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Sono stati interrotti i test condotti in 10 ospedali olandesi con i quali era stato sperimentato l’uso del Viagra durante la gravidanza. Si pensava che il farmaco, nato contro le disfunzioni erettili dell’uomo, potesse favorire la crescita dei feti migliorando l’irrorazione del sangue verso la placenta.
La ricerca, condotta su 93 donne alle prese con gravidanze problematiche, ha registrato la morte prematura di 11 bambini.

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La misurazione non invasiva dei livelli di ossigeno nel sangue risulterebbe significativo nella diagnosi del 50% delle cardiopatie neonatali. Questo è quanto dichiarato dai ricercatori della EuropeanPulseOximetry Screening Workgroup. Il test, che prende il nome di pulsiossimetria ed è stato già adottato nella profilassi di controllo neonatale negli ospedali Statunitensi, potrà essere adottato anche nel continente europeo e permetterà di misurare, in maniera non invasiva, il 50% dei parametri cardiaci dei bambini appena nati permettendo di salvare molte vite. Le patologie cardiache alla nascita infatti, interessano 2 casi ogni mille e rappresentano una delle principali cause di morte neonatale.
Lo screening può essere già eseguito a poche ore dal parto e anche diversi studi sperimentali condotti in Italia hanno dimostrato un abbattimento del 15-20% dei casi di mortalità.

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Oms-Unicef, investimento di 5 dollari salverebbe 520mila bimbi

Nel mondo solo il 40% dei neonati viene allattato esclusivamente al seno per i primi sei mesi di vita. Lo affermano Oms e Unicef, che da oggi al 7 agosto celebrano la settimana mondiale dedicata a questa pratica.
Secondo le cifre riportate in tutto il pianeta solo 23 paesi, tra cui nessuno occidentale, hanno più del 60% dei neonati che soddisfano il requisito. Un investimento di meno di 5 dollari per ogni nuovo nato permetterebbe invece di raggiungere l’obiettivo di almeno metà dei lattanti in tutto il mondo che ricevono solamente il latte materno per i primi sei mesi, salvando oltretutto la vita di 520mila bambini sotto i 5 anni e facendo risparmiare 300 miliardi di dollari. “L’allattamento al seno dà ai bambini il migliore inizio della vita possibile – sottolinea Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms -. Il latte materno funziona come primo vaccino, proteggendo i neonati da infezioni potenzialmente letali, e dà loro il nutrimento indispensabile per sopravvivere e prosperare”.
Per quanto riguarda l’Italia, secondo i dati Istat per il 2013 su “Gravidanza, parto e allattamento al seno”, pubblicati a dicembre 2014 e riportati dal sito Epicentro dell’Iss, il numero medio di mesi di allattamento esclusivo è pari a 4,1.

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Può essere fatale in 30% dei casi, messi a punto criteri diagnosi

Anche il neonato può soffrire di sindrome da distress respiratorio acuto, un’insufficienza respiratoria che può esser fatale nel 30% dei casi. La scoperta, frutto di uno studio che ha visto la partecipazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista The Lancet Respiratory Medicine e ha portato alla definizione dei criteri diagnostici che permetteranno di fare la differenza nella cura dei piccoli pazienti.
La sindrome da distress respiratorio acuto (Acute respiratory distress syndrome, ARDS) è caratterizzata da un’insufficienza respiratoria spesso di grado estremo, che può far crollare l’ossigenazione a valori incompatibili con la sopravvivenza. Si è sempre ritenuto colpisse solo pazienti adulti, mentre col tempo ci si è resi conto che può insorgere a qualunque età. Tuttavia nel neonato non ci sono dati epidemiologici precisi: tra quella da inalazione da meconio e quella dovuta a sepsi, si stima che solo in Italia migliaia di bambini ogni anno ne siano colpiti. Di qui il Progetto internazionale “Neonatal ARDS”, che ha avuto come primo obiettivo quello di produrre una definizione internazionale di sindrome da distress respiratorio acuto neonatale valida per tutto il primo mese di vita del bambino: ovvero la presenza di un’insufficienza respiratoria acuta entro 7 giorni dalla comparsa di un fattore scatenante (trigger) per esempio una polmonite diffusa; immagini di opacità polmonare diffusa e bilaterale; deficit di ossigenazione. Tutto questo però non in presenza di edema polmonare di origine cardiaca, prematurità polmonare o anomalie congenite.
“La disponibilità della definizione favorirà la ricerca nel campo sia perché i pazienti sono finalmente individuati e classificati sia perché si è creato un network di centri che se ne occupano”, spiega Giorgio Conti, Direttore Terapia Intensiva Pediatrica della Fondazione Policlinico Gemelli, “ci sono quindi tutti i presupposti per giungere a trattamenti più efficaci per la gestione della crisi respiratoria nel neonato e anche per una cura definitiva”.

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I bebe italiani tra quelli che piangono di più, meno i danesi

Sono inglesi, canadesi e italiani i bebe che nei primi tre mesi di vita piangono di più, i neonati danesi quelli che piangono meno in assoluto. Lo rivelano le prime classifiche mondiali del pianto dei neonati messe a punto dalla University of Warwick e pubblicate su The Journal of Pediatrics. Secondo quanto spiega all’ANSA l’autore del lavoro, Dieter Wolke, “in Italia abbiamo trovato un tasso più alto di ‘colichette’ (quando il bambino piange per più di 3 ore al giorno per almeno 3 giorni a settimana, ndr) che ‘colpiscono’ il 20,9% dei bebè italiani di 8-9 settimane contro una media dell’11,5% dei bebè negli altri paesi considerati nello studio”.
    Il lavoro si è basato sull’analisi di dati di circa 8700 neonati di vari paesi (tra cui Italia, Gran Bretagna, Germania, Danimarca), raccolti attraverso ‘diari scientifici’ che i genitori dovevano scrupolosamente compilare durante le 24 ore per i primi tre mesi di vita del bebe. E’ emerso che, in media, i bambini nel mondo piangono circa due ore al giorno nelle prime due settimane; c’è poi un picco del pianto, (2 ore e 15 minuti al giorno) a sei settimane; infine il pianto si riduce a un’ora e 10 minuti al giorno alla 12/a settimana. C’è un’ampia variabilità: bebè che piangono non più di 30 minuti al giorno, altri per oltre 5 ore.
    I bambini piangono di più in Gran Bretagna, Italia, Canada (i tre paesi che hanno anche il ”primato” delle colichette), Olanda, meno in Danimarca, Germania e Giappone. Tanti sono i possibili motivi di questa variabilità: probabilmente i genitori danesi sono più rilassati e hanno un approccio che tende a calmare più facilmente il neonato. ”Inoltre è possibile che le mamme di alcuni paesi siano gravate da alti livelli di ansia e stress in gravidanza (ad esempio legati a problemi lavorativi, o all’indennizzo di maternità o a minor supporto su cui contare) – spiega; studi mostrano che alti livelli di ansia e stress nei nove mesi di attesa – ‘trasmessi’ al feto attraverso l’ormone dello stress (cortisolo) che passa la placenta – sono correlati con alti livelli di coliche e pianto del bebe”.

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In alcuni casi se non trattata può provocare ritardi motori

Attenzione alle forme nascoste di epilessia nei primi mesi di vita, che se non riconosciute e adeguatamente trattate in alcuni casi possono portare anche a gravi ritardi motori nel bambini. È l’appello lanciato dai pediatri nel corso del 72/esimo congresso della Società italiana di pediatria e della Società italiana di neurologia pediatrica a Firenze.
    Secondo quanto spiegato, le crisi possono indicare una malattia genetica spesso sottostimata, dovuta al deficit di vitamina B6, chiamata anche piridossina. Nel 70% dei casi l’epilessia piridossino dipendente si manifesta in età neonatale o anche più tardi, nei primi mesi di vita del bambino.
    “Purtroppo ad oggi la diagnosi non è sempre tempestiva – spiega Raffaele Falsaperla, presidente Sinp -. Se la crisi non si presenta nel primissimo periodo di vita può essere misconosciuta”. “Ecco perché – continua – è importante sensibilizzare i pediatri nel riconoscere la patologia”. Negli attuali protocolli il trattamento con la piridossina è previsto solo nel primo mese di vita. “È necessario dunque modificare e aggiornare le ‘linee guida’ attualmente in vigore – continua – e prevedere anche per una fascia d’età superiore questo tipo di cura”. “Le cause della malattia sono soprattutto genetiche ed è importantissimo aumentarne la conoscenza tra i pediatri – conclude Falsaperla – perché l’insufficienza di piridossina oltre alle epilessie può portare nel bambino anche ritardi motori importanti. Va inoltre considerato che questo tipo di epilessia non risponde alla terapia farmacologica tradizionale”.

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Questo il consiglio che arriva da una ricerca inglese

I bimbi molto piccoli, neonati fino ai due mesi di vita, è meglio che non viaggino in auto nei seggiolini per più di 30 minuti, in quanto potrebbero andare incontro a problemi respiratori con esiti talvolta anche molto gravi. È quanto emerge da uno studio dell’Università Bristol, nel Regno Unito, pubblicato su Archives of Disease in Childhood – Fetal and Neonatal Edition. I ricercatori hanno preso in esame i dati relativi a 40 neonati (19 nati a termine, 21 prematuri), di un’età media di 13 giorni (in generale l’età variava da un giorno a due mesi) e di peso medio intorno ai due chili e mezzo.
    Hanno replicato in laboratorio gli effetti di una dormita sul seggiolino dell’auto in un viaggio a una velocità media di 48 chilometri orari. Dopo una mezz’ora nel seggiolino la quantità di ossigeno nel sangue dei bimbi risultava diminuita in modo significativo mentre aumentava la frequenza cardiaca. In bambini così piccoli- evidenziano gli studiosi – i problemi respiratori possono essere accentuati dal fatto che i muscoli del collo non sono forti abbastanza da impedire alla testolina di piegarsi. “Se si può evitare un viaggio, probabilmente è meglio farlo, o limitarlo a non più di mezz’ora” spiega al Daily Mail l’autore della ricerca, Peter Fleming. Il consiglio per chi vuole far viaggiare i piccoli in auto è che ci sia sempre un adulto dietro con loro a controllare che respirino bene.

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Studio italiano

Guardando gli occhi di un neonato di pochi giorni di vita, in futuro, potrebbe divenire possibile fare una diagnosi precoce di autismo, anni prima che la malattia faccia il suo esordio. È quanto suggerisce uno studio coordinato da Giorgio Vallortigara dell’Università di Trento e pubblicato sulla rivista Scientific Reports. 



Gli italiani hanno confrontato le reazioni a stimoli di tipo sociale (ad esempio i movimenti di una mano) di 13 neonati di 6-10 giorni di vita a alto rischio di malattia (perché con fratelli maggiori autistici) e 16 neonati a basso rischio. È emersa una netta differenza tra i due gruppi: i bebè a rischio perdono subito interesse per gli stimoli sociali, il loro sguardo non è catturato a lungo da essi. I neonati a basso rischio, invece, prediligono in maniera netta gli stimoli sociali, rispetto a stimoli diversi. 



“Abbiamo intenzione di seguire questi bambini almeno fino al compimento del loro secondo compleanno – spiega Vallortigara all’ANSA – per vedere se manifestano una qualche forma di autismo anche lieve. Il nostro potrebbe divenire un test predittivo precocissimo e quindi anche una via verso potenziali interventi precoci. I risultati finora sono molto incoraggianti”. 



“Allo stato attuale delle conoscenze la diagnosi e l’intervento precoce è quanto di meglio possiamo fare per questi bambini – conclude l’esperto -. E la semplicità dei nostri test li rende di facile impiego e di basso costo per la diagnosi”.

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Lo indica uno studio sui neonati

Contrariamente a quanto si è creduto a lungo, l’imitazione non è un comportamento innato nell’uomo ma si apprende nei primi mesi di vita. Lo dimostra una ricerca condotta sui neonati nell’università australiana del Queensland e pubblicata sulla rivista Cell. 



”Numerosi studi degli anni ’80 e ’90 indicavano che non c’era imitazione nei neonati, mentre altri affermavano il contrario”, osserva la coordinatrice della ricerca, Virginia Slaughter. Le ricerche del passato sarebbero state ‘viziate’ dal fatto che veniva analizzata la risposta dei piccoli ad un numero limitato di gesti, come un adulto che tirava fuori la lingua o apriva la bocca. ”Se un neonato tira di piu’ fuori la lingua quando un adulto sorride o punta le dita – continua – non e’ imitazione, ma probabilmente eccitazione per vederlo fare qualcosa di interessante”.



In questo caso i ricercatori hanno analizzato le risposte di 106 bambini a piu’ tipi di modelli e azioni, dando dei punteggi alla loro reazione a 1, 2, 6 e 9 settimane di vita. I risultati sono stati chiari: i bambini non hanno imitato nessuno dei comportamenti osservati. L’imitazione dunque non sarebbe un comportamento innato nell’uomo, ma il risultato di un processo di apprendimento: i bambini imparano nei primi mesi di vita, imitando gli adulti che a loro volta li imitano.



”Abbiamo osservato che i genitori imitano i loro bambini almeno una volta ogni due minuti in media – aggiunge Slaughter – In questo modo i neonati imparano a collegare i loro gesti con quelli di un’altra persona”.

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Cure in prima ora vita fondamentali; 17 novembre Giornata mondiale

Sono circa 40mila ogni anno i neonati pretermine in Italia, i piccoli che nascono cioè prima della 37/ma settimana di età gestazionale: per questi neonati, fondamentali sono l’assistenza nella prima ora di vita, la cosiddetta ‘Golden hour’, ed il follow-up nei primi 3 anni. A sottolinearlo è la Società Italiana di Neonatologia (Sin), in occasione della Giornata mondiale del Neonato Pretermine che si celebra domani. ”Ottimizzare l’assistenza nelle prime fasi della vita di questi piccoli risulta fondamentale – affermano i neonatologi – ma c’è ancora molto da fare”. L’espressione ‘Golden hour’, spiega la Sin, ”si riferisce alle cure della prima ora di vita, che possono influenzare ampiamente gli esiti a distanza in questi neonati, come la rianimazione cardiorespiratoria, termoregolazione, antibioticoterapia precoce, nutrizione parenterale”.

Ma cosa fare dopo la dimissione del piccolo e quali i controlli da effettuare? Queste domande trovano risposta nelle Indicazioni per il Follow-up dei neonati pretermine messe a punto dalla Sin: la prosecuzione delle cure dopo la dimissione rappresenta infatti il principale obiettivo dei programmi di follow-up, dai quali emerge anche, avverte la Sin, ”la necessità di un riconoscimento ufficiale da parte del Sistema Sanitario Nazionale, dal momento che in quasi nessun centro neonatologico esiste una figura ufficialmente assegnata a questo compito, svolto da diversi professionisti”. Dalla Sin arriva inoltre il Calendario dei controlli, valido strumento, per medici e famiglie. Oggi, la percentuale di mortalità nei prematuri inferiori a 1500 grammi è passata da oltre il 70% negli anni ’60 a meno del 15% negli anni 2000 e quella dei neonati inferiori ai 1000 grammi è diminuita da oltre il 90% a meno del 30% nello stesso periodo. Nodo centrale resta però anche quello dei costi: per ogni prematuro estremo (nato prima delle 28 settimane) sopravvissuto, infatti, i costi oscillano tra i 100 e i 300 mila euro a seconda della patologia, cui vanno poi aggiunti quelli per le eventuali complicanze a distanza.