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Restare in linea senza sforzo, ecco alcuni piccoli e facili comportamenti – come salire sulla bilancia ogni giorno, parcheggiare la macchina lontano dalla propria destinazione – per mantenere costante il proprio peso e dimezzare il rischio di divenire obesi negli anni.



Lo rivela lo studio di Rena Wing della Brown University presso Prividence (USA) su 599 giovani di 18-35 anni.



Ventenni e trentenni rischiano più di tutti di ingrassare rapidamente di anno in anno – una media di 0,5-1 chilo in più l’anno – passando dalla “pancetta” al sovrappeso nel giro di pochi anni, probabilmente come effetto delle tante difficili transizioni che vivono – dal passaggio dal mondo della scuola a quello del lavoro, al matrimonio, alla nascita di un figlio.



Cosa fare allora per evitare di metter su chili compleanno dopo compleanno lo suggerisce la ricerca, pubblicata su JAMA Internal Medicine.



Innanzitutto, spiega Wing all’ANSA, pesarsi tutti i giorni e avere bene in mente il proprio peso perché solo così lo si riesce a mantenere. Se non so quanto peso non mi renderò nemmeno conto che sto ingrassando. Peraltro è stato dimostrato che pesarsi ogni giorno aiuta a dimagrire, potenzia gli effetti di una dieta.



Poi quando si esce in auto bisogna fare sempre lo sforzo di parcheggiare lontano dalla propria destinazione finale, così da fare un po’ di moto a piedi.



Poi, spiega ancora Wing, “abbiamo consigliato ai volontari di preferire sempre le scale all’ascensore”, ad esempio quando tutte le mattine ci si reca al proprio piano in ufficio.



Poi ci sono alcuni piccoli accorgimenti alimentari che danno ottimi risultati se sostenuti nel tempo, senza dover fare diete: eliminare o ridurre, ad esempio, condimenti esagerati come salse troppo elaborate e magari ricche di zuccheri.



Quando si parte già da una condizione di sovrappeso, afferma Wing, “consigliamo di aumentare gradualmente il proprio livello di attività fisica fino a portarlo a una media di 50 minuti al giorno”. In questi casi è utile anche una dieta ipocalorica per un breve periodo per perdere il peso in eccesso.



Questi consigli funzionano, infatti i giovani cui Wing ha “prescritto” gli accorgimenti citati, dopo tre anni di osservazione, erano in gran parte riusciti a mantenere il peso di partenza; il loro rischio di ingrassare risultava dimezzato.

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I noduli alla tiroide sono un problema di salute comune nel nostro paese. Si calcola che tra il 30% e il 50% della popolazione ne sia colpito, spesso inconsapevolmente. Questi noduli alla tiroide, otto volte su dieci benigni e quasi nel 20% dei casi, se trattati correttamente, tendono a regredire.

Questa nuova visione delle patologie tiroidee è emersa nel Congresso Clinical Update in Endocrinologia e Metabolismo (Cuem).

“I noduli sono un evento molto frequente nella popolazione generale e interessano dal 30% al 50% delle persone”, spiega Sebastiano Filetti sulla base di uno studio italiano pubblicato su JAMA. “Nella maggior parte dei casi non danno disturbi e vengono scoperti durante controlli casuali. Di questi, l’80% sono formazioni benigne, il 16,5% hanno un profilo indeterminato da sottoporre quindi ad ulteriori controlli e solo il 3,5% presentano un sospetto di malignità”.

Nello studio condotto da Filletti un gruppo di 993 pazienti è stato sottoposto a follow up con una ecografia annuale e controlli dei dosaggi FT4 e TSH evidenziando che, a 5 anni, il 66% dei noduli alla tiroide rimane stabile, il 15,4% cresce di dimensioni (sia pure lentamente) e il 18% tende a regredire. Solo il 9% dei pazienti invece ha presentato nuovi noduli al controllo. Il team di ricerca ha anche individuato un profilo più a rischio di crescita.

“Si tratta – aggiunge Filetti – di soggetti che hanno più noduli, una età inferiore ai 43 anni ed indice di massa corporea superiore a 28. Questi presentano un rischio maggiore di andare incontro ad un aumento di dimensioni del nodulo tiroideo”

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L’appendicectomia è da anni una procedura standard nei casi di appendicite. Un piccolo intervento mini invasivo, nella stragrande maggioranza dei casi, privo di complicazioni.

Ma uno studio dell’Università di Turku, recentemente pubblicato dalla prestigiosa rivista JAMA, smentisce clamorosamente l’attuale dottrina medica. Insomma troppe volte il bisturi potrebbe essere inutile, perchè una semplice cura antibiotica potrebbe far rientrare i problema. La ricerca ha coinvolto 530 pazienti tra 18 e 60 anni, destinati random all’intervento o al trattamento con i farmaci, somministrati per tre giorni in endovena all’ospedale e poi per una settimana per via orale a casa. Dallo studio sono stati esclusi quei pazienti, circa il 20%, che si sono presentati con appendiciti già con complicazioni, come la peritonite. In quasi il 75% dei casi trattati con gli antibiotici si è avuta una completa guarigione.

“Per più di un secolo, l’appendicectomia è stato il trattamento standard,” ha detto l’autrice principale dello studio dott.ssa Paulina Salminen, dell’Università di Turku  in Finlandia – “Ma circa l’80 per cento dei pazienti con una appendice infiammata, comunemente chiamata appendicite, non ha bisogno che la loro appendice venga rimossa chirurgicamente. Ora sappiamo che solo una piccola percentuale di pazienti con appendicite ha bisogno di un intervento di emergenza”.

L’articolo non prende, però, in esame i casi di appendicite grave, circa il 20% dei casi totali. In questo caso, l’appendicectomia rimane sempre la prima scelta, sia per il grado di compromissione dell’organo, ma soprattutto per il rischio di complicazioni quali la peritonite.

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Gli inibitori di pompa protonica sono i farmaci più amati tra coloro che soffrono di reflusso gastroesofageo. Ma dietro un’apparenza innocua, questi farmaci potrebbero provocare seri disturbi cardiovascolari.

A sostenerlo è una ricerca portata avanti dal dott. Nicholas Leeper della Stanford Univerisity e pubblicato sulla rivista “Plos One”. Il rischio cardiovascolare connesso con gli inibitori di pompa protonica, secondo i primi riscontri, sarebbe causato dalla ridotta produzione di ossido nitrico da parte delle cellule che rivestono il sistema cardiocircolatorio.

Già un altro studio del 2013, stavolta condotto dall’Università di Parma, aveva lanciato l’allarme sul pericolo che l’abuso di inibitori di pompa protonica può avere sulla salute in generale. La ricerca è stata pubblicata sul JAMA a firma del dottor Marcello Maggio, docente della Scuola di Specializzazione di Geriatria.

L’indagine ha preso in esame la relazione tra mortalità e uso di inibitori di pompa protonica, in pazienti anziani. L’indagine ha evidenziato infatti un aumento superiore al 50% del rischio di mortalità tra gli utilizzatori di inibitori di pompa protonica nell’anno successivo alla dimissione. “I dati suggeriscono”, affermano i professori Marcello Maggio e Fulvio Lauretani, “che l’uso di PPI andrebbe maggiormente monitorato ed eventualmente interrotto”.

“I PPI (inibitori di pompa protonica) , noti soppressori dell’acidità gastrica ed efficaci nel trattamento acuto delle ulcere gastro-duodenali e della malattia da reflusso gastro-esofageo – continuano i due Professori – sono ampiamente utilizzati soprattutto nella popolazione anziana; il loro impiego è aumentato negli ultimi anni ed è addirittura triplicato tra il 2003 e il 2011. Tuttavia l’utilizzo di questi farmaci, specie in qualità di gastroprotettori, risulta frequentemente inappropriato e protratto nel tempo dopo l’ospedalizzazione”.

Lo studio conclude raccomandando prudenza nell’uso di questi farmaci, sia nei più anziani, ma anche nella popolazione più giovane, dove i casi di reflusso gastroesofageo sono in aumento.

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PALERMO – Stop alle ripetute visite ed ecografie ai noduli tiroidei. E’ l’indicazione emersa da uno studio italiano – pubblicato sul Journal of the American Medical Association (Jama) – secondo cui i noduli rimangono stabili nell’arco di cinque anni e che, piuttosto, riducono spontaneamente il volume. Lo studio è stato ideato e coordinato da un team di medici del dipartimento di Medicina interna e specialistica dell’università Sapienza di Roma, con la partecipazione dell’Università di Catania e del gruppo degli ospedali riuniti Villa Sofia-Cervello di Palermo coordinato dall’endocrinologo Marco Attard. La ricerca ha coinvolto, in cinque anni, mille pazienti con noduli tiroidei: solo nel 15% dei casi è emerso un aumento del volume, crescita che non dava segni di malignità. “Un dato – ha detto Attard – che deve rassicurare i pazienti. L’eventuale crescita nel tempo del nodulo non rappresenta un allarme”. Lo studio ha inoltre evidenziato che solo nello 0,3% dei casi un nodulo benigno si trasforma in maligno.

4 Marzo 2015