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Sono stati interrotti i test condotti in 10 ospedali olandesi con i quali era stato sperimentato l’uso del Viagra durante la gravidanza. Si pensava che il farmaco, nato contro le disfunzioni erettili dell’uomo, potesse favorire la crescita dei feti migliorando l’irrorazione del sangue verso la placenta.
La ricerca, condotta su 93 donne alle prese con gravidanze problematiche, ha registrato la morte prematura di 11 bambini.

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La recente celebrazione della Giornata Mondiale contro il Cancro ha ricordato come la patologia, solo in Italia, colpisce un considerevole numero di pazienti: ben 369.000 i nuovi casi registrati nel 2017 (192.000 fra i maschi e 177.000 fra le femmine) e più di 3 milioni e trecentomila le persone che, oggi, vivono con una diagnosi di tumore.
Complessivamente la sopravvivenza a 5 anni fa registrare dati decisamente più alti nelle donne (63%) rispetto ai valori riportati per gli uomini (54%); questa differenza è determinata soprattutto dal tumore alla mammella, che rappresenta la neoplasia più frequente nel genere femminile ma che si caratterizza per una buona prognosi.
“Fino a pochi anni fa – commenta il Prof. Antonio Pellicer, Presidente Gruppo IVI – una diagnosi di tumore escludeva la possibilità di una gravidanza dopo la guarigione perché le terapie utilizzate per combattere la malattia possono compromettere la normale funzionalità delle ovaie e quindi la fertilità delle pazienti. Ma oggi – prosegue il Prof. Pellicer – la paziente oncologica può ricorrere a tecniche per preservare la capacità riproduttiva e, quindi, può rimanere incinta anche dopo trattamenti farmacologici e chirurgici importanti”.
La tecnica più diffusa è la vitrificazione degli ovociti che ormai garantisce tassi di successo nelle gravidanze analoghi all’utilizzo di ovociti freschi: attraverso la vitrificazione gli ovociti vengono conservati mediante un raffreddamento ultrarapido che evita la formazione di cristalli di ghiaccio, proteggendo così gli ovuli per il tempo necessario.
“Per le pazienti oncologiche – afferma Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma – la prospettiva di una gravidanza dopo la malattia può rappresentare un fattore determinante per affrontare il faticoso percorso terapeutico che le aspetta. IVI già dal 2007 promuove un programma gratuito di preservazione della fertilità dopo eventi di carattere oncologico dal titolo “Madre dopo il cancro, Padre dopo il cancro”, al quale hanno aderito 908 donne che hanno deciso di vitrificare i propri ovociti e che ha permesso la nascita di 25 bambini sani. Le donne, infatti, una volta guarite possono sottoporsi a una fecondazione in vitro con gli ovociti scongelati; è importante sottolineare che il programma IVI non impone nessun vincolo all’utilizzo degli ovociti vitrificati”.

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Ricerca Doxa, per una donna su 4 azioni lesive della dignità

Negli ultimi 14 anni un milione di mamme italiane hanno vissuto un’esperienza di violenza ostetrica durante il travaglio o il parto. A rivelarlo è la prima ricerca nazionale realizzata dalla Doxa per conto dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica in Italia, in collaborazione con le associazioni La Goccia Magica e CiaoLapo Onlus. Durante l’esperienza che dovrebbe essere la più emozionante nella vita di una donna, il 21% delle madri, con figli di età da zero a 14 anni, dichiara di aver subito un maltrattamento fisico o verbale durante il primo parto e quattro su dieci raccontano di aver subito azioni lesive della dignità personale.
Esperienze così traumatiche, stando alle testimonianze raccolte, che avrebbero spinto il 6% delle donne negli ultimi 14 anni a scegliere di non affrontare una seconda gravidanza, provocando di fatto la mancata nascita di circa 20.000 bambini ogni anno. Presentati oggi a Roma i risultati della ricerca “Le donne e il parto” realizzata per indagare il fenomeno sommerso e poco conosciuto della cosiddetta ‘violenza ostetrica’, cioè l’appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale medico. In particolare, la principale esperienza negativa durante la fase del parto è la pratica dell’episiotomia, subita da oltre la metà (54%) delle donne intervistate. Un tempo considerata un aiuto alla donna per agevolare l’espulsione del bambino, oggi, l’Oms la definisce una pratica ‘dannosa, tranne in rari casi’ poichè si tratta a tutti gli effetti di un intervento chirurgico. Tre partorienti su 10 negli ultimi 14 anni, vale a dire 1,6 milioni di donne (il 61% di quelle che hanno subito un’episiotomia) dichiarano di non aver dato il consenso informato per autorizzare l’intervento. Tuttavia la pratica dell’episiotomia non sembra essere sparita dalle realtà ospedaliere italiane: 1 donna su 2 l’ha subita, per il 15% delle donne che hanno vissuto questa pratica, pari a circa 400.000 madri, si è trattato di una menomazione degli organi genitali, mentre il 13% delle mamme, pari a circa 350.000, con l’episiotomia ha visto tradita la fiducia nel personale ospedaliero. Il numero più alto di episiotomie viene registrato nelle regioni del Sud e nelle isole, con il 58%, seguite dal centro e Nord-Est con il 55% pari merito, ultimo il Nord Ovest con 49%. Non solo, a fronte di un 67% del campione che dichiara di aver ricevuto un’assistenza adeguata da parte di medici e operatori sanitari, 1.350.000 donne (il 27% delle intervistate) dichiarano di essersi sentite seguite solo in parte dall’equipe medica. Il 6% di neomamme afferma di aver vissuto l’intero parto in solitudine e senza la dovuta assistenza. La ricerca è nata dall’iniziativa dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia, istituito e fondato da Alessandra Battisti e Elena Skoko.

Fonte:www.ansa.it

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Preso nel periodo del concepimento ‘protegge’ il nascituro

L’uso dell’acido folico in gravidanza diminuisce il rischio che il nascituro sviluppi una sindrome dello spettro autistico causata dall’esposizione ai pesticidi.
Lo afferma uno studio dell’università della California pubblicato da Environmental Health Perspectives.
Nello studio sono stati analizzati i dati di 296 bambini tra 2 e 5 anni che avevano ricevuto una diagnosi di autismo e di 220 che non l’avevano avuta. Le mamme sono state intervistate sull’uso del supplemento e sull’eventuale esposizione a pesticidi durante la gravidanza. Quest’ultimo dato è stato integrato con informazioni da un database sull’uso di queste sostanze nelle aree vicine a quelle di residenza dei soggetti esaminati. “Abbiamo trovato che se le mamme avevano preso l’acido folico nel periodo del concepimento il rischio associato ai pesticidi sembra attenuato – afferma Rebecca Schmidt, uno degli autori -. Le donne in gravidanza dovrebbero evitare l’esposizione, ma se vivono in zone rurali questo potrebbe essere un modo per diminuire l’effetto”.
La dose minima di acido folico per avere il beneficio è risultata 800 milligrammi al giorno, quella comunemente contenuta nei supplementi. Sia l’esposizione ai pesticidi che la carenza di questa sostanza, ricordano gli autori, sono legate ad un aumento del rischio di autismo, e la combinazione di queste circostanze sembra aumentare l’effetto.

Fonte:www.ansa.it

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Può durare fino a nascita bimbo, disidratazione e perdita peso

E’ un condizione che preoccupa e va gestita con attenzione ma che si verifica, stando ai dati a disposizione, in rari casi, appena 1 su 100, quella che ha colpito Kate Middleton durante tutte le gravidanze, compresa l’ultima, annunciata ieri. Si tratta dell’iperemesi gravidica, che si differenzia per la gravità dei sintomi da nausea e vomito sperimentate da quasi tutte le donne durante la gestazione (circa 8 su 10) soprattutto nei primi mesi probabilmente a causa dei cambiamenti ormonali. Chi, come Kate, sperimenta questa condizione manifesta nausea e vomito prolungate e severe (può accadere di stare male anche 50 volte al giorno), disidratazione perché non si riesce a trattenere i liquidi, perdita di peso, pressione bassa quando si sta in piedi e chetosi, una grave condizione che provoca l’accumulo di sostanze chimiche acide nel sangue e nelle urine, cosa che accade perché il corpo fa leva sulle riserve di grasso piuttosto che sugli zuccheri per l’energia. A evidenziarlo una scheda dedicata alla patologia sul sito dell’Nhs, il sistema sanitario inglese. La cattiva notizia è che l’iperemesi non si allevia entro 14 settimane, come accade per chi sperimenta forme lievi o moderate di nausea e vomito, ma può durare per l’intera gravidanza, finche’ il bimbo non nasce, anche se alcuni sintomi possono migliorare a circa 20 settimane.
Non solo: proprio come e’ accaduto alla duchessa di Cambridge, chi l’ha già sperimentata in gravidanze precedenti ha una maggiore possibilità che si ripresenti. Per contrastare i sintomi si possono prendere anti-emetici, vitamine b6 e b12 e in caso steroidi, anche in combinazione, ma se il vomito e la nausea sono incontrollabili questo può richiedere un ricovero in ospedale, dove e’ possibile effettuare trattamenti con fluidi intravenosi. Prima si iniziano i trattamenti più si vedranno gli effetti positivi. Se trattata per tempo questa condizione non provoca problemi al bambino, anche se la perdita di peso della mamma può portarlo a nascere a propria volta con un peso inferiore al normale. In rari casi si può verificare una trombosi venosa profonda, dovuta alla disidratazione e alla mancanza di movimento.

Fonte:www.ansa.it

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Malattia è tra principali cause di mortalità materna e perinatale

L’aspirina in gravidanza aiuta le donne a prevenire una della complicanze più gravi e temute, la gestosi. Uno studio sul New England Journal of Medicine mostra che a beneficiare dell’acido acetilsalicilico a basse dosi per la prevenzione della preeclampsia non sono solo donne sane, ma anche quelle più a rischio. La preeclampsia può comparire dopo la ventesima settimana di gestazione, e si presenta con un aumento improvviso della pressione del sangue e una elevata concentrazione di proteine ​ nelle urine. E’ considerata tra le più frequenti cause di mortalità materna e perinatale, e può provocare distacco della placenta, insufficienza renale acuta, edema polmonare, emorragia cerebrale e convulsioni (eclampsia). La terapia con aspirina a basso dosaggio aveva già dimostrato di essere un’efficace per la prevenzione della patologia in donne sane polska-ed.com.
I ricercatori del King’s College Hospital di Londra si sono quindi concentrati sugli effetti in donne considerate ad alto rischio. Il trial clinico, in doppio cieco, ha coinvolto 1.620 donne predisposte alla malattia di 13 reparti di maternità tra Regno Unito, Spagna, Italia, Belgio, Grecia e Israele. Le donne sono state assegnate casualmente in due gruppi: il primo è stato trattato con 150 mg di aspirina al giorno dall’11-14/ma settimana di gestazione fino alla 36/ma, mentre il secondo ha ricevuto un placebo. Nel gruppo sottoposto alla terapia con aspirina, i casi di preeclampsia sono stati 13 (1,6%), mentre nel gruppo di controllo 35 (4,3%). Tra i due gruppi non c’erano, invece, differenze significative rispetto ad altre complicanze o effetti collaterali.

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Studio su 9.000 coppie madre-figlio

L’elevata assunzione di zucchero durante la gravidanza può aumentare il rischio di allergia e asma allergico nei figli. Lo rivela uno studio osservazionale su circa 9.000 coppie madre-figlio, pubblicato sullo European Respiratory Journal. Alcune ricerche hanno riportato un’associazione tra elevato consumo di bevande zuccherate e asma nei bambini; tuttavia la relazione tra la quantità di zucchero assunto dalla mamma in gravidanza e l’allergia e l’asma nella prole è stata poco studiata.
La squadra del Queen Mary University di Londra ha utilizzato i dati di uno studio di coorte per reclutare 9mila coppie di madri e figli. Mentre vi erano solo prove deboli di legame tra l’assunzione di zuccheri semplici in gravidanza e l’asma in generale nei figli all’età di sette anni, vi erano forti associazioni positive con allergia e asma allergico. Le mamme che assumevano più zucchero presentavano un aumento del rischio del 38 per cento di allergia nei figli e un aumento del 100% del rischio di asma allergico rispetto a quelle che ne assumevano meno.
Tra le ipotesi, il fatto che una elevata assunzione di fruttosio causi una persistente risposta immunitaria allergica post-natale che porta ad infiammazione allergica nel polmone in via di sviluppo. “Il prossimo passo – sottolinea Seif Shaheen, autore principale dello studio – è vedere se possiamo replicare questi risultati in una coorte diversa di madri e bambini. Quindi si potrà progettare uno studio per verificare se possiamo prevenire l’allergia infantile e l’asma allergico riducendo il consumo di zucchero in gravidanza. Nel frattempo, raccomandiamo alle donne incinte di evitare un eccessivo consumo di zucchero”.

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Polemiche sul manuale per la ”Cura della madre e del bambino”

Non si placano le polemiche in India suscitate da un manuale pubblicato da un ministero in cui si propone alle donne in attesa di un figlio una serie di comportamenti, fra cui “non mangiare carne, non avere relazioni sessuali, evitare cattive compagnie, formulare pensieri spirituali ed appendere belle immagini in camera da letto”. Il manuale, “Cura della madre e del bambino”, e’ stato preparato alla vigilia della Giornata internazionale dello Yoga che si celebra domani dal Ministero dell’Ayush, che promuove l’uso di terapie alternative (Ayurveda, yoga, unami, siddha e omeopatia).

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Ma effetti su feti sono incerti, dati ancora contraddittori

Sempre piu’ donne americane incinte – per lo più le giovani intorno ai 20 -30 anni – fumano marijuana durante la gravidanza, per combattere la nausea mattutina.
Ma la cannabis viene usata anche come anti-dolorifico, quando nei mesi piu’ avanti con la gravidanza fanno male le gambe, o come sonnifero quando il pancione fa dormire peggio. Un sondaggio federale – scrive il New York Times – ha rivelato che in generale circa il 4% delle donne incinte in Usa ha usato marijuana nel mese precedente al rilevamento, contro il 2,4% del 2002. Ma tra le piu’ giovani – 18-25 anni – oggigiorno il consumo di marijuana in dolce attesa e’ al 7,5%.
Quanto all’alcol, il 9% delle intervistate ha ammesso di averlo usato.
Secondo gli esperti, la preoccupazione e’ che nel nuovo clima di liberalizzazione della marijuana, le donne pensino che non abbia alcun effetto negativo sulla salute del feto. Ma i dati sugli effetti della cannabis prima della nascita sono invece contraddittori ed ancora incompiuti.

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Se è basso cresce il rischio di nascita di bimbo sotto peso

La depressione in gravidanza può essere abbastanza comune: secondo alcuni dati solo negli Usa a soffrirne è una donna su sette. Una ‘spia’ importante di questo disturbo, un cosiddetto biomarcatore, può essere il livello di una proteina del cervello, il fattore neutrofico cerebrale (Bdnf), che durante la gestazione cambia, ma se cala in maniera più ripida del normale soprattutto in alcuni momenti specifici può aumentare il rischio. Ai problemi per la mamma possono associarsene anche degli altri, relativi allo sviluppo del bimbo.
Emerge da uno studio dell’Ohio State University Wexner Medical Center, pubblicato su Psychoneuroendocrinology. I ricercatori hanno prelevato campioni di sangue da 139 donne durante e dopo la gravidanza e hanno osservato che i livelli della proteina diminuivano notevolmente dal primo fino al terzo trimestre, e successivamente aumentavano dopo il parto. “Le donne che hanno avuto cali più ripidi nei livelli di questa proteina avevano un rischio maggiore di depressione più in la’ durante la gravidanza e anche di dare alla luce bambini di basso peso alla nascita”spiega Lisa M. Christian, autrice principale della ricerca. Ad esempio, livelli più bassi del normale nel secondo e terzo trimestre predicevano maggiori sintomi depressivi proprio nel terzo trimestre. Secondo i ricercatori, individuato il problema ci sono anche le ‘armi’per agire: gli antidepressivi, che pero’ possono avere effetti collaterali importanti, e soprattutto l’esercizio fisico. “Con l’approvazione del proprio medico – spiega – rimanere fisicamente attive durante la gravidanza può aiutare a mantenere i livelli di Bdnf, con benefici per l’umore e per lo sviluppo del bambino”.