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Bollettini pubblicati quotidianamente per assicurare prevenzione

Nella maggior parte delle regioni italiane le alte temperature non sono ancora un problema, ma in vista dell’estate è già partito il Sistema nazionale di previsione e di allarme per le ondate di calore, che permette di prevenire e contrastare gli effetti del caldo sulla salute. Lo rende noto il ministero della Salute, dal cui portale sarà possibile accedere alle rilevazioni.
Fino al 15 settembre 2017, i bollettini saranno pubblicati, dal lunedì al venerdì, sul portale alla pagina “Bollettini sulle ondate di calore” e verranno diffusi quotidianamente ai Centri di riferimento locali, per la modulazione degli interventi di prevenzione. Il sistema di sorveglianza è dislocato in 27 città italiane, da Bolzano a Reggio Calabria incluse le isole, e consente di individuare, giornalmente, per ogni specifica area urbana, le condizioni meteo-climatiche che possono mettere a rischio la salute soprattutto dei soggetti più vulnerabili, come anziani, malati cronici, bambini e donne in gravidanza.

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Bambini ‘non sono piccoli adulti’, troppe proteine

No a troppe proteine per i più piccoli e sì al latte vaccino, ma solo dopo il primo anno di vita e comunque senza eccedere. A fornire indicazioni utili ai genitori è il ministero della Salute, che pubblica sul portale web le indicazioni per un corretto divezzamento, ovvero per l’introduzione dei cibi solidi nella nutrizione dei lattanti.

La prima domanda a cui risponde, sulla base delle indicazioni delle Linee Guida elaborate da un tavolo tecnico di esperti che ha lavorato per quasi due anni, è innanzitutto ‘quando’ introdurre cibi semisolidi e solidi. Le società scientifiche e l’Organizzazione Mondiale della Sanità concordano nel consigliare l’allattamento al seno esclusivo nei primi 6 mesi di vita. Una volta superati, si possono introdurre altri cibi, a cominciare da frutta e pappine, ma “senza forzare il bambino, consentendogli di toccare cibo nel piatto e mangiare con le mani” e “alternando cibi diversi per colore, sapore e consistenza”. 

Quanto al ‘cosa’, compiuto l’anno di vita il bambino può mangiare quasi tutto. Tuttavia, “non può essere considerato un piccolo adulto”. Quindi, ad esempio, si raccomanda di moderare il consumo di alimenti e bevande con zuccheri aggiunti. Mentre il latte vaccino non dovrebbe superare i 200-400 ml al giorno, per evitare un’eccessiva assunzione di proteine. 

Secondo le recenti indicazioni dei ‘Livelli di Assunzione di Riferimento ed Energia per la popolazione’, infatti, per i più piccoli tale apporto dovrebbe derivare per il 50% dai carboidrati, per il 40% dai grassi (preferibilmente derivanti da pesce azzurro, trota o salmone, di cui se ne consigliano 2-3 porzioni a settimana) e solo per circa il 10% dalle proteine.

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Dal diabete ai tumori alle patologie del cuore: le cosiddette ‘malattie non trasmissibili’ rappresentano oggi una vera ‘epidemia’ mondiale che assorbe, solo in Italia, l’80% della spesa sanitaria ed è responsabile, nel 2012, del 70% dei decessi a livello planetario. La prevenzione, però, può evitare tutto ciò: per questo la Fondazione Giovanni Lorenzini lancia un piano triennale, presentato oggi al ministero della Salute, con l’obiettivo di diffondere a 360 gradi la cultura dei corretti stili di vita.

Per ogni miliardo investito in prevenzione, se ne risparmiano tre per esami, cure e riabilitazione in 10 anni: le malattie non trasmissibili in Italia sono responsabili di 9 decessi su 10 e solo le patologie cardiovascolari costano 16 miliardi l’anno.

Sono però tutte malattie che si possono ridurre adottando appunto fin da giovanissimi stili di vita sani. Patologie diverse, ma che presentano gli stessi principali fattori di rischio: fumo, sedentarietà, dieta squilibrata, abuso di alcol o droghe.

Nei prossimi tre anni, ha spiegato il presidente della Fondazione Sergio Pecorelli, “saremo impegnati in un progetto che inizierà con la stesura di linee guida da parte di una commissione di esperti. Vogliamo individuare una serie di proposte concrete e il documento sarà elaborato insieme ai Ministeri della Salute e dell’Istruzione e ai rappresentati di medici e mondo del lavoro”.

I nuovi genitori saranno i “destinatari privilegiati dei nostri messaggi – ha sottolineato Giovanni Ugazio, Direttore Dipartimento di Medicina Pediatrica Ospedale Bambino Gesù -. I primi mille giorni di vita, cioè il periodo dal concepimento ai primi 24 mesi, sono infatti cruciali per il nostro benessere futuro”.

Inoltre, ha rilevato Giuseppe Novelli, Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, “alcuni fattori ambientali dei primi momenti della vita influenzano l’insorgenza di una malattia non trasmissibile anche a distanza di 10 anni.

L’approccio preventivo deve dunque coprire l’intero arco della nostra vita”. Educare tutta la popolazione alla salute è quindi “un importante investimento per il futuro dell’interno Paese”, ha concluso il direttore Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero, Ranieri Guerra.

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Per praticare sport a livello non agonistico, i bambini fino a sei anni non dovranno presentare certificati medici nè, tantomeno, l’elettrocardiogramma. Lo prevede una circolare di prossima emanazione da parte del Ministero della Salute, al fine di facilitare l’accesso alle attività motorie per i più piccoli.

Ad annunciarlo, venendo incontro alle richieste dei pediatri che da anni lottano per avvicinare i bimbi dallo sport, è stato il sottosegretario alla Salute Vito De Filippo, nella risposta all’interrogazione presentata in Commissione Sanità del Senato dalla senatrice Pd Annalisa Silvestro.

Sull’obbligo dei certificati medici non agonistici, negli ultimi tre anni, si sono “avvicendate” tre leggi, due decreti ministeriali e, a giugno 2015, una circolare di chiarificazione da parte del Ministero. Inoltre una risoluzione della Commissione XII di Montecitorio, seguita ad una lettera aperta delle Associazioni pediatriche italiane. Ma il caos certificati, non accenna a diminuire, con palestre e piscine che continuano a chiederli anche nei casi in cui l’obbligo è stato eliminato.

“Al fine di promuovere e salvaguardare l’attività motoria nella prima infanzia”, anticipa il Ministero, “da 0 a 6 anni, e fatta eccezione per i casi di bambini con specifici problemi sanitari, tale attività motoria può essere svolta senza alcuno obbligo di certificato sanitario”. Una posizione, aggiunge, “che sarà oggetto di una specifica integrazione alla circolare del giugno 2015”.

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E’ in arrivo il bracciale, grande quanto un telefono cellulare, per localizzare i malati di Alzheimer che si allontanano dalla propria casa.

L’introduzione di questa nuova tecnologia è stata fortemente voluta dai Ministeri dell’Interno, della Salute e del Lavoro ed il Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse. Obiettivo dell’intesa è quello di favorire la geolocalizzazione delle persone scomparse affette dalla malattia di Alzheimer o altri disturbi neurodegenerativi. In Italia si contano circa 700 mila persone affette da demenza e sono 1.298 le persone ultrasessantacinquenni scomparse.

Questo tipo di patologia porta spesso i malati ad allontanarsi dal proprio domicilio con il rischio di perdersi e di mettere a repentaglio la propria vita, come più volte accaduto.

Il progetto punta così a dotare i malati, nelle fasi iniziali della patologia, di un dispositivo elettronico da portare al collo o alla cintura (dal costo di 100-150 euro) che consente di rintracciarli attraverso un allarme generato dal sistema di controllo.

Se le prime ricerche non hanno esito verrà attivata la sala operativa delle forze di polizia.

“Ci siamo sempre mossi – ha spiegato il commissario di Governo per le persone scomparse, Vittorio Piscitelli – sulla ricerca degli scomparsi ora ci muoviamo finalmente sul terreno della prevenzione perchè purtroppo gli affetti da Alzheimer sono potenziali scomparsi”. Il sottosegretario alla Salute, Vito De Filippo, firmatario del protocollo, lo ha definito “un ottimo strumento per dar voce alle esigenze dei malati e delle loro famiglie”.

Mentre il sottosegretario al Lavoro, Massimo Cassano, ha sottolineato che “il dovere dello Stato è cercare di dare risposte immediate, rendendo sempre più tempestive le ricerche con una collaborazione stretta tra tutte le Istituzioni”.

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Dal 2016 occorreranno cinque anni, invece degli attuali sei per laurearsi in medicina. La cosa era nell’aria già da qualche tempo, ma l’annuncio di Rossana Ugenti, Direttore generale delle professioni sanitarie e delle risorse umane del Servizio sanitario nazionale presso il Ministero della Salute fuga ogni dubbio.

Il Ministero della Saluta si avvia così a recepire a la Direttiva europea 2013/55 che consente agli stati membri di ridurre gli anni del corso di laurea in medicina da 6 a 5, lasciando invariato il numero di ore formative. Secondo quanto annunciato dal ministero, il numero delle ore formative dovrebbe essere di 5mila, contro le 5.500 dell’attuale corso di laurea in medicina in 6 anni.

Da tempo l’Ordine chiede che l’abbreviazione del ciclo di studi venga raggiunta con un insieme di interventi. Gli effetti del passaggio da 6 a 5 anni di laurea annunciato oggi si sommano alla riduzione di un anno delle specializzazioni, recentemente ottenuta grazie ad un intervento del Ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini.

“Il recepimento della Direttiva europea è l’ennesimo importante passo verso la riduzione complessiva del corso di studi e verso percorsi formativi di accesso al mondo del lavoro che mettano i giovani medici italiani in grado di competere ad armi pari con i colleghi stranieri – sottolinea Filippo Anelli, Presidente dell’Omceo di Bari –. Un eventuale passaggio della scuola superiore a 4 anni, come da tempo auspicato dall’Ordine, permetterebbe complessivamente un ingresso anticipato nel mondo del lavoro di 3 anni, allineando l’Italia al resto dei paesi europei”.

“Nella direttiva che sarà recepita a gennaio 2016 il corso di laurea in medicina sarà ridotto a 5 anni. Già a febbraio 2015 c’è stato il riordino delle scuole di specializzazione riducendo gli anni per specializzarsi. Ma bisognerebbe anche ridurre il numero di accesso a medicina” – dichiara Rossana Ugenti –. Quest’anno ci sono state 6000 borse per la specialistica a fronte di 9000 laureati. Bilanciare gli interessi con l’Università non è facile: quest’anno c’è già stata la riduzione del numero di accesso per non avere disoccupati”.

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“Non bisogna aver paura delle vaccinazioni”. Lo ha affermato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin all’uscita del centro vaccinale di via Plinio a Roma dopo aver vaccinato con l’esavalente i due figli Lavinia e Francesco avuti lo scorso giugno.

Negli ultimi mesi, specialmente sui social network è apparsa in maniera insistente una pseudo campagna informativa che sostiene una stretta correlazione tra vaccinazioni e autismo. La polemica nasce da uno studio pubblicato nel 1998 sulla rivista The Lancet e che legava strettamente la somministrazione del vaccino trivalente morbillo-parotite-rosolia con un maggiore rischio di autismo. Sebbene lo studio riguardasse un tipo specifico di vaccino e, nel corso degli anni sia stato smentito ripetutamente, la paranoia rimane e viaggia sulla rete.

“È andato tutto benissimo – ha affermato -. Ho vaccinato i miei bambini. Penso che nessuno più di me abbia dati, la casistica degli effetti collaterali, sia informata da tutti i punti di vista. Spero che il fatto che io sia così tranquilla nel vaccinare i miei figli possa tranquillizzare le tante mamme che ancora oggi hanno paura a vaccinare, non bisogna avere paura delle vaccinazioni. Le vaccinazioni salvano i nostri bambini e quelli che vivono intorno a loro perchè i virus vivono in mezzo a noi, soltanto grazie alle vaccinazioni di massa questi virus non entrano nella nostra vita”.

Il ministro ha ricordato i casi di morte per malattie prevenibili che si sono avute anche nel nostro paese. “Vediamo che cosa accade quando ci sono delle falle nel sistema, bambini che muoiono di morbillo, epidemie di pertosse, casi di meningite e quindi queste sono cose molto serie – ha sottolineato -. Ho parlato con altre mamme in questi mesi, tutte mi hanno chiesto se avrei vaccinato i miei figli, l’ho fatto con la massima serenità”.

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Un’Apecar dotata di cella frigorifera e con a bordo un’ostetrica per raccogliere il latte materno dalle mamme che ne hanno in abbondanza e assicurarlo ai bimbi che ne hanno bisogno.

E’ stato presentato all’Expo di Milano, il progetto Human Milk Link, promosso dall’Associazione Italiana Banche del Latte Umano Donato (Aiblud), che provvederà a trasportare il prezioso ‘oro bianco’ dalle case delle donatrici a una delle 33 banche del latte presenti in Italia. Attualmente la raccolta è portata avanti su iniziativa di singoli ospedali, con non pochi problemi di tipo organizzativo.

La conseguenza è che quello che abbiamo non basta. “Per alimentare almeno tutti i neonati prematuri con peso inferiore a 1500 grammi, sarebbero necessari quantitativi di latte 3 volte superiori”, afferma Guido Moro, neonatalogo e presidente Aiblud. I prematuri, infatti, avendo un sistema immunitario non formato, beneficiano molto del potere protettivo del latte materno. “Protegge il bambino – chiarisce l’esperto – dal punto di vista nutrizionale, immunologico e metabolico. Aiuta a previene molte patologie e infezioni”.

Proprio perché è importante non sprecarlo, la raccolta in Italia è partita nel 2007 con 739 donatrici, arrivate, nel 2012 (ultimi dati disponibili), a 975. Ma, nello stesso arco di tempo, il volume di latte è quasi raddoppiato, passando da 5.541 litri a 9.448.

L’evento, patrocinato dal Ministero della Salute, avrà luogo giovedì 10 settembre con tanto di flash mob di mamme e con una madrina di eccezione, l’étoile dell’Opéra di Parigi, Eleonora Abbagnato.

Il primo step del servizio sarà operativo a Milano a partire da ottobre 2015 per estendersi alle altre grandi città italiane (Roma, Torino, Firenze, Bari, Palermo) dove è presente una banca del latte. Per l’hinterland si provvederà invece attraverso una rete di farmacie di prossimità a cui saranno le madri a consegnarlo.

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Prosegue il trend di discesa nel 2014 dei ricoveri ospedalieri: lo scorso anno ne sono stati erogati 9.526.832, corrispondenti ad un totale di 63.129.031 giornate.

I ricoveri rispetto all’anno precedente hanno avuto una riduzione di circa il 3,2%; stesso trend in discesa anche per le giornate erogate che sono state circa 1.184.000 (-1,8%).

E’ quanto si evince leggendo i primi dati contenuti nel Rapporto Annuale sull’Attività di ricovero ospedaliero, dati Sdo 2014 del Ministero della Salute, appena pubblicati.

Si può osservare che dal 2001 al 2006 c’e stato un andamento sostanzialmente costante, intorno a 13 milioni di dimissioni e poco più di 11 milioni di giornate, mentre a partire dall’anno 2007 si osserva una chiara e costante diminuzione, ottenuta grazie alle politiche di riduzione dell’inappropriatezza dell’ospedalizzazione, e di trasferimento ad altri forme di assistenza.

Fra i principali motivi che portano gli italiani in ospedale, oltre al parto, sono le malattie cardiovascolari e quelle respiratorie

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Diagnosi in estremo ritardo, cure disomogenee, assistenza territoriale che fa acqua da tutte le parti, insomma, in Italia, chi soffre di malattie rare non ha vita facile.

MonitoRare, il primo rapporto nazionale sulle malattie rare presentato a Montecitorio, fotografa un paese ancora molto indietro per quanto riguarda la gestione di queste patologie e la possibilità di accedere ai pochi e costosi farmaci disponibili per le malattie rare.

Dal rapporto emerge il rischio di impoverimento per le famiglie che sostengono il costo di queste malattie con una spesa annua che supera i 2.500 euro. Tanto che il 58% dichiara difficoltà ad arrivare a fine mese.

I dati, che coinvolgono le 1.079 associazioni rappresentative di oltre 670.000 affetti da malattie rare nel nostro Paese (pari all’1,1% della popolazione), sono stati per la prima volta aggregati in modo organico dalla Federazione Italiana Malattie Rare Uniamo.

A spiccare è il boom di consumi di farmaci orfani, +13,3% in un anno. Sono infatti passati dai 7,5 milioni del 2013 ai 8,5 milioni del 2014, con una spesa passata dai 917 milioni del 2012 ai 1.060 milioni del 2014 (+15,6%). Ormai in Italia, è disponibile l’80% di tutti farmaci orfani distribuiti a livello europeo, “un ottimo risultato frutto del lavoro costante e di un maggior dialogo fra ricerca, associazioni di pazienti e case farmaceutiche”, commenta Renza Barbon Galluppi, presidente Uniamo.

Un grosso problema riguarda anche la formazione. Il tema manca nei percorsi formativi sanitari, con appena 42 corsi ECM nel 2014, e i malati che realmente accedono alle informazioni di cui necessitano sono pochi, perché chi fa la diagnosi non mette in contatto con i network. Questo si ripercuote anche sulle diagnosi delle malattie rare che spesso arrivano a 6 anni.

“E’ una cornice all’interno della quale muoversi”, ha ricordato il sottosegretario alla Salute Vito de Filippo. “Le malattie rare – ha aggiunto – sono state oggetto di molta attività politica. Al tema è dedicata un’indagine conoscitiva in commissione Affari Sociali della Camera e diverse mozioni approvate trasversalmente a Montecitorio. Inoltre il Ministero della Salute ha inserito, nei nuovi Lea, un elenco di 110 nuove malattie rare”.