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Per ogni aumento 5 mcg nel sangue, persi 1,5 punti di QI

Più alto è il livello di piombo nel sangue durante l’infanzia, maggiore è la perdita di punti di quoziente intellettivo e, di conseguenza, minore la possibilità di far carriera in età adulta. Lo dimostra uno studio pubblicato sul Journal of American Medical Association (Jama). A partire dal 1920, un composto chiamato piombo tetraetile è stato aggiunto alla benzina per la sua capacità di aumentare la potenza del motore.

Emesso poi nei gas di scarico veniva bloccato nel terreno dei suoli accanto a strade trafficate e respirato dai bambini che vi giocavano. La benzina con piombo è stata gradualmente eliminata nella maggior parte dei Paesi, ma è ancora usata in alcuni paesi asiatici e del Medio Oriente. I ricercatori della Duke University, negli Usa, hanno preso in esame più di 565 bambini nati nel 1972 e 1973 in Nuova Zelanda, Paese che ha avuto alcuni dei più alti livelli di piombo presenti nella benzina.

Dalla nascita fino all’età adulta, queste persone sono stati regolarmente valutate per le loro capacità cognitive e, all’età di 11 anni, ne sono stati testati i campioni di sangue: il livello era in media 10,99 microgrammi (mcg) per decilitro di sangue (oggi la soglia di “preoccupazione” è pari a 5 microgrammi per decilitro, livello superato dal 94 per cento dei bambini dello studio). I partecipanti che avevano più di 10 mcg di piombo per decilitro di sangue avevano, a 38 anni, un quoziente intellettivo (QI) in media di 4,25 punti inferiore rispetto ai coetanei meno esposti.

   
In pratica, per ogni aumento di 5 mcg di piombo nel sangue, la persona perdeva circa 1,5 punti di QI. “All’epoca diversamente da quanto oggi accade”, sottolineano i ricercatori, “tali quantità erano viste come non pericolose, quindi alla maggior parte dei bimbi non è stato mai dato alcun trattamento”. Lo studio ha poi confrontato i cambiamenti nella posizione sociale, confrontando quella di partenza della famiglia di ogni bimbo con quella degli stessi all’età di 38 anni: coloro che erano stati più esposti avevano occupazioni con livelli economici quattro decimi più bassi rispetto ai coetanei.

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Forti differenze in dimensioni tra più e meno intelligenti

L’intelligenza te la leggo negli occhi, infatti la grandezza delle pupille è un ottimo indicatore delle capacità mentali di un individuo.
E’ quanto suggerito dai risultati di una ricerca pubblicata sulla rivista Cognitive Psychology.
Condotto presso la Georgia Institute of Technology, lo studio ha coinvolto 512 individui che sono stati sottoposti a una serie di test cognitivi, per misurare in particolare la loro memoria di lavoro (parte della memoria a breve termine che ci serve, ad esempio, per tenere a mente un numero mentre lo stiamo digitando sulla tastiera del telefono) e la loro intelligenza fluida, o ragionamento fluido, che è la capacità di pensare logicamente e risolvere i problemi in situazioni nuove.
Ebbene è emerso che chi totalizzava punteggi maggiori a questi test e quindi aveva capacità cognitive maggiori, presentava anche pupille di dimensioni marcatamente differenti rispetto a chi aveva performance cognitive peggiori.
E’ possibile che dietro il nesso tra dimensioni della pupilla e intelligenza vi sia il rapporto che la pupilla ha con il cervello, attraverso un’area con cui è in comunicazione diretta, il locus coeruleus, la cui attività neurale è associata a modifiche della dimensione della pupilla. A sua volta il locus coeruleus è in comunicazione col lobo prefrontale, sede delle nostre funzioni cognitive superiori, dell'”intelligenza” appunto.

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Over 50 sempre più svegli e intelligenti, ma meno in forma dal punto di vista fisico. Realizzano risultati migliori nei test di apprendimento rispetto ai loro coetanei di qualche anno fa, una tendenza che potrebbe essere legata a un tasso di istruzione superiore e a un maggiore uso della tecnologia nella vita quotidiana, ma fanno meno attività fisica e il livello di obesità aumenta.

Questo quanto emerge da uno studio dell’International Institute for Applied Systems Analysis (Iiasa), pubblicata su Plos One. Per arrivare a questa conclusione i ricercatori si sono basati su dati di un sondaggio tedesco, che hanno misurato la velocità di elaborazione cognitiva, la forma fisica e la salute mentale nel 2006 e di nuovo nel 2012.

Si è riscontrato che i punteggi dei test cognitivi aumentavano in modo significativo in 6 anni (per gli uomini e le donne di tutte le età, da 50 a 90 anni), mentre le funzioni fisiche risultavano in declino,soprattutto per gli uomini basso livello di istruzione tra 50 e 64 anni. Secondo gli esperti questi due risultati cosi’ diversi sono attribuibili a uno stile di vita che e’ cambiato.

“La vita è diventata cognitivamente più esigente, con un uso crescente della comunicazione e delle tecnologie dell’informazione anche da parte delle persone anziane. Le persone inoltre sono impegnate più a lungo in lavori intellettualmente impegnativi. Allo stesso tempo, stiamo assistendo a un calo dell’attività fisica e a un aumento dei livelli di obesità” spiega Nadia Steiber, autrice dello studio. Un secondo studio della IIASA, pubblicato la scorsa settimana su Intelligence, suggerisce che gli anziani sono diventati più intelligenti anche nel Regno Unito e ora gli studiosi sottolineano che ulteriori conferme arriveranno da ricerche in altri Paesi.

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L’intelligenza è in qualche modo correlata con il benessere e con la salubrità del contesto in cui si cresce? Secondo molti studi si. L’ultima ricerca, è stata pubblicata sulla rivista JAMA Pediatrics da alcuni ricercatori della University of Wisconsin-Madison e sembra fornire l’ennesima conferma a questa tesi.

Gli scienziati americani hanno analizzato con risonanza magnetica la materia grigia di 389 bambini e adolescenti tra i 4 e i 22 anni, scoprendo che, tra coloro che vivevano al di sotto del livello di povertà, il volume era dell’8-10% inferiore alla media. Un gap, però, facilmente colmabile con un giusto approccio da parte dei genitori.

“E’ solo tra quelli molto poveri che notiamo la differenza”, sottolinea Seth Pollak, professore di psicologia e coautore dello studio. “Poco è noto circa i meccanismi alla base dell’influenza del disagio economico sul rendimento scolastico”, però, conclude, “lo sviluppo del cervello sembra sensibile all’ambiente del bambino e al nutrimento. Questo suggerisce che migliorare il contesto in cui cresce può modificare il legame tra povertà e deficit cognitivi”.

La conferma arriva da Stefano Vicari, responsabile dell’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. “Quando si parla di povertà economica si sottende spesso una povertà culturale e sociale, intesa come carenza di stimoli. Anche una corretta alimentazione gioco un ruolo importante, perché cibi molto calorici e poveri in nutrienti influiscono sullo sviluppo neurologico. Inoltre l’obesità, più frequente nei contesti più poveri, implica minor movimento e minor movimento provoca uno sviluppo cognitivo più lento”. Il suggerimento dell’esperto è, quindi, alle istituzioni. “Quanto più si investe sulla formazione dei genitori a basso livello economico, tanto più il bambino viene stimolato correttamente e si assicura un miglior rendimento scolastico”.