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Misurano l’attività cerebrale nella vita quotidiana

Pronti i “Google Glass” del cervello, che per la prima volta hanno misurato l’attività cerebrale di persone nella vita quotidiana, alle prese con telefonini e realtà aumentata. Realizzati nell’università americana di Drewel e descritti sulla rivista Frontiers in Human Neuroscience, non si indossano sugli occhi ma sulla fronte e utilizzano la luce per rilevare le funzioni cerebrali. 

Analizzare l’attività del cervello in modo non invasivo è possibile grazie alla tecnica della spettroscopia funzionale del vicino infrarosso (fNirs), ma finora questa richiedeva strumenti troppo grandi per garantire una vera libertà di movimento. I ricercatori sono ora riusciti a miniaturizzare il dispositivo, aprendo così alla possibilità di studiare i meccanismi del cervello alle prese con la vita reale. 

Ridotto a una fascia da inossare sulla fronte come una sorta di bandana hi-tech, il dspositivivo è stato utilizzato per studiare che cosa avviene a livello cerebrale quando siamo alle prese con la realtà aumentata e con i telefonini. L’obiettivo è stato misurare il carico di lavoro mentale e il mantenimento della consapevolezza in ogni situazione. 

Nel complesso gli occhiali per la realtà aumentata permettono un minor carico di lavoro per il cervello e allo stesso tempo di rimanere più consapevoli. 

TRa le numerose possibili applicazioni di questi nuovi occhiali intelligenti si sono lo studio degli effetti della pubblicità sul cervello e la messa a punto di metodi di insegnamento più efficaci da portare nelle scuole.

Biotecnologia

Dott. Giuseppe Navanteri, Ingegnere Medico specializzato in gestione ed elaborazione di progetti, piani e programmi di investimento finalizzati alla edilizia e tecnologia sanitaria, con particolare interesse alla politica di sviluppo del sistema sanitario, redazione e gestione gare d’appalto, progettazione e gestione di ambienti ospedalieri, installazione di apparecchiature di alta tecnologia, di sistemi ed apparati biologici

La robotica, le sale operatorie multimediali e la telemedicina rappresentano il nuovo approccio alla chirurgia, dall’urologica all’ortopedica, dalla neurochirurgica all’emodinamica.
La legge di Moore prima applicata alla sola microelettronica, oggi trova applicazione nella mini invasività e nella contestuale crescita di accuratezza dell’intervento chirurgico.

Principale esempio è la multimedialità della chirurgia dopo la rivoluzione del robot in sala operatoria: basti pensare al robot “da Vinci” il primo sistema di chirurgia robotica in grado di poter operare in laparoscopia attraverso il comando a distanza di 4 bracci robotici mossi da uno o più consolle presenti in sala operatoria o in qualsiasi altra parte del mondo.

Questa influenza sta modificando i flussi e i percorsi clinico-assistenziali che mutano ormai secondo le principali leggi di mercato, vicine all’evoluzione dell’elettronica e di perfezionamento dell’efficienza.
La robotizzazione dei processi e la parola americana lean, nel senso di “snello”, stanno sempre più entrando nella concezione sanitaria, che ormai applica le regole dell’ottimizzazione giapponese delle “5 S”.
L’approccio, infatti, non è più solo medico o ingegneristico; ora i chirurghi sono i nuovi progettisti delle sale operatorie e gli ingegneri, i nuovi tecnici nella gestione dell’intervento. La multimedialità chirurgica nella sua completezza è a oggi la maggiore tecnologia che un chirurgo ha a disposizione e di cui il robot ne è solo una parte.
Un chirurgo nel passato considerato “esperto” diviene nel gergo attuale un chirurgo vincolato ai limiti dell’era pre-robotica. Un esempio è quanto accaduto nell’ospedale Brotzu di Cagliari, dove a un paziente di 67 anni sono stati asportati, in un solo intervento, cinque organi affetti da tumore grazie all’utilizzo della tecnica chirurgica mini-invasiva robotica.

“Il paziente, che presentava un caso di tumore alla vescica, precedentemente sottoposto a resezione endoscopica, ha presentato una recidiva in quanto il tumore era istologicamente infiltrante con alto grado di malignità”, spiega Mauro Frongia, direttore della Struttura di Urologia Robotica, “ulteriori accertamenti contrastografici hanno dimostrato inoltre la presenza anche di un tumore del surrene sinistro, e di uno del rene sinistro, ripetute localizzazioni tumorali dell’uretere sinistro e un ulteriore sospetto del tumore della prostata”.
Data la contemporanea presenza su cinque organi diversi, lo staff ha deciso di impiegare la tecnologia robotica per questo delicatissimo intervento, in quanto la chirurgia tradizionale avrebbe comportato un’incisione con un danno dei tessuti molto importante e il decorso post operatorio sarebbe stato di conseguenza doloroso e lungo.
Il paziente operato è riuscito ad alzarsi già il giorno dopo l’intervento, riportando solo una piccola ferita di sei centimetri.

Quello del Prof. Frongia e del suo staff rappresenta il primo intervento per tipologia e complessità in Italia e in Europa.
La tecnica robotica, in costante evoluzione, non parla ormai solo del solito “da Vinci” ma anche di robotica neurochirurgica e ortopedica, come il robot nato per gli interventi di chirurgia spinale installato a oggi in Italia al Cto di Torino e utilizzato dal Prof. Michele Naddeo. Si tratta di Mazor che permette prima di pianificare l’intervento sulle immagini radiologiche e poi di riprodurlo automaticamente sul paziente. Tale metodo è usato per la chirurgia spinale sia aperta che mini invasiva percutanea, per stabilizzazioni della colonna, interventi chirurgici spinali con approccio posteriore, deformità spinali, nelle neoplasie ossee, vertebroplastica e cifoplastica. Conseguenza diretta di questo sistema è anche la diminuzione dell’esposizione a radiazione intraoperatoria sia per gli operatori che per il paziente, già ottimizzata attraverso l’utilizzo del navigatore ma in questo caso decimata in quanto ridotta in media del 60%.

Resta conclamato il costo dei robot chirurgici che non si sposa bene con la crisi nel settore pubblico e privato, e con i piani di rientro delle varie Regioni Italiane costrette a utilizzare i pochi investimenti stanziati solo ai fini di poter garantire i LEA.

È pur vero che però i robot chirurgici hanno aperto gli occhi di molte aziende e ricercatori impegnati nel settore focalizzando la loro attenzione al perfezionamento della tecnica laparoscopica e utilizzando la multimedialità dei sistemi di imaging.
In tal senso nascono colonne videolaparoscopiche sempre più tecnologiche e semplici da utilizzare, perfettamente integrate con le sale operatorie e in grado di dare all’operatore visioni 3D con un senso di profondità prossimo alla visione a occhio nudo.

Un esempio tra tutti è il nuovo sistema “casco” della Sony, indossato dal chirurgo, che visualizza due immagini HD distinte, una per ogni occhio, per evitare il crosstalk, mentre gli altri operatori possono osservare le stesse immagini 3D attraverso i monitor medicali disposti in sala sui bracci pensili.

L’ingresso poi dei Google Glass, in ambito medico e didattico, sta aprendo le porte ad un approccio più easy per l’utilizzo di queste tecnologie in sala operatoria.
I riscontri sono molteplici, il didattico, l’ausilio medico-chirurgico nel richiamare le cartelle cliniche dei pazienti, richiamare le immagini radiodiagnostiche ad esempio presenti nel PACS aziendale durante l’operazione chirurgica con il solo impegno della voce, l’ingrandimento visivo…
In questo senso la sala operatoria multimediale, in toto, diventa la vera tecnologia a servizio del chirurgo.

È grazie alla progettazione medico-ingegneristica di un medical layout in linea con tale tipo di approccio che stanno nascendo sistemi di flusso delle sale operatorie integrate e di gestione di immagini che permettono di avere configurazioni di sala che facciano sentire l’operatore dentro il paziente non vincolandolo alla consolle e usufruendo al contempo di immagini con ingrandimento visivo di circa 20 volte.
Sistemi che permettono, attraverso comando vocale, di integrare i dati disponibili con immagini appartenenti alla storia clinica del paziente mentre si rimane nel campo operatorio.
Sistemi che permettono di interloquire liberamente e rendere partecipe dell’intervento un secondo chirurgo che nello stesso momento può essere nel medesimo edificio ospedaliero o in una differente struttura a migliaia di chilometri di distanza.

È in atto una reingegnerizzazione delle attività clinico-assistenziali che vede un continuo e necessario processo di aggiornamento del chirurgo e dell’ingegnere sempre più stretti nella collaborazione per la migliore “progettazione dell’intervento”.

L’investimento della struttura sanitaria che capitalizza in tecnologia, esperienza, capacità scientifica e operatoria nel realizzare un blocco operatorio multimediale e tecnologicamente avanzato, con l’obiettivo di curare meglio e prima il paziente, viene ripagato nel breve periodo in quanto questa scelta comporta minore durata della degenza (meno costi per il SSN); minor tempo di occupazione della sala operatoria (maggior numero di interventi e abbattimento delle liste di attesa); minor numero di complicanze per il paziente (minor costo post operatorio e migliore qualità della vita del paziente); ammortamento dei costi e dell’investimento vendendo una salute qualitativamente migliore.

Per tale ragione, non andando in contrasto con le varie leggi di spending review e piani di rientro regionali, bisognerebbe che la politica sanitaria dia maggior peso alle innovazioni tecnologiche pro salute, in modo che tali tecnologie non rappresentino la sola inaugurazione dell’eccellenza nel singolo centro a disposizione di pochi ma diventino per tutti la normale procedura clinico-assistenziale del SSN.

Bibliografia