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Con uso abituale, circa 4 volte a settimana
Il rischio di Ictus è ridotto di circa il 60% e di morte per infarto del 40%  se si fa un uso abituale (circa 4 volte a settimana) di peperoncino. Questa affermazione è frutto di uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology e coordinato dagli epidemiologi dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, l’Università dell’Insubria a Varese e il Cardiocentro Mediterraneo di Napoli.

Lo studio si è basato sull’analisi delle abitudini alimentari di 22.811 molisani il cui stato di salute è stato monitorato per un tempo medio di otto anni. Gli esperti hanno visto che usare il peperoncino 4 o più volte a settimana si associa a una riduzione del rischio complessivo di morte del 23%, una riduzione del rischio di morte per infarto del 40%, e una riduzione di oltre la metà del rischio di ictus. Marialaura Bonaccio, epidemiologa del Neuromed e primo autore del lavoro, ha riferito che l’aspetto più interessante dello studio è che la protezione assicurata dal peperoncino è indipendente dal tipo di dieta adottata complessivamente, ovvero sia che si mangi in modo sano, sia che si scelga un’alimentazione meno sana, l’effetto protettivo del peperoncino è uguale per tutti”.

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Studio sul suo corpo e su quello di altri ominidi

Oetzi, la mummia di Similaun trovata in Alto Adige, era più geneticamente predisposta all’infarto rispetto all’uomo moderno. E’ quanto emerge da uno studio dei genetisti dello Georgia Institute of Technology pubblicato su Human Biology, la pubblicazione ufficiale dell’Associazione degli antropologi genetisti degli Usa. La ricerca ha coinvolto non solo il suo corpo (ritrovato nel 1991 sulle Alpi Venoste e risalente tra il 3300 e il 3100 avanti Cristo e ora esposto al museo archeologico dell’Alto Adige a Bolzano), ma anche quella dell’Ominide di Denisova, esemplare scoperto sui Monti Altaj, in Siberia, nel 2010 e vissuto tra i 70 e i 40mila anni fa. La salute genomica dell’ominide siberiano è peggiore del 97% degli esseri umani attuali. Per Oetzi, invece, è stato accertato come avesse una predisposizione genetica alle malattie cardiovascolari e gastrointestinali. I genomi degli uomini di Neanderthal e Denisoviani, secondo la ricerca, avevano dunque più fattori che ne influenzavano i rischi di malattie.

Fonte:www.ansa.it

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Messo a punto nuovo utilizzo del test

Gli arresti cardiaci colpiscono d’improvviso, sono spesso fatali e non c’è modo di prevederne i rischi, in quanto avvengono per una sorta di corto circuito elettrico. Non come gli infarti che colpiscono per occlusioni arteriose spesso individuabili in anticipo. Ma ora, per la prima volta, uno scienziato Usa ha messo a punto una modalità che promette di quantificare i pericoli individuali.
Usando un ‘antico’ e non costoso test – l’elettrocardiogramma – e dopo aver studiato migliaia di pazienti, Sumeet Chug, direttore dell’Istituto di Cardiologia Genomica del prestigioso Cedars-Sinai Heart Institute, avrebbe trovato la chiave per predire i rischi di un disturbo che colpisce circa 1.000 persone al giorno, 350.000 l’anno secondo l’American Heart Association.
”Quasi sempre quando l’arresto avviene è troppo tardi”, ha osservato Sumeet Chugh -. Ogni minuto che passa c’è il 10% in più di possibilità di morte”.
Ma Chugh ha scoperto 6 punti esatti nel tabulato dei dati degli elettrocardiogrammi che rivelano importanti informazioni sul cuore: quanto pompa, la sua carica elettrica ecc. Sulla base di queste informazioni, lo scienziato ha assegnato ‘punteggi di rischio’ – da zero a sei – che indicano i pericoli di arresto cardiaco per ognuno. Un punteggio da 4 in sù indicherebbe una probabilità 20 volte più alta della media di soffrire un arresto cardiaco. Chugh ha confermato la sua teoria su pazienti: la metà di quelli che soffriranno un arresto cardiaco presentano i dati di rischio che possono venire individuati nei 6 punti dell’elettrocardiogramma.

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Si basa su osservazione rossore tessuti e arterie con una Tac

Sviluppato un test per predire, guardando il cuore attraverso una ‘TAC’ (già oggi in uso normalmente tra gli esami cardiologici) chi è a rischio di infarto: più rossi (segno di infiammazione) appaiono i tessuti, più alto è il livello di infiammazione, maggiore è il pericolo. E’ il risultato del lavoro di scienziati della università di Oxford, reso noto sulla rivista Science Translational Medicine.
Basato sull’analisi dello stato infiammatorio e del grasso depositato sulle arterie, il test ha in sé il potenziale di rivoluzionare il trattamento per uno dei maggiori killer del mondo, spiega uno degli autori del lavoro Charalambos Antoniades. Gli esperti hanno finora analizzato oltre 2000 Tac evidenziando che quando il livello di infiammazione dei tessuti sale, cambia il comportamento del grasso che tende a rompersi e tutto il tessuto circostante cambia aspetto. Sono proprio queste modifiche nelle sembianze del tessuto intorno alle arterie che danno un’idea del rischio cuore.
L’infiammazione e il grasso intorno alle arterie sono come una bomba ad orologeria e per disinnescarla si può agire per tempo prescrivendo delle terapie (ad esempio statine) in soggetti anche apparentemente sani o modificando le cure di persone già con un rischio cardiaco noto. Se la tecnica non deluderà le promesse, nelle future sperimentazioni cliniche più ampie che ora la attendono e la vedranno protagonista, essa potrà portare a terapie più efficaci per scongiurare infarti potenzialmente fatali.

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Causato dal virus della varicella, resta latente nell’organismo

L’infezione da Herpes Zoster, meglio noto come fuoco di Sant’Antonio, aumenta del 60% il rischio di attacco cardiaco e del 35% quello di ictus. A mettere in guardia è un ampio studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology.
L’Herpes Zoster è una malattia causata dal virus Varicella Zoster. Una volta guariti dalla varicella, il virus non viene distrutto dall’organismo bensì resta latente ma suscettibile a riattivarsi in caso di abbassamento delle difese immunitarie. I ricercatori della Corea del Sud hanno seguito, dal 2003 al 2013, 23.233 casi di pazienti con Herpes Zoster. Messi a confronto con altrettante persone che non ne aveva sofferto, si è visto che i primi vedevano aumentare del 35% la probabilità di ictus e del 59% quella di attacco cardiaco. Il rischio era maggiore nel primo anno dopo l’insorgenza dell’herpes e che diminuiva nel tempo. Inoltre erano più probabili essere femmine e presentare fattori di rischio comuni per queste patologie, come ipertensione, diabete e colesterolo alto, nonostante il fatto che, proprio in questo gruppo, si riscontrasse meno sedentarietà, meno probabilità di fumare e assumere alcol: tutti fattori che dovrebbero invece diminuire il rischio di malattie cardiovascolari. “Questi risultati richiedono un ulteriore studio sul meccanismo alla base dell’associazione, ma è importante intanto che i medici che trattano questi pazienti li rendano consapevoli del rischio aumentato”, commenta Sung-Han Kim, del Dipartimento delle Malattie Infettive presso l’Asan Medical Center di Seoul e uno degli autori dello studio.

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Studio Gemelli, al via cure su misura per i diversi tipi arresto cuore

In molti casi di infarto, circa il 30% del totale, può esservi anche lo zampino del sistema immunitario del paziente che induce una eccessiva azione infiammatoria. In un lavoro pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology da esperti dell’Istituto di Cardiologia della Cattolica e Polo di Scienze Cardiovascolari e Toraciche del Gemelli diretto da Filippo Crea, e riportato oggi in occasione della Giornata per la Ricerca in corso presso il nosocomio romano, viene riferito che un’attività esagerata di alcune cellule immunitarie, i linfociti di tipo T, porta a eccessiva infiammazione della placca aterosclerotica depositata sulle pareti dei vasi sanguigni, placca che poi va incontro a rottura e causa l’infarto.
La giornata è dedicata alla medicina personalizzata e proprio la gestione dell’infarto è una delle frontiere su cui è attiva la medicina di precisione. Infatti negli ultimi anni si è iniziato a capire che gli infarti non sono tutti uguali, ma originano da meccanismi diversi che si traducono in prognosi diverse da paziente a paziente. I progetti di ricerca in corso e futuri presso il Gemelli, consentiranno di sviluppare terapie mirate sulla base del meccanismo che porta all’infarto e di stabilire per ogni paziente la prognosi, nonché indicazioni sulle misure di prevenzione primaria e secondaria da seguire. Uno dei meccanismi possibili è proprio mediato dall’azione del sistema immunitario sulla placca: in un sottogruppo di pazienti si è visto che la placca aterosclerotica sulle pareti dei vasi che ossigenano il cuore (le coronarie) va incontro a rottura e successiva formazione del trombo con meccanismi che coinvolgono uno squilibrio nelle cellule del sistema immunitario.
Inoltre altre ricerche hanno evidenziato come in circa la metà degli infarti non si verifica rottura di placca e che in assenza di rottura la prognosi dei pazienti è più favorevole a lungo termine. In alcuni casi si ha solo un’erosione, e probabilmente questi infarti necessitano di terapia diversa senza necessità di impiantare uno stent coronarico.

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Tempi attesa minori con l’esame della troponina e l’angiografia coronarica

Nuove tecniche accelerano i tempi di diagnosi per i pazienti che arrivano in pronto soccorso con dolore toracico. Si tratta del rilievo delle troponina ad alta sensibilità, che permette di escludere la presenza di un infarto miocardico in atti, e dell’angiografia coronarica computerizzata, fondamentale nelle diagnosi di sindromi coronariche acute (Sca). Di queste novità si è parlato nel corso del congresso ‘Conoscere e curare il cuore’, in corso a Firenze e organizzato dalla Fondazione onlus centro per la lotta contro l’infarto.
Per quanto riguarda invece la capacità predittiva dell’infarto, la tecnica “dell’electron beam computer tomography – spiega il presidente della fondazione Francesco Prati – è una metodica che assicura il riconoscimento e la quantificazione delle calcificazioni nelle coronarie”. La tecnica, prosegue Prato, “ha un basso costo ed è un valido marker per il rilievo dell’aterosclerosi coronarica”.
Tra i temi al centro del congresso, anche quello della ‘precision medicine’ o medicina personalizzata: “Grazie al completamento del sequenziamento umano – afferma Eloisa Arbustini, del Centre of inherited cardiovascular diseases, Irccs foundation – e con la disponibilità dei nuovi strumenti di biotecnologia, la caratterizzazione molecolare delle malattie a livello individuale è ora possibile e sostenibile”. “In questo senso – precisa – la precision medicine intende identificare la precisa eziologia e target per ciascuna patologia con l’obiettivo di sviluppare trattamenti specifici relativi, ritagliati su profili biomolecolari individuali”.

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Spruzzati biomateriali che favoriscono la rigenerazione

“Dipingere” il cuore con una “bomboletta spray” molto speciale può favorire la riparazione del muscolo cardiaco dopo un infarto, il tutto con un trattamento mini-invasivo. E’ quanto dimostra una ricerca preliminare su animali condotta presso l’Università della Carolina del Nord: biomateriali vengono spruzzati in forma di spray direttamente sulla superficie del cuore danneggiato da infarto e formano un gel che aiuta il cuore a ripararsi senza bisogno di punti di sutura e di chirurgia a torace aperto.
L’idea è stata presentata sulla rivista Tissue Engineering, Part C e costituisce un avanzamento rispetto alla ricerca in corso sui cerotti rigenerativi sperimentati finora, che richiedono una chirurgia a torace aperto. Gli autori del lavoro – Junnan Tang e Adam Vandergriff – si sono ispirati alle vernici spray in uso nell’industria delle costruzioni. Lo spray che hanno realizzato è composto da due biomateriali porosi che favoriscono la riparazione del cuore e che rappresentano anche un vettore per trasportare localmente dei farmaci o fattori di crescita, per promuovere formazione di nuove cellule cardiache.

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Studio Policlinico Gemelli

Non solo sono capaci di ridurre il rischio cardiovascolare e i grassi nel sangue, ma possono anche aiutare a ‘riparare’ i danni del cuore dall’infarto. Sono i farmaci Omega-3, al centro di uno studio, recentemente pubblicato su Circulation, coordinato da Massimo Massetti, direttore dell’Uoc di Cardiochirurgia del Policlinico Gemelli di Roma e titolare della Cattedra di Cardiochirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. La ricerca ha analizzato gli effetti dell’assunzione di alte dosi di farmaci Omega-3 in pazienti che avevano subito un infarto miocardico acuto (IMA) dimostrando che alte dosi di Omega-3, possono intervenire positivamente nel rimodellamento del muscolo cardiaco. “I risultati di questo studio – commenta Massetti – sono particolarmente importanti, infatti, dopo un infarto miocardico acuto si verificano delle alterazioni del muscolo cardiaco che dipendono dal grado di sofferenza ischemica legata alla diminuzione dell’afflusso di sangue al cuore. Queste alterazioni vanno dalla necrosi del tessuto con successiva cicatrice fibrosa (infarto vero e proprio) a variazioni di forma e dimensioni del ventricolo sinistro. Questi cambiamenti morfologici possono essere reversibili, con appropriati interventi, nella fase iniziale dopo occlusione coronarica. Se non si interviene, o se si interviene tardivamente, si instaura una progressiva dilatazione del ventricolo colpito dall’infarto con peggioramento della performance contrattile. Questo processo, viene definito di “rimodellamento” e, in base alla gravità, può condizionare la successiva prognosi della malattia”.

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Si applica e ripristina il ritmo cardiaco

Sviluppato un cerotto per riparare il cuore dopo un infarto, che si applica nella parte danneggiata in modo mini-invasivo, senza nemmeno bisogno di punti di sutura e che potrebbe divenire una cura per evitare la comparsa di aritmie.
Reso noto sulla rivista Science Advances, è il traguardo di ricercatori australiani della università di Sidney e britannici dell’Imperial College London. Il cerotto è stato testato con successo su animali all’Imperial College da Cesare Terracciano.
Dopo un infarto la parte del cuore danneggiata perde capacità di condurre corrente; si forma una cicatrice e in quella parte il cuore non funziona più. Questo può causare insufficienza cardiaca e pericolose aritmie.
Gli esperti hanno creato un cerotto con chitosano (molecola dei gusci di crostacei), una sostanza chiamata polianilina e acido fitico dalle piante.
Il cerotto si appiccica sulla parte danneggiata e ripristina la conduzione elettrica che permette al muscolo di contrarsi e pompare il sangue. Per attaccarlo non servono punti di sutura, il cerotto si appiccica facilmente e resta funzionante a lungo.
Serviranno naturalmente altri esperimenti su animali prima di trasferire questa invenzione al letto del paziente.