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Descritto meccanismo alla base malattia

Nei pazienti con sclerosi multipla numerosi geni regolati dagli interferoni prodotti normalmente dall’organismo (endogeni) risultano espressi in modo anomalo nelle cellule dei pazienti, risultando sovraprodotti o sottoprodotti. Emerge da uno studio dei ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicato su Scientific Reports. La scoperta, possibile grazie al sostegno della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, oltre a descrivere un nuovo meccanismo alla base della malattia e a spiegare il funzionamento di uno dei farmaci di prima linea usati nella SM, getta le basi per lo sviluppo di nuovi approcci terapeutici e di nuovi marcatori predittivi della sua progressione. Negli ultimi vent’anni, infatti, l’uso dell’interferone beta ricombinante nel trattamento della sclerosi multipla (SM) ha cambiato la qualità di vita di chi soffre di questa malattia.
L’ipotesi dietro il lavoro è nata da una scoperta pubblicata di recente sempre dal gruppo di Cinthia Farina, capo unità di Immunobiologia delle Malattie Neurologiche, secondo cui singoli geni di suscettibilità alla SM coinvolti nella risposta agli interferoni, sono alterati nel sangue periferico dei pazienti, suggerendo la presenza, nella SM, di un’anomala risposta del sistema immunitario agli interferoni prodotti dall’organismo, e quindi un’anomala reazione antivirale.

Fonte:www.ansa.it

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Anche il sistema immunitario ha la sua arma segreta, in particolare per difendersi dall’attacco dei virus. Si chiama PARP9-DTX3L ed è un complesso proteico che combatte su entrambi i fronti.

Da un lato distrugge le proteine usate dai virus per iniziare il processo di replicazione, dall’altro attiva il sistema immunitario.

La scoperta, pubblicata su Nature Immunology dall’Università di Washington a Saint Louis, potrà essere d’aiuto nello sviluppo di nuovi farmaci antivirali.

L’obiettivo dei ricercatori è proprio quello di ‘rispolverare’ e ‘oliare’ questa macchina da guerra finora ignorata per potenziare le difese dell’organismo. I primi esperimenti sui topi condotti grazie all’ingegneria genetica hanno dimostrato che si sta percorrendo la strada giusta.

Infatti, manipolando il gene che avvia la produzione di STAT-1, la proteina-detonatore che trasmette il segnale di attivazione del PARP9-DTX3L, è stato possibile aumentare la risposta del sistema immunitario ottenendo ottimi risultati, sia contro il virus dell’encefalite che contro i virus dell’influenza aviaria (H5N1) e suina (H1N1).

I dati più eclatanti si sono ottenuti contro l’encefalomiocardite, una grave malattia che colpisce organi vitali come il cuore e il cervello: in questo caso i ricercatori sono riusciti ad aumentare la sopravvivenza dei topi da zero a 97%; anche con concentrazioni del virus 100 volte superiori.

La percentuale dei sopravvissuti si è mantenuta elevatissima, pari all’82%. Inoltre nessun topo ha sviluppato malattie autoimmuni come effetto collaterale: questo perché non si è andati ad agire sull’interruttore principale della risposta immunitaria (l’interferone) rischiando di mantenerlo sempre ‘acceso’, bensì su un interruttore secondario (la molecola STAT-1) che entra in azione solo quando c’è una vera aggressione dall’esterno.