trattamento contraccettivo con estro-progestinici.
– Flutamide: compete con i recettori androgeni. Somministrato al dosaggio giornaliero di 250-500mg per os, associato a un estroprogestinico ad alto dosaggio per almeno 6-12 mesi, presenta un certo grado di tossicità epatica e causa, in caso di concepimento, la femminilizzazione dei genitali esterni di un feto di sesso maschile.
– Finasteride: riduce l’attività enzimatica della 5α-reduttasiche porta alla formazione del DHT ovvero l’androgeno biologicamente attivo a livello cutaneo. Somministrato al dosaggio giornaliero di 5 mg ha uno spettro d’azione meno ampio, infatti, determina riduzione di irsutismo e alopecia, ma non di seborrea e acne.
– Spinorolattone: con effetto ipotensivo, diuretico e anti-androgeno. Somministrato a dosi comprese tra 50 e 150 mg /die dal 5° giorno del ciclo per 20 giorni, inibisce la biosintesi ovarica e surrenale di androgeni e la 5α-riduttasi.
– Ketoconazolo: somministrato alla dose di 400 mg/die per le proprietà antiandrogene, perché inibisce l’attività del citocromo P450. Il suo uso è limitato dagli effetti collaterali, quali aumento delle transaminasi.
Insulino-sensibilizzanti
Se c’è un disturbo iperinsulinico, associato o meno ad alterazioni di peso,si posso usare insulino-sensibilizzanti e in primis la metformina, la quale migliora la ciclicità mestruale, ripristina l’ovulazione e favorisce la perdita di peso. Essa è un ipoglicemizzante orale che riduce la gluconeogenesi epatica, diminuendo la produzione epatica di glucosio e aumentandone l’assorbimento a livello periferico. La metformina riduce l’iperinsulinemia che rende difficoltosa la perdita di peso, in quanto ostacola la mobilizzazione delle riserve energetiche a livello del tessuto adiposo.
Iter terapeutico per l’infertilità
Se l’interesse primario è la fertilità e quindi ottenere il concepimento, si devono proporre schemi terapeutici finalizzati a una efficace stimolazione follicolare. Tale approccio, tuttavia, non migliora i sintomi cutanei e il profilo ormonale, ma ha solo lo scopodi indurre l’ovulazione. Tale scelta terapeutica può essere, comunque, preceduta da 3-6 mesi di terapia mirata a migliorare il quadro clinico indotto dall’iperandrogenimo.
L’iter terapeutico classico per la infertilità nella paziente affetta da PCOS (Fig 2.) prevede l’impiego di:
clomifene citrato come terapia di prima linea,
drilling ovarico laparoscopico (LOD: laparoscopicovariandrilling) come terapia di seconda linea,
induzione dell’ovulazione con le gonadotropine e le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) come terza linea.
Il clomifene citrato,a livello ipotalamico, si lega ai recettori per gli estrogeni, determinando una condizione di insensibilità agli estrogeni. Pertanto, l’ipofisi, ricevendo un messaggio di scarsi livelli di estrogeni in circolo, risponde con l’aumento di FSH e LH. Tuttavia, non tutte le pazienti sono responsive a questo farmaco, proprio a causa dell’iperinsulinemia. La somministrazione di metformina (500 mg/die) migliora significativamente la risposta alla stimolazione con clomifene, ottenendo una percentuale di ovulazione che va dal 27% al 75% e percentuali di gravidanza dal 7% al 55% (Nestler et al. 2008).
Il clomifene citrato viene somministrato a partire dal 2°-5° giorno di mestruazione per 5 giorni, alla dose iniziale di 50 mg/die; in assenza di risposta si incrementa la dose di ulteriori 50 mg/die fino alla dose massima di 250 mg/die. Entro i primi 3 cicli si ritrova la massima efficacia , ma la terapia è consigliata per almeno 6 cicli.
La risposta alla terapia con clomifene citrato viene monitorata con ecografie seriate con sonda vaginale o con il dosaggio del progesterone plasmatico effettuato 7 giorni prima delle previste mestruazioni. Secondo alcuni autori, l’utilizzo di ecografie seriate può risultare stressante e costoso, pertanto si preferisce monitorare la risposta alla terapia con la curva termica, la quale non è costosa, dà informazioni sull’avvenuta o non avvenuta ovulazione, sul periodo periovulatorio, sulla lunghezza della fase luteale e sul timing dei rapporti sessuali. Anche il dosaggio del progesterone si ritiene sia inattendibile e di scarsa utilità clinica.
I vantaggi dell’impiego del clomifene citrato consistono nel basso rischio di gravidanze con più di due feti, di sindrome da iperstimolazione ovarica severa, di effetti collaterali (disturbi vasomotori, distensione addominale, mastodinia, nausea, sintomi visivi e cefalea), nei costi limitati, nella semplicità di somministrazione e nella mancanza di necessità di un monitoraggio costoso.
Il LOD consiste nel creare dei fori sulla superficie ovarica con distruzione di piccole porzioni di parenchima ovarico, che consente una riduzione della produzione locale di androgeni con aumento, dunque, dei tassi di ovulazione. Il LOD si esegue con ago laparoscopico monopolare retto. Il limite maggiore di tale metodica è l’elevato tasso di aderenze post chirurgiche, soprattutto periannessiali. Si preferisce usarla piuttosto come terapia ancillare, in presenza di cofattori di infertilità (endometriosi, fibromi uterini, sindromi aderenziali pelviche).
Un’altra alternativa è il GnRH con somministrazione tramite microinfusore con modalità pulsatile: 5-10 µg/ev/ora in fase follicolare; 5 µg/ev ogni 90 min in fase luteale. I protocolli usati sono, tuttavia, non standardizzati e non basati sull’evidenza specifica.
L’algoritmo diagnostico in Fig 2. mostra come, anche nella terapia che mira al concepimento, un punto importante è dato dal trattamento dell’obesità. È nota, infatti, l’influenza negativa dell’obesità (BMI > 30) sulla fertilità femminile. Nelle donne affette da PCOS, la riduzione anche solo del 5-10% del peso, pur restando nella fascia sovrappeso/obeso, è sufficiente a migliorare il quadro clinico e a ripristinare la regolarità dei cicli e della funzione ovulatoria(Moran et al. 2011). Si invita ad ottenere un BMI di almeno 28 kg/m2, gradualmente nell’arco di mesi o anni, senza impiego di farmaci anoressizzanti, ma con dieta ipocalorica ed esercizio fisico.
Conclusioni
La PCOS si associa a un rischio non trascurabile di sviluppare complicanze a lungo termine, quali diabete mellito, ipertensione, dislipidemia, apnea notturna, depressione e ansia, sanguinamento uterino anomalo e carcinoma dell’endometrio. Pertanto, è indispensabile riconoscere tale sindrome precocemente e iniziare una terapia valida, basata anche su aspetti comportamentali quali il calo ponderale e l’esercizio fisico.
Dr. Matteo Megna
Dr. Nicola Balato
Dr. Massimiliano Scalvenzi
Dr.ssa Maddalena Napolitano
Sezione di Dermatologia, Dipartimento di Medicina clinica e chirurgia, Università di Napoli Federico II
La psoriasi, dermatosi eritemato-desquamativa caratterizzata da un’abnorme proliferazione epidermica, è una malattia infiammatoria cutanea cronica che colpisce circa il 3% della popolazione generale. I dati relativi alla prevalenza e all’incidenza della psoriasi in età pediatrica sono variabili; nonostante ciò la letteratura ha chiaramente mostrato come esse siano notevolmente incrementate negli ultimi decenni.
In particolare, l’incidenza della psoriasi in età pediatrica è aumentata dal 29,6 su 100.000 abitanti / anno, riportata negli anni settanta, al 62,7 su 100.000 abitanti / anno, dati rilevati a fine anni novanta. Inoltre, è noto che approssimativamente il 30-40% degli adulti con psoriasi presenta manifestazioni cliniche prima dei 16 anni di età, e che la psoriasi insorga in 1/3 dei casi prima dei 20 anni di età. Essa rappresenta il 4,1% di tutte le dermatosi diagnosticate nei bambini di età inferiore ai 16 anni e non sembrano esserci differenze significative in relazione al sesso.
Da un punto di vista eziopatogenetico la psoriasi è da considerarsi una malattia multifattoriale che insorge in individui geneticamente predisposti in seguito all’esposizione a fattori ambientali scatenanti. La suscettibilità genetica dell’individuo è determinata dalla presenza e dall’interazione reciproca tra diversi geni polimorfici, che condizionano sia le funzioni infiammatorie e proliferative dell’epidermide sia la risposta immunitaria.
Pur non potendo essere considerata in senso stretto una malattia ereditaria, la psoriasi presenta un’evidente base genetica, documentata sia con studi epidemiologici sia, più recentemente, con studi di biologia molecolare. Nello specifico, se un genitore è affetto da psoriasi, sembra che esista circa il 16% di probabilità che un figlio ne possa essere ugualmente affetto.
Se, invece, entrambi i genitori presentano la malattia, le probabilità salgono a circa il 40%. Inoltre, studi su gemelli indicano inoltre che se uno dei gemelli soffre di psoriasi, l’altro gemello ha un rischio di sviluppare la patologia pari al 20% se dizigoti ed al 73% se monozigoti.
Per quanto riguarda i fattori ambientali, numerosi sono gli elementi in grado di scatenare la psoriasi o di condizionarne le recidive e quindi la storia naturale. Tra essi si possono annoverare traumi (lesioni psoriasiche possono comparire lungo un’escoriazione verificatasi nelle settimane precedenti: segno di Koebner o dell’isomorfismo reattivo), farmaci (antimalarici e la brusca sospensione di terapia steroidea nei bambini, ACE-inibitori e β-bloccanti anche negli adulti), infezioni (streptococciche, da HIV), stress.
Da un punto di vista clinico, nella prima infanzia la più comune manifestazione è la napkin psoriasis, ovvero lesioni psoriasiche localizzate nell’area del pannolino; invece, nei bambini di età superiore ai 2 anni, la forma a placche, seguita dalla variante guttata sono le forme di psoriasi più frequenti. Nonostante la psoriasi a placche risulti la forma più comune sia in età pediatrica che in età adulta, vi sono alcune differenze: nel bambino le lesioni coinvolgono più frequentemente il volto, pieghe (ascellari, inguinali e genito-gluteali) e le aree flessorie; inoltre le lesioni sono più piccole, sottili e meno desquamanti rispetto all’adulto. In età giovanile, il cuoio capelluto è un’altra delle regioni maggiormente interessate, rappresentando il sito d’inizio fino al 40-60% dei casi mentre il coinvolgimento ungueale, invece, è riportato nel 7-40% dei casi, con il pitting che rappresenta l’alterazione più frequentemente riscontrata.
Di particolare importanza nel bambino e nell’adolescente è la psoriasi guttata, dal latino gutta = goccia, che si presenta con lesioni puntiformi e con squame molto piccole, comparendo spesso alcune settimane dopo un’infezione streptococcica del tratto respiratorio superiore. Molto meno frequenti, invece, risultano la forma eritrodermica e quella pustolosa.
La psoriasi dell’adulto è ormai considerata una patologia sistemica con possibile coinvolgimento extracutaneo. Tale concetto è valido anche per il bambino e l’adolescente. Emblematico in tal senso è lo sviluppo dell’artrite psoriasica (PsA), una spondiloartrite infiammatoria cronica che può verificarsi in associazione alla psoriasi, generalmente caratterizzata dalla negatività del fattore reumatoide. Si stima che la prevalenza dell’artrite psoriasica tra i pazienti psoriasici vari tra il 6 ed il 42% con un picco di incidenza tra i 30 ed i 50 anni di età. La PsA è clinicamente caratterizzata dalla presenza di edema, dolore e rigidità di articolazioni, legamenti e tendini (entesite e dattilite). L’entesite si manifesta più frequentemente a livello di fascia plantare, tendine di Achille, articolazioni interfalangee. La coesistenza nello stesso dito di sinovite ed entesite dei tendini e dei legamenti prende il nome di dattilite (o “dito a salsicciotto”) ed è osservabile nel 30% dei pazienti affetti da PsA.L’artrite è caratterizzata da periodi di esacerbazione e di remissione, tuttavia l’infiammazione persiste in assenza di trattamento. La comparsa dell’artrite può essere precedente (15% dei casi), simultanea (10% dei casi) o, più comunemente, successiva (75% dei casi) all’insorgenza delle manifestazioni cutanee della psoriasi. La PsA che compare nei bambini e negli adolescenti si differenzia dalle altre forme di artrite idiopatica giovanile, per diversi aspetti: il fattore reumatoide è negativo, gli ANA (anticorpi antinucleo) possono essere positivi, la forma è generalmente asimmetrica pauciarticolare con presenza di storia familiare di PsA.
Il management terapeutico della psoriasi pediatrica è spesso complicato in virtù della mancanza di linee guida ufficiali, di studi a supporto dell’utilizzo di farmaci comunemente adoperati per il trattamento della psoriasi nell’adulto, ma anche per la scarsa compliance alla terapia prescritta da parte del piccolo paziente, ma anche nell’atteggiamento poco collaborativo dei genitori.
Quando si cura un bambino con la psoriasi, è necessario prima di tutto educare sia lui che i suoi genitori sulla natura della patologia. Bisogna esplicitare che la psoriasi è una malattia cronica, senza possibilità di guarigione permanente e che lo scopo del trattamento è di tenere la patologia sotto controllo, prolungando il più possibile il periodo di remissione. Il trattamento così comprende, in prima istanza, le informazione date ai familiari sulla natura della dermatosi e sugli eventuali effetti avversi dei farmaci impiegati. Le opzioni farmacologiche sono influenzate sia dalla gravità delle manifestazioni cutanee sia dal possibile coinvolgimento articolare. Terapie topiche, come corticosteroidi, cheratolitici e derivati della vitamina D, sono di scelta nelle fasi iniziali; invece, le terapie sistemiche si preferiscono in caso di coinvolgimento più diffuso con o senza interessamento artro-scheletrico . Tuttavia bisogna specificare che non esiste un approccio terapeutico standard e risulta necessaria una personalizzazione del trattamento, anche perché la gran parte dei farmaci sistemici a disposizione per la psoriasi pediatrica è utilizzato in maniera off-label. Questo è il caso del metotressato, il cui uso in età pediatrica è mutuato e supportato dal suo impiego in pazienti pediatrici con artrite idiopatica giovanile o neoplasie, acitretina, il cui utilizzo è mutuato e supportato dal suo impiego in pazienti pediatrici con ittiosi e altri disturbi della cheratinizzazione, e della ciclosporina, il cui utilizzo è mutuato e supportato dal suo impiego in pazienti pediatrici con trapianto di rene. Diverso il caso della fototerapia nb-UVB, una modalità di trattamento efficace e, oggi, preferito rispetto alla tradizionale fototerapia con UVB a banda larga, che però presenta problemi di tipo logistico-organizzativi per il suo utilizzo in età pediatrica. L’unico farmaco sistemico ad oggi approvato per il trattamento della psoriasi in età pediatrica, in particolare a partire dai 6 anni di età, è un farmaco biologico, l’etanercept che è una proteina di fusione che agisce bloccando una citochina come il TNF-alpha che svolge un ruolo chiave nella patogenesi della psoriasi. A breve altri farmaci biologici come l’adalimumab, un altro anti-TNF-alpha, e l’ustekinumab, un anticorpo monoclonale contro la subunità 40 dell’interleuchina 12 e 23, saranno approvati e rimborsabili per il trattamento della psoriasi pediatrica.
In ogni caso, la scelta tra terapie topiche e sistemiche dipende dall’estensione, dalla gravità e dalle condizioni generali del paziente. Benefici e rischi delle terapie sistemiche devono essere attentamente valutati per ciascun paziente.
In conclusione, la psoriasi pediatrica rappresenta un argomento di grande attualità in virtù dell’aumento della sua frequenza, possibilità di associazione a comorbidità, nonché mancanza di linee guida ufficiali che ne possano regolamentare il suo trattamento, che ad oggi, presenta spesso difficoltà non facilmente risolvibili anche da parte di clinici esperti.
Dr. Roberto Urso
Dirigente Medico U.O. di Ortopedia e Traumatologia, Ospedale Maggiore – Bologna
Il concetto di “Damage Control”, sviluppatosi inizialmente in ambito militare Nord Americano per contrastare i danni riportati da mezzi navali e truppe corazzate sui luoghi di scontri bellici, ha avuto la sua successiva evoluzione in campo medico-chirurgico.
Per i militari americani il concetto su cui si basa il Damage Control è quello di limitare i danni sul mezzo danneggiato, organizzare in un tempo minimo la strategia per il recupero del mezzo, tamponare la situazione di criticità e rientrare alla base per riparare immediatamente il danno.
Nel settore medico-chirurgico militare, l’applicazione di tale concetto è stato esteso anche ai danni riportati dalle truppe e in seguito, ulteriormente esportata per intervenire con emergenza-urgenza in occasione di quei gravi danni traumatologici a cui assistiamo giornalmente, siano essi di tipo veicolare che lavorativo o catastrofico.
Le percentuali di decesso dei traumatizzati del passato, sono oggi più basse grazie a una nuova organizzazione basata su limitazione e arginamento del danno subìto.
Il Damage Control ha cambiato radicalmente il modo di vedere e gestire il trauma, nonché la metodica interventistica, creando, nel tempo, ospedali attrezzati.
Il Damage Control in campo medico è distinto in 2 tipologie specifiche:
– chirurgico, Damage Control Surgery (DCS) viene applicato ai politraumi ad alta complessità che coinvolgono uno o più organi (detti “organi solidi”), quali milza, fegato, pancreas, reni, spesso in concomitanza con lesioni toraciche e lesioni osteo-articolari;
– ortopedico, Damage Control Orthopaedics (DCO) che interviene sulle lesioni osteo-articolari
Recenti studi e casistiche effettuate a livello mondiale ci dicono che le lesioni traumatiche gravi rappresentano la principale causa di morte nei pazienti di età inferiore a 45 anni, contando circa 5,8 milioni di decessi all’anno. La traumatologia più numerosa, quella della strada, conta 1,2 milioni di morti all’anno.
Sulla base di queste informazioni e l’elaborazione di una serie di dati, sono stati creati modelli organizzativi e gestionali per il trattamento del politraumatizzato.
Sono, quindi, nati i SIAT (Sistemi Integrati di Assistenza ai Traumi) e realizzati i TRAUMA CENTER (centro HUB), per la centralizzazione del grave traumatizzato in strutture adeguate e in grado di accogliere tali situazioni. La modifica e preparazione degli ospedali più piccoli (centri SPOKE) per la prima gestione nonché l’organizzazione per l’immediato trasferimento del paziente in un centro HUB. La velocità dei mezzi di soccorso in uso quotidiano, quale l’elicottero e l’organizzazione del Trauma Center, permettono di intervenire in tempi estremamente brevi sulle situazione più critiche.
Il team d’intervento
Il Trauma Team gestisce il paziente critico e come prima attuazione vi è la sopravvivenza del paziente. Il paziente critico con grave emorragia in corso, può dare inizio a quella concatenazione di eventi che possono portare alla morte, pertanto la prima valutazione è relativa alle lesioni al controllo dell’emorragia. Sono gli stessi rianimatori e chirurghi che definiscono universalmente la “Triade Letale”, cioè l’instaurarsi, in seguito al grave fattore emorragico, della successiva ipotermia, acidosi e coagulopatia con conseguente exitus.
La priorità è rappresentata dalla perfusione del traumatizzato e la stabilizzazione della emodinamica, ma la cura di un paziente traumatizzato con multiple lesioni agli arti, può complicare la gestione delle priorità.
L’interventistica dell’ortopedico è dipendente, spesso, dalla gestione delle lesioni interne. Il blocco dell’emorragia, sia per organi interni che per le fratture dei grossi segmenti viene eseguita nell’immediato.
La sopravvivenza è determinata dalla veloce applicazione di metodiche chirurgiche che adempiono a questa funzione.
Riconoscendo universalmente che la frattura di un grande segmento osseo quale il femore o il bacino, determina una perdita ematica grave, sia con frattura esposta che con frattura chiusa, e se nel contempo vi è una lesione interna, il chirurgo generale attua un veloce packing laparotomico in urgenza, che tampona un eventuale sanguinamento interno e l’ortopedico può, in tempi molto brevi, stabilizzare una frattura con un sistema di fissazione esterna.
L’uso della fissazione esterna nel DCO è elemento fondamentale per la stabilizzazione veloce delle fratture del politraumatizzato; sistema, questo, che si contrappone con la stabilizzazione definitiva (vedi chiodi endomidollari) riconosciuta da molti, in un recente passato, come soluzione migliore per la stabilizzazione del malato (ETC early total care).
La criticità che interviene in questa soluzione è la doppia risposta infiammatoria al trauma. Nell’immediato si potrebbe avere una SIRS, Sindrome di Risposta Infiammatoria Sistemica che, se associata a una chirurgia immediata verrebbe interpretata come un secondo insulto e provocare una seconda cumulativa risposta infiammatoria che, combinando i livelli alterati dei mediatori dell’infiammazione, porteranno al cosidetto “fallimento del sistema multi-organo”.
Nel grave trauma insorgono i mediatori primari dell’infiammazione e, fra questi, si alzano sensibilmente i valori dell’interleukina 6 e 8. Una chirurgia immediata porterebbe a un rialzo eccessivo della IL6 e IL8 determinando il fallimento multi-organo. Da qui la necessità di eseguire una stabilizzazione, cosiddetta provvisoria, in attesa che i suddetti valori rientrino in un range accettabile (il range di rientro di tali valori va dai 5 giorni in poi) e per diminuire i rischi di ulteriore danno tissutale e di sindromi compartimentali.
La stabilizzazione
La stabilizzazione della frattura inizia, in modo temporaneo, sul luogo dell’evento accidentale. Le moderne ambulanze e gli elicotteri del 118 sono dotati di stecche di immobilizzazione provvisorie per gli arti (immobilizzatore o stecco-benda), di cinture pelviche e di immobilizzatori per il rachide. Tutto questo perfettamente adatto ad un immediata temporanea stabilizzazione del malato sul luogo dell’evento traumatico.
Il trasporto avviene nel luogo di accoglienza più vicino, preferibilmente un Trauma-Center (HUB) ma, nel caso di non immediata disponibilità di tale struttura, il paziente viene deviato in un centro minore (SPOKE), ma adibito ad accogliere i politraumi e a portare le cure primarie atte alla sopravvivenza del paziente.
Eventuali veloci spostamenti dai centri Spoke ai centri Hub avvengono con l’uso dell’Eli-Soccorso.
I moderni Trauma-Center sono abilitati all’accoglienza del politrauma e a fornire tutte le metodologie sanitarie adatte per agire nell’ambito della sopravvivenza del grave politraumatizzato.
Al raggiungimento di un Centro HUB inizia il percorso clinico, laboratoristico e radiologico del paziente politraumatizzato.
Gli specialisti allertati svolgeranno le dovute valutazioni e i relativi esami strumentali e laboratoristici.
Viene stabilito l’ISS (Injury Severity Score), cioè il punteggio globale di gravità basato sugli aspetti anatomici e che classifica ogni lesione presente in una determinata regione del corpo a seconda della sua gravità relativa ad una scala ordinale. Solitamente in un politraumatizzato è sempre uguale o superiore a 15.
Nella eventualità di lesioni con danno prevalentemente ortopedico, la priorità è nella gestione delle fratture. Grandi segmenti ossei, quali femore e bacino, portano una importante anemizzazione del paziente. La valutazione clinica e radiologica deve essere rapida, per permettere ai vari operatori una rapida stabilizzazione delle fratture. Al contempo, tali fratture, vengono inquadrate come tipo e classificate. Senza mai perdere d’occhio la classificazione AO, la più universalmente conosciuta, la classificazione di Gustilo-Anderson rimane ancora la più usata nell’ambito delle fratture delle ossa lunghe, soprattutto agli arti inferiori.
Tutorizzazioni o trazioni tran-scheletriche atte a stabilizzare determinate fratture, in attesa di intervento, in queste situazioni di gravità non sono accettabili.
La stabilizzazione più veloce e immediata è la fissazione esterna, ma è solitamente, una fissazione temporanea.
La fissazione definitiva con inchiodamenti endomidollari, nelle fratture delle ossa lunghe quali il femore, tibia ed eventualmente l’omero, è l’alternativa più idonea, ma spesso non eseguita se il paziente risulta instabile dal punto di vista emodinamico.
La stabilizzazione delle fratture
Nel politrauma gli eventi di chirurgia ortopedica che possono susseguirsi sono innumerevoli:
Paziente sufficientemente stabile dal punto di vista emodinamico: stabilizzazione immediata definitiva, spesso con chiodi endomidollari a livello di femore e gamba,
Paziente con stabilità border-line: Stabilizzazione con fissazione esterna.
Paziente instabile dal punto di vista emodinamico: stabilizzazione con fissazione esterna, T-Pod provvisorio se presenti lesioni del bacino, Packing nella eventualità di lesioni interne.
Successiva definitiva stabilizzazione da valutare in periodo che varia dai 5 giorni e fino al 14° giorno, a seconda della stabilità emodinamica e alla diminuzione del valore delle interleukine. Tale periodo è quello che viene definito il “periodo finestra delle opportunità”, in cui si deciderà la definitiva stabilizzazione del paziente, cioè la conversione della fissazione esterna in una fissazione definitiva, solitamente di tipo endomidollare per le ossa lunghe e di placche per altri segmenti.
La decisione di stabilizzare definitivamente le fratture non dipende solo dal momento emodinamico, ma è legato anche ad eventuali danni dei tessuti molli. Una grave lesione tegumentaria può ulteriormente procrastinare la decisione di convertire la fissazione esterna in fissazione interna.
La stabilizzazione definitiva, attuata in concomitanza con gravi lesioni tegumentarie, ha una elevatissima probabilità di fallimento data dall’infezione secondaria che si verrebbe ad instaurare. Il periodo finestra per eseguire quella che viene chiamata “conversione”, va dai 10 ai 21 giorni circa. Ed è comunque variabile.
Nell’ambito della gestione del politraumatizzato, dopo una stabilizzazione chirurgica ortopedica provvisoria, quale la fissazione esterna, la figura dell’Anestesista-Rianimatore riveste un ruolo di importanza totale: il mantenimento dei parametri del paziente, la correzione dell’emodinamica alterata, il controllo dell’eventuale infezione che si potrebbe instaurare durante il “periodo finestra”.
In questo contesto di globalizzazione clinico-terapeutica che circonda un grave politraumatizzato vi è anche la importante presenza del terapista della riabilitazione. Non bisogna mai dimenticare che, la immobilizzazione data dall’allettamento prolungato di questi pazienti, porta ad una rigidità articolare che spesso diventa difficilmente correggibile, se non trattata. La riattivazione articolare e la terapia linfodrenante sono fondamentali.
Questi pazienti, in centri ad alta specializzazione, durante la loro permanenza nel Reparto di Rianimazione e Terapia Intensiva o nello stesso Reparto di Ortopedia ad Alta Intensità, vengono supportati, oltre che dai vari presidi quali letti antidecubito e ad inclinazioni variabili, calze graduate antitromboemboliche, anche dalle esperte mani di terapisti riabilitativi che, manualmente, stimolano la motilità degli arti meno danneggiati e/o di quelli comunque già stabilizzati. La stessa fissazione esterna temporanea permette, per la sua duttilità, di eseguire manovre al paziente altrimenti non eseguibili se condizionati da una trazione transcheletrica o da una semplice stecca.
DCO: Quale trattamento?
In questa sessione si prende in analisi la gestione di un caso clinico di grave trauma ad alta energia, scheletrico ed internistico.
Incidente stradale – trauma maggiore
Trauma cranico commotivo, trauma toracico, versamento pleurico, fratture 5°,6° e 9° costola di sinistra, frattura acetabolare destra con lussazione posteriore della testa femorale (fig.1,4,5), frattura scomposta al 3° medio della diafisi femorale destra (frattura non esposta, tipo III A secondo la classificazione di Gustilo-Anderson, fig.3), frattura gravemente comminuta della rotula destra con esposizione 3° grado e grave contaminazione (fig.2).
La tipologia del trauma porta ad eseguire nell’immediato una stabilizzazione emodinamica e chirurgica del paziente.
Danno: Emotorace massivo sinistro dato da fratture costali multiple.
Controllo: intervento in urgenza del Chirurgo toracico che interviene con drenaggio toracico. Stabilizzazione emodinamica con trasfusioni (gruppo O-subito e in base alla tempistica di analisi dei laboratori).
Immediatamente dopo, diagnostica d’urgenza, con RX dei segmenti scheletrici palesemente lesionati e TAC Encefalo + Total-Body.
Dopo esecuzione in urgenza della diagnostica, si rientra in sala operatoria e, come prima indicazione, si prepara la stabilizzazione del femore e del bacino. Tali lesioni provocano sanguinamenti elevati e il rischio di ulteriore anemizzazione. Ci si trova di fronte ad una situazione di instabilità totale, la lussazione della testa femorale destra, irriducibile, su una frattura comminuta dell’acetabolo e la frattura della diafisi femorale dallo stesso lato. Come poter ridurre una lussazione d’anca e renderla stabile quando tale lesione è instabile e allo stesso tempo non si può eseguire trazione all’arto inferiore in quanto il femore è a sua volta fratturato?
Damage Control Orthopaedics: trattamento
Step 1: Immediata e veloce stabilizzazione della frattura del femore con fissatore esterno (fig 6). La frattura, resa stabile, permette manovre di riduzione della lussazione. Ma la lussazione, purtroppo, rimane instabile.
Step 2: Come poter mantenere la centrazione della riduzione della articolazione coxo-femorale? Ricordando che la lussazione della coxo-femorale è sempre causante un danno circolatorio alla irrorazione della testa del femore, con elevazione del rischio di necrosi secondaria della stessa.
Fissatore esterno di bacino, riduzione della lussazione, mantenimento della riduzione con fissazione a ponte femore-bacino (fig.7).
Step 3: Successivo approccio chirurgico alla rotula, con detersione dei tessuti lesionati, ampio debridement chirurgico della contaminazione, ricostruzione della rotula tramite osteosintesi con cerchiaggio metallico secondo la tecnica di Weber (fig.8,9).
Nel post-chirurgico il paziente viene trasferito in Rianimazione, ove stazionerà, sotto osservazione intensiva, per 8 giorni. Nel momento in cui i parametri risulteranno rientrati nei range e gli indici di flogosi saranno normalizzati il paziente, definito “stabilizzato” dal punto di vista internistico, viene sottoposto alla “osteosintesi definitiva”.
Previa asportazione della fissazione esterna, fu eseguita osteosintesi ricostruttiva con placche, dell’acetabolo destro e osteosintesi con chiodo bloccato al femore. Avrà un decorso operatorio normale. La ripresa della mobilizzazione passiva assistita nell’arco di breve tempo. Il carico diretto all’arto inferiore destro non sarà concesso prima di 60-90 giorni, sempre in base al decorso evolutivo radiografico.
Nell’ambito della riabilitazione del ginocchio, che inizia in maniera assistita, verso la 3° settimana, si può avere la rottura dei fili di acciaio del cerchiaggio metallico. Normale evoluzione di tale ostesintesi. Se il cerchiaggio dovesse risultare fastidioso a livello del sottocute, potrà essere asportato chirurgicamente.
Nelle successive radiografie si può vedere il risultato immediato (fig.10,11) e il risultato a distanza di 2 anni, di tale trattamento (fig.12,13,14), e cioè la guarigione con callo osseo riparativo al femore, al bacino e alla rotula, che può essere definito ottimale. La testa del femore, a 24 mesi dal trauma, non mostra segni di necrosi.
Conclusioni
Il Damage Control Orthopaedics può essere definito a pieno titolo il salvataggio in urgenza del paziente. I dettami clinico-organizzativi che tale pratica ci ha fornito, derivata inizialmente dalla gestione in campo bellico, sono fondamentali e vanno applicati in maniera rigorosa, con gestione e organizzazione capillare a livello regionale. La velocità di trasferimento, diagnosi e trattamento, sempre e comunque eseguito da mani esperte del settore, porta, se assolutamente ben eseguito, a risultati decisamente confortanti.
Tutto ciò in un ambito puramente ortopedico che, nei tempi attuali, sta diventando sempre più “traumatologico”, perché la modernità, la meccanizzazione, i veloci e stressanti ritmi a cui giornalmente la civiltà del 3° millennio è sottoposta, porta ad un aumento del margine di errore umano, con conseguenze definite un tempo irreparabili ma che oggi, invece, se gestite nel modo migliore e con preparazione tecnica e chirurgica corretta, hanno aumentato il cosidetto termine “a lieto fine”. La figura 18 e 19 ne sono la testimonianza pura.
Avv. Angelo Russo,
Avvocato Cassazionista, Diritto Civile, Diritto Amministrativo, Diritto Sanitario – Catania Corte di Cassazione, sez. III civile, sentenza 18 dicembre 2015 – 20 maggio 2016 n. 10414
La complessa questione del consenso informato si arricchisce di un’ulteriore pronuncia della Corte di Cassazione (sez. III civile, sentenza 18 dicembre 2015 – 20 maggio 2016 n. 10414).
La vicenda processuale ha inizio nel 2002 allorquando, all’esito di un intervento chirurgico, la paziente convenne in giudizio sia il medico che la struttura ove l’intervento era stato effettuato.
Esponeva l’attrice che, nel 1993, a causa delle continue crisi di cefalee che la affliggevano sin da quando era bambina, si era rivolta al professionista, noto specialista in materia di cefalee, il quale aveva consigliato di sottoporsi ad un intervento chirurgico di settoetmoidosfenectomia decompressiva neurovascolare entronasale radicale di terzo grado al fine di risolvere, con altissima probabilità, la patologia lamentata.
L’intervento, eseguito presso la casa di cura convenuta, non solo non era stato risolutivo ma anzi aveva aggravato la situazione, essendo insorti problemi di respirazione, diminuzione di olfatto, infiammazioni della rinofaringe e sintomi depressivi.
Fenomeni, secondo la ricostruzione della paziente, del tutto inesistenti prima dell’intervento e neppure eliminati a seguito delle numerose e lunghe cure cui si era sottoposta la paziente su indicazione del professionista.
Sul presupposto della inadeguatezza della scelta del trattamento chirurgico posto in essere dal sanitario, particolarmente invasivo tanto da comportare l’asportazione di strutture anatomiche integre, prospettata una lesione del diritto alla completa ed adeguata informazione sui rischi dell’intervento subito, l’attrice chiese la condanna dei convenuti in solido fra loro al risarcimento dei danni non patrimoniali patiti da lei e dai propri congiunti (marito e figlia) per un importo complessivo di Euro 1.000.000,00 a titolo di danno biologico, morale, esistenziale, estetico, alla vita di relazione, alla libertà personale, alla salute.
Il Tribunale di primo grado accolse la domanda ritenendo che, ancorché l’intervento fosse esente da errori, la terapia chirurgica non era adeguata rispetto alle concrete condizioni patologiche in cui versava la paziente che, tra l’altro, non era stata neanche esaustivamente informata dei rischi cui l’intervento l’avrebbe esposta.
Entrambi i convenuti (il medico e la struttura sanitaria) furono ritenuti responsabili dei danni accertati a mezzo di c.t.u. giudicandoli esaustivi e comprensivi della sofferenza morale patita dalla danneggiata e di ogni altro profilo di danno non patrimoniale lamentato.
Il Tribunale rigettava la domanda risarcitoria proposta dal marito e dalla figlia.
La decisione è stata confermata dalla Corte d’Appello di Bologna.
In sede di giudizio di legittimità, la Corte di Cassazione, per la parte che interessa il presente contributo, ha accolto il motivo afferente il danno da mancanza dell’informazione da parte del medico e mancanza del consenso da parte della paziente la quale contestava le sentenze dei primi due gradi di giudizio laddove esse non ravvisano, come autonoma e distinta voce di risarcimento, la carenza di informazione e di consenso informato dell’attrice e ciò a prescindere dal danno alla salute.
La Suprema Corte, nell’accogliere il motivo, sottolinea che è principio consolidato del Giudice di legittimità che “in tema di attività medico – chirurgica, è risarcibile il danno cagionato dalla mancata acquisizione del consenso informato del paziente in ordine all’esecuzione di un intervento chirurgico, ancorché esso apparisse, “ex ante”, necessitato sul piano terapeutico e sia pure risultato, “ex post”, integralmente risolutivo della patologia lamentata, integrando comunque tale omissione dell’informazione una privazione della libertà di autodeterminazione del paziente circa la sua persona, in quanto preclusiva della possibilità di esercitare tutte le opzioni relative all’espletamento dell’atto medico e di beneficiare della conseguente diminuzione della sofferenza psichica, senza che detti pregiudizi vengano in alcun modo compensati dall’esito favorevole dell’intervento” (Cass. n. 12205/2015).
In materia di responsabilità per attività medico chirurgica – prosegue l’iter argomentativo della Corte – “il consenso informato, inteso quale espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico, impone che quest’ultimo fornisca al paziente, in modo completo ed esaustivo, tutte le informazioni scientificamente possibili riguardanti le terapie che intende praticare o l’intervento chirurgico che intende eseguire, con le relative modalità ed eventuali conseguenze, sia pure infrequenti, col solo limite dei rischi imprevedibili, ovvero degli esiti anomali, al limite del fortuito, che non assumono rilievo secondo l’id quod plerumque accidit, in quanto, una volta realizzatisi, verrebbero comunque ad interrompere il necessario nesso di casualità tra l’intervento e l’evento lesivo” (Cass. n. 27751/2013).
L’acquisizione del consenso informato del paziente, da parte del professionista, costituisce, in quest’ottica, prestazione altra e diversa rispetto a quella avente ad oggetto l’intervento terapeutico, con il corollario che l’errata esecuzione di quest’ultimo dà luogo ad un danno suscettibile di ulteriore e autonomo risarcimento rispetto a quello dovuto per la violazione dell’obbligo di informazione e ciò “anche in ragione della diversità dei diritti rispettivamente, all’autodeterminazione delle scelte terapeutiche ed all’integrità psicofisica pregiudicati nelle due differenti ipotesi” (Cass. n. 2854/2015).
La sentenza, in linea con il pacifico orientamento della Suprema Corte, sollecita alcune riflessioni, intimamente connesse.
La prima relativa all’esigenza, per il medico e per la struttura sanitaria, di redigere un atto di consenso informato particolarmente completo ed esaustivo (“ tutte le informazioni scientificamente possibili….”).
Nella pratica, tuttavia, non è infrequente la redazione di un consenso informato “di stile”, che non reca (tutte) le informazioni che, secondo la Corte di Cassazione, sono necessarie per elidere la responsabilità del medico.
La secondo riflessione, gravida di conseguenze sul piano economico per il medico, è che le Compagnie di Assicurazione per la responsabilità professionale sono solite (allorquando chiamate in garanzia dal medico e/o dalla struttura sanitaria) contestare la copertura assicurativa in presenza di un consenso informato insufficiente.
Ciò comporta, pertanto, che il medico, certo di essere comunque assicurato per le conseguenze del proprio operato, potrebbe vedere rigettata la chiamata in garanzia della propria Compagnia laddove, naturalmente, sia provata l’inidoneità dell’atto di consenso informato ad assolvere il proprio compito.
In conclusione, non può non sottolinearsi l’esigenza di non sottovalutare l’importanza dell’atto di consenso informato, sovente relegato ad un’operazione di burocratica routine.
Il rispetto della tua riservatezza è la nostra priorità
Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner acconsenti all'uso dei cookie.
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. These cookies ensure basic functionalities and security features of the website, anonymously.
Cookie
Durata
Descrizione
cookielawinfo-checkbox-analytics
11 months
This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookie is used to store the user consent for the cookies in the category "Analytics".
cookielawinfo-checkbox-functional
11 months
The cookie is set by GDPR cookie consent to record the user consent for the cookies in the category "Functional".
cookielawinfo-checkbox-necessary
11 months
This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookies is used to store the user consent for the cookies in the category "Necessary".
cookielawinfo-checkbox-others
11 months
This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookie is used to store the user consent for the cookies in the category "Other.
cookielawinfo-checkbox-others
11 months
This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookie is used to store the user consent for the cookies in the category "Other.
cookielawinfo-checkbox-performance
11 months
This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookie is used to store the user consent for the cookies in the category "Performance".
viewed_cookie_policy
11 months
The cookie is set by the GDPR Cookie Consent plugin and is used to store whether or not user has consented to the use of cookies. It does not store any personal data.
Functional cookies help to perform certain functionalities like sharing the content of the website on social media platforms, collect feedbacks, and other third-party features.
Performance cookies are used to understand and analyze the key performance indexes of the website which helps in delivering a better user experience for the visitors.
Analytical cookies are used to understand how visitors interact with the website. These cookies help provide information on metrics the number of visitors, bounce rate, traffic source, etc.
Advertisement cookies are used to provide visitors with relevant ads and marketing campaigns. These cookies track visitors across websites and collect information to provide customized ads.