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Scoperta che apre una nuova ‘finestra’ sulla coscienza

E’ stata osservata per la prima volta l’impronta dei sogni nel cervello: nascono nella regione posteriore della corteccia cerebrale e possono coinvolgere aree differenti a seconda delle esperienze che suscitano, ad esempio nel caso in cui sognamo di vedere un volto o di muoverci nello spazio.
La scoperta, che potrebbe spiegare le ragioni dell’attività onirica aprendo una nuova ‘finestra’ sulla coscienza, è pubblicata sulla rivista Nature Neuroscience dal gruppo di ricerca internazionale guidato dal neuroscienziato italiano Giulio Tononi, da anni negli Stati Uniti, dove ora insegna psichiatria nell’Università del Winsconsin a Madison.
Lo studio ha permesso di individuare per la prima volta le onde dell’attività cerebrale che sono inequivocabilmente associate al sogno, sia nella fase del sonno Rem sia nella fase non Rem. I ricercatori le hanno identificate analizzando l’elettroencefalogramma di 32 persone risvegliate in diversi momenti del sonno ed intervistate sulla durata e sul contenuto dei loro sogni.
I dati raccolti indicano che i sogni sono associati ad un indebolimento delle onde cerebrali a bassa frequenza in una particolare regione della parte posteriore della corteccia e a un rafforzamento delle onde ad alta frequenza che partono sempre dalla stessa regione posteriore per poi diffondersi verso le aree frontali e temporali. Leggere questo particolare schema di attività cerebrale nell’elettroencefalogramma di una persona in fase non Rem consente di sapere in tempo reale se sta sognando con un’accuratezza prossima al 90%.
I neuroscienziati hanno scoperto inoltre che alcuni contenuti dei sogni che facciamo durante la fase Rem (ad esempio volti, parole, pensieri o movimenti nello spazio) sono collegati ad un aumento delle onde cerebrali ad alta frequenza nelle regioni del cervello che normalmente sono coinvolte nell’elaborazione dello stesso genere di informazioni quando siamo svegli hop over to here.

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Interferisce su altezza e malattie come schizofrenia e lupus

Le antiche sequenze genetiche che abbiamo ereditato dai Neanderthal e che compongono fra il 2% e il 4% del nostro Dna non sono silenziose, anzi: potrebbero influenzare il modo con cui i nostri geni vengono accesi o spenti, condizionando ad esempio la statura e il rischio di sviluppare malattie come la schizofrenia e il lupus eritematoso. Lo dimostra lo studio della University of Washington School of Medicine e pubblicato sulla rivista Cell.
”Sebbene siano trascorsi 50.000 anni dagli ultimi incroci tra i Neanderthal e gli uomini moderni, ancora oggi ne possiamo misurare le conseguenze sull’espressione dei geni”, spiega il co-autore dello studio, Joshua Akey.
Studi precedenti avevano trovato correlazioni tra alcuni geni ereditati dai Neanderthal e alcuni tratti riguardanti la depressione, il lupus e il metabolismo dei grassi, ma ancora nessuno era riuscito a svelare i meccanismi molecolari responsabili di questa associazione.
I genetisti statunitensi hanno cominciato a fare luce sulla questione esaminando un’enorme banca dati contenente informazioni relative ai geni ‘accesi’ e ‘spenti’ nei vari tessuti del corpo di oltre 400 persone. La ricerca si e’ focalizzata sugli individui che presentavano per alcuni geni sia una versione Neanderthal sia una versione ‘moderna’, una ereditata dalla madre e l’altra dal padre: per ciascuno di questi geni, si e’ confrontata l’espressione delle due varianti in 52 tessuti dell’organismo.
E’ emerso che nel 25% dei casi si hanno differenze di espressione tra le varianti moderne e quelle antiche. I geni dei Neanderthal risultano poco ‘accesi’ soprattutto a livello del cervello e dei testicoli, probabilmente i tessuti che si sono sviluppati di piu’ dopo che le strade evolutive dell’uomo moderno e del Neanderthal si sono separate circa 700.000 anni fa. In alcune situazioni le varianti genetiche dei Neanderthal possono pure avere risvolti positivi, come nel caso del gene ADAMTSL3 legato alla schizofrenia: se finisce sotto il controllo del Dna neanderthaliano, si riduce il rischio di malattia e aumenta invece la statura.