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Grande come moneta da 2 centesimi, ha 100 micro-aghi

Il vaccino contro l’influenza in un cerottino da applicare sulla pelle potrebbe essere in arrivo. I primi test del ritrovato, condotti all’Istituto Nazionale della Salute Usa (NIH), hanno dimostrato che questo stimola lo stesso numero di anticorpi del normale vaccino iniettabile. Il cerottino, più o meno della dimensione di una monetina da due centesimi, contiene 100 micro-aghi con il vaccino dell’influenza. Una volta penetrati nella pelle in modo indolore, gli aghi si dissolvono, rilasciando la sostanza.
Il cerotto è stato sperimentato all’NIH su 100 persone: il 70% di loro ha detto di preferire questo metodo all’iniezione, e le analisi del sangue sui volontari hanno mostrato una risposta immunitaria analoga tra le due modalità di immunizzazione.
Nessun effetto collaterale significativo è stato riscontrato, a parte qualche piccola irritazione locale. Ma gli scienziati dovranno condurre altri test sulla sicurezza del prodotto.
“Il cerotto con aghi che si dissolvono può trasformare le vaccinazioni”, ha osservato Roderic I. Pettigrew, direttore del dipartimento di ‘Biomedical Imaging and Bioengineering’ dell’NIH.

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Forse fa parte di una rete di geni che combattono i virus

Si nasconde nel Dna una vera e propria ‘spia’ dell’influenza, che aiuta a capire se le persone che la contraggono rischiano di prenderla in forma grave. Identificata negli Stati Uniti, nell’ospedale pediatrico St. Jude di Mamphis, la scoperta e’ pubblicata nell’edizione online della rivista Nature Medicine e potrebbe essere il primo passo all’interno di una vasta rete di meccanismi genetici specializzati nel combattere i virus. 

I ricercatori, coordinati da Kaitlynn Allen, hanno analizzato il Dna di 393 persone con l’influenza, da bambini fino a settantenni. E’ emerso cosi’ che gli individui portatori di un’alterazione ereditaria del gene ‘IFITM3′ avevano un rischio piu’ che doppio di sviluppare una grave forma di influenza. Ulteriori ricerche a livello molecolare hanno dimostrato che l’alterazione genetica e’ legata ad una minore efficienza delle cellule piu’ aggressive del sistema immunitario, i linfociti T killer, che non riescono a riconoscere i virus influenzali. 

Secondo i ricercatori mettere a punto un marcatore in grado di evidenziare la mutazione genetica potrebbe essere utile per tutelare le persone a rischio, ad esempio intervenendo per tempo con vaccini e terapie. Le ricadute della scoperta potrebbero comunque essere piu’ vaste. “Mentre questa ricerca si focalizza sull’influenza, il meccanismo che abbiamo identificato agisce nella regolazione di molti geni coinvolti nell’attivita’ antivirale”, hanno rilevato i ricercatori. Non e’ da escludere, ad esempio, che il meccanismo scoperto possa far parte di una rete molto piu’ ampia, coinvolta nella regolazione di molti geni importanti nel combattere i virus.

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Contiene cento microaghi che rilasciano il vaccino nel sangue e si dissolvono nel giro di 20 minuti, niente dolore e pochi effetti collaterali

Un cerotto è efficiente quanto l’iniezione per somministrare il vaccino per l’influenza. Lo afferma il primo test sull’uomo della tecnologia sviluppata dalla Emory university, i cui risultati sono pubblicati su Lancet.
Il cerotto, che a differenza del vaccino tradizionale può essere stoccato a temperatura ambiente, contiene cento microaghi che rilasciano il vaccino nel sangue e si dissolvono nel giro di 20 minuti. Per fare il confronto con la tecnica tradizionale i ricercatori hanno arruolato 100 volontari non vaccinati preventivamente, tra 18 e 49 anni, dividendoli in quattro gruppi. Il primo ha ricevuto il vaccino tradizionale, uno il cerotto contenente un placebo e gli altri due il cerotto con il vaccino, in un caso applicato da un medico e nell’altro dai soggetti stessi. Dopo 180 giorni sono stati valutati la risposta in termini di anticorpi e gli effetti collaterali. Nel gruppo vaccinato con il cerotto si sono verificati problemi minimi, dal prurito al rossore nel punto di applicazione, guariti in pochi giorni. La risposta anticorpale è risultata identica nei tre gruppi, ma il 70% di quelli che avevano ricevuto il cerotto hanno dichiarato di preferire questo metodo all’altro. “Il cerotto è facile da somministrare anche da parte degli stessi pazienti – affermano gli autori -. Serviranno però ulteriori test su un numero maggiore di pazienti prima di una applicazione su larga scala”.

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Messo a punto al Bambino Gesù, usa marcatori genetici specifici

Primo passo verso un intervento vaccinale personalizzato per bambini con basse difese immunitarie. Un test genetico, messo a punto da ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, permette di sapere in anticipo se il vaccino antinfluenzale avrà o meno effetto su piccoli pazienti affetti da HIV. Pubblicato sulla rivista Journal of Immunology, lo studio è stato premiato con l’European Research MasterClass, al congresso annuale dell’ESPID (European Society of Pediatric Infectious Diseases), a Madrid.
I bambini con Hiv hanno bisogno di maggiori attenzioni nella copertura vaccinale rispetto alla popolazione pediatrica sana.
Ad oggi però non esistono linee guida sul loro follow up vaccinale, quindi, una volta vaccinati, questi bambini vengono ritenuti protetti. Il test invece – tramite l’individuazione dei marcatori genetici specifici che predicono quale sarà la risposta dell’organismo – rivela l’efficacia o meno del vaccino prima che venga somministrato. In questo modo i medici possono comportarsi di conseguenza,scegliendo una formulazione vaccinale alternativa, se disponibile, o chiedendone una specifica. Lo studio, che ha coinvolto 40 pazienti affetti da HIV, ha utilizzato una tecnica, messa a punto sempre dai ricercatori del Bambino Gesù, che consente di estrarre una grande quantità di informazioni dal sangue di un bambino anche in presenza di campioni estremamente ridotti. “In prospettiva – spiega Paolo Palma a capo del gruppo di ricerca in infezioni congenite perinatali dell’ospedale – questi test potranno essere allargati anche ad altre tipologie di pazienti immunocompromessi, come quelli reduci da un trapianto”.

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Potrebbe favorire l’insorgenza di disturbi di salute per il nascituro

Lo stress della mamma – se continuato nel tempo – può trasmettersi al feto attraverso il liquido amniotico e non è escluso che potrebbe favorire l’insorgenza di disturbi di salute per il nascituro. E’ quanto rivela uno studio su gestanti pubblicato sulla rivista Stress klicken sie hier, um mehr zu lesen.
Condotto da esperti dell’Università di Zurigo e dell’Istituto Max Planck di Monaco, lo studio mostra anche che uno stress momentaneo, non duraturo, non ha influenza particolare sul feto che resta protetto da esso.
In passato studi su animali hanno mostrato che la presenza di ormoni dello stress nel liquido amniotico può aumentare lo sviluppo del feto. Altri studi hanno invece messo in relazione lo stress in gravidanza con un maggior rischio di disturbi per il nascituro, quali l’iperattività. Questa ricerca è volta quindi ad aumentare le conoscenze sui possibili effetti dello stress in gravidanza.
Gli esperti hanno studiato un gruppo di gestanti misurando in primis l’aumento degli ormoni dello stress nel sangue delle donne in concomitanza con l’amniocentesi, evidenziando che uno stress momentaneo della donna non influenza in alcun modo la quantità degli stessi ormoni nel liquido amniotico, quindi non influenza il feto. Invece, quando lo stress è cronico, la donna presenta livelli alterati di ormone, il che favorisce il rilascio di ormoni dello stress (CRH) e questi risultano in eccesso anche nel liquido amniotico dove sembrano influenzare – accelerandola – la crescita del feto. “Una eccessiva accelerazione della crescita fetale potrebbe avvenire a spese del corretto sviluppo degli organi”, ipotizza Ulrike Ehlert, psicologo che ha coordinato lo studio, ma serviranno ulteriori ricerche per capire se vi sono reali conseguenze per il bebè.
Gli esperti suggeriscono comunque alle donne che sono sottoposte a forti stress per periodi prolungati di farsi aiutare da specialisti per ritrovare un equilibrio.

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In totale 5,5milioni di persone infettate nella stagione 2016-17

La stagione influenzale appena terminata è stata molto aggressiva con gli anziani. Negli over 65 si è avuto infatti un 15% in più di morti attribuibili all’influenza rispetto all’atteso. Un dato che pone il nostro Paese primo in Europa. La conferma arriva dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss), sulla base di quanto raccolto dal network europeo Euromomo. C’è stato un “incremento del numero di decessi attribuibili all’influenza nella Terza Età pari al 15% – commenta Caterina Rizzo, epidemiologa Iss – rispetto a quelli attesi”.
In particolare, nella settimana del picco epidemico si è arrivati al 42%. Ciò perchè quest’anno è circolato anche il virus H3N2, ”che colpisce soprattutto gli anziani. Se ci fosse stata una copertura vaccinale migliore, parte di queste morti si sarebbe potuta evitare”. Gli altri paesi in cui si è avuto un aumento di morti tra gli anziani sono Francia, Spagna e Portogallo. Complessivamente, secondo i medici sentinella dell’Iss, gli italiani colpiti da sindromi simil-influenzali sono stati 5.441.000, 34mila nella ultima settimana.

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Efficace contro i virus del tipo H1

Si trova nel muco di una rana originaria dell’India la molecola ‘Terminator’ dei virus dell’influenza del tipo H1, efficace anche contro diversi batteri. Chiamata urumina, in onore della Urumi, la temibile spada-frusta originaria del Kerala e usata nelle arti marziali indiane, la molecola potrebbe diventare la base per futuri farmaci. La descrivono sulla rivista Immunity i ricercatori dell’Emory Vaccine Center di Atlanta, guidati da Joshy Jacob.
La pelle delle rane è nota per produrre molecole (peptidi) capaci di difenderle dai batteri e, come si è scoperto ora, anche dai virus. E’ il caso della urumina, prodotta dalla rana del Kerala Hydrophylax bahuvistara, che si è dimostrata capace di distruggere molti ceppi del virus dell’influenza che colpiscono l’uomo. Sperimentata nei topi, la molecola è riuscita a neutralizzare dozzine di ceppi virali dell’influenza, da quelli più vecchi del 1934 fino ai più recenti.
”Molte rane producono diversi peptidi, a seconda di dove vivono. E’ un meccanismo immunitario – precisa Jacob – innato di tutti gli esseri viventi. Quello che abbiamo scoperto nelle rane è efficace contro il virus H1 dell’influenza”. I ricercatori hanno sperimentato 32 molecole diverse contro l’influenza, quattro delle quali hanno mostrato di funzionare. Tre di queste però sono risultate tossiche sul sangue umano, mentre la quarta, l’urumina appunto, pur essendo letale per i virus influenzali, non sembra essere dannosa per le cellule umane https://polska-ed.com/kupic-generic-cialis/.
L’urumina gisce prendendo come bersaglio una proteina presente sulla superficie del virus, l’emoagglutinina, e che il virus utilizza per penetrare nelle cellule umane. ”La molecola killer si attacca all’emoagglutinana, destabilizzando il virus e finendo per ucciderlo”, continua Jacob. Spruzzata nel naso dei topi, è riuscita a proteggerli anche da una dose letale di virus influenzali.

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Scoperto come il suo ritmo agisce sulla nostra mente

Respirate lentamente e sentirete diffondere in voi un senso di calma. Iniziate a respirare rapidamente e sentirete la tensione salire. E’ un processo noto da millenni, ma che finora non aveva avuto una spiegazione scientifica. Ora, in uno studio pubblicato su Science, i ricercatori della Stanford University School of Medicine hanno identificato un gruppo di neuroni che collegano la respirazione agli stati d’animo e sono responsabili della calma, spiegando anche perché la meditazione ha effetto nel ridurre lo stress.
La pratica del controllo del respiro è una componente fondamentale di tutte le varietà di meditazione https://infofurmanner.de/. Il piccolo gruppo di neuroni che collegano la respirazione a rilassamento, attenzione, eccitazione e ansia si trova in profondità nel tronco cerebrale, in una zona scoperta nel 1991 chiamata complesso di pre-Bötzinger. Questa sorta di ‘pacemaker respiratorio’ ha a che fare con molti tipi diversi di respiro associati a diverse emozioni: regolare, rilassato, eccitato, ansimante, singhiozzante, sospirante.
Guidati da Mark Krasnow, i ricercatori si sono quindi chiesti se differenti sottotipi di neuroni all’interno del centro di controllo respiratorio fossero responsabili di generare questi diversi tipi di respiro. Hanno quindi identificato più di 60 sottotipi neuronali presenti nella parte del tronco cerebrale in cui risiede il centro di controllo della respirazione e, per esaminare il loro ruolo nella respirazione, li hanno eliminati eliminanti selettivamente in topi. In particolare si sono concentrati su una sottopopolazione di neuroni che esprimono due marcatori genetici chiamati Cdh9 e DBX1.
Quando li hanno eliminati nei roditori, hanno notato con sorpresa gli animali ancora respiravano normalmente ma con una piccola differenza: lo facevano in modo più lento. Inoltre, osservandone i comportamenti hanno notato che erano straordinariamente calmi, anche in situazioni particolarmente stimolanti, e trascorrevano meno tempo ad esplorare l’ambiente circostante e più tempo fermi.

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Dall’inizio della stagione 4,8 milioni di italiani colpiti

Salgono a 50, dall’inizio dell’autunno a oggi, le persone decedute a causa dell’influenza stagionale, mentre i casi di contagio continuano a calare e, nell’ultima settimana, sono stati in tutta Italia 151.000. Dall’inizio della stagione, il numero totale di italiani allettati dai virus influenzali è arrivato a 4 milioni e 793mila, ma “sta per concludersi il periodo epidemico”, si legge sul rapporto Influnet, che presenta i risultati relativi alla sorveglianza epidemiologica delle sindromi influenzali, elaborati dal Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto superiore di sanità (Iss). La curva epidemica, infatti, continua la sua discesa, raggiungendo, nella settimana dal 20 al 26 febbraio 2017, un livello di incidenza pari a 2,49 casi per mille assistiti. “In tutte le fasce di età – riporta Influnet – si osserva una diminuzione del numero di casi rispetto alla precedente settimana e in Lombardia, nella P.A. di Bolzano, in Liguria, in Toscana, nel Lazio, in Puglia e in Abruzzo l’incidenza è tornata ai livelli di base”, ovvero si è usciti dal periodo di maggior circolazione di questi virus. In totale, però, riporta il Rapporto epidemiologico settimanale FluNews dall’inizio della stagione influenzale, sono stati segnalati 214 casi gravi, 50 dei quali deceduti. Erano tutti anziani, con un’età media di 74 anni, e patologie croniche preesistenti, soprattutto cardiovascolari e respiratorie.

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Quasi 4,5 milioni da inizio stagione, si va verso fine epidemia

Salgono a 35 i decessi causati da virus influenzali, mentre continua a calare il numero dei contagi, scesi a 265mila in una settimana. Dall’inizio della stagione gli italiani allettati dall’influenza sono stati ben 4 milioni e 460mila. E’ quanto riporta il rapporto di sorveglianza delle sindromi influenzali Influnet, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) e relativo alla settimana dal 6 gennaio al 12 febbraio 2017.
Dopo aver raggiunto il picco stagionale nell’ultima settimana del 2016, con 9,59 casi per mille assistiti, il livello di incidenza è sceso a 4,37 casi per mille assistiti, ovvero più che dimezzato. In Puglia e in Abruzzo l’incidenza è tornata ai livelli di base, mentre le altre regioni restano ancora in periodo epidemico, ovvero interessato da una intensa circolazione del virus. Continua invece a crescere il numero dei casi gravi. Secondo i dati riportati dal bollettino FluNews, dall’inizio della stagione ne sono stati segnalati 128. Di questi 35 sono morti: avevano in media circa 73 anni e almeno una patologia cronica pre-esistente.
“Di fatto abbiamo avuto una stagione anomala, con un picco elevato e anticipato ma un declino molto rapido”, spiega Gianni Rezza, capo dipartimento malattie infettive dell’Iss. Non è però il caso di abbassare la guardia. Questo, infatti, aggiunge, “è il periodo di raffreddori dovuti a adenovirus e rotavirus. Inoltre, in autunno e primavera dominano virus parainfluenzali, che possono provocare stessi sintomi dell’influenza, ma di intensità e durata inferiore”.