Medical News

Quando eseguire la protesi del ginocchio in un soggetto alle prese con la Gonartosi e quando è preferibile ricorrere alla semplice terapia conservativa per evitare la deriva chirurgica stessa? Ne abbiamo parlato in questa video intervista con il prof. Giuseppe Sessa, past president della SIOT (Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia), Professore Universitario Ordinario Direttore UOC di Ortopedia e Traumatologia presso il Policlinico “Vittorio Emanuele” di Catania.

Se il ginocchio è gravemente danneggiato dall’artrosi in tutti i suoi comparti, può risultare difficoltoso anche semplicemente camminare o salire le scale e si avverte dolore continuo anche a riposo. In questi casi i trattamenti non chirurgici per la gonartrosi non sono più efficaci e bisogna prendere in considerazione la protesi totale del ginocchio. L’intervento di protesi totale del ginocchio è sicuro, elimina il dolore e corregge anche eventuali deformità della gamba. Dopo questo intervento, potrai riprendere la tua vita di sempre e le normali attività.

L’osteoartrosi, la patologia articolare più frequente, insorge spesso nei soggetti di età compresa fra i 40 e i 50 anni di età e, in certa misura, colpisce quasi tutti una volta raggiunti gli 80 anni di età. Prima dei 40 anni, i soggetti di sesso maschile hanno maggiori probabilità di sviluppare osteoartrite rispetto a quelli di sesso femminile, spesso a causa di traumi o deformità. Molte persone mostrano segni di osteoartrite alla radiografia (spesso al raggiungimento dei 40 anni), ma solo la metà di tali soggetti presenta dei sintomi. Tra i 40 e i 70 anni, le donne sviluppano la malattia più frequentemente degli uomini. Dopo i 70 anni, la patologia si sviluppa nella stessa misura in entrambi i sessi.

Il prof. Sessa si sofferma sulle caratteristiche del paziente cui eseguire la protesi del ginocchio. La video intervista è stata realizzata dal direttore di Medicalive Magazine, Salvo Falcone, in occasione del 1° congresso delle “Giornate Centro-Meridionali dell’artrosi” con focus diretto sulla Gonartrosi svoltosi a Matera. L’evento è stato organizzato da AV Eventi e Formazione con la responsabilità scientifica del prof. Biagio Moretti, Docente universitario, vicepresidente della SIOT, Società italiana di ortopedia e traumatologia e Direttore della UOC Universitaria e Scuola di specializzazione di Ortopedia e Traumatologia dell’Azienda Ospedaliero Universitaria “Policlinico” di Bari.
[divide]Guarda qui tutte le altre video interviste realizzate al 1° congresso delle “Giornate Centro-Meridionali dell’artrosi” di Matera
Medical News

+0,8% rispetto allo scorso anno, domande si fermano

Sono circa 63 mila gli studenti che domani sosterranno, nelle 37 Università Statali, l’esame di ammissione ai Corsi di Laurea in Medicina e in Odontoiatria. Rispetto alle 62.548 domande dello scorso anno il numero delle domande è sostanzialmente stabile (+0,8%). Meno di uno su sei riuscirà però riuscirà a farcela, visto che i posti messi al bando sono in tutto 9.705.
“Il trend generale – spiega Angelo Mastrillo, docente dell’Università di Bologna e segretario della Conferenza Nazionale Corsi Laurea Professioni Sanitarie – è quasi stabile (+0,8%), mentre negli anni precedenti le domande erano aumentate del +3,8% fra il 2017 e il 2016 e del +6% fra il 2016 e il 2015. Tuttavia ci sono ampie differenze fra le varie Regioni”. Dalla quasi stabilità con il -0,9% di Piemonte (2.975 domande di ammissione), infatti, si passa al -1,8% del Lazio (6.670 domande) e -2% della Calabria (1.750).
Ma il calo è maggiore per alcune altre Regioni come il -9% del Molise (396 domande) e Umbria con -11%(1.097). Al contrario, in altre Regioni, si rileva un aumento dei giovani studenti che sosterranno la prova: dal +1,4% della Sardegna (2.388 domande), al +3,5% del Friuli (1.406) fino al +5,9% dell’Emilia Romagna (6.120). Si terrà invece il 12 settembre l’esame di ammissione per le 22 professioni sanitarie, tra cui quella di infermiere, fisioterapista, ostetrica, dietista e igienista dentale. “Da una prima rilevazione di dati presso le varie Università italiane – conclude Mastrillo – emergerebbe un calo delle domande del -5% rispetto alle circa 80 mila domande dello scorso anno”.

Medical News

Siglata per formazione e ricerca in medicina

Siglato a Roma un Memorandum di intesa tra l’Università Cattolica del Sacro Cuore e la Fondazione Policlinico Universitario Gemelli di Roma e la Thomas Jefferson University per sviluppare aree di cooperazione nel campo della formazione e della ricerca in medicina.
L’accordo con l’ateneo statunitense permetterà di attivare ricerche in ambito medico facendo confluire casistiche e finanziamenti a cui possono avere accesso le due Università.
Questo consentirà all’Università Cattolica di entrare a far parte del network internazionale di università collegate alla Jefferson.
I due atenei attiveranno uno scambio di studenti dei rispettivi corsi di laurea in Medicina per esperienze cliniche della durata di un mese o per periodi di ricerca di uno-due mesi. Il programma di ricerca congiunta prevede di esplorare opportunità di cooperazione che includano ogni tipologia di ricerca che generi diritti di brevetto, copyright e altri diritti di proprietà intellettuale.
Obiettivo importante della collaborazione è anche quello di realizzare un programma che consenta agli studenti del corso di laurea in lingua inglese Medicine&Surgery dell’Università Cattolica di accedere, alla fine degli studi, sia alla specializzazione europea, sia a quella americana, avendo trascorso il 4° e il 5° anno presso la Thomas Jefferson University. L’Intesa è stata siglata presso la Direzione della Fondazione Policlinico Gemelli tra il Rettore dell’Università Cattolica Franco Anelli, il Presidente della Fondazione Policlinico A. Gemelli Giovanni Raimondi e il Presidente della Tju Stephen Klasko.

Medical News

Micro robot e genetica per migliorare le diagnosi e le cure

Robot chirurgici sempre più piccoli e capaci non solo di operare con maggiore precisione, ma anche di predire e prevenire le malattie. Tecnologie e strumenti traslazionali in grado di rilevare e analizzare la risposta individuale ai farmaci. Biomarcatori genetici ed epigenetici in grado di migliorare l’appropriatezza in campo diagnostico e terapeutico. È la medicina delle “5 P”, capace di riscrivere la battaglia contro le malattie. “P” come di Precisione, ma anche Predittiva, Personalizzata, Preventiva e Partecipativa. Delle nuove frontiere per la salute dell’uomo si è parlato all’annuale Giornata della Ricerca dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, quest’anno dedicata a ‘Innovazione e Tecnologia per la salute umana’. Ad aprire lo sguardo sui progressi mondiali della medicina di precisione sono stati due scienziati nel campo della robotica e della farmacologia: Garret A. FitzGerald, Professore di Medicina Traslazionale presso la Perelman School of Medicine, Università della Pennsylvania, in Usa, nonché Chief Scientific Advisor di Science Translational Medicine, e Guang-Zhong Yang, fondatore ed editor della rivista Science Robotics, come pure direttore e co-fondatore dell’Hamlyn Centre for Robotic Surgery presso l’Imperial College di Londra.
“La robotica chirurgica, in questi 25 anni, si è evoluta da ricerca di nicchia ad area di maggior sviluppo nell’ambito dell’ingegneria medica, tanto che nel 2020 si prevede un investimento nel campo dei robot chirurgici e diagnostici di 17,9 miliardi di dollari, con un tasso annuo di crescita del 13 per cento”, ha spiegato Guang-Zhong Yang, secondo cui “il successo commerciale dei primi robot chirurgici ha ispirato nuovi dispositivi più piccoli, sicuri ed intelligenti, che puntano ad esplorare con sempre maggiore precisione il corpo umano per predire e prevenire le malattie”. “Ormai – ha proseguito Yang – si progettano robot con braccia dal diametro di un capello, capaci di vedere dentro e sotto gli organi, in grado di esaminare cellule senza più bisogno di biopsie, in modo da ottenere diagnosi sempre più precoci”. “Il trend del futuro – ha concluso – è quello di robot in scala nanoscopica, specializzati su singole tipologie di intervento e che iniziano a prendere decisioni, magari reagendo ai comandi solo visivi del chirurgo, che però non potrà essere sostituito”.
Nonostante qualche resistenza e i costi non indifferenti, attualmente in Italia sono operativi circa 90 robot chirurgici.
Dal 1999 ad oggi sono stati operati oltre 70mila pazienti e i numeri sono in continua crescita. Il limite più importante, è l’alto costo dell’apparecchiatura, che si attesta tra i 2 e i 3 milioni di euro, cui si deve aggiungere la spesa annuale di manutenzione, circa 100mila euro. Ma la Giornata ha anche consentito al Prorettore alla Ricerca, Eugenio Guglielmelli, di fare il punto sullo stato dell’arte della ricerca dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. Una menzione speciale è andata a tre progetti: uno sulla Ingegneria chimica quello realizzato da Marcello De Falco, docente di Ingegneria industriale presso UCBM, che ha realizzato un dispositivo di stoccaggio applicabile a sistemi di aria condizionata per consentire un risparmio energetico pari al 20-30 per cento. Un lavoro che è valso al docente la vincita del premio ‘Best Paper’ all’interno dell’ICMSET 2016 – International Conference on Material Science and Engineering Technology, svoltasi a Phuket, in Thailandia, dal 14 al 16 ottobre dello scorso anno.

Medical News

Incrociati con dati clinici

La genomica diventa ‘grande’ e si prepara a rivoluzionare la medicina: per la prima volta sono stati incrociati i dati genetici interi di ben 50.000 persone con i loro dati clinici. Un traguardo reso possibile dalle nuove tecniche di sequenziamento sempre più economiche che aprono le porte anche alla medicina personalizzata, con farmaci creati su misura per i singoli pazienti. Dai dati genetici delle 50.000 persone, raccolti dal progetto DiscovEHR, sono stati pubblicati su Science due studi, guidati da Frederick Dewey, dell’università di Stanford, e da Noura Abul-Husn, del centro genetico Regeneron, che hanno portato alla scoperta di legami inattesi tra varianti genetiche rare e alcune malattie e a quella dei fattori genetici legati a storie di colesterolo alto a livello familiare.



Un’applicazione su grande scala


“Questi sono i primi chiari risultati dell’applicazione su grande scala di quello che si può fare con la medicina genomica”, ha detto all’ANSA il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’università Tor Vergata. Finora i progressi della medicina grazie alla genetica sono stati importanti ma tutti gli studi finora erano possibili solo analizzando il Dna di poche persone, e poche decine di geni, e cercare di metterli in relazione con specifiche malattie. “Ma è la prima volta che si fa con questi numeri”, ha spiegato Novelli, ossia con il Dna completo di ben 50.000 persone che hanno aderito come volontari al progetto DiscoEHR. 


I lavori


Nei due primi lavori fatti usando la banca dati sono state individuate le cause genetiche dell’ipercolesterolemia familiare e gli effetti dovuti a mutazioni genetiche rare. “Con questi dati – ha aggiunto Novelli – si potranno fare studi genetici più mirati, anche noi ad esempio li useremo subito per integrare i nostri studi”. Prospettive che rivoluzioneranno la medicina e apriranno le porte alla medicina personalizzata, ossia produrre in poco tempo farmaci specifici fatti su misura per il paziente.

Medical News

Ha scoperto l’autofagia, il ‘riciclaggio’ delle cellule

Il Nobel per la Medicina 2016 è stato assegnato al giapponese Yoshinori Ohsumi per la scoperta del meccanismo dell’autofagia, con cui le cellule riciclano le sostanze di scarto. Questa è una delle funzioni alla base di tutte le cellule viventi.

Che cos’è l’autofagia
L’autofagia è il meccanismo che permette alle cellule di liberarsi di tutte le sostanze di scarto consegnandole in un ‘reparto’ specializzato per la loro degradazione, chiamato lisosoma. L’esistenza di questo meccanismo era stata ipotizzata fin dagli anni ’60, ma solo le ricerche condotte negli anni ’90 da Yoshinori Ohsumi hanno permesso di comprendere a fondo questo processo.

Medical News

La Pfizer rilancia “Viverla Tutta”, la prima campagna italiana di medicina narrativa.

Quattro donne hanno deciso di raccontarsi al grande pubblico. La malattia ha stravolto improvvisamente la loro vita e quella di coloro che gli stanno accanto. Debora, Annalisa, Giovanna e Marisa, sono questi i nomi delle quattro ambasciatrici di coraggio, speranza e determinazione.

“Viverla Tutta” è la nuova campagna di comunicazione e impegno sociale promossa da Pfizer che – dal 14 al 31 ottobre 2015 – porterà sulle reti televisive nazionali Mediaset e sul web le testimonianze di queste quattro donne.

Il percorso di narrazione e condivisione, avviato nel 2011 dalla campagna, prosegue con la realizzazione di video basati su storie vere, con l’obiettivo di continuare a dare una risposta al forte bisogno di condivisione di chi si trova ad affrontare la dolorosa esperienza della malattia e rilanciare l’invito a raccontarsi sul sito www.viverlatutta.it, che vuole consolidarsi come punto di riferimento, ascolto e confronto in rete a disposizione dei pazienti e di chi li assiste.

“L’iniziativa vuole rappresentare un punto di riferimento per chiunque senta il bisogno di raccontarsi, lanciando un messaggio sull’importanza della narrazione nel processo di gestione e cura della malattia. – dichiara Massimo Visentin, Presidente e Amministratore Delegato di Pfizer Italia – Le numerose testimonianze raccolte, segno della forte necessità di condivisione di pazienti e caregiver, lo dimostrano. Si tratta di un’iniziativa nella quale crediamo molto e che rispecchia pienamente i valori di centralità dal paziente e responsabilità sociale che guidano il nostro operato”.

Obiettivo della Campagna è anche quello di portare all’attenzione dell’opinione pubblica il valore del dialogo e dell’ascolto nel rapporto medico-paziente e promuovere l’approccio della medicina narrativa. Per condividere la propria storia di malattia c’e’ lo spazio on line www.viverlatutta.it di Medicina narrativa.

Medical News

“Malattie spesso ‘neglette’ e dimenticate, che colpiscono i più poveri del globo e per questo ribattezzate ‘malattie della povertà’: rappresentano la ‘piaga’, ancora oggi, per 2 miliardi di persone ed il fatto che il Premio Nobel per la Medicina sia stato assegnato quest’anno a tre ricercatori dediti al loro studio ”è davvero un evento straordinario ed un grande segno di speranza”.

Aldo Morrone, Presidente dell’Istituto Mediterraneo di Ematologia (Ime), non ha dubbi: ”E’ un grande risultato e l’auspicio è che da qui abbia inizio una vera azione concreta nei paesi coinvolti, nel sud del mondo”. ”Si tratta di malattie complesse ma verso le quali c’è sempre stata una forte disattenzione, in quanto – spiega l’esperto – non sono malattie ‘diffusive’, con contagio da uomo a uomo, ma che si trasmettono attraverso il contatto con insetti o animali. Sono dunque localizzate soprattutto in Africa e Asia, e ciò spiega il ‘disinteresse’ dell’Occidente, ma ciò che si dimentica è che in quei Paesi tali malattie causano ancora adesso milioni di morti”.

Malattie come Malaria, Scabbia, Dengue, Leishmaniosi, colpiscono ancora milioni di persone in tutto il terzo mondo e non è escluso che possano ripresentarsi anche nel cosiddetto “mondo occidentale”.

”Qualche anno fa – racconta Morrone – ho conosciuto la ricercatrice cinese premiata, Youyou Tu. Rimasi colpito dal suo straordinario impegno, nonostante il poco interesse per questo ambito di studio anche da parte dello stesso mondo scientifico”.

Ora, dopo il Nobel, si apre però un’altra grande sfida, quella forse decisiva: ”Bisogna adesso cominciare a investire seriamente in queste aree del mondo – dice Morrone – coinvolgendo medici e ricercatori locali, affinchè anche i nuovi farmaci contro queste malattie possano essere utilizzati subito, pure in via sperimentale, e con un abbattimento dei costi, che sono ancora troppo elevati”.

Un fronte, questo, che vede l’Ime in prima linea: ”A novembre, ad esempio – annuncia l’esperto – saremo ad Addis Abeba, dove prenderà il via il congresso internazionale sulle malattie ‘neglette’ e le nuove prospettive di cura. L’obiettivo è coinvolgere le istituzioni locali, ma anche – sottolinea – sensibilizzare il mondo della ricerca”.

Odontoiatria

Dott. Diego Caroli, laureato in Odontoiatria e Protesi Dentaria presso l’Università di Padova, esercita l’attività libero professionale a Venezia – Mestre

Spesso, nella mia attività di clinico, durante l’esame obiettivo o nella valutazione di una radiografia (ortopantomografia o endorale), mi trovo di fronte alla scelta terapeutica di estrarre o mantenere in arcata un ottavo (detto comunemente dente del giudizio) sia esso superiore o inferiore. A volte la decisione di eseguire l’estrazione è evidente e motivata,oltre che dalla componente algica, da patologie di tipo carioso, endodontico o parodontale interessanti l’elemento stesso. Tipico il caso di una carie estesa,seppur non penetrante, dov’è impossibile eseguire una ricostruzione diretta che ne ripristini l’anatomia coronale; in presenza di un interessamento della polpa, sia nella fase più precoce (pulpite acuta), sia nella fase più tardiva con lo sviluppo di un granuloma apicale; in caso di ascesso parodontale con mobilità di II o III grado del dente del giudizio oppure, evenienza meno frequente, nell’eventualità che l’elemento sia associato a cisti follicolare.

In molti altri casi ci si trova di fronte a situazioni in cui vi è completa assenza di dolore, ciononostante la scelta dell’estrazione risulta comunque strategica. Il seguente articolo si propone pertanto di individuarele condizioni cliniche in cui sia altamente raccomandabile propendere per questa scelta terapeutica.

In assenza del punto di contatto

La mancanza di un corretto punto di contatto tra due elementi è rilevabile radiograficamente o clinicamente attraverso un semplice test: al passaggio del filo interdentale tra le corone di due elementi contigui non si avverte alcuna resistenza né il caratteristico “click”. Questa condizione, più frequentemente riscontrabile tra il settimo e l’ottavo superiore, dovrà sempre far temere l’insorgenza di una patologia cariosa (foto 1) o di una tasca parodontale fra i due elementi.

estrazione

(Foto 1) L’estrazione precoce dell’ottavo avrebbe evitato il ristagno di placca fra i due elementi e la comparsa della carie distale del settimo.

Nella terapia parodontale non chirurgica

In terapia parodontale, durante le manovre di scaling, l’estrazione preventiva dell’ottavo non solo permetterà un accesso più agevole alla levigatura della radice disto-vestibolare e palatale del settimo superiore e della radice distale del settimo inferiore, ma migliorerà la prognosi nella riduzione della profondità di sondaggio della tasca parodontale.

Nella seminclusione dell’ottavo mesializzato

Un dente del giudizio parzialmente incluso, mesializzato ed addossato al settimo può spesso dar luogo ad un riassorbimento radicolare o ad una patologia cariosa della porzione distale della corona del settimo (foto 2). L’alternativa all’estrazione può essere rappresentata dal monitoraggio periodico con esami radiografici (endorale o ortopantomografia) ; il rischio è quello di dover comunque intervenire quando ormai la lesione è conclamata.

estrazione

Foto 2

Germectomia dell’ottavo inferiore in terapia ortodontica 

L’indicazione all’estrazione del germe del dente del giudizio, che si esegue dai 9 ai 13 anni circa, trova giustificazione nell’ottimizzazione della terapia ortodontica prevenendone in parte le recidive di malposizionamento (foto 3 e 4).

estrazione

Foto 3

estrazione

(Foto 3 e 4) Estrazione dell’elemento 4.8 (in basso a sx) in corso di terapia ortodontica. Da notare come invece sia stato mantenuto l’elemento 3.8 (in basso a dx) dopo l’estrazione della radice mesiale del 4.6 rizectomizzato.

L’estrazione dell’ottavo è altresì raccomandata anche nel caso in cui ci sia l’iniziale formazione delle radici (foto 5) e si sospetti che lo sviluppo degli apici radicolari entri in stretto rapporto con il canale alveolare in cui è alloggiato il nervo omonimo , aumentando pertanto il rischio di lesione di quest’ultimo nelle manovre di lussazione.

estrazione

Foto 5

Estrazione degli ottavi in chirurgia preprotesica

Col termine “chirurgia preprotesica” intendiamo tutte quelle manovre chirurgiche, compresa quindi l’estrazione degli ottavi, che hanno lo scopo di facilitare la progettazione e la realizzazione di manufatti protesici, fissi o mobili, e ne consentano la durata a lungo termine. Riportiamo di seguito alcuni esempi clinici.

La posizione ectopica del 1.8 (vedi freccia in foto A1 e A2)non consente il coinvolgimento del medesimo nel bloccaggio-circolare superiore. La sua permanenza in arcata costituirebbe un ostacolo alle manovre di igiene domiciliare con probabile ristagno di placca. Eseguita l’estrazione (foto A3) , risulta più agevole la preparazione a moncone del versante distale del 1.7 con un corretto posizionamento del margine di finitura protesico.

estrazione

In quest’altro caso (foto B1 e B2), l’estrazione dell’ottavo inferiore ha agevolato la rotazione con distalizzazione ortodontica del settimo il quale, una volta raggiunta la posizione desiderata e previa tolettatura dalla dentina infiltrata, può fungere da pilastro di un ponte tradizionale a tre elementi: secondo premolare-portato-secondo molare inferiore.

estrazione

Nel caso seguente, il secondo molare inferiore, interessato da un esteso processo carioso che ha coinvolto il tessuto pulpare, dopo il pretrattamento con la realizzazione di una parete in composito e pulpectomia d’urgenza, verrà sottoposto a terapia endodontica e ricostruzione con perno in fibra. Dopo la protesizzazione con una corona provvisoria in resina che ne ripristini i contatti occlusali, si eseguirà l’estrazione dell’ottavo in seminclusione. A guarigione avvenuta, il margine di preparazione distale del moncone verrà rettificato e finalizzata conseguentemente la corona provvisoria. Solo allora sarà possibile procedere alla realizzazione della corona definitiva (foto C1 e C2).

estrazione

Estrazione degli ottavi in terapia medica

Sempre a scopo preventivo e in accordo con il medico curante, l’estrazione dell’ottavo può essere eseguita per i pazienti con patologie mediche in attesa di trattamento (es. trapianti d’organo o chemioterapia).

Conclusioni

Sebbene la permanenza in arcata o l’estrazione degli ottavi rappresenti tutt’ora argomento di discussione in letteratura, posso affermare, dalla mia esperienza personale, che la procedura di avulsione nelle suddette condizioni cliniche ha sicuramente agevolato, sia in termini di gestione, di visibilità, di esecuzione e di predicibilità, tutti gli interventi interessanti gli elementi contigui (secondo molare n.d.r.), ma soprattutto rientra in quell’ottica di prevenzione cui tende la moderna odontoiatria, sempre in continua evoluzione alla pari delle altre specializzazioni mediche. Sono rari i casi in cui un ottavo viene mantenuto in sede affinché possa essere utilizzato come pilastro di ponte, anche per il sempre maggior ricorso alla terapia implantare nella riabilitazione delle selle edentule. Nonostante le sopraccitate indicazioni, dobbiamo sempre tener presente che quella dell’estrazione degli ottavi è una procedura chirurgica non esente da rischi. L’ottavo inferiore è in stretta vicinanza a due strutture anatomiche che potremmo definire “delicate”: il nervo alveolare inferiore ed il nervo linguale. Non sono così infrequenti i casi in cui, nelle manovre di estrazione, si sia verificato un danno ad uno dei due nervi, sia nella sua forma più lieve come la neuroaprassia (perdita temporanea della capacità di conduzione) sia in quella più severa rappresentata dalla neurotmesi (distruzione degli assoni e della guaina con impossibilità di rigenerazione). Nel caso invece dell’ottavo superiore, i cui apici radicolari sono spesso in stretto rapporto con il pavimento del seno mascellare, una delle complicanze più comuni è la comunicazione oro-antrale, comunque risolvibile, se vi è assenza di un processo flogistico, con l’allestimento di un lembo a scorrimento che ne chiuda il tramite. È raccomandabile pertanto, ogniqualvolta ci si appresti ad eseguire queste manovre chirurgiche, un’attenta valutazione del rapporto rischi/benefici ed una corretta tecnica di esecuzione.

BIBLIOGRAFIA:

Chiapasco M, CrescentiniM,Romanoni G (1995) Germectomy or delayed removal of mandibular impacted third molar theeth? The relationship between age and incidence of complications. J Oral MaxillofacSurg 53: 418-422

Kulberg CF (1990). Impacted third molars and periodontal health. An epidemiological,methodological,retrospective and prospective clinical study. Swed Dent J Suppl 68

Santoro F,Maiorana C (2000). Chirurgia speciale odotostomatologica. Masson, Milano.

Clauser B, Barone R, Briccoli L, Baleani A, Complications in surgicalremoval of mandibularthirdmolars in Minerva Stomatol, vol. 58, 7-8, Edizioni Minerva Medica, luglio-agosto 2009