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Per la prima volta nell’intera provincia di Trapani è stato effettuato il 26 settembre, presso l’Ospedale “Paolo Borsellino” di Marsala, un intervento di ernia cervicale su un paziente, un giovane di 32 anni. Da quattro anni questi presentava una cervicobrachialgia sinistra ingravescente, resistente alla terapia farmacologica, secondaria a un’ernia discale della colonna cervicale

L’intervento è stato eseguito dall’equipe di Neurochirurgia diretta dal professor Domenico Gerardo Iacopino, già responsabile dell’unità di Neurochirurgia del Policlinico universitario di Palermo, con l’ausilio del personale medico e infermieristico dell’unità operativa di Anestesia e Rianimazione del presidio ospedaliero di Marsala, diretta dal dottor Pietro Pipitone.
“L’ernia discale cervicale – spiega Iacopino – è una patologia responsabile di grave sofferenza per il paziente e talora causa di gravi danni neurologici se non si interviene chirurgicamente con tempestività. L’intervento chirurgico alla colonna cervicale è una procedura affidabile e sicura, nonostante l’opinione comune”.
L’intervento, tecnicamente una “discectomia microchirurgica C5-C6 con artrodesi anteriore” mediante interposizione tra i due corpi vertebrali di una “Cage in Peek”, della durata di 90 minuti è perfettamente riuscito, e il paziente è stato rimesso in piedi in prima giornata e verrà dimesso dopo soli due giorni.
“Si tratta di una notizia attesa da tempo – commenta il Commissario straordinario dell’ASP di Trapani, Giovanni Bavetta – dai pazienti e dall’intera comunità trapanese. La mia soddisfazione è soprattutto quella di poter dare un ulteriore risposta concreta ai nostri utenti, che non sono più costretti a ricorrere a presidi ospedalieri fuori provincia per le patologie della colonna vertebrale. E da oggi il ventaglio delle proposte terapeutiche nella neurochirurgia da parte dell’ASP è ancora più ampio”.
La convenzione con la Neurochirurgia universitaria di Palermo in circa due anni ha consentito a centinaia di utenti dell’intera provincia di effettuare una visita neurochirurgica vertebro-midollare ambulatoriale direttamente all’ospedale di Marsala e a quasi un centinaio di pazienti di sottoporsi a intervento chirurgico al rachide, sia lombare e da oggi anche a quello cervicale, direttamente nel proprio territorio.

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Eccezionale intervento cardiaco effettuato al policlinico Santa Maria alle Scotte, grazie ad un lavoro d’équipe multidisciplinare che ha coinvolto le unità operative di Cardiologia-Emodinamica, Cardiochirurgia, Terapia Intensiva Cardiotoracica, Cardiologia Ospedaliera, e il Servizio di circolazione extracorporea. Una donna di 50 anni, con una voluminosa massa trombotica nell’atrio destro del cuore, a rischio di embolia polmonare e cerebrale, è stata sottoposta ad un intervento mini-invasivo con un sistema di circolazione extracorporea ad alti flussi, senza incisioni chirurgiche, a torace totalmente chiuso e a cuore battente. «La massa trombotica – spiega il dottor Massimo Fineschi, direttore ff UOC Cardiologia-Emodinamica – è stata rimossa con una cannula di aspirazione, introdotta attraverso la vena femorale destra: il sangue è stato aspirato e poi filtrato, la massa trombotica è stata catturata e il sangue pulito è stato successivamente reimmesso nella paziente attraverso un’altra cannula nella vena giugulare sinistra». L’intervento, effettuato in sedazione, grazie alla presenza dei cardio-anestesisti diretti dal dottor Luca Marchetti, è durato circa 2 ore.
«Abbiamo effettuato una circolazione extracorporea di circa 50 minuti – aggiunge Debora Castellani, responsabile servizio circolazione extracorporea – adattando in maniera specifica, per questo tipo di intervento, la macchina cuore-polmone, normalmente usata nei trapianti di cuore e in complessi interventi cardiochirurgici, che consente di garantire l’ossigenazione del sangue, il mantenimento dei valori ematici, la corretta pressione arteriosa, la perfusione sistemica e la protezione del muscolo cardiaco». La paziente, affidata alle cure dell’UTIC della Cardiologia Ospedaliera, coordinata dal dottor Rodolfo Gentilini, dopo una breve degenza, è stata dimessa. «La specificità di questo intervento – conclude il dottor Gianfranco Montesi, direttore UOC Cardiochirurgia dell’Aou Senese – sta anche nella multidisciplinarietà dell’équipe. E’ un risultato di squadra che conferma la presenza di numerose professionalità di alto spessore nell’ambito dell’Heart Team del nostro ospedale, che andrà a collaborare in modo sempre più frequente con le realtà del territorio dell’area vasta sudest. La grande competenza e fiducia reciproca permette di operare per il bene dei pazienti, con un approfondito studio dei casi per individuare sempre la soluzione migliore».

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Senza l’impegno della Regione Lazio e della ASL di Frosinone il paziente di 69 anni operato sabato scorso all’Ospedale “Fabrizio Spaziani” di Frosinone sarebbe stato costretto, così come i propri familiari, a recarsi in una struttura sanitaria fuori provincia dotata di un Reparto di Neurochirurgia.
Invece questo non è stato necessario ed il cittadino è stato operato all’Ospedale di Frosinone, nel nuovo reparto di Neurochirurgia, dal Dott. Giancarlo D’Andrea, coadiuvato dalla Dott.ssa Biagia La Pira.
Nella storia della Asl, è questo il primo intervento in assoluto che si effettua con la procedura chirurgica di “Craniotomia”, che consente l’accesso all’interno del cranio, per poter curare le malattie di interesse neurochirurgico.
L’intervento è stato eseguito in anestesia generale e, ha visto l’asportazione di una neoformazione e non vi è stata alcuna complicazione.
Il primo decorso post operatorio è avvenuto nella Unità di Terapia Neurovascolare (UTN) diretta dal Dott. Maurizio Plocco mentre la degenza post operatoria, prevista in una settimana si svolgerà, sempre allo “Spaziani”, sotto l’osservazione dell’Area Testa Collo del Dipartimento Ospedaliero.
A breve, con l’arrivo di altre risorse ed attrezzature di ultima generazione, si potrà dare risposte ancor più adeguate alle numerose richieste del territorio, evitando così ai tanti che ne avranno bisogno, ulteriori disagi per curarsi fuori provincia.

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La Commissione Bilancio del Senato ha approvato all’unanimità l’emendamento che prevede il “Fondo per il sostegno del titolo di cura e di assistenza del Caregiver familiare” ed A.L.I.Ce. Italia Onlus (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale), coinvolta attivamente in questo processo, esprime la più grande soddisfazione per questo passo fondamentale che riconosce, finalmente, l’enorme peso di cui si fa carico chi si prende cura a lungo termine di persone disabili e affette da patologie croniche o degenerative, come l’ictus cerebrale.
In Italia le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 940.000, ma il fenomeno è in costante crescita, a causa dell’invecchiamento della popolazione. Si stima che siano circa 200.000 ogni anno le persone colpite da questa malattia che può alterare profondamente le loro funzioni, limitandone le attività motorie, la comunicazione, le capacità intellettive. L’impatto dell’ictus in Italia, in termini di riduzione dell’autosufficienza e di incidenza dei bisogni assistenziali, risulta particolarmente gravoso, rappresentando la terza causa di morte dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie e la principale causa d’invalidità.
L’incidenza dell’ictus, inoltre, aumenta progressivamente con l’età raggiungendo il valore massimo negli ultra ottantacinquenni. Il 75% degli ictus colpisce soggetti di oltre 65 anni.
Le persone bisognose di aiuto nei prossimi decenni tenderanno ad aumentare di pari passo con l’aumento di malattie cronico-degenerative e della non autosufficienza.
“Desidero ringraziare fortemente la Cooperativa sociale Anziani per aver condotto questa battaglia negli ultimi dieci anni – dichiara la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus. Da sempre riteniamo sia fondamentale, soprattutto per le persone colpite da ictus, organizzare al meglio le reti di supporto. Se nella fase acuta della malattia, infatti, il paziente viene preso in carico dall’ospedale, in quella cronica è per lo più la famiglia che ha la responsabilità di decidere, ad esempio, se utilizzare ancora qualche servizio della sanità pubblica, se presente, o rivolgersi a servizi privati o a personale retribuito. Oltre la metà di chi è sopravvissuto ad un ictus presenta un grado di handicap sostanziale che comporta necessità di assistenza domiciliare e supporto continuativi da parte di una persona, il caregiver familiare appunto”.
In senso relativo, la frequenza di ictus è leggermente minore nelle donne rispetto agli uomini di pari età, ma essendo le donne anziane molto più numerose degli uomini, in termini assoluti, si verificano più ictus nelle donne che negli uomini. L’onere del ‘prendersi cura’ ricade prevalentemente sulle donne: mogli, figlie e talora nuore o nipoti, che all’interno del nucleo si sono sempre fatte carico delle esigenze dei familiari più deboli. Questo ‘welfare invisibile’ è costituito da una rete oramai sottile in quanto risente della fragilità dell’attuale struttura familiare. Uno studio sulla stima dei potenziali caregiver evidenzia come nei prossimi anni questa fonte di sostegno potrebbe subire pesanti riduzioni rendendo la permanenza a domicilio dell’anziano non autosufficiente alquanto difficile senza il ricorso a forme private di cura. Negli ultimi anni si è passati da un tempo medio di riabilitazione in strutture ospedaliere di 6 mesi a circa 45 giorni, facendo gravare così sulle famiglie i costi sociali ed economici del percorso post-acuto.
Dati scientifici riportati nelle linee guida nazionali (ISO-Spread, 2016) ed internazionali (American Stroke Association, 2016) indicano che il paziente colpito da ictus, una volta rientrato al proprio domicilio dopo un periodo relativamente breve trascorso in ospedale o in strutture riabilitative, oltre ad una adeguata assistenza alla persona, che ha come obiettivo quello di ridurre le complicanze e le comorbosità, deve continuare un’attività finalizzata al migliore recupero funzionale. A questo processo il caregiver può e deve partecipare con risultati quantitativamente e qualitativamente apprezzabili (misurati da studi scientifici internazionali) sul piano personale, sociale ed economico-gestionale. La partecipazione del caregiver (convivente e non convivente) al processo di cura deve quindi essere obbligatoriamente riconosciuta e sostenuta sia organizzativamente che economicamente.
La valorizzazione e promozione di tale ruolo riconosciuto come un valore non solo morale, ma anche giuridico, economico e sociale potrebbe coprire almeno in parte le gravi carenze delle terapie riabilitative istituzionalmente organizzate dai Servizi Sanitari Regionali con effetti deleteri sugli esiti funzionali potenzialmente raggiungibili dal paziente ancorché colpito da un ictus grave, sui costi assistenziali diretti, quindi a carico del Servizio Sanitario nazionale ed indiretti, cioè sostenuti dalle famiglie.

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Operato alle Molinette di Torino, l’uomo sarà presto dimesso

Trafitto al collo da un dardo, mentre stava pulendo la propria balestra, un quarantenne è stato salvato all’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino da un intervento senza precedenti. Per sfilarlo dal collo, i medici hanno dapprima svitato la punta del dardo, che aveva perforato l’arteria tiroidea occludendola con effetto tappo. A quel punto l’uomo è stato intubato e gli è stata suturata l’arteria rotta. L’operazione è tecnicamente riuscita e tra qualche giorno il paziente verrà dimesso.
A salvarlo la prontezza dei medici delle Molinette, che hanno effettuato una operazione ad alto rischio, ma anche un pizzico di fortuna. Il dardo che ha trapassato il collo dell’uomo, arrivato in ospedale con le proprie gambe, ha risparmiato la trachea, l’esofago, la laringe e le corde vocali, passando ad un solo millimetro dalla carotide. Oltre all’arteria tiroidea, la freccia gli ha fratturato la sesta vertebra cervicale, ma senza lesionare il midollo spinale.

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Alle Molinette di Torino primo intervento del genere

Per la prima volta al mondo alle Molinette della Città della Salute di Torino è stato trapiantato un rene al posto della milza. La tecnica, innovativa e rivoluzionaria, è stata utilizzata su una bimba di 6 anni in dialisi dalla nascita per una rara anomalia dello sviluppo del rene, associata a una malformazione dei vasi sanguigni e addominali, che le impediva di bere e di urinare. L’asportazione della milza ha permesso l’impianto del rene, altrimenti impossibile, sui vasi splenici della stessa milza.
La bimba è stata trapiantata nella notte tra il 9 e il 10 dicembre, rende noto oggi la Città della Salute di Torino, e ora sta bene. Ha ripreso ad urinare e a bere dopo sei anni di anuria e di divieto assoluto di bere. Ricoverata in terapia intensiva, nel reparto trapianti di fegato delle Molinette, verrà a breve trasferita nel Centro trapianti renale del Regina Margherita.
Il trapianto è l’esempio della collaborazione di numerosi professionisti del trapianto.

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Trasferite cellule modificate per curare tumore ai polmoni

Per la prima volta in un essere umano sono state trasferite cellule modificate geneticamente con la tecnica del ‘taglia-incolla’ del Dna, la Crispr-Cas9. È accaduto in ottobre nell’università cinese Sichuan, a Chengdu, in una sperimentazione per trattare una forma aggressiva di tumore del polmone. 
Le cellule immunitarie dell’uomo sono state prelevate e modificate disattivando una proteina che funziona come un freno; in questo modo sono diventate più aggressive contro le cellule del tumore e poi trasferite nello stesso individuo.

Tempi slittati per la difficoltà della tecnica


Reso noto dalla rivista Nature sul suo sito, l’intervento è stato condotto con l’autorizzazione del comitato etico, arrivata in luglio, ed era inizialmente previsto in agosto. Il gruppo dell’oncologo Lu You è riuscito però a realizzarlo solo il 28 ottobre perchè far moltiplicare in laboratorio le cellule modificate è stato difficile e ha richiesto più tempo del previsto. Per rispettare la privacy del paziente gli oncologi non hanno dato notizie sulle sue condizioni, ad eccezione del fatto che ha ricevuto due infusioni di cellule.

Primo obiettivo è verificare la sicurezza


Ora gli stessi ricercatori intendono trattare dieci persone, ognuna delle quali dovrebbe ricevere da due a quattro infusioni. Obiettivo di questa prima fase della sperimentazione è verificare la sicurezza della terapia, ossia che non causi effetti avversi. Entusiaste le reazioni del mondo scientifico, riportate da Nature. Oggi la Crispr è considerata una tecnologia dal potenziale incredibile, ma ai suoi inizi aveva alimentato un acceso dibattito etico, soprattutto dopo che, nel 2015, era stata applicata in Cina per manipolare embrioni umani.

Lo Sputnik 2.0, il duello della genetica


C’è chi lo chiama già “Sputnik 2.0”, riferendosi al lancio del primo satellite al mondo da parte dell’Unione Sovietica. Quasi 60 anni più tardi il terreno del nuovo duello è la genetica e la Cina si è aggiudicata la vittoria, con la prima sperimentazione sull’uomo della tecnica che riscrive il Dna, la Crispr-Cas9. Mentre gli Usa attendono l’ok alla sperimentazione per l’inizio del 2017, nel marzo dello stesso anno un altro gruppo cinese prepara tre sperimentazioni per trattate i tumori di vescica, prostata e reni.
”Penso che si stia scatenando uno ‘Sputnik 2.0’, ha scritto la rivista Nature sul suo sito citando Carl June, esperto di immunoterapia dell’università della Pennsylvania. Le prime grandi attese dal taglia-incolla del Dna le aveva generate l’intervento che nel 2015 a Londra aveva utilizzato una tecnica simile alla Crispr, chiamata Talen, per combattere una rara forma di leucemia in una bambina. Ora è sempre più diffusa la convinzione che la Crispr, più semplice ed efficiente di altre tecniche, possa aprire la strada a terapie più efficaci.

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Cardiologo Fedele: “intervento tecnicamente semplice, rischi bassissimi”

Se il cuore e’ in buone condizioni ”puo’ tornare nuovo”: a dirlo, riferendosi all’intervento al quale Silvio Berlusconi sara’ sottoposto per la sostituzione della valvola aortica, e’ Francesco Fedele, titolare della Prima cattedra di Cardiologia dell’Università di Roma La Sapienza e dal 2000 è direttore della Prima scuola di Cardiologia. ”Si tratta di un intervento tecnicamente semplice – ha aggiunto – con bassissimi rischi per il paziente”. Tutto dipende quindi dalle condizioni di base del paziente. Se il muscolo cardiaco infatti ha mantenuto la sua forza, la sistemazione della valvola riporta l’organo ad una situazione di normalita’.