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Grazie all’uso dei vaccini sono migliaia le morti evitate in 115 anni in Italia. Lo ha calcolato lo studio del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), pubblicato sulla rivista Vaccine, in cui si valuta l’impatto dei vaccini contro difterite, tetano, poliomielite, epatite B, pertosse, morbillo, parotite, rosolia, varicella e meningococco. Un fronte comune dovuto alle 10 principali vaccinazioni introdotte tra il 1900 e il 2015.
L’indagine è stata finanziata dal ministero della Salute e ha evidenziato che grazie alle vaccinazioni nel corso del secolo scorso e nei primi 15 anni del nuovo millennio c’è stato un drastico calo dei casi e delle morti dovute a queste malattie: oltre 4 milioni i casi evitati dalla vaccinazione universale, di cui circa il 35% nei bambini nei primi anni di vita. La difterite è stata la malattia con il maggior numero di casi prevenuti, seguita da parotite, varicella e morbillo.
È stato inoltre stimato che oltre 70.000 morti sono state evitate dalla vaccinazione contro la difterite, il tetano e la poliomielite, le tre malattie infettive con i tassi di mortalità più elevati.

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Influenza e morti, soprattutto tra i bambini. Secondo il bollettino settimanale Flunews, a cura dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), da settembre ad oggi, ben 11 bambini sotto i 14 anni, sono morti a causa del virus. Mentre considerando anche gli adulti, sono state ben 112 le persone decedute e 588 i casi gravi che hanno previsto il ricovero in terapia intensiva. Fra questi ci sono stati anche due donne in gravidanza decedute.
Sarebbero tutti casi evitabili attraverso la vaccinazione, secondo gli esperti dell’Iss, perché seppure il vaccino non sempre evita l’influenza, ne previene le forme più severe.
Diversamente dallo scorso anno, i livelli di mortalità negli ultrasessantacinquenni sono invece al di sotto dell’atteso. Sono però, precisano gli esperti, numeri sottostimati perché riguardano solo i casi in cui l’influenza è stata confermata da esame di laboratorio. Spesso sottovalutata, l’influenza uccide principalmente perché può provocare una polmonite virale primaria, quando il virus influenzale arriva direttamente ai polmoni e può essere letale, soprattutto per persone con condizioni di rischio preesistenti, come malattie cardiache e malattie respiratorie croniche. Ma può anche uccidere per le conseguenze che provoca, indebolendo l’organismo e rendendolo più esposto a infezioni batteriche, come la ‘classica’ polmonite da pneumococco.

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Analisi Dna in corso per vedere se il parassita è identico a quello che avevano le due bambine del Burkina Faso

Non è ancora dimostrato che il plasmodio che ha colpito la bambina morta di malaria sia lo stesso che avevano le due bambine nell’ospedale di Trento. Lo ha affermato il presidente dell’Iss Walter Ricciardi a margine della presentazione dell’iniziativa Match It Now sulla donazione del midollo.
“Stamattina una equipe mista del ministero della Salute e dell’Iss è partita per Trento, abbiamo mandato i nostri migliori tecnici, il direttore del dipartimento di malattie infettive Gianni Rezza e il nostro entomologo, che è una delle eccellenze mondiali su questo settore. Vanno a capire bene la dinamica, a studiare le caratteristiche delle zanzare locali sulla base di due ipotesi. La prima è basata su un’analisi genetica, perché il parassita che ha colpito la bambina è lo stesso in generale, perché il plasmodio è il falciparum, ma questo non significa che sia identico, perché ci sono varie famiglie. Per questo bisogna fare il test del dna e vedere se c’è coincidenza.

Sanitari Portogruaro,bimba non aveva sintomi

“Al momento della dimissione della bimba, non era presente alcun sintomo riconducibile a malaria o ad altre malattie infettive”: lo ha detto il direttore generale dell’Aulss 4 Carlo Bramezza che ha accolto i carabinieri del Nas che hanno acquisito all’ospedale di Portogruaro la documentazione sanitaria della piccola Sofia, ricoverata nel nosocomio veneto dal 13 al 16 agosto. Con i Nas sono arrivati anche i componenti della Commissione del Ministero della salute e personale dell’Iss.

Iss valuta possibilità che Sofia sia stata contagiata in campeggio

“Stiamo valutando con più attenzione la possibilità che la bambina sia stata contagiata mentre era a Bibione, cioè prima del ricovero in ospedale a Portogruaro, dove è stata il 13 agosto, e a Trento, dove era dal 16 al 21 agosto”. Ad affermarlo è Raniero Guerra, direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, capo della task force che sta conducendo le indagini sulla morte per malaria della piccola Sofia Zago. “Abbiamo ricevuto tutta la documentazione e valutato i tempi di incubazione della malaria, tra i 14 e i 20 giorni, che sono perciò compatibili con le date in cui Sofia era al mare”, spiega. Nonostante questo, di nuovo oggi gli ispettori saranno a Trento: “rivedremo ogni passaggio, non con intento punitivo, ma perché è nostro dovere non escludere alcun aspetto. Vedremo per esempio quali glucometri, cioè gli strumenti per misurare la glicemia, sono stati usati”.

La zanzara colpevole

Una zanzara “colpevole” per ora non si trova e un errore dei sanitari che l’hanno curata nemmeno, nonostante siano loro stessi a cercarlo. È questa la situazione, a due giorni dalla morte della bambina di 4 anni per malaria agli Spedali civili di Brescia, dopo che era stata ricoverata per diabete a Portogruaro e a Trento. Eppure il parassita che ha ucciso lei è lo stesso che aveva fatto ammalare due bambine di 4 e 11 anni di ritorno dal Burkina Faso, che erano in pediatria a Trento negli stessi giorni della piccola. Cosi’ come altri due componenti della stessa famiglia, il fratello maggiore e la madre, curati e guariti pero’ in un altro reparto, quello di malattie infettive. Un reparto per adulti lontano da quella della piccola. Quattro pazienti in tutto con lo stesso tipo di malaria. Per Sofia è stata predisposta per domani l’autopsia, all’Istituto di medicina legale di Verona. Sono aperti infatti a Brescia e a Trento due fascicoli per omicidio colposo contro ignoti e il Nas dei carabinieri sta indagando, anche con l’acquisizione di materiale in ospedale a Trento, effettuata sia ieri che oggi, quando alla direzione sanitaria è giunta la comunicazione ufficiale dell’inchiesta. Quanto alla ricerca della causa del contagio per la bambina, che non era stata in Paesi dove sia presente la malaria, a Trento si è conclusa con esito negativo la raccolta delle trappole posizionate nel reparto: niente zanzare. Eseguita inoltre la disinfestazione dei locali di pediatria e domani i pazienti potranno farvi ritorno. Sono i medici dello stesso ospedale intanto a continuare a cercare una ragione del contagio. “Il parassita – dice Nunzia Di Palma, primaria di pediatria dell’ospedale di Trento – è risultato lo stesso, il Plasmodium falciparum, per la bimba e per le altre due, guarite, ma possono esserci diversi ceppi. Da appurare è quindi – spiega – se sia o meno lo stesso. Di questo si sta occupando l’Istituto superore di sanità, a cui per protocollo sono stati inviati i vetrini per le indagini molecolari, utili a individuare i ceppi”. Ma i tempi per i risultati, si e’ appreso, non saranno brevi. Del resto “la bimba poteva uscire durante il ricovero per diabete” precisa Di Palma e d’altra parte nell’ospedale. I sanitari intanto hanno ripercorso la storia clinica di Sofia. “Abbiamo cercato di capire – racconta Di Palma, aggiungendo il proprio dispiacere per la sorte della piccola – se abbiamo fatto degli errori nelle procedure, perché per un contagio ci vorrebbe un contatto di sangue, ma non lo troviamo. L’isolamento, in caso di un paziente con malaria, non è previsto, perché ci vuole un vettore. Aggiungo che nella stessa stanza in cui la piccola era ricoverata per diabete c’era un bimbo di 3 anni, sempre col diabete, che non ha manifestato sintomi di malaria”. La diagnosi, il 2 settembre, “era stata fatta in un’ora e mezza, partendo da una carenza di piastrine” ricorda. “In Africa se si vede una febbre alta si pensa subito alla malaria, ma in una bambina che non ha fatto viaggi non è possibile – spiega Aldo Morrone, direttore del servizio salute globale dell’ospedale San Gallicano di Roma -. I colleghi di Trento hanno agito bene”.

Fonte:www.ansa.it

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L’ allarme lanciato a causa dei bassi numeri degli ultimi mesi

Negli ultimi due mesi tutte le regioni italiane hanno avuto carenze di sangue per le
trasfusioni, e se non verranno accolti gli appelli a donare ad agosto, sono a rischio terapie e interventi chirurgici. Lo afferma il Centro Nazionale Sangue dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha registrato le maggiori carenze in Lazio, Abruzzo e Basilicata.
Lo scorso 4 luglio, sottolinea il comunicato, si è registrata la carenza maggiore, con richieste inserite nel sistema per 1.130 unità, mentre le eccedenze non hanno mai superato quota 160. Lazio, Abruzzo e Basilicata sono le Regioni che hanno segnalato le maggiori criticità, insieme a Sicilia e Sardegna, che hanno un fabbisogno particolarmente elevato a causa della presenza di numerosi pazienti, soprattutto talassemici, bisognosi di sangue per le terapie.
“A rischio – sottolinea il direttore del Centro Nazionale Sangue, Giancarlo Maria Liumbruno – ci sono terapie salvavita, considerando ad esempio che per un paziente leucemico servono otto donatori a settimana o che le talassemie e le altre emoglobinopatie assorbono circa il 10% delle unità raccolte sul territorio nazionale, ma anche gli interventi chirurgici, se si pensa che ad esempio per un trapianto cuore-polmoni possono essere usate fino a 30-40 sacche di sangue”.
“In questi ultimi mesi in diverse occasioni – continua Liumbruno – le Regioni con capacità di produzione maggiore non sono riuscite a rispettare gli accordi programmati all’inizio dell’anno per fornire sangue a quelle con carenze croniche. È importante che tutte le Regioni cerchino di contribuire il più possibile al sistema di compensazione nazionale e che incrementino la raccolta”.

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Il vero e il falso in 10 punti, dalla sicurezza al piano nazionale

Non è vero che con il nuovo decreto aumentano i vaccini da fare ai bimbi, non c’è nessun legame tra autismo e vaccinazioni e queste non portano a malattie autoimmuni. A fare chiarezza nei falsi miti riportati alla ribalta dalla discussione in Parlamento è un ‘decalogo’ pubblicato online dall’Istituto Superiore di Sanità, che smentisce bufale ‘storiche’ e altre riferite proprio alla legge in via di approvazione.
È falso, afferma al primo punto il documento, che i vaccini possono indebolire il sistema immunitario e portare alla comparsa di malattie autoimmuni. “La nostra capacità di rispondere agli antigeni – spiegano gli esperti dell’Iss – si sviluppa prima ancora della nascita e il sistema immunitario di un neonato è perfettamente capace di rispondere ogni giorno a migliaia di antigeni, molti di più di quelli contenuti nei vaccini”. Fra gli altri falsi miti c’è quello che i vaccini contengono sostanze tossiche e pericolose come mercurio, formaldeide, alluminio, che in realtà quando sono presenti sono in quantità minime e non pericolose.
Non è vero inoltre che le immunizzazioni sono legate all’autismo, che esistono degli esami in grado di predire eventuali effetti collaterali, e viene smentita anche l’affermazione, molto cara ai ‘no vax’ che parlano di bambini usati come cavia, che il decreto aumenta il numero di vaccinazioni. “Il decreto – scrive l’Iss – non modifica il calendario vaccinale, le immunizzazioni e la scansione temporale restano le stesse. I genitori che negli anni passati hanno fatto fare ai figli sia quelle obbligatorie che le raccomandate al momento del loro ingresso a scuola li avevano protetti dalle 10 malattie previste dalla legge in discussione, e in alcune Regioni anche da altre, ad esempio lo pneumococco”.
La seconda parte del documento ribadisce invece alcune verità sui vaccini messe in discussione dai detrattori. “E’ vero – si legge ad esempio – che l’attuale riduzione delle coperture vaccinali ha provocato la recrudescenza di alcune malattie come il morbillo, e potrebbe portare al ritorno di patologie ormai assenti dal nostro paese, come la polio o la difterite, ma non ancora debellate dal resto del mondo”.
Il morbillo, sottolinea il documento, può essere causa di gravi complicanze e danneggiare temporaneamente le difese immunitarie. L’Italia è uno dei 14 Paesi dove il morbillo è ancora endemico ed è nella “top ten” dei paesi che hanno segnalato più casi a livello mondiale da Novembre 2016 ad Aprile 2017. Altre verità scientifiche ribadite dagli esperti dell’Istituto diretto da Walter Ricciardi riguardano la sicurezza delle immunizzazioni.
“La sicurezza dei vaccini è documentata da milioni di dosi somministrate, dalla costante attività di sorveglianza dei possibili eventi avversi e dagli studi di sicurezza che vengono effettuati sia prima dell’autorizzazione che dopo l’immissione in commercio di ogni vaccino – ricorda il testo – La malattia impegna il sistema immunitario molto di più della corrispondente vaccinazione. Inoltre nella composizione dei vaccini attuali gli antigeni presenti sono molti meno rispetto a quelli che venivano somministrati trenta anni fa”.

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Per non correre rischi e riconoscere sintomi

Si nasconde in quanto ci sia di più innocuo all’apparenza, come le conserve della mamma: dai carciofini e le melanzane sottolio alle olive in salamoia. E’ il botulino, il veleno naturale più potente per l’uomo. Può essere letale già in piccolissime dosi, anche se gli episodi di avvelenamento, fortunatamente sono rari. “In Italia si registrano ogni anno mediamente 20-30 casi, 5 dei quali mortali”. A sottolinearlo sono le “Linee Guida per la corretta preparazione delle conserve alimentari in ambito domestico”, presenti sul portale del Ministero della Salute.
Nel nostro Paese la prevalenza di intossicazione è più alta che altrove, perché abbiamo una radicata tradizione di conserve.
Ma abbiamo anche la migliore capacità diagnostica. Dal 1995 vige la notifica obbligatoria presso il Centro di Riferimento per il Botulismo presso l’Istituto Superiore di Sanità (Iss), da cui arrivano i consigli per ‘l’arte della conservazione’. In primo luogo assicurare l’igiene personale e della cucina e ispezionare bene le materie prime: mai usare quelle ‘che stanno quasi per andare a male’. Quindi sanificare correttamente i contenitori: non basta lasciarli per un paio di minuti in acqua bollente, ne servono 5-10. Una volta aperti, vanno conservati in frigo e per poco tempo, variabile a seconda del preparato: da poche settimane per la salamoia a quasi 2 mesi in caso di sottaceti.
Meno a rischio sono le marmellate, per via dell’acidità della frutta e dello zucchero che costituiscono un terreno in cui è più difficile per il batterio proliferare. Intervenire urgentemente con siero antibotulinico può salvare la vita, perché l’intossicazione può causare arresto cardiaco e respiratorio. Per questo è importante riconoscere i sintomi, che si manifestano circa 12-48 ore dopo l’ingestione del cibo contaminato, con scarsa mobilità oculare, difficoltà a mettere a fuoco, spossatezza, bocca asciutta, nausea e diarrea. Il tutto in assenza di febbre.

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Europride ha ‘amplificato’ virus, allerta per World Pride. ‘Vaccinare’

In Italia si registra una “epidemia” di epatite A tra gli uomini omosessuali, con una impennata di casi negli ultimi 7 mesi. L’allerta arriva dall’Istituto superiore di sanità (Iss), che identifica tra le possibili cause anche l’Europride tenutosi ad Amsterdam lo scorso agosto, possibile ‘veicolo’ che ha facilitato la diffusione del virus. L’Iss, in uno speciale pubblicato sul sito Epicentro, avverte anche del rischio che l’epidemia, se non sarà cessata a quella data, potrebbe ampliarsi per effetto del prossimo World Pride di Madrid in programma per il prossimo giugno. Da qui un forte invito ad incentivare la vaccinazione nella comunità gay. A partire dal mese di agosto 2016, afferma l’Iss su Epicentro, “in Europa e nel nostro Paese, si è registrato un importante incremento dei casi di Epatite A, che da dicembre 2016 ha avuto un’ulteriore impennata”.
In Italia, nel periodo agosto 2016-febbraio 2017, sono stati notificati al Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta 583 casi: si tratta di un numero di quasi 5 volte maggiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’età mediana è di 34 anni e l’85% dei casi è di sesso maschile. Oltre ai fattori di rischio classicamente riconosciuti come viaggi in zone endemiche e consumo di frutti di mare, rileva l’Iss, “un’alta percentuale dei casi (61%) dichiara preferenze omosessuali”. Da un confronto regionale emerge che nei primi mesi epidemici, il maggior incremento di casi era stato osservato nel Lazio. In seguito un incremento dei casi, rispetto all’atteso, è stato riscontrato anche in altre Regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Puglia). Secondo quanto riporta il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), tra febbraio 2016 e febbraio 2017, in 13 Paesi europei sono stati confermati 287 casi di Epatite A e tre diversi cluster di infezione. Anche a livello europeo la maggioranza dei pazienti sono omosessuali e tra i casi vi è una sola donna. Tuttavia, nonostante l’epidemia coinvolga più Paesi, avverte l’Iss, “l’Italia si presenta come lo Stato europeo con il più evidente eccesso di casi”. Un aspetto da considerare è che i quattro ceppi descritti in Europa non sono mai stati osservati in Italia prima di agosto 2016. Da qui, l’Iss sottolinea come “la partecipazione di circa mezzo milione di persone all’Europride di Amsterdam il 29 luglio-6 agosto 2016 potrebbe aver giocato un ruolo nell’amplificazione di micro-epidemie esistenti nella comunità omosessuale di alcuni Paesi europei (Regno Unito, Olanda e Germania) e la conseguente diffusione dei ceppi negli altri Paesi, inclusa l’Italia”.
Appare quindi “evidente”, è il monito dell’Iss, “la necessità di ribadire che la vaccinazione è fortemente raccomandata per gli omosessuali e che quindi è necessario promuovere un’offerta attiva e gratuita della vaccinazione contro l’epatite A (o se necessario utilizzare vaccini combinati contro l’epatite A e B), attraverso il coinvolgimento di associazioni specifiche, o altri canali target per questa popolazione”. Questo, conclude l’Iss, anche alla luce del prossimo World Pride che si terrà a Madrid, tra il 23 giugno e il 2 luglio 2017, evento che “potrebbe rappresentare un rischio di ulteriore amplificazione se l’epidemia fosse ancora in corso nella comunità omosessuale”.

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Persistono focolai in regione. 35% ha fatto vaccino

Il bimbo di 22 mesi morto a Firenze per meningite da meningococco C rappresenta il primo decesso a causa dell’infezione, nella Regione negli ultimi due anni, di un bambino che non era stato vaccinato. Un dato sottolineato dal presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss), Walter Ricciardi, e che sta ad indicare come la vaccinazione sia invece fondamentale dal momento che, nella rara ma pur sempre possibile eventualità di contagio, ‘attenua’ comunque la gravità della malattia prevenendone le conseguenze più gravi.
   
La vaccinazione, avverte Ricciardi, resta dunque l’arma fondamentale ed “in questo momento non vaccinare i bambini in Toscana contro la meningite è da irresponsabili”. Ovviamente, ha spiegato il presidente dell’Iss, “è importante vaccinare i bambini su tutto il territorio nazionale, ma rifiutare la vaccinazione in Toscana, dove continuano ad essere presenti dei focolai, è proprio da irresponsabili”. Infatti, “altri casi di infezione nei bambini nella regione, anche se pochi, si sono registrati, ma i piccoli erano stati vaccinati ed hanno dunque superato la malattia”. Da qui l’invito ad effettuare urgentemente la vaccinazione contro il meningococco C: “Attualmente è stato vaccinato circa il 35% della popolazione toscana ma – ha chiarito Ricciardi – la copertura da raggiungere per essere sicuri dei benefici derivati dal cosiddetto ‘effetto gregge’, sarebbe almeno del 90%. Ad ogni modo, senza la campagna estensiva di vaccinazione già avviata i casi sarebbero stati sicuramente molti di più”. Il punto, sottolinea anche Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell’Iss, è che “nessun vaccino protegge al 100%, anche se la protezione è altissima attestandosi oltre il 95%. Ma va detto che il vaccino contro il meningococco è sicuro e che vaccinandoci si ha, in caso di contagio, una evoluzione migliore della patologia, oltre ad un rallentamento generale della circolazione del batterio”. Quanto alla durata della protezione vaccinale, la Toscana, ha rilevato Ricciardi, “ha introdotto il richiamo a 13 anni e questo sulla base di un principio di precauzione più che su evidenze scientifiche. In questo caso concordo con la decisione presa, ma al momento non c’è un’indicazione al richiamo contro la meningite a livello nazionale”. L’Iss, ha ricordato, “sta appunto effettuando uno studio sulla durata della copertura da vaccino anti-meningite e solo sulla base dei risultati valuteremo eventuali nuove indicazioni. Al momento, l’unica evidenza viene infatti da uno studio statunitense che suggerisce l’utilità di un richiamo dopo 5-6 anni dalla prima vaccinazione”. Il meningococco C resta la causa più frequente di meningite in Italia, mentre il ceppo B, ha ricordato Ricciardi, “è più raro ma più aggressivo. La strada da seguire, quindi, è vaccinare tutti i nuovi nati contro i ceppi B e C, mentre la meningite dovuta al batterio escherichia coli è una eccezione”. Purtroppo, ha concluso il presidente Iss, “la copertura vaccinale contro la meningite, pur attestandosi attorno al 93% a livello nazionale, registra tuttavia tassi ben più bassi in varie regioni e tale situazione non permette di raggiungere un ‘livello di sicurezza’ omogeneo”.