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Ancora una volta l’ospedale pediatrico Meyer di Firenze si distingue per la sua eccellenza medica. Attraverso la “Spiral intestinale lengthening and tailoring”, tecnica ad alta specializzazione, l’equipe di ricostruzione intestinale – guidata dal Prof. Morabito – ha dato speranza di sopravvivenza a una bimba di 13 anni giunta in Italia dal Brasile. A causa di un malattia congenita, la bambina aveva l’intestino corto e pertanto era obbligata a nutrirsi per via venosa. I medici le hanno ricostruito l’intestino, restituendo la lunghezza e il diametro “normale”. È il secondo intervento di questo tipo portato a termine in pochi giorni al Meyer, unico centro europeo per la cura di questa patologia.

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Più diversità microbioma, legata a minore rischio di diabete e obesità

Mangiare cibi ricchi di omega 3, come ad esempio il salmone, può aiutare il benessere intestinale.
Migliora infatti la diversità di composizione del microbioma, cioè il ‘patrimonio batterico’ dell’intestino, e questo può offrire molti vantaggi per la salute: meno rischio di diabete, obesità e malattie infiammatorie come la colite o il morbo di Chron. A evidenziarlo è una ricerca dell’Università di Nottingham e del King’s College London, pubblicata sulla rivista Scientific Reports. Gli studiosi hanno preso in esame i dati relativi a 876 donne approfondendo in particolare quanti acidi grassi omega 3 assumessero col cibo tramite dei questionari.
Sono stati misurati anche i livelli di omega 3 nel sangue e dai risultati è emerso che con più alti livelli di assunzione di questi acidi grassi nella dieta migliorava la diversità del microbioma intestinale, in particolare arricchito con i batteri della famiglia delle Lachnospiraceae. Non solo: come spiega Cristina Menni, una delle autrici dello studio, i ricercatori hanno scoperto che “batteri specifici che sono stati legati a una minore infiammazione e a minore rischio di obesità risultavano aumentati nelle persone con una maggiore assunzione di acidi grassi omega-3”. È stato inoltre rilevato che molti omega-3 nel sangue sono correlati con alti livelli di un composto denominato N-carbamilglutamato (NCG) nell’intestino, che negli animali ha dimostrato di ridurre lo stress ossidativo intestinale.

Fonte:www.ansa.it

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È stato rilevato un legame tra alcuni regolatori dei geni nel cervello (detti microRNA), che giocano un ruolo chiave nell’ansia e in malattie correlate, e i batteri intestinali. È quanto emerge da uno studio dell’Università di Cork, in Irlanda, pubblicato sulla rivista Microbiome. Gli studiosi hanno preso in esame dei topi, scoprendo che i microRNA cambiavano negli animali liberi da microbi. Questi topi erano tenuti in una bolla libera da germi e mostravano in genere ansia, deficit nella socialità e nella cognizione e comportamenti simili alla depressione. In particolare, le zone più influenzate erano l’amidgala, che gestisce le emozioni, e la corteccia prefrontale, legata fra le altre cose all’espressione della personalità, al prendere delle decisioni. Tutte e due le aree coinvolte sono implicate nello sviluppo di ansia e depressione. “I microbi intestinali sembrano influenzare i microRNA nell’amigdala e nella corteccia prefrontale- spiega Gerard Clarke, tra gli autori dello studio- questo è importante perché possono influenzare processi fisiologici fondamentali per il funzionamento del sistema nervoso centrale e in regioni del cervello(come appunto l’amigdala e la corteccia prefrontale) che sono fortemente implicate nello sviluppo di ansia e depressione.

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Campioni hanno flora particolare, aiuta performance

Potrebbe essere la flora batterica intestinale la ‘nuova frontiera’ del doping. L’ipotesi, spiega alla rivista specializzata Bycicling Lauren Petersen, fondatrice dell’Athlete Microbiome Project, è giustificata dalla scoperta che alcuni batteri sono più abbondanti di altri nell’intestino degli atleti professionisti.
Nel progetto sono stati analizzati campioni di ciclisti amatoriali e professionisti alla ricerca di eventuali differenze nella flora intestinale. Dai 350 tipi di batteri diversi isolati almeno due sembrano avere un ruolo nelle performance perché più frequenti nei sportivi professionisti. Uno è la Prevotella, un batterio ‘buono’ del microbioma che sintetizza amminoacidi a catena ramificata, che sono fondamentali per il recupero muscolare, che si trova in tutti gli atleti d’élite e solo nel 10% dei non atleti. L’altro ‘sospettato’ è invece il Methanobrevibacter smithii che fa parte degli archea, tra i microrganismi più antichi conosciuti presenti nell’organismo. “Quello che stiamo scoprendo può cambiare molte cose – conclude Petersen -.
Se si fa un test e si scopre che manca qualche batterio, in pochi anni ci potrebbe essere una pillola da prendere invece di un trapianto fecale. E penso di poter affermare con certezza che un ‘doping batterico’ arriverà presto”.

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Sottoprodotto delle fibre alimentari, protegge persone a rischio

Scoperta una molecola prodotta dalla flora intestinale (i batteri che albergano il nostro intestino e che ci aiutano tra le altre cose a digerire) che protegge dal diabete.
   
Lo rivela una ricerca condotta presso l’Universita’ della Finlandia Orientale a Kuopio e pubblicata sulla rivista Scientific Reports.
   
Gli esperti sono partiti da un campione di centinaia di individui, tutti sovrappeso e a rischio di diabete in quanto gia’ in condizioni di ridotta sensibilita’ all’insulina (ormone che regola lo zucchero nel sangue o glicemia).
Gli esperti hanno seguito il campione per 15 anni e confrontato la composizione molecolare del sangue di coloro che, tra i partecipanti, hanno sviluppato il diabete entro i primi cinque anni di monitoraggio e coloro che, invece, non si sono mai ammalati. Guardando il profilo individuale di ”metaboliti’ nel sangue – tutte le sostanze in esso contenute – e’ emerso che chi non si ammala di diabete presenta livelli ematici piu’ elevati di acido indolepropionico. Questo non e’ altro che il sottoprodotto della ‘digestione’ – da parte di batteri della flora intestinale – delle fibre alimentari che, guarda caso, in precedenti studi hanno rivelato il loro effetto protettivo contro il diabete.
   
L’acido indolepropionico sembra favorire il rilascio di insulina da parte del pancreas, concludono gli scienziati.

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Danni da esposizione cronica a nanoparticelle biossido titanio

La capacità dell’intestino di assorbire i nutrienti e agire come barriera agli agenti patogeni è “significativamente diminuita” dall’esposizione cronica a nanoparticelle di biossido di titanio, additivo presente in tantissimi alimenti, come caramelle e gomme da masticare.
Questo composto chimico, spesso indicato in etichetta come E171, si trova un po’ ovunque ed è riconosciuto sicuro dalla Food and Drug Administration. Viene utilizzato ad esempio per la pigmentazione bianca in vernici, carta e plastica o nelle creme solari per bloccare i raggi Uva. Ma può entrare nel sistema digerente attraverso dentifrici, cioccolato, zucchero a velo, maionese e soprattutto caramelle e gomme. Spesso inoltre è presente sottoforma di nanoparticelle, particolarmente difficili da smaltire da parte dell’organismo a causa della loro microscopica misura. Per studiare gli effetti di un’esposizione cronica, i ricercatori della Binghamton University, nello Stato di New York, hanno creato un modello intestinale e hanno esposto questa coltura cellulare all’equivalente di un pasto contenente nanoparticelle di ossido di titanio della durata di quattro ore (esposizione acuta) e di tre pasti nell’arco di cinque giorni (esposizione cronica). Si è visto che l’esposizioni acuta non ha particolare effetto, ma quella cronica diminuisce l’assorbimento sulla superficie delle cellule intestinali chiamati microvilli, indebolisce la barriera intestinale, rallenta il metabolismo e limita l’assorbimento di alcuni importanti nutrienti, come ferro, zinco e acidi grassi. Gli enzimi, infine, sono risultati compromessi e i segnali di infiammazione aumentati.

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Il classico yogurt oppure formaggi stagionati, come gorgonzola e provolone, vino rosso, birra o cibi dal sapore più esotico, come i noodles e il tempeh, alimento ricavato dai semi di soia gialla, molto popolare in Indonesia e in altre nazioni del sud-est asiatico. Con una dieta ricca di cibi fermentati si può favorire il benessere del microbiota, l’insieme di micro-organismi che compongono la flora batterica intestinale, il cui stato di salute è fondamentale per il funzionamento dell’intestino ma anche per mantenere alte le difese immunitarie. A suggerirlo, anche in considerazione delle abbuffate natalizie e in vista del classico cenone di fine anno, alcune evidenze emerse al corso ECM FAD (Formazione a Distanza) dal titolo “Nutrizione e microbiota: c’è fermento”, realizzato per il personale medico-sanitario da Sanità in-Formazione e già online sulla piattaforma Consulcesi Club. I cibi fermentati – come emerso al corso, il cui responsabile scientifico è il dottor Andrea Pezzana, medico e docente dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, con il contributo di esperti come la professoressa Chiara Cordero, docente di Chimica degli Alimenti all’Università degli Studi di Torino e la dottoressa Michela Zanardi, specialista in Scienza dell’Alimentazione – da sempre alla base delle diete dichiarate patrimonio dell’umanità dall’Unesco come quella mediterranea, messicana e giapponese washoku, comportano una serie di benefici spesso poco conosciuti: favoriscono la digestione, prevengono le malattie infiammatorie, hanno un alto valore nutrizionale e depurano l’organismo.

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L’assenza di alcuni microbi buoni è collegata a un triplice rischio

Già nell’intestino di bimbi di un mese sono presenti batteri in grado di predisporre o meno alla comparsa di allergie e asma. E’ la conclusione di uno studio pubblicato su Nature Medicine. Negli ultimi decenni, la diffusione di asma e allergie è aumentata a ritmi velocissimi.

Recenti studi hanno dimostrato che l’esposizione precoce ad alcuni microbi trasmessi tramite parto naturale e allattamento possono ridurne il rischio, mentre l’assunzione precoce di antibiotici e il vivere in ambienti troppo asettici, predispone.

Per approfondire, i ricercatori della University of California-San Francisco (UCSF) hanno studiato, attraverso un’analisi delle feci, i microbi intestinali di 130 bimbi di un mese di età. Nel successivo follow-up a 2 e 4 anni, 11 bambini avevano tre volte il rischio di sviluppare allergie e asma, rispetto agli altri. A questo gruppo mancavano alcuno normali batteri intestinali, mentre avevano livelli più elevati di alcune specie fungine. I neonati con microbioma sano invece avevano una gamma di molecole, prodotte dal metabolismo dei batteri, che sono risultate nutrire le cellule immunitarie T-normativo e quindi in grado di mantenere il sistema immunitario sotto controllo. La mancanza di queste molecole porta a un sistema immunitario iperattivo, e di conseguenza un’infiammazione cronica dei polmoni. Interventi in fase precoce, secondo i ricercatori, eviterebbero che la malattia si sviluppi in futuro. Il team ha scoperto, inoltre, che i maschi sono più sensibili ad un microbioma ad alto rischio.

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Esperti negano come possibile causa, ma nuovo filone di ricerca

Un gruppo di scienziati dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia ha individuato un possibile legame tra l’origine del morbo di Alzheimer e alcuni microbi nell’intestino che causerebbero alterazioni di tipo infiammatorio nell’organismo. A guidare lo studio, pubblicato su Neurobiology of Aging, i ricercatori Giovanni Frisoni e Annamaria Cattaneo.

Al centro della scoperta ci sono due proteine chiamate Amiloide e Tau: vengono prodotte normalmente dal cervello, ma quando si accumulano in eccesso portano alla degenerazione dei neuroni, che a sua volta causa la perdita di memoria e di autonomia tipica dell’Alzheimer. I ricercatori hanno scoperto che “le alterazioni infiammatorie sono invariabilmente associate con depositi di amiloide e tau, anche se non è ancora chiaro se l’infiammazione preceda o segua la malattia”.

Nel loro studio, gli scienziati si sono resi conto che “batteri intestinali con note proprietà pro-infiammatorie – spiega Frisoni – sono più abbondanti nelle feci dei malati di Alzheimer, mentre quelli con proprietà anti-infiammatorie erano più abbondanti in quelle degli altri gruppi”. Inoltre hanno scoperto che tra pazienti e gruppo di controllo era diversa anche la concentrazione nel sangue di molecole pro-infiammatorie e anti-infiammatorie. “Il nostro studio – conclude Frisoni – non porta a dire che il morbo di Alzheimer è causato da batteri dannosi nell’intestino, ma che lo studio dell’interazione tra microbi intestinali e cervello è un percorso di ricerca che merita di essere ulteriormente esplorato”.

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Da tempo gli scienziati avevano individuato un legame tra psiche e intestino, un legame che scoperta dopo scoperta diventa sempre più chiaro. Ormai è assodato che il benessere psicologico è favorito dalla salute dell’intestino.

La funzionalità e lo sviluppo del cervello, sia durante la vita fetale sia dopo, dipendono da una buona composizione della flora batterica nell’intestino, il cosiddetto microbioma. Lo testimonia uno studio presentato al congresso della Società Italiana di Psichiatria (Sip)da John F. Cryan dello University College Cork, che di fatto inaugura una nuova disciplina: la “psicobiotica”, studio del rapporto tra i microorganismi, quelli intestinali in particolare, e i problemi mentali.

Secondo lo studio, il rapporto tra microbioma e psiche sarebbe dovuto al fatto che i batteri presenti nell’intestino, producendo molto Dna, sintetizzano molecole che, per un complesso meccanismo di mediazione immunitario, ormonale e neurale, modulano lo sviluppo del cervello sia nella vita fetale sia dopo. La novità sta nell’aver chiarito in buona parte in cosa consiste questo meccanismo, scoprendo anche correlazioni con l’autismo nei bimbi.

“Si aprono possibilità interessanti – spiega Giovanni Biggio, ordinario di Farmacologia dell’Universita’ di Cagliari – parliamo infatti di poter trattare, in un prossimo futuro, i disturbi cerebrali e mentali modificando la flora batterica intestinale. Per esempio,si può ipotizzare di usare probiotici mirati in funzione antidepressiva. Ma ne derivano anche indicazioni per prevenire molti problemi nervosi e mentali”.

“Si pensi che, alla nascita, il microbioma intestinale del neonato viene stabilito dalla flora del canale vaginale della madre con la quale viene a contatto, quindi attenzione all’equilibrio di questa flora,perché se è alterata risulterà alterata anche quella intestinale del bimbo, con conseguenze anche su cervello e psiche. Ecco un’ulteriore ragione per affermare che il parto naturale è migliore del cesareo, in cui questo contatto è assente, con conseguenze da studiare” spiega. “Questa scoperta – conclude – prova inoltre che bisogna stare attenti con antibiotici in alte dosi e somministrazioni prolungate: distruggendo la flora potrebbero provocare disturbi anche cerebrali, psichici”