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Chi è la mamma di oggi? La maternità è certamente una grande opportunità per le donne, una possibilità per evolversi e conoscersi meglio, ma se viene vissuta in solitudine può trasformarsi in un carcere dorato. Ecco perché in Brasile nascono sempre più gruppi di madri, spazi virtuali per sostenere quelle donne che da sole crescono i loro figli, confrontandosi sul loro dovere da mamma  .

“Spesso la mamma di oggi dimentica di aver bisogno di essere curata in quanto donna senza doversi sentire in colpa per questo. Le mamme si sentono molto giudicate, anche dalle loro pari. Devono essere madri perfette, lavoratrici indefesse, casalinghe premurose 360 giorni l’anno e h24. Ma come riuscirci?”,chiede Monica Nicola, psicoanalista responsabile del ‘Progetto Tartaruga’ dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) per bambini autistici in Brasile e coordinatrice di un gruppo di studio sulle donne in Brasile. Nicola insieme ad altre tre psicoanaliste aprirà uno spazio di riflessione venerdì 21 febbraio a Roma proprio sulla tematica ‘Essere madri oggi’.

L’appuntamento nasce nell’ambito de ‘I venerdì culturali’ della Scuola di Specializzazione in psicoterapia psicodinamica dell’età evolutiva della Fondazione Mite, in collaborazione con l’IdO. L’orario di inizio è per le 21 e oltre la voce di Monica Nicola, che è anche docente nella Scuola di specializzazione della Fondazione Mite, ci saranno quelle di Magda Di Renzo, analista junghiana e direttrice della Scuola di Specializzazione; Anna Moncelli, psicologa e analista del CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica), Istituto di Roma, con funzioni didattiche e di supervisione; e infine Anna Maria Cosenza, psicoanalista junghianaesperta del tema.
La serata si svolgerà nella sede della Scuola di specializzazione in Corso d’Italia 38/A. L’ingresso è libero. Per informazioni scrivere a segr.formazione@ortofonologia.it.

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Scelta da incoraggiare, possibile anche allattare

Cade una delle grandi paure delle donne colpite da cancro al seno: quella che la maternità possa in qualche modo rappresentare un pericolo predisponendo al ritorno della malattia. A fare piazza pulita di un tabù che per anni ha condizionato tantissime donne è uno studio europeo presentato al Congresso della Società americana di oncologia clinica (Asco): dimostra che la gravidanza, dopo la malattia, non aumenta il rischio di recidive.
Lo studio ha riguardato 1200 donne e rassicura, dunque, le tante sopravvissute al cancro che vorrebbero progettare una maternità. I ricercatori hanno infatti evidenziato come le donne rimaste incinte dopo un’iniziale diagnosi di tumore al seno, incluse quelle con tumori Er positivi sensibili gli estrogeni, non presentavano un maggior rischio di recidive o morte. Un passo avanti importante, se si considera, rilevano gli autori, che sebbene metà delle giovani donne con una diagnosi di questo tipo si dichiari propensa ad avere figli, meno del 10% resta incinta. Infatti, di tutti i sopravvissuti al cancro, le donne che hanno superato il tumore al seno sono proprio quelle che avranno figli con minore probabilità. Ciò anche perché donne e medici hanno per lungo tempo creduto, affermano i ricercatori, che la gravidanza potesse essere collegata alla comparsa di recidive, in particolare per le donne con tumore al seno ER positivo. Infatti, poiché quest’ultimo tipo di cancro è ‘alimentato’ dall’estrogeno, il timore è che i livelli di tale ormone durante la gestazione possano favorire la crescita di cellule tumorali rimaste occulte. Un’altra preoccupazione è il dover interrompere le terapie adiuvanti (dopo l’intervento chirurgico) ormonali prima di tentare di rimanere incinte.
Proprio le terapie ormonali, infatti, aiutano a prevenire il ritorno del cancro, e si raccomanda che le donne le ricevano per almeno 5 o, in alcuni casi, 10 anni. I “nostri risultati – afferma il primo autore Matteo Lambertini, membro della Società europea di oncologia (Esmo) e oncologo all’Istituto Bordet di Bruxelles – confermano che la gravidanza dopo un cancro al seno non dovrebbe essere scoraggiata, neanche per le donne con cancro Er positivo. Ovviamente, però, va considerata la storia personale di ogni singola paziente nel decidere quanto tempo aspettare prima di provare ad avere figli”. Del campione di 1200 donne considerato, 333 pazienti sono rimaste incinte. Ebbene, dopo un follow-up di 10 anni dalla diagnosi di cancro, non è stata rilevata alcuna differenza in termini di sopravvivenza libera da malattia tra le donne rimaste incinte e quelle che non lo erano. Ma c’è di più: le sopravvissute con cancro al seno di tipo Er negativo, meno diffuso, rimaste incinte, avevano il 42% in meno di rischi di morire. Può dunque darsi, affermano gli esperti, che la gravidanza possa avere un effetto protettivo su questa tipologia di pazienti, ma ulteriori studi sono necessari.
Inoltre, nonostante i pochi dati relativi in questo studio all’allattamento al seno, i risultati suggeriscono che allattare è possibile, anche dopo l’intervento chirurgico al seno. “Per molte giovani donne nel mondo che vogliono farsi una famiglia – conclude Erica Mayer, esperta Asco – questa è dunque una notizia che rassicura e conforta”.

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Omar denuncia, solo la metà dei neonati ha accesso gratuito allo screening metabolico allargato gratuito

Per la Festa della mamma il miglior regalo è prendersi cura della salute del suo bene più prezioso.
L’Osservatorio malattie rare vuole donare un piccolo vademecum per aiutarle a tutelare i loro piccoli.
In Italia ogni anno nascono circa cinquecentomila neonati e altrettante nuove mamme. Secondo le stime, 1 bambino ogni 2.581 è affetto da fenilchetonuria o altra forma di iperfenilalaninemia, e questa è solo una delle tante malattie rare metaboliche esistenti che, se non immediatamente diagnosticate, possono comportare disabilità gravissima, secondo il Rapporto SIMMESN 2015. Per garantire la salute dei bambini e ridurre fino al 70% il rischio di malformazioni, fondamentale è la prevenzione primaria, il monitoraggio della gravidanza e la prevenzione secondaria con lo screening neonatale. Il test consiste nel prelievo di una goccia sangue dal tallone del neonato entro le prime 72 ore di vita, metodo che permette di individuare precocemente oltre 40 patologie metaboliche rare ed evitare le peggiori conseguenze.
“Grazie anche alla nostra battaglia – racconta Ilaria Ciancaleoni Bartoli, direttore di Omar – dal 2016 lo screening metabolico allargato gratuito per tutti i neonati è legge nazionale”. “Tuttavia – denuncia – questo diritto deve essere tradotto in pratica. Dall’approvazione della legge ad oggi nulla è cambiato nell’offerta delle regioni: solo la metà dei neonati ha accesso gratuito a questo test. Gli altri rischiano di non avere la diagnosi e patirne le conseguenze. Non si possono permettere altri ritardi, ognuno deve fare bene e velocemente la sua parte, dal Centro di coordinamento screening costituito presso l’ISS alle singole regioni”.

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E dopo nascita meno pianti, risvegli notturni e stress materno

Se la mamma canta una ninna nanna al bebè, non solo si rafforza il loro legame, ma si riducono anche le colichette del neonato e lo stress materno.
Lo rivela uno studio condotto presso l’Università Milano Bicocca e l’ospedale San Gerardo di Monza e pubblicato sulla rivista Women and Birth.
L’esposizione alla musica può avere effetti vantaggiosi sul comportamento del feto e del neonato e anche sulle emozioni della gestante e della neomamma.
Gli esperti hanno voluto vedere l’effetto della ninna nanna.
La ricerca ha coinvolto 83 gestanti cui è stato chiesto di canticchiare ninne nanne prima e dopo la nascita del bebè e 85 gestanti che erano lasciate libere di decidere se cantare o meno.
Quasi tutte le donne che cantavano ninne nanne hanno riportato serenità e senso di relax e a tre mesi dal parto un legame più saldo col neonato.
Nel gruppo della ninna nanna si sono ridotti in modo significativo il pianto del bambino nel primo mese di vita, la frequenza delle colichette, i risvegli notturni e anche lo stress materno.

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Messa a punto formula indicativa perdita capelli

Tutti i rischi di calvizie in 287 geni e poco piu’, capaci di indicare la predisposizione alla perdita dei capelli: e’ questa la scoperta di un team di scienziati dell’ universita’ di Edimburgo, da tempo alla ricerca del ‘Sacro Graal’ genetico, in grado di prevedere chi perdera’ la chioma con l’andare degli anni.
Le 287 sequenze di Dna che indicano rischi piu’ elevati della media di diventare calvi sono curiosamente tutte presenti sul cromosoma X, quello ereditato dalle mamme.
Nel rapporto pubblicato su ‘PLos Genetics’,i ricercatori guidati da Riccardo Morioni spiegano di avere messo a punto una sorta di formula capace di indicare la tendenza alla calvizie.
Anche se – mette in guardia proprio Morioni – e’ troppo presto per avere un test del sangue efficacemente predittivo. Ma la strada e’ ora spianata.
I dati elaborati dal team sono vasti e significativi: lo studio e’ stato infatti condotto su un campione di 52.000 uomini di mezza eta’ e piu’ avanti con gli anni.
Di questi, 16.700 non avevano alcuna perdita di capelli, 12.000 avevano perso leggermente i capelli, per 14.000 la caduta era stata moderata, e per 9.800 era gia’ calvizie e quasi.
Questi i dati emersi dai modelli genetici individuati dai ricercatori nel processo di calvizie: i soggetti che avevano il numero piu’ basso dei 280 geni legati alla calvizie hanno mostrato meno perdite di capelli: solo 14% di costoro erano calvi mentre 39% aveva le chiome della gioventu’ intatte. Ma tra il 10% dei volontari con il numero piu’ alto di geni della calvizie, quasi il 60% aveva perso capelli.
“La calvizie maschile colpisce l’80% degli uomini entro gli 80 anni di eta'”, osserva il team, e non e’ spesso riconducibile a quanto osservato nei padri.

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Dopo 4 gravidanze interrotte e cura ormonale. Bimbo sta bene

Madre a 62 anni, dopo quattro gravidanze interrotte, e dopo una cura ormonale: una donna originaria di Napoli, residente a Castel Volturno (Caserta), ha dato alla luce ieri un bimbo dopo quasi nove mesi di gravidanza, nella clinica “Pineta Grande” di Castel Volturno. Il piccolo si chiama Elias, pesa tre chilogrammi e mezzo, ed è lungo cinquanta centimetri. Ad occuparsi della gravidanza e del parto è stata l’equipe del dottore Stefano Palmieri. “É stata una gravidanza tranquilla – fanno sapere fonti della clinica – tanto che fino al settimo mese la signora ha svolto regolarmente attività fisica”. La signora, “felicissima e in ottima salute”, si chiama Maria ed è sposata con Vincenzo, suo coetaneo.
Ieri la notizia di una altra mamma over.
Una donna galiziana di 62 anni, medico di famiglia a Lugo, è incinta per la terza volta e a breve, in ottobre, avrà una bambina. Lina Alvarez, che dice di essere in gran forma, diventerà una delle ‘giovani’ madri più anziane del mondo, dovrebbe entrare secondo La Voz de Galicia nella ‘top ten’, le dieci più vecchie mamme, anche se è ancora lontana dal record dell’indiana Rajo Devi, che ha partorito a 70 anni. Il caso della dottoressa di Lugo ha innescato un dibattito etico in Spagna, sul tema di “fino a che età si può diventare mamma”.
La donna, da 20 anni in menopausa, ha avuto difficoltà a trovare un ginecologo disposto a sottoporla a un trattamento di fecondazione assistita. Finalmente ha potuto farlo in una clinica privata di Madrid. Lei dice che era il suo desiderio più grande, essere di nuovo mamma. Già a 52 anni sempre con la fecondazione assistita ha avuto un bambino, che ora ha 10 anni. “Mi sento come una trentenne, dice, felice”. Ha deciso che la sua terza figlia si chiamerà Lina, come lei. “Certo, quando lei avrà 30 anni io ne avrò 90. E allora? Farò la mamma e la nonna! Quante nonne crescono i loro nipotini perchè i genitori non possono?”.

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Dopo 4 gravidanze interrotte e cura ormonale. Bimbo sta bene

Madre a 62 anni, dopo quattro gravidanze interrotte, e dopo una cura ormonale: una donna originaria di Napoli, residente a Castel Volturno (Caserta), ha dato alla luce ieri un bimbo dopo quasi nove mesi di gravidanza, nella clinica “Pineta Grande” di Castel Volturno. Il piccolo si chiama Elias, pesa tre chilogrammi e mezzo, ed è lungo cinquanta centimetri. Ad occuparsi della gravidanza e del parto è stata l’equipe del dottore Stefano Palmieri. “É stata una gravidanza tranquilla – fanno sapere fonti della clinica – tanto che fino al settimo mese la signora ha svolto regolarmente attività fisica”. La signora, “felicissima e in ottima salute”, si chiama Maria ed è sposata con Vincenzo, suo coetaneo.
Ieri la notizia di una altra mamma over.
Una donna galiziana di 62 anni, medico di famiglia a Lugo, è incinta per la terza volta e a breve, in ottobre, avrà una bambina. Lina Alvarez, che dice di essere in gran forma, diventerà una delle ‘giovani’ madri più anziane del mondo, dovrebbe entrare secondo La Voz de Galicia nella ‘top ten’, le dieci più vecchie mamme, anche se è ancora lontana dal record dell’indiana Rajo Devi, che ha partorito a 70 anni. Il caso della dottoressa di Lugo ha innescato un dibattito etico in Spagna, sul tema di “fino a che età si può diventare mamma”.
La donna, da 20 anni in menopausa, ha avuto difficoltà a trovare un ginecologo disposto a sottoporla a un trattamento di fecondazione assistita. Finalmente ha potuto farlo in una clinica privata di Madrid. Lei dice che era il suo desiderio più grande, essere di nuovo mamma. Già a 52 anni sempre con la fecondazione assistita ha avuto un bambino, che ora ha 10 anni. “Mi sento come una trentenne, dice, felice”. Ha deciso che la sua terza figlia si chiamerà Lina, come lei. “Certo, quando lei avrà 30 anni io ne avrò 90. E allora? Farò la mamma e la nonna! Quante nonne crescono i loro nipotini perchè i genitori non possono?”.

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Più ‘melodioso’ con linguaggio come cinese o Lamso del Camerun

Non tutti i bimbi piangono allo stesso modo. Anzi, vi sono delle differenze importanti che sono attribuibili alla lingua parlata dalla mamma. Se si tratta di un cosiddetto linguaggio tonale, in cui è l’intonazione data alle sillabe a determinare il significato di una parola, come nel caso del cinese mandarino o di altre lingue come il Lamso del Camerun, il vietnamita, il Thai, allora il pianto del piccolo sin da subito sarà più melodico. 

E’ quanto emerge da una ricerca guidata dall’Università tedesca di Wuezburg, pubblicata su due riviste: Speech, Language and Hearing e Journal of Voice. Gli studiosi hanno analizzato i dati relativi a 21 bimbi tedeschi e ad altri 21 camerunesi nella prima settimana di vita. 

Il cambio di tono, da basso ad alto, nel pianto è stato maggiormente osservato nei piccoli del Paese africano rispetto a quelli tedeschi, e un effetto simile anche se più lieve è stato riscontrato anche nei bimbi di Pechino. “Il loro pianto suona più come una cantilena” spiega la professoressa Kathleen Wermke, autrice della ricerca. 

Secondo gli studiosi i risultati evidenziano che lo sviluppo del linguaggio inizia molto prima di ciò che si potrebbe pensare. I balbettii , per esempio, si pensa siano importanti, ma lo studio suggerisce che questo processo di apprendimento può anche iniziare mentre i piccoli sono ancora nel grembo, in un procedimento noto come ‘imprinting’ materno.

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Azione legale in Mississipi, la giovane madre vuole mangiarla

Jordan Thiering ha 25 anni, il 24 giugno prossimo dara’ alla luce il suo primo bimbo, e grazie alla vittoria della singolare causa intentata contro la stato del Mississipi dove risiede, la futura mamma avra’ il diritto di portarsi a casa non solo il figlioletto, ma l’intera placenta che ha nutrito il feto per nove mesi. Con tutta probabilita’, la giovane madre, mangera’ la placenta, convinta delle proprieta’ nutritive della sostanza.

Jordan ha dovuto intentare la singolare azione legale, assumendo e pagando di tasca propria un avvocato, dopo aver appreso che il ministero della Salute del Mississipi non permette alle madri di portare a casa la propria placenta. A meno che sia stato emesso uno specifico ordino di tribunale in questo senso.

“Questa placenta ha dato la vita al mio bambino e questa e’ la ragione principale per cui la voglio – ha dichiarato ai media la donna – non mi importa se la gente pensi che e’ strano o sgradevole”.

La vittoria di Jordan potra’ aiutare tutte le future mamme a venire: lo Stato sta infatti ora considerando di cambiare le regole in vigore, di modo che sia automaticamente permesso alle donne di tenere la propria placenta, senza dover fare causa.

“Dover ottenere l’ordine di un tribunale per avere il possesso di qualcosa che e’ cresciuto all’interno del proprio corpo e’ totalmente folle”, ha commentato Jordan,osservando che per molte donne i costi legali sono insostenibili.

Anche se non vi sono al momento dati scientifici sufficienti a sostenere la teoria, molto credono che mangiare la placenta possa aiutare le neo-mamme contro la depressione post-partum e persino aumentare la produzione di latte.

La placenta in questi casi viene ridotta a fora di polvere e assunta all’interno di una capsula o sciolta in frullati.

Alcune donne celebri – come la star della serie ‘Mad Men’ January Jones – ne hanno pubblicizzato l’uso negli Stati Uniti.