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Potrà essere intercettato per combattere le infezioni

In futuro i virus si potranno combattere intercettando le loro ‘conversazioni’. Diventa possibile perché si è appena scoperto che, prima di attaccare una cellula, i virus comunicano tra loro attraverso segnali chimici, e decidono se uccidere o semplicemente invadere i loro ospiti. Il loro linguaggio in codice, descritto sulla rivista Nature, è stato ‘intercettato’ dal gruppo guidato dal genetista Rotem Sorek, dell’Istituto di ricerca israeliano Weizmann.

Una scoperta fatta per caso

La scoperta è avvenuta quasi per caso: i ricercatori in realtà stavano conducendo uno studio sul linguaggio dei batteri. In particolare il gruppo stava cercando le prove che il bacillo del fieno, Bacillus subtilis, usa i segnali chimici per avvisare i suoi simili della presenza di virus chiamati fagi, che sfruttano i batteri per replicarsi. Invece, con grande sorpresa, i ricercatori hanno scoperto che un invasore di questi batteri, il virus chiamato phi3T, dopo aver attaccato il bacillo produce delle molecole che influenzano il comportamento degli altri virus. Se per esempio i livelli di queste molecole sono bassi, i virus uccidono i batteri, se invece sono alti smettono di farlo e si ritirano a giacere dormienti nel genoma del loro ospite.

Un linguaggio fatto di 100 milecole

I ricercatori hanno individuato circa 100 molecole con le quali i virus si scambiano informazioni e pianificano insieme le invasioni. Secondo i ricercatori anche altri virus potrebbero comunicare tra loro attraverso linguaggi molecolari, compresi quelli responsabili delle malattie umane. Se fosse così, la scoperta potrebbe aiutare a trovare nuove armi per combattere le infezioni, per esempio attraverso molecole che possano ‘dire’ ai virus di ritirarsi, diventare completamente latenti e non riattivarsi mai più.

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L’uso di antidepressivi in gravidanza è risultato associato a rischio disturbi del linguaggio nel bambino. Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista JAMA Psychiatry. Gli autori dello studio, condotto da Alan Brown della Columbia University College of Physicians and Surgeons a New York, hanno utilizzato i dati del registro finlandese sulle nascite per il periodo 1996-2010 considerando un campione complessivo di 56.340 bimbi (circa 51% maschi).
I bambini sono stati divisi in tre gruppi: 15.596 erano stati esposti a antidepressivi durante la vita prenatale in quanto le rispettive madri avevano una diagnosi di disturbi depressivi e avevano acquistato antidepressivi in gravidanza; 9.537 nel gruppo dei bambini ‘non-medicati’, ovvero non esposti a antidepressivi perché le rispettive madri – pur avendo una diagnosi in depressione – non avevano acquistato antidepressivi in gravidanza; 31.207 bimbi “non-esposti”, in quanto le rispettive madri non soffrivano di disturbi psichiatrici.
Gli esperti hanno osservato le diagnosi di disturbi del linguaggio (età media del bambino alla diagnosi 4,4 anni); le diagnosi di disturbi scolastici (età media 3,5 anni); diagnosi di disturbi motori (età media della diagnosi 7,7 anni). È emerso che i bambini esposti a antidepressivi nel corso della vita prenatale (le madri avevano acquistato almeno due confezioni di questi farmaci in gravidanza) presentano un rischio di disturbi del linguaggio del 37% maggiore rispetto ai bimbi non medicati (le cui mamme erano depresse ma non hanno preso farmaci in gravidanza) e del 63% maggiore rispetto ai bimbi non esposti ai farmaci (mamme non depresse).
“Abbiamo trovato un aumento significativo del rischio di disturbi del linguaggio tra i figli di madri che avevano acquistato almeno due confezioni di antidepressivi durante la gravidanza rispetto ai figli di madri depresse ma non trattate con antidepressivi in gestazione”, concludono gli autori.