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Nel cervello un legame tra le aree che controllano vista e appetito

‘Mangia con gli occhi’ non è solo un modo di dire: il meccanismo che lo permette è molto concreto, si trova nel cervello e stabilisce una comunicazione diretta fra i centri che controllano la vista e quelli che regolano l’appetito. Si spiega così perchè a volte basta vedere un cibo invitante per avere voglia di addentarlo. Il meccanismo, osservato in azione nei pesci zebra, è descritto nella rivista Nature Communications, dal gruppo dell’Istituto nazionale giapponese di genetica (Nig) guidato da Akira Muto.
Il risultato è importante per capire il modo in cui il cervello controlla l’appetito e può aiutare a comprendere meglio i disturbi alimentari. ”Nei vertebrati il comportamento alimentare è regolato dalla struttura del cervello chiamata ipotalamo, una sorta di centralina che controlla ed elabora le informazioni relative ai bisogni energetici dell’organismo e quelle sulla disponibilità di cibo”. Proprio come gli esseri umani, i pesci zebra ”utilizzano principalmente la vista per riconoscere il cibo e – ha aggiunto – finora sapevamo che l’ipotalamo riceve le informazioni visive sulle prede”. Non era però chiaro come le informazioni visive sulle prede venissero trasmesse all’ipotalamo.
Grazie alle tecniche che usano la luce per attivare le singole cellule del cervello, i ricercatori hanno osservato in tempo reale l’attività delle cellule nervose nelle larve del pesce zebra. Hanno visto così che la vista delle prede attival’ipotalamo e hanno dedotto che esiste un circuito nervoso che collega direttamente la vista del cibo a questa centralina. ”Lo studio dimostra – ha concluso Muto – che la percezione visiva del cibo è legata al comportamento alimentare. Questo è un passo importante per capire come viene regolato l’appetito, sia in condizioni normali, sia nei disturbi alimentari”.

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Le connessione fra la retina e l’area del cervello regolano i ritmi sonno-veglia

In futuro si potrebbero impiegare delle gocce oculari per sbarazzarsi del jet lag, il fastidioso disturbo legato al cambio di fuso orario e in generale all’interruzione dei normali ritmi sonno-veglia. Per il momento è solo un’ipotesi, ma in questa possibile direzione sembrano andare i risultati di uno studio guidato dall’Università di Edimburgo, nel Regno Unito, e pubblicato sulla rivista Journal of Physiology: mette in connessione la retina, una membrana dell’occhio, con un’area del cervello che regola il ritmo circadiano, una sorta di ‘orologio interno’ dell’organismo. Gli studiosi, in esperimenti svolti sui topi, hanno identificato in una zona del cervello chiamata nucleo soprachiasmatico l’area che coordina il ritmo circadiano, utilizzando molte molecole di segnalazione diverse, tra cui il neuro-ormone vasopressina. Sono stati in grado di verificare che anche la retina ha una sua popolazione di cellule che esprimono vasopressina e che inviano segnali proprio alla parte del cervello che gestisce il ritmo circadiano. Questo dà anche un’idea di come l’orologio biologico sia regolato dalla luce e potrebbe aprire nuove opportunità terapeutiche per contribuire a ripristinare i ritmi alterati del nostro’ ‘orologio interno’ attraverso l’occhio. “I risultati entusiasmanti mostrano un potenziale nuovo percorso farmacologico per manipolare i nostri orologi biologici interni- evidenzia Mike Ludwig, ricercatore principale dello studio – ricerche future potrebbero portare allo sviluppo di gocce oculari, un collirio, per sbarazzarsi del jet-lag, ma siamo ancora molto lontani da questo”.

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Forti differenze in dimensioni tra più e meno intelligenti

L’intelligenza te la leggo negli occhi, infatti la grandezza delle pupille è un ottimo indicatore delle capacità mentali di un individuo.
E’ quanto suggerito dai risultati di una ricerca pubblicata sulla rivista Cognitive Psychology.
Condotto presso la Georgia Institute of Technology, lo studio ha coinvolto 512 individui che sono stati sottoposti a una serie di test cognitivi, per misurare in particolare la loro memoria di lavoro (parte della memoria a breve termine che ci serve, ad esempio, per tenere a mente un numero mentre lo stiamo digitando sulla tastiera del telefono) e la loro intelligenza fluida, o ragionamento fluido, che è la capacità di pensare logicamente e risolvere i problemi in situazioni nuove.
Ebbene è emerso che chi totalizzava punteggi maggiori a questi test e quindi aveva capacità cognitive maggiori, presentava anche pupille di dimensioni marcatamente differenti rispetto a chi aveva performance cognitive peggiori.
E’ possibile che dietro il nesso tra dimensioni della pupilla e intelligenza vi sia il rapporto che la pupilla ha con il cervello, attraverso un’area con cui è in comunicazione diretta, il locus coeruleus, la cui attività neurale è associata a modifiche della dimensione della pupilla. A sua volta il locus coeruleus è in comunicazione col lobo prefrontale, sede delle nostre funzioni cognitive superiori, dell'”intelligenza” appunto.

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E quando si usano parole non familiari il cervello va in tilt

Parlare guardando negli occhi un’altra persona: a volte è difficile, probabilmente perché il cervello non è programmato per fare più cose insieme. Non ce la fa, insomma, a cercare le parole giuste e al tempo stesso focalizzarsi sul volto dell’interlocutore. Il tutto diventa ancora più complesso quando le parole sono meno familiari, cosa che implica un utilizzo delle stesse risorse mentali legate al sostenere un contatto visivo.
È quanto emerge da una ricerca dell’Università di Kyoto, in Giappone, pubblicata sulla rivista Cognition. Gli studiosi hanno preso in esame 26 volontari mentre effettuavano dei giochi di associazione di parole, focalizzandosi in particolare sul momento in cui fissavano dei volti generati al computer. Quando avveniva il contatto visivo, i partecipanti trovavano più difficile effettuare i collegamenti tra le parole. In particolare, la maggiore difficoltà sembrava sorgere quando questi collegamenti erano abbastanza complessi, riguardavano cioè parole che erano meno utilizzate nella media del linguaggio comune.

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Studio italiano

Guardando gli occhi di un neonato di pochi giorni di vita, in futuro, potrebbe divenire possibile fare una diagnosi precoce di autismo, anni prima che la malattia faccia il suo esordio. È quanto suggerisce uno studio coordinato da Giorgio Vallortigara dell’Università di Trento e pubblicato sulla rivista Scientific Reports. 



Gli italiani hanno confrontato le reazioni a stimoli di tipo sociale (ad esempio i movimenti di una mano) di 13 neonati di 6-10 giorni di vita a alto rischio di malattia (perché con fratelli maggiori autistici) e 16 neonati a basso rischio. È emersa una netta differenza tra i due gruppi: i bebè a rischio perdono subito interesse per gli stimoli sociali, il loro sguardo non è catturato a lungo da essi. I neonati a basso rischio, invece, prediligono in maniera netta gli stimoli sociali, rispetto a stimoli diversi. 



“Abbiamo intenzione di seguire questi bambini almeno fino al compimento del loro secondo compleanno – spiega Vallortigara all’ANSA – per vedere se manifestano una qualche forma di autismo anche lieve. Il nostro potrebbe divenire un test predittivo precocissimo e quindi anche una via verso potenziali interventi precoci. I risultati finora sono molto incoraggianti”. 



“Allo stato attuale delle conoscenze la diagnosi e l’intervento precoce è quanto di meglio possiamo fare per questi bambini – conclude l’esperto -. E la semplicità dei nostri test li rende di facile impiego e di basso costo per la diagnosi”.