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In occasione della Giornata Mondiale della vista, l’OMS ha ricordato come – nel mondo – circa 253 mln di persone hanno problemi di vista, mentre 36 mln sono totalmente ciechi. Secondo l’Agenzia, la cecità, effetto dell’invecchiamento della popolazione, nel 2050 potrebbe coinvolgere 115 mln ca.
I soggetti più a rischio sono gli over 50 e gli under 16, ma molte di queste malattie potrebbero essere prevenute o curate: “Nel mondo le malattie croniche dell’occhio sono la causa principale di perdita di visione – si legge nella scheda sul sito del’Oms -. Difetti visivi non curati e cataratte non operate sono le principali cause di problemi fr-libido.com. Proprio la cataratta rimane la causa principale di cecità nei paesi a basso e medio reddito”.

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E’ la chiave della longevità

Trovata nel cervello la ‘centralina’ che controlla l’invecchiamento: è l’ipotalamo, la struttura del sistema nervoso dalle molteplici funzioni, che agisce attraverso le sue cellule staminali. Sono queste infatti a modulare la velocità con cui compaiono i primi segni dell’età. A seconda di come sono ‘dosate’, un po’ come i pedali dell’auto, possono dare un’accelerata o al contrario una frenata alla comparsa dei sintomi dell’età, ma anche allungare la vita. Lo hanno dimostrato i test fatti sui topi dai ricercatori dell’Albert Einstein College, descritti sulla rivista Nature. 

L’ipotalamo, oltre a regolare crescita, sviluppo, riproduzione e metabolismo, riesce a controllare l’invecchiamento grazie ad piccolo gruppo di cellule staminali neuronali, il cui compito è formare nuovi neuroni. “Il loro numero cala durante il normale corso della vita, con un’accelerazione nell’invecchiamento”, precisa Dongsheng Cai, che coordina la ricerca. Gli effetti di questa perdita non sono però irreversibili, anzi secondo Cai, “rifornendo di nuovo queste cellule, o le molecole da loro prodotte è infatti possibile rallentare, e perfino annullare, alcuni effetti dell’invecchiamento sull corpo”. 
L’importanza di questo piccolo gruppo di cellule staminali neuronali è stata dimostrata nei test fatti su topi di mezza età: quando in questi topi sono state distrutte le staminali dell’ipotalamo, non solo gli animali sono invecchiati più rapidamente, ma sono morti anche prima. Quando invece è stata iniettata una nuova dose di questo tipo di staminali sia ai topi a cui erano state prima distrutte, sia a quelli ‘normali’, si è avuto il risultato opposto: l’invecchiamento è rallentato e alcuni suoi effetti sono stati annullati.

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Dai ricercatori padovani, l’obiettivo è vivere meglio e più a lungo

Individuato l’ormone dell’ invecchiamento e viene messo a Ko dall’attività fisica. La scoperta, messa a punto dai ricercatori del Vimm, l’Istituto molecolare veneto, e dell’università di Padova, è pubblicata su ‘Cell Metabolism’ e apre rivoluzionari scenari per vivere meglio e più a lungo.
Era noto che il deterioramento dei mitocondri, cioè delle centrali energetiche di ogni cellula, fosse legato all’invecchiamento. I team di Marco Sandri e Luca Scorrano, hanno scoperto che la causa è la produzione di un ormone chiamato FGF21 che a sua volta scatena l’invecchiamento dell’intero organismo. Non solo: i ricercatori hanno anche scoperto che l’ormone rimane a bassi livelli se si svolge regolare attività fisica.
“Lo studio – spiega Sandri dell’ Università di Padova – ha evidenziato la doppia vita di FGF21. Per anni si è pensato che questo ormone fosse prodotto solo dal fegato e dal grasso e che avesse un’azione benefica, migliorando il metabolismo di grassi e zuccheri. Oggi sappiamo che invece che l’FGF21 è prodotto anche dai muscoli e i suoi valori sono elevati negli anziani sedentari e bassi in quelli attivi. Inoltre quando questo ormone è prodotto dal muscolo, esso manda un segnale di invecchiamento a tutto l’organismo”. Quando i livelli di FGF21 nel sangue sono alti per lungo tempo, l’organismo risponde con l’invecchiamento della pelle, del fegato e dell’intestino, perdendo neuroni, e con un’infiammazione generalizzata. “Tutto questo – sottolinea Sandri – accorcia drasticamente la vita”. Bloccando la produzione di FGF21, i ricercatori hanno arrestato molti dei segni di invecchiamento a livello di cute, fegato, intestino e cervello.
Il prossimo step dei team è realizzare farmaci che contrastino l’invecchiamento anche per chi è impossibilitato ad esercitare una regolare attività fisica.

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Imparare coreografie migliora velocità esecuzione e memoria

Ballare protegge il cervello dagli effetti dell’invecchiamento, e rallenta il declino della sua ‘velocità di esecuzione’ più di altri tipi di esercizio. Lo afferma uno studio dell’università dell’Illinois, pubblicato da Frontiers in Aging Neuroscience.
I ricercatori hanno arruolato 174 persone anziane tra i 60 e gli 80 anni, tutte in buona salute ma sedentarie, sia maschi che femmine, sottoponendole a test sulle capacità mentali, compreso uno scan del cervello con una risonanza.
I volontari sono stati poi divisi in tre gruppi: al primo era assegnato a un programma di camminata veloce per un’ora tre volte alla settimana, al secondo stretching ed esercizi leggeri, e al terzo un corso di danza country, con coreografie sempre più complicate.
Dopo sei mesi i volontari sono stati sottoposti di nuovo ai test, e solo i ‘ballerini’ hanno mostrato un miglioramento nella densità della materia bianca nella fornice, una parte del cervello coinvolta nella velocità di elaborazione delle informazioni e nella memoria.
“Sembra – scrivono gli autori – che lo sforzo cognitivo richiesto dalla danza riesca a influenzare la biochimica del tessuto cerebrale. Il messaggio dello studio è che il movimento è fondamentale per le performance del cervello, e forse la danza è l’esercizio più efficace”.

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Correre ‘frena’ l’invecchiamento del cuore, aiutando a salvaguardarne il Dna dalla ‘corrosione’ tipica del tempo che passa.
Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista Experimental Physiology e condotta su topolini da scienziati della University of Maryland.
Ogni parte del nostro corpo comincia a invecchiare subito dopo la nascita. A ciò corrisponde a livello cellulare l’accorciarsi fisiologico dei cromosomi, che sono i depositari dell’informazione genetica. I cromosomi si accorciano alle estremità dove ci sono i telomeri – i cappucci protettivi – che sono come le estremità di plastica dei lacci di scarpa, senza le quali i lacci finiscono per sfrangiarsi. La lunghezza dei telomeri è dunque una misura dell’età biologica di un individuo, così come gli anelli dei tronchi sono una misura dell’età degli alberi.
I ricercatori hanno osservato i benefici della corsa facendo correre topolini per 30 minuti sulle ruote delle gabbiette.
Hanno confrontato i telomeri del Dna delle cellule cardiache di questi topi con quelli di topolini ‘sedentari’. È emerso che dopo l’allenamento l’attività dell’enzima che protegge i telomeri (la telomerasi) è più elevata. Inoltre la corsa stimola anche i processi di riparazione del Dna delle cellule del cuore contribuendo a mantenerle giovani.

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Effetti gravità utili contro invecchiamento

Dall’assenza di gravità che si vive nello spazio o dal suo contrario, l’ipergravità, possono arrivare indicazioni utili per prevenire e curare malattie legate all’invecchiamento e sedentarietà sulla Terra. E’ questo l’obiettivo dell’esperimento del gruppo ‘HypE’ (Hypergravity effect on Endothelium), coordinato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, e selezionato dall’Esa (Agenzia spaziale europea) per la campagna 2016 ‘Spin your thesis!’. 

I ricercatori, guidati da Debora Angeloni, dovranno fare esperimenti in ipergravità nella ‘Large diameter centrifuge’, una ‘centrifuga’ del diametro di 8 metri, che permette di ottenere condizioni di gravità superiori a quella terrestre, installata nel Centro europeo di ricerca spaziale e tecnologica (Estec) in Olanda. L’obiettivo è capire i meccanismi molecolari che rispondono a variazioni della forza di gravità nelle cellule che rivestono l’interno dei vasi sanguigni. 

Le loro alterazioni sono infatti legate a numerosi disturbi riportati dagli astronauti al rientro dalle missioni spaziali, e sono le stesse che si osservano in caso di invecchiamento e prolungata sedentarietà. I ricercatori sperano di scoprire dei marcatori di infiammazione e degenerazione utili a prevenire e curare disturbi che colpiscono gli astronauti al ritorno dallo spazio e la popolazione durante l’invecchiamento. 

Dei tre gruppi selezionati dall’Esa per ‘Spin your thesis!’, ce n’è anche un altro italiano, PlanOx, composto da allievi dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna, del Centro Cmbr di Istituto italiano di tecnologia di Pontedera e coordinato da Gianni Ciofani. Il loro obiettivo è studiare gli effetti della forza di gravità superiore a quella terrestre sulla produzione di radicali liberi (che contribuiscono all’invecchiamento cellulare) nelle planarie, vermi dal corpo piatto, e anche grazie all’impiego di un nanomateriale smart avere indicazioni per contrastare la produzione di radicali liberi.

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Colpa di combinazione fra smog e livello colesterolo nel sangue

Lo smog a Milano e a Torino fa invecchiare fino a 4 volte più velocemente cuore e cervello dei cittadini rispetto a quanto avviene a Roma, che ha un relativo minor tasso di inquinamento medio. La colpa è della combinazione polveri sottili/colesterolo. Lo si è scoperto attraverso l’elaborazione dei risultati di alcuni lavori scientifici sulla base dei dati sulle polveri sottili forniti da Ispra Ambiente, l’Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale. A rivelarlo Alberico Catapano, presidente della Società Europea per lo Studio dell’Aterosclerosi e docente di Farmacologia all’Università di Milano. “Il meccanismo – spiega il professore – è semplice e diretto, quindi molto dannoso: l’inalazione del particolato fine (si tratta dei PM2.5) provoca un processo di infiammazione nei polmoni e nel sangue, che si ripercuote nell’arteria principale, la carotide”, provocando e accelerando processi come l’invecchiamento delle arterie (arteriosclerosi) oltre all’ accumulo di placche aterosclerotiche (aterosclerosi), “specie nei soggetti con livelli di colesterolo troppo elevati”. Secondo il farmacologo milanese, inoltre, in presenza di forte inquinamento dell’aria “si è registrata anche una modifica qualitativa del ‘colesterolo buono’, l’HDL, che risulta con ridotta capacità antinfiammatoria”. E l’occlusione più rapida della carotide innalza il rischio di eventi cardiovascolari, a partire dall’ infarto. Ma il sangue che coagula più rapidamente favorisce anche le trombosi. In Europa si stima che se i livelli di PM fossero ridotti a quelli raccomandati dall’Oms, il guadagno medio previsto in termini di speranza di vita sarebbe compreso tra 0,4 mesi a Dublino, la città meno inquinata, gli 11,6 mesi di Roma e i 22,1 mesi a Bucarest, la città più inquinata. Per l’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) la Pianura Padana è l’area con la peggiore aria in Europa, con Brescia, Milano e Torino che superano il limite Ue di concentrazione media annua di 25 microgrammi per metro cubo per il PM 2,5(dati 2013). Venezia si ferma appena sotto questa soglia. Se si considera la soglia raccomandata dall’Oms (10 mg/m3), sono a rischio anche altre grandi città come Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Taranto e Cagliari.