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Studio, solo il 27% ha ignorato minaccia virus

In Brasile metà delle potenziali mamme ha rimandato la gravidanza negli ultimi due anni per la paura del virus Zika. Lo afferma uno studio pubblicato dal Journal of Family Planning and Reproductive Health Care, secondo cui le autorità brasiliane devono dare più supporto a queste donne. Lo studio dell’università di Brasilia è stato condotto lo scorso giugno su circa duemila donne tra i 18 e i 39 anni, intervistate sulla loro salute riproduttive e l’atteggiamento nei confronti della gravidanza.

Le donne avevano a disposizione una scatola dove lasciare anonimamente informazioni sui tentativi di aborto. Più di metà delle donne coinvolte (il 56%) ha dichiarato di aver posposto o cercato di evitare una gravidanza, anche ricorrendo all’aborto, mentre il 27% non ha ritenuto questa misura necessaria, mentre il resto del campione già evitava gravidanze per altri motivi.

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L’uso più «facile» della pillola abortiva limita il ricorso all’aborto chirurgico. Nel 2015 il numero di interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) è infatti sceso del 9,3% rispetto al 2014 passando da 96.578 (già in calo del 6% rispetto al 2013) a 87.639, con un decremento maggiore tra il secondo e il terzo trimestre, motivato in parte dall’eliminazione dell’obbligo di ricetta – previsto dall’Aifa per le maggiorenni – sull’uso della «pillola dei 5 giorni dopo». I carichi di lavoro per i ginecologi non obiettori (1,6 Ivg a settimana per 44 settimane lavorative) sono mediamente compatibili con un adeguato accesso alla prestazione ma sono molto disomogenei tra le varie regioni, con punte di criticità concentrate in alcune Asl: ad esempio in Puglia, dove in una Asl il ginecologo non obiettore è costretto a effettuare 15,8 Ivg a settimana (media regionale di 3,5) , in Piemonte o in Sicilia. È il quadro che emerge dalla Relazione del ministero della salute sull’attuazione della legge 194/78).
Il dato complessivo sul numero di aborti è dimezzato rispetto al picco rilevato nel 1983 (234. 801 interventi). Anche il tasso di abortività (numero di Ivg per mille donne tra i 15 e i 49 anni) italiano è tra i più bassi a livello internazionale (pari a 6.6 per 1.000). A ricorrere più frequentemente all’aborto volontario sono le donne tra i 25 e i 34 anni, prevalentemente nubili (56,9%) tra le italiane e prevalentemente coniugate tra le straniere (48,3%) . Trend in diminuzione anche per le minorenni, con il tasso di abortività che è passato da da 3.7 per mille nel 2014 a 3,1 nel 2015. Le diminuzioni maggiori del tasso di abortività si registrano in Puglia, in Molise, nelle Marche, in Emilia Romagna e in Umbria.
In gran parte positive le conclusioni del ministero della Salute: «La prevenzione dell’Ivg – si legge nelle osservazioni finali della ministra Lorenzin – è obiettivo primario di sanità pubblica; dal 1983 l’Ivg è in diminuzione in Italia e attualmente il tasso di abortività del nostro Paese è fra i più bassi dei paesi occidentali». Tuttavia, osserva il ministero «rimane elevato il ricorso all’Ivg da parte delle donne straniere, a carico delle quali si registra un terzo delle ivg totali in Italia».
In generale sono in diminuzione i tempi di attesa, anche se persiste una notevole variabilità tra regioni. E riguardo la presenza dei ginecologi obiettori, il ministero assicura che «non emergono criticità nei servizi di Ivg». In particolare emerge che «le interruzioni di gravidanza vengono effettuate nel 59,6% delle strutture disponibili, con una copertura adeguata, tranne che in Campania, Molise e Pa di Bolzano». E la ministra sottolinea che mentre il numero di Ivg è pari al 20% del numero di nascite, il numero di punti Ivg è pari al 74% del numero dei punti nascita. In conclusione «Il numero dei ginecologi non obiettori nelle strutture ospedaliere sembra quindi congruo rispetto alle Ivg effettuate».
Interessante il dato sul trend del tasso di abortività nel trentennio 1981-2010 legato al livello di istruzione. La tendenza al calo del tasso riguarda infatti solo le donne con il diploma di scuola superiore o laurea, mentre dal 1991 è rimasto stabile tra le donne con titolo di studio basso e con valori in aumento nell’ultimo anno disponibile. Le variazioni sono spiegate dal fatto che «le donne con istruzione più elevata – si legge nel report – sono quelle che maggiormente hanno migliorato le loro conoscenze e i loro comportamenti sul controllo della fecondità».

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Nuove linee guida per salvare 300mila mamme e 5 mln di bimbi

In gravidanza servono almeno otto visite dal medico per ridurre la mortalità sia della mamma che del bambino, che devono essere usate anche per dare consigli nutrizionali e sull’attività fisica da praticare alle gestanti. A prescriverle sono le nuove raccomandazioni appena pubblicate dall’Oms, secondo cui nel mondo 303mila donne sono morte lo scorso anno per cause legate alla gravidanza, 2,7 milioni di bambini sono morti nei primi 28 giorni di vita e 2,6 milioni sono nati già morti. Le vecchie linee guida prevedevano solo quattro visite, che sono però insufficienti secondo gli esperti dell’organizzazione.
Dopo un primo contatto entro le prime 12 settimane, spiega il documento, che contiene 49 indicazioni dalla dieta ai supplementi necessari, ulteriori visite andrebbero fatte a 20, 26, 30, 34, 36, 38 e 40 settimane di gravidanza. Prima delle 24 settimane va fatta un’ecografia per valutare eventuali anomalie fetali. “Un maggior numero di contatti tra le donne e gli operatori sanitari lungo tutta la gravidanza facilita l’adozione di misure preventive, l’individuazione di rischi, riduce le complicanze e migliora le disuguaglianze nell’assistenza – spiega Anthony Costello, direttore dell’ufficio Salute neonatale e materna dell’Oms -. L’assistenza per le donne alla prima gravidanza è fondamentale, e determina anche quella delle successive”.

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L’uso di antidepressivi in gravidanza è risultato associato a rischio disturbi del linguaggio nel bambino. Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista JAMA Psychiatry. Gli autori dello studio, condotto da Alan Brown della Columbia University College of Physicians and Surgeons a New York, hanno utilizzato i dati del registro finlandese sulle nascite per il periodo 1996-2010 considerando un campione complessivo di 56.340 bimbi (circa 51% maschi).
I bambini sono stati divisi in tre gruppi: 15.596 erano stati esposti a antidepressivi durante la vita prenatale in quanto le rispettive madri avevano una diagnosi di disturbi depressivi e avevano acquistato antidepressivi in gravidanza; 9.537 nel gruppo dei bambini ‘non-medicati’, ovvero non esposti a antidepressivi perché le rispettive madri – pur avendo una diagnosi in depressione – non avevano acquistato antidepressivi in gravidanza; 31.207 bimbi “non-esposti”, in quanto le rispettive madri non soffrivano di disturbi psichiatrici.
Gli esperti hanno osservato le diagnosi di disturbi del linguaggio (età media del bambino alla diagnosi 4,4 anni); le diagnosi di disturbi scolastici (età media 3,5 anni); diagnosi di disturbi motori (età media della diagnosi 7,7 anni). È emerso che i bambini esposti a antidepressivi nel corso della vita prenatale (le madri avevano acquistato almeno due confezioni di questi farmaci in gravidanza) presentano un rischio di disturbi del linguaggio del 37% maggiore rispetto ai bimbi non medicati (le cui mamme erano depresse ma non hanno preso farmaci in gravidanza) e del 63% maggiore rispetto ai bimbi non esposti ai farmaci (mamme non depresse).
“Abbiamo trovato un aumento significativo del rischio di disturbi del linguaggio tra i figli di madri che avevano acquistato almeno due confezioni di antidepressivi durante la gravidanza rispetto ai figli di madri depresse ma non trattate con antidepressivi in gestazione”, concludono gli autori.

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Malessere ‘post partum’ inizia già prima della gestazione

“La depressione ‘post partum’ inizia in realtà prima della gravidanza e ne sono colpite almeno 2 donne su 10. Le radici del malessere sono infatti da ricercare già durante o prima della gestazione e all’origine, nella metà dei casi, ci sono problemi familiari”. A spiegarlo è Franca Aceti, responsabile dell’Unità di Igiene mentale e Relazioni affettive nel post partum dell’Università Policlinico Umberto I – Università La Sapienza di Roma, intervenuta al convegno ospitato oggi presso il policlinico romano in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale Femminile.

”La gravidanza è sempre stata considerata un periodo ‘felice’ ma non è così. Si parla erroneamente – precisa l’esperta – di depressione ‘post partum’ mentre il termine corretto è ‘perinatale’ perché spesso c’è coincidenza tra la depressine durante e dopo il parto. In media colpisce il 20% delle donne e intorno al 10% i padri”. Tra i fattori di rischio, la troppo giovane età della gravidanza, la conflittualità di coppia, i problemi economici, la mancanza di rete sociale, ma anche la familiarità.

”Il 50% delle mamme depresse – spiega Aceti – hanno avuto a loro volta madri depresse e c’è una grossa ricaduta sul benessere psicofisico dei figli, che vanno incontro a depressione con una prevalenza 3-4 volte superiore agli altri”. “Un intervento precoce è importante. Anche perché curare il problema dopo la nascita del bimbo diventa più difficile, per mancanza di tempo, acuita anche dallo stress del parto e dalla fatica fisica dei primi mesi della maternità”, sottolinea Gaetano Pannitteri, responsabile per il Policlinico Umberto I del progetto Bollino Rosa, realizzato in collaborazione con l’Osservatorio nazionale sulla Salute della Donna (Onda). 

In occasione della Giornata Mondiale sulla salute mentale, infatti, il Policlinico è uno dei 140 centri italiani che hanno aderito all’H-Open Day. “Da oggi al 16 ottobre le nostre porte saranno aperte alle donne – conclude Pannitteri – per visite ed esami gratuiti dedicati ai disturbi come ansia, depressione, psicosi e problemi di sonno”.

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7 neonati su 100 esposti agli alcolici gia’ in utero

Che l’alcol in gravidanza faccia male al feto è cosa nota. Eppure molte donne, anche quando sanno di essere incinte, non smettono di bere, in particolare quando la gestazione non è programmata. In Italia è poco più del 50% il numero delle future mamme che bevono almeno due bicchieri di alcol durante la gravidanza mentre in Europa si oscilla dal 6% della Svezia all’82% dell’Irlanda. A evidenziarlo è l’Istituto superiore di Sanità (Iss), in occasione della Giornata mondiale di sensibilizzazione sulla Sindrome feto-alcolica.

”Le nostre stime ci dicono che in Italia il 50-60% delle donne in gravidanza – spiega Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Iss – continuano a bere, mantenendo le abitudini che avevano in precedenza”. Poiché l’età media in cui le donne affrontano una gravidanza in Italia ”è tra i 30 e 35 anni – continua – abbiamo ricavato, sulla base dei tassi di consumi alcolici in quella fascia, che non bevono meno di due bicchieri, il doppio cioè di quello che dovrebbero evitare”. E il risultato è che, secondo le stime, 7 neonati su 100 subiscono l’esposizione all’alcol nel grembo materno. Purtroppo però gli effetti sul bambino, una volta nato, non si vedono subito, ma più avanti nell’età evolutiva, ”quando iniziano ad apparire evidenti – prosegue Scafato – alterazioni delle capacità cognitive e disturbi nella crescita. I genitori vedono che in attività normali i figli non sono reattivi come dovrebbero”. L’alcol in gravidanza va evitato, e se si programma di rimanere incinta, anche nella fase del concepimento. Gli organi vitali, come il cuore e il cervello infatti, si formano nei primi 10-15 giorni dal concepimento, quando ancora non si sa di essere incinta. ”L’alcol arriva direttamente nel cervello della madre e del feto – conclude – dove distrugge i neuroni ancora prima che si sviluppino”.

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La dieta seguita in gravidanza non solo può influenzare le caratteristiche metaboliche del nascituro, dall’obesità alla predisposizione al diabete, ma potrebbe essere responsabile di problemi come l’iperattività e i disturbi del comportamento. Lo afferma uno studio del King’s College di Londra pubblicato dal Journal of Child Psychology and Psychiatry, che punta il dito contro un’alimentazione troppo ricca di grassi e zuccheri. I ricercatori hanno confrontato 83 bambini con problemi comportamentali precoci con 81 in cui non erano stati segnalati, determinando come la dieta seguita dalla mamma in gravidanza avesse cambiato l’attività di un gene chiamato Igf2, coinvolto nello sviluppo del feto e di alcune aree del cervello come il cerebellum e l’ippocampo, implicate nella sindrome di iperattività sito qui. Dalla ricerca è emerso un legame tra dieta troppo ricca di grassi e zuccheri, scarsa attività del gene e conseguente iperattività e altri problemi nel nascituro.

”Questi risultati suggeriscono che promuovere una dieta prenatale salutare può abbassare il livello dei sintomi di iperattività e dei problemi di condotta – spiega Edward Barker, uno degli autori -. Questo è incoraggiante, visto che i fattori nutrizionali possono essere corretti”.

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Protezione ‘passiva’ inizia a calare 56 giorni dopo la nascita

Vaccinare donne in gravidanza protegge i neonati dal contagio influenzale, ma la durata di questa protezione si riduce drasticamente dopo i primi due mesi di vita, poi va via via riducendosi ulteriormente. Lo rivela una uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics e condotto da ricercatori dell’Università di Witwatersrand a Johannesburg, in Sud Africa.

Tra i bambini di tutte le età, quelli sotto i 6 mesi sono a maggior rischio di essere ricoverati in ospedale a causa di complicanze derivate dal virus influenzale. Ma i neonati sotto i 6 mesi non possono esser vaccinati, quindi la protezione contro il virus si ottiene immunizzando le madri durante la gravidanza, ma non era finora chiara la durata di questo effetto. Il team di ricerca ha deciso quindi di studiare per quanto tempo, esattamente, sia efficace la vaccinazione ‘passiva’ analizzando i dati di oltre 2.000 bambini: 1.026 nati da madri che avevano ricevuto un vaccino influenzale trivalente inattivato durante la gravidanza e 1.023 nati da madri che avevano ricevuto un placebo. I campioni di sangue dei bambini sono stati regolarmente esaminati a 7 giorni, 2 mesi, 4 mesi e 6 mesi dalla nascita e valutati con un test che verifica la presenza di anticorpi contro l’influenza. La vaccinazione materna è risultata essere efficace all’85,6 per cento nelle prime 8 settimane di vita. Tuttavia, l’efficacia è scesa ad appena il 25,5 per cento tra le 8 e le 16 settimane di età.

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Non solo: meno rischi pressione alta e diabete gestazionale

L’esercizio fisico durante la gravidanza e’ sicuro e non aumenta il rischio di andare incontro a un parto pretermine. In più, le donne che praticano attività fisica hanno meno chances di fare un cesareo. E’quanto emerge da una ricerca della Thomas Jefferson University, negli Usa, pubblicata sulla rivista American Journal of Obstetrics and Gynecology. Gli studiosi hanno preso in esame i dati di nove studi, analizzando complessivamente 2059 donne in gravidanza, una metà circa delle quali (1022) aveva fatto esercizio per 35-90 minuti 3-4 volte a settimana per 10 settimane. Questo campione è stato messo a confronto con un altro gruppo che invece non aveva svolto attività fisica. Dai risultati e’ emerso che non vi era un aumento significativo delle nascite pretermine, prima di 37 settimane di gestazione, nelle donne che si erano esercitate regolarmente. In più, vi era un minor ricorso al cesareo (17% rispetto a un 22% nel gruppo che non aveva fatto esercizio). Non solo: le donne più attive dal punto di vista fisico risultavano avere meno pressione alta, fattore di rischio per lo sviluppo di una condizione detta gestosi che può essere pericolosa, e sviluppavano meno diabete gestazionale.

”Ci sono molte ragioni per cui in gravidanza si rinuncia a fare esercizio fisico: disagio, sensazione di fiato corto, aumento della stanchezza – spiega uno degli autori della ricerca, Vincenzo Berghella -. Questo studio rafforza il dato che l’esercizio fisico fa bene alla mamma e al bambino e non aumenta il rischio di un parto pretermine”.

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Anche Kate ne ha sofferto, nuove linee guida delle ostetriche inglesi

La nausea e il vomito sono un problema, più o meno grave, per circa l’80 per cento delle donne in gravidanza. Per coloro che soffrono di una forma moderata o lieve di questi disturbi e vogliono sperimentare un’alternativa ai farmaci si allo zenzero, che ha delle proprietà enti-emetiche e può essere ad esempio una buona base per i biscotti, e si anche all’agopressione sul polso, magari indossando appositi braccialetti. A suggerirlo sono alcune linee guida del Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, organizzazione professionale che opera nell’ambito dell’ostetricia e della ginecologia, i cui contenuti principali sono riportati online dalla Bbc. Secondo le linee guida, invece, meglio non ricorrere all’ipnosi, perché non ci sono sufficienti evidenze scientifiche a supporto di una sua validità. Al tempo stesso, i farmaci, in particolare gli anti-emetici, e il ricorso eventuale alle cure ospedaliere, anche per non andare incontro a una grave disidratazione, cioè la mancanza di liquidi, sono importanti nei casi di iperemesi gravidica, quelli cioè più gravi. Alle donne che ne sono affette, tra le quali vi è stata ad esempio la duchessa di Cambridge Kate Middleton, dovrebbero essere offerti un trattamento specialistico ed eventualmente un ricovero ospedaliero e anche un sostegno dal punto di vista della salute mentale.