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Sindrome da attivazione macrofagica colpisce bimbi

Scoperto il meccanismo di un’infiammazione potenzialmente letale, una complicanza di alcune malattie reumatologiche, in particolare dell’artrite idiopatica giovanile sistemica. Si tratta della sindrome da attivazione macrofagica (MAS), raro disordine del sistema immunitario, e responsabile e’ la molecola interferone-gamma. Sono stati i ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù a scoprire l’esatto meccanismo alla base della pericolosa infiammazione.
I risultati, pubblicati sul Journal of Allergy and Clinical Immunology, aprono la strada a nuove possibilità di cura. La MAS è una complicanza che si presenta nel 10-20% dei bambini colpiti da alcune malattie reumatologiche. A seconda delle forme, può causare la morte nel 10-30% dei casi. Al Bambino Gesù vengono seguiti circa 10 piccoli pazienti l’anno.
La ricerca ha preso in esame il ruolo dall’interferone-gamma, dimostrando che viene prodotto in grande eccesso nel fegato e nella milza, gli organi principalmente coinvolti nella malattia.
Inoltre è stato dimostrato che negli stessi organi, in risposta all’eccesso di interferone- gamma, vengono prodotte altre due piccole molecole dell’infiammazione che poi filtrano nel sangue, dove possono essere facilmente misurate. Chiamate CXCL9 e CXCL10, sono due nuovi indicatori di malattia. “La loro misurazione – afferma la dottoressa Giusi Prencipe, che ha svolto la ricerca sotto la direzione del dottor Fabrizio De Benedetti, responsabile di Reumatologia – potrebbe permettere una diagnosi più rapida e un più stretto monitoraggio della gravità della MAS”. I risultati della ricerca aprono nuove prospettive. “L’applicazione di terapie mirate ad antagonizzare specificamente l’interferone gamma potrebbe rivoluzionare il trattamento – conclude De Benedetti- un trial clinico con un nuovo farmaco sperimentale è appena iniziato presso il nostro Ospedale”.

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Contrasta processi deleteri per cuore,vasi

Il caffè potrebbe stimolare la longevità contrastando un processo infiammatorio nell’organismo che mette a rischio la salute del cuore.
È quanto emerso da una ricerca condotta da David Furman della Stanford University in California, e pubblicata sulla rivista Nature Medicine.
Già in passato uno studio sul New England Journal of Medicine condotto da ricercatori del National Cancer Institute presso i National Institutes of Health americani aveva evidenziato che il consumo abituale di caffè riduce il rischio di morte per molte cause, malattie cardiache, ictus, infezioni, lesioni o incidenti.
In questo nuovo studio si è però per la prima volta indicata una possibile motivazione di questi effetti ‘allungavita’ della nera bevanda. Gli esperti hanno analizzato un campione di individui di 20-30 anni e un altro gruppo di individui anziani dai 60 anni in su sottoponendoli a visite periodiche. Hanno così notato che nel sangue degli individui anziani, ma non in quello dei giovani, è presente un eccesso di attività di due famiglie di geni legate a un processo infiammatorio molto forte, a sua volta collegato a pressione alta e rigidità delle pareti dei vasi sanguigni (che sono fattori di rischio per il cuore).
Andando a esaminare più da vicino gli anziani, gli scienziati californiani hanno poi visto che in alcuni anziani questi processi infiammatori sono più intensi, in altri meno. Gli esperti hanno visto che gli anziani con bassi livelli di infiammazione in atto, sono consumatori abituali di caffè e altre bevande contenenti caffeina. Così gli scienziati hanno testato in laboratorio due ‘sottoprodotti’ della caffeina, la teofillina e la teobromina, e visto che effettivamente le due sostanze sono in grado di tenere a bada questo processo infiammatorio deleterio per la salute del cuore, cosa che potrebbe spiegarne, appunto, la sua azione protettiva.