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Si è svolto a Catania l’incontro “Obesità: un percorso di cura”, evento organizzato dall’Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale e di Alta Specializzazione Garibaldi (Arnas) di Catania e dall’associazione di pazienti Amici Obesi, al fine di informare la cittadinanza in merito alle tecniche di cura disponibili sul territorio per il trattamento di una patologia tanto grave quanto diffusa: l’obesità.
Secondo i dati emersi da alcuni recenti studi, il 47% della popolazione residente in Sicilia è affetto da “un grave eccesso ponderale”, così come emerso dal Sistema di Sorveglianza PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) Sicilia 2008-2011.
Una percentuale preoccupante, che si traduce in oltre 2 milioni di siciliani che soffrono di gravi problemi di peso. In aggiunta, l’indagine ha evidenziato che sono quasi 600.000 i siciliani che soffrono di obesità e più di 1,5 milioni quelli “semplicemente” in sovrappeso, pari rispettivamente al 12% e al 35% dell’intera comunità.
A rendere ancora più allarmante questo scenario sono le stime riguardanti le nuove generazioni: il Piano Sanitario Regionale “Piano della Salute” 2011-2013 ha rilevato come nel sud e in Sicilia in particolare, si registri il più alto tasso di bambini obesi d‘Italia.
L’insieme di queste cifre allarmanti confermano come la Regione si trovi a dover gestire un’epidemia inarrestabile per proporzioni e dimensioni, un fenomeno, tra l’altro, non circoscritto al solo territorio siciliano.
Alla luce di queste evidenze, l’iniziativa odierna testimonia l’impegno concreto di esperti locali e associazioni di pazienti nel promuovere misure necessarie ad affrontare un’emergenza così grave, tramite un approccio multidisciplinare che consenta un risparmio in termini economici e, soprattutto, di vite umane.
“L’obesità è una patologia subdola e complessa, che non deve essere sottovalutata o ridotta a una mera questione di natura estetica”, spiega Marina Biglia, Presidente dell’associazione Amici Obesi. “Oltre ad essere costretti a convivere con le enormi limitazioni che derivano da un indice di massa corporea di un certo tipo, i pazienti obesi presentano numerose complicanze tra le quali il diabete, l’ipertensione e problemi cardiovascolari. Pertanto è necessario promuovere incontri informativi come quello realizzato oggi a Catania, con l’obiettivo di migliorare le aspettative di vita di tutte le persone che soffrono di questa patologia”.
L’obesità è un fenomeno causato da una lunga serie di fattori, quali la compresenza di elementi genetici, ambientali, sociali e culturali. Aspetti che, interagendo tra loro, determinano l’insorgere della problematica e provocano un eccessivo accumulo di grasso corporeo associato ad un incremento dell’introito alimentare e ad una ridotta attività fisica.
“L’incontro con i cittadini che si è tenuto oggi conferma ancora una volta l’impegno di tutti i professionisti dell’Arnas Garibaldi ad offrire informazioni e percorsi di cura efficaci per il trattamento di quelle patologie tanto diffuse quanto pericolose, proprio come l’obesità”, commenta il Dott. Giorgio Santocito, Direttore Generale dell’Arnas Garibaldi. “Grazie all’iniziativa odierna, infatti, la cittadinanza è più consapevole delle opportunità terapeutiche a disposizione nella nostra struttura che, da sempre, è un esempio di eccellenza non solo a Catania, ma anche su tutto il territorio regionale”.
I relatori intervenuti nel corso dell’evento hanno rilevato come l’opzione chirurgica – nei casi più estremi, in cui la patologia assume una forma grave – risulti una delle soluzioni terapeutiche più efficaci a garantire un miglioramento della qualità della vita e una riduzione delle spese sanitarie correlate.
“La chirurgia bariatrica è il percorso di cura più indicato per il trattamento specifico dell’obesità grave”, conclude il Prof. Luigi Piazza, Direttore U.O.C. Chirurgia Generale dell’Arnas Garibaldi. “Per il trattamento dei casi più gravi, infatti, la comunità scientifica internazionale ha da tempo indicato quest’approccio come l’alternativa terapeutica ottimale per garantire vantaggi più concreti e duraturi, quali la perdita di peso e la significativa riduzione delle complicanze correlate a questa patologia, come l’ipertensione e il diabete di tipo 2”.

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L’Ipertensione, nel lungo periodo, potrebbe danneggiare il cervello facilitando l’insorgere di deficit cognitivi. E’ quanto emerge da uno studio condotto dal Dipartimento di Angiocardioneurologia e Medicina Traslazionale dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli (IS).

I ricercatori molisani hanno individuato, in pazienti ipertesi, l’esistenza di segni specifici di danno alla sostanza bianca del cervello, composta dalle fibre nervose che ne collegano le diverse aree.

La ricerca è stata presentata alla Conferenza Internazionale sull’ipertensione arteriosa della American Heart Association (Council on Hypertension), a Washington e ha usato una tecnica avanzata di risonanza magnetica chiamata “tensore di diffusione” (DTI).

Chiamato anche trattografia, questo metodo, che analizza la diffusione delle molecole di acqua nei tessuti e ne individua anche la direzione del flusso, permette lo studio dettagliato delle fibre nervose in modo assolutamente non invasivo. Lo studio, che si è svolto su un campione di pazienti ipertesi e un gruppo parallelo di soggetti che presentavano una pressione arteriosa normale, ha concentrato l’attenzione sulle fibre nervose di sostanza bianca, che collegano le varie aree del cervello, il cosiddetto connettoma, valutando la loro struttura e la loro funzionalità.

L’ipertensione arteriosa colpisce, danneggiandoli, diversi organi del nostro organismo. Uno di questi è sicuramente il cervello, dove può portare a deficit cognitivi anche molto seri.

“Esistono già metodi efficaci – dice Daniela Carnevale, ricercatrice dell’Università La Sapienza di Roma presso il Dipartimento di Angiocardioneurologia e Medicina Traslazionale dell’IRCCS Neuromed – per valutare il danno da ipertensione a livello di reni, occhi e cuore. Ma non per il cervello, se non quando il danno è ormai troppo avanzato. Così, attraverso la DTI, abbiamo voluto cercare un metodo per individuare i danni cerebrali che potrebbero aiutarci a prevedere l’insorgenza di demenze di origine vascolare”. “Ci sono – spiega Carnevale – diversi studi sugli effetti dell’ipertensione sulla sostanza grigia (composta dai neuroni, ndr). Noi ci siamo focalizzati sulla sostanza bianca e su come questa mantiene connessioni funzionali tra diverse aree cerebrali”.

“Secondo i nostri risultati – conclude la ricercatrice – la DTI fornisce un metodo efficace per valutare un danno cerebrale pre-sintomatico nelle persone ipertese. In questo modo, insieme alla somministrazione di test cognitivi, specifici per le demenze su base vascolare, ci permetterebbe di individuare le terapie più adatte per ridurne la progressione, prevenendo lo sviluppo di una demenza”.

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Il nome scientifico è “denervazione renale” ma è conosciuto anche come intervento “brucia arterie”. Stiamo parlando dell’innovativa tecnica chirurgica contro l’ipertensione pediatrica eseguita per la prima volta al mondo all’Ospedale Pediatrico Gaslini di Genova.

L’equipe, coordinata dal neuroradiologo Carlo Gandolfo, ha operato una bambina di sei anni, affetta dalla Sindrome di Turner, con grave ipertensione e già un episodio di ictus.

Il pionieristico intervento è stato oggetto di un articolo sulla rivista Britsh Medical Journal Case Report e ha aperto un dibattito nella comunità scientifica sull’efficacia di questa tecnica chirurgica.

L’intervento, serve a far diminuire la pressione arteriosa quando l’approccio farmacologico si rivela inefficace. E’ mini-invasivo e viene praticato con strumenti millimetrici. L’operazione consiste nel “bruciare” alcuni nervi che connettono i reni dal sistema nervoso centrale causando un calo di pressione.

L’equipe ha dovuto, inoltre, adattare strumenti e procedure, già utilizzate negli adulti, alla piccola paziente.

L’intervento è andato bene. Dopo 3-6 mesi di trattamento i valori della pressione della piccola paziente erano già scesi e si sono normalizzati nel giro di 12 mesi. ”Possiamo confermare – scrivono i medici – che la denervazione renale può essere usata per trattare l’ipertensione grave nei bambini in modo sicuro”.

 

 

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ROMA – Dall’Organizzazione Mondiale della Sanità arriva l’invito a non consumare più di 5 grammi di sale al giorno. Una raccomandazione che si rende necessaria dopo che è stato ampiamente dimostrato che il consumo eccessivo di sale nella alimentazione è responsabile dello sviluppo di malattie cardio-cerebrovascolari, tumori, osteoporosi, malattie renali. La riduzione del sale nell’alimentazione è una priorità dell’Oms e dell’Unione Europea, nell’ambito delle strategie di prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili, nonché uno degli obiettivi perseguiti dal Ministero della Salute con il programma “Guadagnare salute: rendere facili le scelte salutari”, ribadito nel nuovo Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018, per la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili.
Intanto gli studi sinora realizzati – con il primo progetto – hanno permesso di scoprire che negli uomini il consumo di sale è pari a 10,8 grammi e nelle donne a 8,4 grammi. Nei ragazzi esaminati di età compresa fra 8 e 11 anni i valori medi di consumo sono risultati al di sopra delle raccomandazioni dell’Oms (7,4 grammi nei ragazzi, 6,7 grammi nelle ragazze). Non solo. Dalle ricerche si evidenzia che su un campione di soggetti ipertesi è emerso che, anche in questa popolazione a rischio, oltre il 90% degli uomini e l’80% delle donne consuma più di 5 g al giorno di sale. Ma è con il secondo progetto che sono stati raggiunti i primi risultati. Con l’iniziativa denominata “Meno sale più salute”, a tre anni di distanza dagli Accordi tra il Ministero della salute e le Associazioni dei panificatori per la riduzione del sale nel pane in attuazione di “Guadagnare salute”, è stata registrata una diminuzione del 12% di consumo di sale nell’alimentazione. Ma non basta perchè, nonostante tutto, l’assunzione di sale resta pari a quasi il doppio di quello raccomandato dall’Oms. Dalla Campania arrivano risultati incoraggianti raggiunti grazie al progetto “Meno sale più salute”: si tratta di un programma di intervento di comunità finalizzato alla riduzione del consumo di sale nella popolazione e ne ha dimostrato la fattibilità. Grazie agli ottimi risultati raggiunti, è probabile che il progetto possa essere esteso anche alle altre regioni italiane.

12 Marzo 2015