Medical News

Il tumore alla prostata colpisce con maggiore frequenza soprattutto gli over-70, eppure 8 anziani su 10 non sanno che si può prevenire anche attraverso i corretti stili di vita.

Per questo è ai nastri di partenza il primo tour nazionale contro i tumori degli anziani: promosso dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) farà tappa nei Centri anziani comunali di varie città, dal nord al sud, per parlare direttamente agli over-70 e promuovere stili di vita sani nella terza età.

Un italiano su 2 (49%), rileva l’Aiom, ignora che corretti stili di vita possono prevenire l’insorgenza di un tumore.
Mentre il 79% degli over-65 ritiene che modificare le proprie abitudini sbagliate da anziani non serva a molto.

Col risultato che nel nostro paese abbiamo il 46,4% degli anziani in sovrappeso, il 16% obesi, il 21% fumatori, che consumano nel 40% alcool in quantità rilevante mentre solo quattro su dieci svolgono attività fisica con regolarità.

Una situazione ”preoccupante, frutto di molti miti sbagliati – spiega Carmine Pinto, presidente Aiom -. Per questo abbiamo deciso di partire con il primo tour contro i tumori negli anziani. Perché a tutte le età modificare in meglio il proprio stile di vita è opportuno: no al fumo e all’abuso di alcol, attività fisica costante e dieta corretta sono i messaggi chiave della prevenzione oncologica”.

Una vera e propria campagna di sensibilizzazione che porta gli oncologi in tour in dieci città italiane.

“Intercettare una fascia della popolazione per la quale non esistono finora programmi di informazione e prevenzione adeguati – prosegue Pinto -. Abbandonare comportamenti a rischio come il fumo o la sedentarietà presenta enormi vantaggi anche se in un’età matura. Negli anziani, il rischio di cancro è 40 volte più alto rispetto alle persone di 20-40 anni e 4 volte maggiore rispetto a quelle di 45-65 anni. Stili di vita sani, non solo hanno effetti preventivi, ma quando si è colpiti dalla malattia, aiutano a rispondere meglio alle terapie e ad abbassare il rischio di recidiva”.

Gli incontri si focalizzeranno soprattutto sulle neoplasie che interessano maggiormente la terza età, in primo luogo il tumore alla prostata, per spiegare che si deve prevenire, ma anche che quando colpisce, può essere vinto e si può tornare ad una vita normale.

Il tour è partito il 20 luglio da Torino, approdando poi a Catania, e ora proseguirà nelle città di Firenze (13 ottobre), Napoli (20 ottobre), Milano e Trieste (27 ottobre), per sbarcare poi a Roma, Reggio Emilia, e ancora ad Ancona e Genova. L’intero progetto è realizzato con il sostegno incondizionato di Janssen.

Medical News

Nasce “Insieme più belle”, il progetto promosso dall’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) volto a creare uno spazio settimanale di bellezza e benessere dedicato alle donne. Madrina del progetto, l’oncologa Alessandra Fabi, dell’Oncologia Medica 1 IRE diretta dal Professor Francesco Cognetti, che si avvarrà della collaborazione con l’associazione AMOC Onlus e la truccatrice Valentina MakeUp.

“Insieme più belle” sarà un “angolo di bellezza” all’interno del Day Hospital, adiacente l’atrio principale, dove le pazienti che lo desiderano, possono rivedere il loro aspetto con l’aiuto di makeup artists, alcune anche con esperienza oncologica pregressa. Per sentirsi coccolate e comprese, ed in particolare apprendere piccoli trucchi per contrastare gli eventuali effetti collaterali, estetici, causati dai farmaci oncologici.

“Il prendersi cura di sé e del proprio corpo – sottolinea Marta Branca, Commissario Straordinario – è uno dei temi della centralità della persona che gli IFO cercano di sviluppare a 360° gradi. Riprendiamo con piacere una iniziativa frutto della collaborazione tra donne che hanno superato la malattia, oncologi, specialisti e volontari che operano negli Istituti”.

“Il vedersi belle sempre e “nonostante tutto” è un elemento terapeutico essenziale – evidenzia Alessandra Fabi – in grado di contribuire al recupero del benessere psico-fisico, e della sfera sociale. Sentirsi appagati e soddisfatti per il proprio aspetto è una spinta in più, positiva, che aiuta le donne ad affrontare con maggiore forza l’esperienza della malattia e il percorso terapeutico”.

“Insieme più belle” è uno spazio di condivisione, un “salotto” del benessere dove ci si può confrontare su piccoli e preziosi stratagemmi di bellezza: uniformare il colore della pelle, imperfezioni e depigmentazioni, ridisegnare le sopracciglia che potrebbero essere temporaneamente diradate, imparare a sistemare parrucche e turbanti.
Passo dopo passo si apprendono i “trucchi” svelati dall’esperta truccatrice e si memorizzano prendendo nota su schede tecniche create ad hoc.

Lo spazio di bellezza utilizza prodotti gentilmente offerti da una nota casa di produzione di dermo-cosmetici, tutti rigorosamente anallergici, tollerati dalle pelli più sensibili e testati dai dermatologi del San Gallicano, medici specializzati per le dermatosi di origini oncologiche.

Medical News
C’è anche un italiano tra i vincitori del Grant for Oncology Innovation (GOI) 2015, che riceveranno premi per un valore totale di 1 milione di euro.
L’annuncio è stato dato da Merck Healthcare. Roberto Chiarle dell’Università di Torino, ha vinto per il suo progetto finalizzato a chiarire i meccanismi di recidiva in un sottogruppo di pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (circa il 50%) sottoposti a terapia mirata a base di un inibitore della tirosinchinasi (TKI) del linfoma anaplastico (ALK, anaplastic lymphoma kinase).
Circa la metà dei pazienti trattati con inibitori della tirosinchinasi ALK (ALK-TKI) recidivano senza una spiegazione, il che significa che non possono beneficiare di ulteriori linee di terapia mirata. Gli altri due vincitori sono Josep Maria Piulats Rodriguez del Catalan Institute of Oncology e Rodrigo Dienstmann del Vall d’Hebron Institute of Oncology. “Siamo orgogliosi di consegnare il Grant for Oncology Innovation a questi ricercatori straordinari e ai loro team e rivolgiamo loro le nostre più sincere congratulazioni.
Le loro ricerche pionieristiche ci aiutano a comprendere meglio la biologia dei tumori solidi, avvicinandoci a terapie personalizzate dei tumori che un giorno potrebbero cambiare le vite dei pazienti” ha dichiarato Belén Garijo, membro dell’Executive Board e CEO di Merck Healthcare.
“Speriamo che questo premio possa contribuire al proseguimento dei loro studi innovativi in questa area di ricerca fondamentale.” I vincitori del GOI 2015 sono stati annunciati ufficialmente nel corso di una cerimonia di premiazione che si è svolta durante l’European Cancer Congress (ECC) del 2015 a Vienna, in Austria. I vincitori sono stati selezionati da un Comitato Scientifico (Scientific Steering Committee) internazionale composto da illustri oncologi e ricercatori.
Medical News

In Oncologia vengono chiamati Long Term Survivors, si tratta dei pazienti che escono dalla fase acuta di un tumore e che devono essere costantemente monitorati. In Italia sono circa tre milioni i pazienti che vivono in questo stato di limbo, non si possono definire guariti nè cronicizzati e per il sistema sanitario rimangono in carico all’oncologo a tempo indeterminato.

Quello dei Long Term Survivors e delle possibili soluzioni è stato il tema principale della conferenza dell’AIOM tenutasi in questi giorni a Roma.

La soluzione individuata fa riferimento al modello americano di gestione del paziente oncologico chiamato “survivorship care”.

Il modello contenuto in un documento di consenso firmato da 10 sigle che operano nell’oncologia, parla di una rete informatica per la sorveglianza clinica dopo il tumore, differenziata e mirata alla persona e alle sue specifiche caratteristiche, che vede il medico di famiglia riorganizzarsi insieme all’oncologo per reciproci invii e controlli, paziente informato, medico di famiglia avvertito, oncologo disponibile in via preferenziale nel caso vi sia sospetto di recidiva.

Un percorso virtuoso, attento anche alle problematiche psicologiche, riabilitative e socio-lavorative, in modo da ottimizzare l’assistenza e diminuire i tassi di ospedalizzazione durante la sorveglianza clinica. E soprattutto individuare prima possibile le ricadute e gli effetti anche a lungo termine della tossicità dei trattamenti farmacologici.

Al momento i Long Term Survivors costano al sistema sanitario circa 400 milioni di euro l’anno per i costi di troppi esami inutili e di una scarsa comunicazione tra specialista e medico di famiglia, superando di dieci volte il budget previsto.

Medical News

“Per quanto riguarda la spesa farmaceutica, dobbiamo prepararci a gestire e assorbire multipli shock da innovazione che nei prossimi anni arriveranno come onde, uno dietro l’altro”, investendo settori della farmaceutica “che vanno dall’oncologia alle malattie infettive fino a quelle del sistema nervoso centrale”.

Lo ha dichiarato Francesco Pani, presidente dell’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, durante il convegno “Pay back= Go Back? Attrazione degli investimenti nel Paese e governance farmaceutica su una rotta di collisione”.

“Fondamentale – ha sottolineato Pani – sarà capire quale è la vera innovazione e quale è roba vecchia”.

“L’onda d’urto che il sistema ha subito con l’arrivo dei nuovi farmaci contro l’epatite C non è più solo un momento. In futuro ce ne attendono molte altre”,

“Da qui a tre e cinque anni arriveranno nuovi farmaci che riguardano tre grandi aree terapeutiche: la prima è quella dell’oncologia, la seconda riguarda gli antinfettivi, ovvero nuovi farmaci anti epatite c, ma anche contro epatite b, hiv e antibiotici per forme resistenti. Infine, una terza grande area di innovazione riguarderà farmaci per malattie del sistema nervoso centrale come Alzheimer e forme di pre-demenza, con una sfida interessantissima che consentirà di trattare il paziente prima dello sviluppo della malattia, e ancora Sclerosi multipla e Parkinson. Complessivamente queste tre grandi aree copriranno l’80% dei costi per l’innovazione e varranno presumibilmente diverse centinaia di milioni di euro”.

Tutto questo. ha concluso, “con la governance della spesa farmaceutica attuale è impossibile. Non si può pensare che telefonini e macchine si sono evoluti mentre i farmaci continuiamo a essere governati come fino a qualche anno fa”

Medical News

In futuro potremmo usare il virus dell’Herpes Simplex per curare il Melanoma. A dirlo è uno studio dell’Istituto per la Ricerca sul Cancro della Gran Bretagna, pubblicato sul Journal of Clinical Oncology.

Il virus è stato geneticamente modificato in modo tale da avere come bersaglio principale le cellule cancerogene del melanoma e provocarne l’apoptosi. Inoltre, la presenza di agenti virale nei pressi del tumore provoca una risposta immunitaria che, stando sempre allo studio, riesce distruggere le cellule tumorali.

Lo studio studio è durato tre anni, in 64 centri fra StatiUniti, Canada, Gran Bretagna e Sud Africa. Il prossimo anno T-VEC, come è stato battezzato il virus geneticamente modificato dovrebbe entrare nella pratica clinica, contro forme molto aggressive di melanoma che non rispondono ai farmaci. A Al microrganismo sono stati eliminati due geni che gli permettevano di infettare e replicarsi indistintamente nelle cellule umane, anche in quelle sane.

I Malati sottoposti a questa terapia sono sopravvissuti 41 mesi, contro la metá, 21,5 degli altri con lo stesso tumore trattati solo coi farmaci tradizionali. Il 10% dei malati è poi guarito completamente dal cancro. Nessuna cura risolutiva per questo tumore, quindi, ma la strada sembra molto promettente soprattutto per l’attivazione della risposta immunitaria scatenata dal virus modificato: il sistema immunitario è riuscito a individuare le cellule tumorali “segnalate” dal virus, e ad eliminarle. Secondo i dati dell’Oms, nel mondo 232mila persone vengono colpite da melanoma ogni anno, l’88 % dei malati ha una spettativa di vita di soli 5 anni dopo la diagnosi.

Medical News

Il carcinoma del colon retto è il terzo tipo di tumore più diffuso al mondo e, se non diagnosticato in tempo, uno dei più mortali. Ma dal Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York potrebbe arrivare una speranza.

Un gruppo di ricercatori dell’istituto statunitense hanno individuato una sorta di gene “interruttore” che sembrerebbe in grado di fermare la progressione del tumore o addirittura di farlo regredire.

In uno studio, pubblicato sulla rivista Cell,  i ricercatori hanno “spento” in alcune cavie il gene APC (Adenomatous Polyposis Coli) e hanno riscontrato uno sviluppo rapidissimo di un tumore al colon retto.

Il gene APC era già conosciuto dalla comunità scientifica e nella maggioranza dei casi di carcinoma al colon retto, risulta mutato e parzialmente inattivato.

L’APC svolge una funzione di controllo della proliferazione cellulare ed è uno dei componenti fondamentali del citoscheletro delle cellule.

La ricerca evidenza come alla riaccensione del gene i tumori hanno smesso di crescere e sono anzi regrediti in pochi giorni e a distanza di sei mesi non si erano ripresentati.

La scoperta di questo “interruttore” è l’ennesima conferma che l’orientamento attuale dell’oncologia, basato sulla cosiddetta “terapia genetica” potrebbe essere la strada giusta per la cura e la prevenzione delle neoplasie. Al momento, però, questo approccio sul carcinoma del colon retto è poco più di un caso isolato. Sono ancora pochi i tumori di cui si conoscono mutazioni specifiche e quasi sempre presenti cui mirare con approcci di questo tipo.

L’identificazione di specifiche mutazioni in altre tipologie di cancro potrebbe gettare le basi per nuove cure che possano colpire il tumore “alla radice”, bloccando sul nascere la sua crescita.

Medical News

Il glioblastoma è uno dei tumori cerebrali più frequenti ma anche dei più micidiali. La prognosi è nella stragrande maggioranza dei casi infausta e al momento non esistono terapie efficaci per contrastare questo cancro e le sue micidiali recidive.

Ma uno studio dei ricercatori della Seconda Università degli Studi di Napoli potrebbe dare qualche speranza. I ricercatori partenopei hanno dimostrato che l’estratto acquoso della pianta Ruta graveolens è capace di uccidere cellule di glioblastoma risparmiando le cellule sane.

“Il glioblastoma multiforme – spiega Luca Colucci-D’Amato, docente di Patologia generale del Dipartimento di Scienze e Tecnologie ambientali biologiche e farmaceutiche della Seconda Università di Napoli (SUN) – è un tumore cerebrale altamente aggressivo la cui prognosi è tuttora infausta. Nonostante la terapia chirurgica, la chemio e la radioterapia, solo circa il 5% dei pazienti colpiti da glioblastoma sopravvive, per gli altri la morte sopraggiunge in media entro circa 15 mesi dalla diagnosi. Vi è un grande sforzo della ricerca biomedica nel cercare nuovi farmaci o cure contro questo tumore”.

Lo studio pre-clinico, pubblicato sulla rivista scientifica PLOS One, ha mostrato come l’estratto acquoso ottenuto dalla pianta Ruta graveolens L. sia in grado di indurre la morte di cellule di glioblastoma coltivate in vitro. La ricerca è stata coordinata da Luca Colucci-D’Amato, docente di Patologia generale della Seconda Università di Napoli.

“Le sostanze naturali – ha spiegato Claudia Ciniglia, docente di Botanica della SUN – rappresentano un’importante sorgente di nuove molecole con attività terapeutica in molte malattie incluso il cancro. In particolare, Ruta graveolens L. è una pianta erbacea, molto diffusa in Italia, della famiglia delle Rutacee, cui appartengono anche i più noti agrumi”.

Geriatria

Dott. Giancarlo Giuliani, Medico, Specialista in Medicina Interna – Master in Giornalismo Scientifico, Responsabile Reparto di Medicina LungoDegenza Casa di Cura “Villa Iris” – Pianezza (To)

I principali campi di applicazione della P.T. in letteratura riguardano soprattutto gli ambiti pediatrici, geriatrici, psichiatrici nonché quelli della cronicità, delle cure palliative e dell’handicap in generale. I sintomi dolore, depressione del tono dell’umore, ansia, disturbi comportamentali, deterioramento cognitivo ed anoressia sono risultati quelli più studiati ma anche quelli che hanno maggiormente beneficiato di tale terapia, alla pari delle patologie che vanno dalla demenza senile al dolore cronico, dalle sindromi neurologiche infantili ad alcune patologie cardio-vascolari.

Per studiare tale terapia il metodo scientifico utilizzato ha previsto il ricorso a parametri da monitorare e da utilizzare come outcome:

  1. parametri vitali: pressione, frequenza cardiaca, dolore ecc.
  2. esami di laboratorio: cortisolemia, glicemia ecc.
  3. scale della V.M.D. dell’Anziano: SPMSQ, ADL, CIRS ecc.
  4. test psicologici: Scale della Depressione, della Qualità di Vita ecc.

Tra i principali outcome individuati segnaliamo la riduzione di sintomi come l’ansia o la depressione, di disturbi comportamentali o del dolore, l’incremento dell’alimentazione e di funzioni cardio-vascolari ecc. ma è soprattutto la “Qualità di Vita” che viene maggiormente valutata e ricercata, a sottolineare l’utilità della P.T. non come semplice cura delle malattie ma come miglioramento generale del benessere umano in ambito di malattie gravi ed invalidanti.

Al momento attuale però questo materiale scientifico non ha ancora avuto il riconoscimento definitivo di una razionale revisione clinica. Questo per svariati motivi, soprattutto per la difficoltà nel dover mettere ordine tra una imponente mole di letteratura che si differenzia per materiali e metodi (diversità nei pazienti, nei setting, negli animali, nei parametri, nei protocolli e negli outcome). Come ricordato da Antonelli e Cusinato <… mentre gli studi sugli effetti fisici sono stati condotti con proprietari di cani residenti a casa, quelli sugli effetti a livello psicologico sono stati eseguiti con anziani in istituto, quindi probabilmente più fragili e che non possono godere della compagnia costante di un animale.

Revisioni cliniche della letteratura scientifica

In realtà negli ultimi anni sono state pubblicate alcune review relative alle principali ricerche effettuate, così come alcune Revisioni Cliniche. Vediamo le 3 più note.

La I è una revisione condotta da un centro sudamericano, il cui obiettivo era quello di sintetizzare la letteratura esistente sull’uso di tale terapia come trattamento tra le persone (bambini compresi) che vivono con malattie croniche. La ricerca suggerisce che le AAT e le AAA siano efficaci per diversi profili di pazienti, in particolare i bambini, specie se affetti da patologie croniche (dall’autismo alle neoplasie), potendo determinare modificazioni fisiche (riduzione del dolore, miglioramento di parametri vitali ecc.) e psichiche (riduzione ansia e timore per la malattia e le cure, incremento della capacità interazione sociale e di provare piacere ed interessi).

La II è una revisione multicentrica italiana e spagnola effettuata sulla base della valutazione dei risultati di una ricca raccolta bibliografica relativa a studi sia in ambito medico che in quello riabilitativo. La conclusione cui giungono i vari Autori sottolinea come molti dei programmi che utilizzano gli animali abbiano dimostrato di poter rappresentare interventi efficaci per specifiche popolazioni di pazienti con patologie riabilitative o mediche con le caratteristiche della cronicità.

La III è una revisione sistematica di studi randomizzati effettuata da numerosi istituti universitari giapponesi, eseguita con rigorosi criteri metodologici. Dall’insieme delle valutazioni effettuate è stato possibile dimostrare come le AAT possano rappresentare un efficace trattamento per i disturbi mentali e del comportamento come la depressione, la schizofrenia, l’alcool e/o la tossicodipendenza.

Utilizzo della P.T. nei pazienti con patologie croniche cardiovascolari

Già i lavori di ricerca presentati, a Tokyo nell’ottobre 2007, all’XI conferenza dell’International Association of Human-Animal Interaction Organizations, sottolineano il ruolo della mediazione dell’animale nel determinare:

  1. Aumento della sopravvivenza dopo un evento acuto cardiaco,
  2. Diminuzione della pressione arteriosa, della colesterolemia e della trigliceridemia,
  3. Aumento delle percezioni positive della qualità della vita;
  4. Minor numero di visite mediche;
  5. Diminuzione del senso di depressione
  6. Aiuto terapeutico per i pazienti che non sono in grado di verbalizzare in ambiente psichiatrico, per i bambini autistici, per i pazienti colpiti dal morbo di Alzheimer, da disturbi neurologici e per persone costrette su una sedia a rotelle.

In realtà molti sono i rilievi epidemiologici o sperimentali presenti in letteratura, molti riguardanti il sistema cardio-circolatorio. È del 1977 lo studio di Erika Friedmann su persone che hanno superato un infarto cardiaco, studio che rileva come esista una correlazione positiva tra la loro sopravvivenza e il possesso di animali da compagnia.

Si è visto che la presenza di un animale familiare, provoca un abbassamento della pressione del sangue, diversamente da quando si parla e si discute con un essere umano. La mancanza di competitività e il senso di compagnia e di sicurezza dato da un animale con il quale vi è una antica amicizia riducono la pressione del sangue, e questo può contribuire a ridurre l’uso dei farmaci. Inoltre un cane, obbliga a fare moto per essere portato a spasso ed è ben nota l’importanza di un moto moderato nella prevenzione delle malattie cardiocircolatorie e nel recupero dopo un infarto.

È invece nel 1992 che studiosi australiani dimostrano che i proprietari di animali da compagnia oltre ad avere una pressione sanguigna più bassa hanno anche livelli di colesterolo e trigliceridi significativamente inferiori rispetto a chi non possiede animali.

Utilizzo della P.T. in pediatria

Ottimi benefici con la P.T. sono ottenibili dai bambini affetti da gravi disabilità caratterizzate da disturbi neuro psicomotori, per lesioni riportate nelle aree deputate alla coordinazione, al movimento, alla percezione e all’integrazione, che inevitabilmente ostacolano lo sviluppo cognitivo, emozionale e motorio: ne consegue una inadeguata percezione e conoscenza del proprio corpo, con scarse esperienze sensoriali, che riducono i vissuti limitandone di conseguenza anche la crescita cognitiva. Nelle lesioni neuromotorie l’azione della P.T. si fonda sulla ripetitività degli stimoli neurofisiologici corticali e sulle reazioni, da definire “emotive”, individuali, che nessuna seduta di psicomotricità può innescare e vivificare.

Quando si parla di utilizzo di P.T. in pediatria non si può dimenticare i numerosi studi e le svariate ricerche ed attività svolte dall’Ospedale Infantile Meyer di Firenze, al quale si devono le prime applicazioni di tale terapia in ambito oncologico, e non solo. Attualmente gli incontri con gli animali trovano il proprio riferimento e inquadramento teorico nelle attività assistite, pur diventando talvolta, soprattutto con i piccoli ricoverati dei reparti a lunga degenza, quali l’Oncoematologia, la Neurochirurgia e le Malattie infettive, dei veri interventi socio-riabilitativi, atti a stimolare e promuovere un recupero delle capacità cognitive, motorie e relazionali.

Molto gli obiettivi raggiunti, riconducibili a:

  1. riduzione dell’ansia del bambino
  2. miglioramento dell’approccio in ospedale e in day hospital;
  3. aumento del senso di prendersi cura, da curato a curante;
  4. apporto di benessere nell’intero contesto ospedaliero, anche per gli stessi operatori.

Altro ospedale che ha sviluppato l’utilizzo della P.T. in pediatria è l’Ospedale dei Bambini Buzzi di Milano, ove la stessa è stata sperimentata anche nei reparti di terapia intensiva con lo scopo di contribuire a mettere a proprio agio il bambino, aumentando il suo confort e ridurre lo stress dell’ospedalizzazione.

Utilizzo con Pazienti Psichiatrici Cronici

Anche con i pazienti psichiatrici la P.T. è stata molto utilizzata, sia come intervento nei disturbi acuti che in quelli cronici, sia nelle nevrosi che nelle più impegnative psicosi. Anche in questo caso domina il miglioramento della Qualità di Vita, associato ad una maggior disposizione alle cure ed una maggiore relazione con operatori e familiari. Miglioramenti del tono dell’umore e significative riduzioni dell’ansia sono osservabili dopo dopo poche sedute, associate alle comuni terapie mediche.

Osservazioni sperimentali evidenziano che la presenza di pets presso pazienti psichiatrici promuove l’interazione sociale oltre che aumentare l’interesse per attività gratificanti con un miglioramento del tempo utilizzato negli svaghi e un aumento della motivazione.

Utilizzo con Anziani dall’Invecchiamento Fisiologico

L’ultimo Censimento Nazionale ISTAT effettuato in Italia nel 2011 ha quantificato in circa il 21% la percentuale dei soggetti anziani residenti, intendendo come tali le persone sopra i 65 anni, contro il meno del 19% circa registrato 10 anni prima. In tale contesto l’accoppiata animale-anziano risulta particolarmente vincente, spesso ancor più di quella bambino-animale. Gli anziani, infatti, sono le persone che possono meglio di tutte sfruttare le attività profilattiche e terapeutiche degli animali, non solo per la loro esperienza, ma anche per il tempo che possono dedicare loro, istituendo un intenso ed utilissimo rapporto interpersonale. Si è visto che la presenza di animali familiari migliora lo stato psichico degli anziani, con innalzamento del morale nonchè quello fisico e motorio.

Sempre più frequentemente la gestione dell’anziano non è più familiare ma delegata ad enti tipo le case di riposo (o RSA), ove le problematiche sanitarie ed assistenziali possono trovare una loro ottimale risoluzione ma dove alcuni aspetti organizzativi possono accentuare sensazioni di solitudine e di abbandono. Negli ultimi anni alcune normative hanno anche autorizzato e stimolato la possibilità, per gli ospiti che lo desiderino, di portare con sé al momento dell’inserimento in RSA anche il proprio animale, fenomeno molto diffuso all’estero ma ancora poco sviluppato in Italia.

Utilizzo con Anziani affetti da Demenza Senile

A favore delle demenze senili la “terapia medica” risulta a tutt’oggi ancora lacunosa e con pericolosi effetti collaterali, tanto che i principali studi sono ancora oggi rivolti alla valutazione delle “terapie non farmacologiche”, musicoterapia e P.T. per prime.

Numerosi studi e contributi variamente pubblicati hanno dimostrato che il regolare contatto con un animale può contribuire a diminuire l’ansia e ad aumentare la sensazione di calma e benessere nei soggetti con demenza, anche durante le difficili ore serali. Gli animali possono anche migliorare la connessione del paziente al suo mondo. Anche le persone con demenza avanzata a volte possono rispondere alle confortante presenza di un animale, anche quando rispondono a poco altro. Altre persone affette da demenza presentano la capacità di comunicare più facilmente con gli animali piuttosto che con l’uomo: un animale domestico è un ascoltatore che non giudica e non commenta e che non noterà se siano state usate parole sbagliate o se siano state raccontate storie inverosimili o se le stesse siano state ripetute numerose volte!

Molto utilizzato e studiato, è l’uso della P.T. nei pazienti seguiti nei Centri Diurni per dementi. Abbastanza simili i risultati ottenuti: la P.Y. si è dimostrata efficace nel migliorare il benessere soggettivo e, in parte, anche le capacità mnestiche dei pazienti.

Uno studio dall’importanza anche storica è quello svolto da Edwards e Beck e pubblicato nel 2002, che ha dimostrato come posizionando degli acquari nelle sale da pranzo, stimolando cioè l’interesse dei pazienti con demenza e riducendo il loro girovagare negli orari dei pasti, era possibile raggiungere nell’87% dei casi un aumento dell’apporto nutrizionale durante i pasti, un aumento del peso corporeo, e una diminuzione dell’uso di integrazioni nutrizionali nella giornata.

Altri Autori hanno, invece, effettuato varie revisioni della letteratura, individuando nella facilitazione della comunicazione, nella integrazione sociale, nella riduzione dell’ansia e della confusione, nel miglioramento della risposta allo stress e nella riduzione della depressione i principali outcome raggiunti dall’utilizzo di tale terapia.

Circa l’utilizzo della P.T. nelle fasi avanzate della demenza senile, alcuni approcci sono stati tentati nei confronti dell’affidamento in gruppi od individuali con piccoli animali nella P.T.: i buoni risultati delle fasi iniziali, non sembrano però riprodursi anche nelle fasi avanzate.

Utilizzo in Riabilitazione

In crescita risulta l’utilizzo della P.T. nell’ambito riabilitativo.

Di particolare utilità risulta essere la “terapia per mezzo del cavallo”, conosciuta come Ippoterapia.

Il cavallo è infatti una palestra vivente, dove grazie all’utilizzo di adattamenti, particolari selle e finimenti in unione con il suo caratteristico movimento sinusoidale, l’operatore, con la supervisione medica, può effettuare una vera e propria riabilitazione fisioterapica. L’utilizzo di tale riabilitazione è indicato soprattutto per: esiti di paralisi cerebrali; emiparesi; paraparesi spastica in esiti di traumi cranici o midollari; lesioni neurologiche; malattie neurologiche (sclerosi); disturbi motori e rigidità.

Nell’ambito della Riattivazione Geriatrica si segnala come le AAT possano contribuire a migliorare la collaborazione e la tolleranza al trattamento riabilitativo da parte di quei pazienti poco motivati e come le stesse possano proporre delle attività (tipo accarezzare, spazzolare, porgere oggetti all’animale e deambulare tenendo il cane al guinzaglio) già di per sé dotate di finalità riabilitative sia per i disturbi motori che per le alterazioni della sensibilità

La Psicomotricità è una terapia che si rivolge prevalentemente, ma non solo, all’infanzia, a quei bambini che presentano disturbi psicomotori (iperattività, inibizione, maldestrezze, disprassie), degli apprendimenti scolastici, in particolare le disgrafie, e molte patologie tra le quali, come già detto, l’autismo e le insufficienze mentali.

Relativamente alla Terapia Occupazionale ed all’Animazione si segnala come sia le AAA che le AAT non rappresentino, ad oggi, altro che alcune delle vincenti strategie utilizzabili per tali attività.

Meno conosciuto è invece l’utilizzo della P.T. nei trattamenti logopedici. In particolare è del 2006 la prima pubblicazione in cui viene descritto l’uso di tale co-terapia con pazienti afasici, partendo dall’osservazione di come i principali benefici indotti da tale terapia riguardino il miglioramento del tono dell’umore e della socializzazione, nonché la riduzione dell’ansia, specie quella da prestazione, rendendo inoltre più propositivo e partecipe ogni singolo paziente.

Utilizzo nelle Patologie Oncologiche

L’utilizzo della P.T. in ambito oncologico nasce, in Italia, all’interno dell’Ospedale Meyer di Firenze, nei reparti di oncologia pediatrica e di oncoematologia. Il dolore è infatti un sintomo soggettivo, forse l’unico riconosciuto come tale, la cui composizione prevede la partecipazione di altri sintomi psichici, sintomi anch’essi soggettivi e modificabili nel corso del tempo. Questo spiega perché, agendo su tali aspetti psichici e sulla percezione che ha il paziente della propria Qualità di Vita, sia possibile migliorare la storia clinica di patologie, anche irreversibili, tipo le neoplasie. Chi si occupa di pazienti oncologici sa quanto e come sia importante ottenere un miglioramento del compenso algico, accompagnato da una riduzione del numero e del dosaggio di farmaci del dolore, miglioramento che può arrecare un effetto favorevole per un miglioramento anche della stessa prognosi e dell’evoluzione della malattia.

Oltre che sul sintomo dolore la P.T. è stata studiata, e successivamente utilizzata, anche per valutare la sua efficacia sugli effetti collaterali provocati dalla chemioterapia e dal corredo di sintomi psichici che accompagnano le sedute chemioterapiche stesse. A tal proposito segnalerò le esperienze realizzate e descritte dal dr. Cantore e dalla sua equipe operante all’interno del Reparto di Oncologia di Carrara.

Oltre che per ottenere risultati favorevoli nel corso dei trattamenti chemioterapici e nel corso delle degenze in reparti oncologici, sia nei pazienti pediatrici che in quelli adulti-anziani, segnalo il progressivo incremento del ricorso all’utilizzo di tale terapia negli Hospice in ambito delle cure palliative, sia a scopo antalgico sia per un miglioramento delle Qualità di Vita.

Considerazioni conclusive

L’insieme dei dati scientifici segnalati nei paragrafi precedenti ci sottolinea come la P.T. svolga un importante ruolo terapeutico nella gestione e nel trattamento di sintomi non facilmente aggressibili farmacologicamente, soprattutto in quei pazienti affetti da patologie croniche e/o altamente invalidanti per i quali è stato coniato il termine di pazienti fragili.

Non posso concludere questa breve review sulla Letteratura Scientifica relativa alla P.T. senza segnalare le attività formative e culturali svolte dall’Associazione Umanimalmente (UAM), operante presso il proprio Centro Operativo e Formativo in Grugliasco (To) nonché presso Villa Iris in Pianezza (To).

Oncologia

Dott.ssa Elisa Bellini Medico Oncologo, Consulente c/o Oncologia Medica 2 Città della Salute e della Scienza di Torino

La neutropenia febbrile (NF) è una complicanza frequente dei trattamenti chemioterapici, con un’incidenza stimabile tra il 10 e il 57% (linee guida ESMO, 2010) ed un rischio maggiore nel primo ciclo di chemioterapia (35% dei casi) (1).

Il grado di neutropenia è definito secondo i criteri di tossicità NCI-CTCAE versione 4.2 (Tabella 1).

La NF si classifica come conta dei neutrofili ≤500/mm3 associata a rialzo termico>38,5°C per una durata superiore ad un’ora.

La neutropenia e le complicanze ad essa correlate rappresentano la principale tossicità dose-limitante della chemioterapia.

Il grado e soprattutto la durata della neutropenia possono favorire l’insorgenza di infezioni potenzialmente fatali, per il cui trattamento si impone l’ospedalizzazione e l’utilizzo di terapia antibiotica ad ampio spettro. L’incidenza totale di mortalità a seguito di ospedalizzazione per neutropenia febbrile è del 9.5%, raggiungendo il 21% in soggetti compromessi con più comorbilità (2).

La neutropenia, inoltre, può determinare la dilazione dei trattamenti (dose intensity) o la riduzione delle dosi dei farmaci chemioterapici somministrati (dose density), con conseguente diminuzione dell’efficacia terapeutica ed aumento dei costi di gestione del paziente. E’stato dimostrato che il 45% delle pazienti che ricevono un trattamento chemioterapico adiuvante per carcinoma mammario in stadio precoce sono sottoposte almeno una volta a riduzione di dose della chemioterapia pianificata o un ritardo nei tempi di somministrazione della stessa a causa della neutropenia riportata nel ciclo precedente (3).

Ciascun paziente che si sottopone ad un trattamento di chemioterapia leucopenizzante deve essere inquadrato dal clinico in una specifica classe di rischio per l’insorgenza di neutropenia G3-G4.

I fattori di rischio che aumentano l’incidenza di neutropenia febbrile si possono suddividere in tre gruppi:1)Trattamento correlati: la tipologia di regime chemioterapico, le precedenti linee di chemioterapia con farmaci mielosopressivi, la concomitante o pregressa radioterapia sul midollo osseo, l’insorgenza di neutropenia complicata nel ciclo precedente; 2)paziente correlati: l’età, il Performance Status, le comorbilità, 3)patologia correlati lo stadio avanzato di malattia, il coinvolgimento tumorale midollare, elevati livelli di LDH (linfoma).

Per ridurre l’incidenza della neutropenia e delle sue complicanze, permettendo l’ottimale somministrazione dei farmaci e il mantenimento di un’adeguata dose-intensity, si può utilizzare il G-CSF (Granulocyte Colony Stimulating Factor) nelle sue tre formulazioni: il Filgrastim, non glicosilato, e di cui sono disponibili diverse molecole biosimilari, il Lenograstim, glicosilato, e le formulazioni Long-Acting Pegfilgrastim (peghilato di Filgrastim) e Lipegfilgrastim.

Il G-CSF può essere utilizzato in profilassi primaria fin dal primo ciclo di chemioterapia in regimi in cui l’incidenza attesa di NF sia>20% oppure compresa tra il 10 e il 20% in presenza di fattori di rischio. L’utilizzo in profilassi secondaria è raccomandato per i pazienti che abbiano avuto un pregresso episodio di NF e per i quali il mantenimento di una corretta intensità di dose può influenzarne l’outcome.

Il Filgrastim a causa della sua breve emivita (3.5 ore) deve essere somministrato giornalmente 24-72 ore dopo la chemioterapia fino al raggiungimento di valori di neutrofili superiori a 1.000/mm3 dopo il nadir, rendendo pertanto necessari frequenti controlli emometrici.

La glicosilazione aumenta in Lenograstim la stabilità della molecola, l’affinità per il recettore specifico e l’efficacia nella mobilizzazione dei PMN (Granulociti polimorfonucleati). Lenograstim, inoltre, determina la formazione di neutrofili maturi e quindi normofunzionanti capaci di riprodurre le normali cinetiche di risposta neutrofilica quando esposti a stimoli adeguati.

Per aumentare l’emivita del farmaco si è cercato, con tecniche di ingegneria molecolare, di ridurre o eliminare la clearance renale, mantenendo soltanto la clearance mediata dai neutrofili, dando vita alle formulazioni Long-Acting. Il Pegfilrastim si presenta come un coniugato del Filgrastim al glicole-monometossipolietilenico (PEG=Poli-etilen-glicole). Il PEG è solubile in acqua, è relativamente inerte e possiede un profilo tossicologico sicuro, non ha potere immunogenico. Pertanto, la configurazione del PEG alle proteine del Filgrastim offre i seguenti vantaggi: eliminando la clearance renale aumenta l’emivita del farmaco che non necessita più di somministrazioni quotidiane, evita fluttuazioni ampie nelle sue concentrazioni plasmatiche, aumenta la stabilità della molecola proteggendola da una metabolizzazione troppo rapida.

La clearance sierica di Pegfilgrastim è neutrofilo-mediata e decresce all’aumentare della dose. Infatti, in accordo con un meccanismo di auto-regolazione, la concentrazione sierica di Pegfilgrastim si mantiene stabile per tutto il periodo della neutropenia e declina rapidamente in coincidenza con la risalita dei neutrofili.

La concentrazione sierica massima di Pegfilgrastim si osserva da 16 a 120 ore dopo la somministrazione di una singola dose sottocutanea di 6 mg da effettuare 24-72 ore dopo la chemioterapia.

Il Lipegfilgrastim è un coniugato glicosilato e peghilato Long Acting da utilizzare in monosomministrzione 24 ore dopo la chemioterapia, disponibile in commercio in Italia da Luglio

2014 con delibera AIFA del 13 Maggio 2014.

Il G-CSF è solitamente ben tollerato. L’effetto indesiderato più comune avvertito nel 26% dei pazienti trattati è il dolore osseo, generalmente di entità lieve o moderata ed in genere controllabile con l’assunzione di Paracetamolo o Analgesici non oppioidi. Nessun paziente ha sospeso il trattamento in studi clinici a causa del dolore osseo.

Gli eventi avversi più temibili, anche se rari, sono: la sindrome acuta da di stress respiratorio (ARDS) , in pazienti con sepsi, probabilmente determinata dall’afflusso di neutrofili nel sito di infiammazione del polmone, la rottura della milza in pazienti con splenomegalia che hanno utilizzato Filgrastim per la mobilizzazione delle cellule staminali per autotrapianto. In casi di ARDS o aumento volumetrico della milza, la terapia va immediatamente sospesa. In letteratura vengono anche descritti casi di severe crisi di falcizzazione in pazienti affetti da anemia drepanocitica, più controverso il rischio di leucomi acuta mieloide o mielodisplasia in donne che ricevono G-CSF durante la chemioterapia adiuvante per tumore della mammella.

Un recente studio osservazionale multicentrico italiano ha evidenziato come l’utilizzo del daily-G-CSF nella pratica clinica, senz’altro più economico dell’analogo Long Acting, esuli dalle raccomandazioni delle linee guida nazionali ed internazionali, inficiandone così i potenziali benefici e le finalità del trattamento(4).

Su un totale di 518 pazienti arruolati e sottoposti a trattamento con G-CSF, il 42% di essi inizia la terapia con Filgrastim oltre le 72 ore dal termine della chemioterapia. Complessivamente l’86% dei pazienti riceve meno di sei somministrazioni totali di G-CSF ed il 47% viene trattato con un numero inferiore a 4 somministrazioni consecutive. Tutto ciò si traduce in una maggiore incidenza di riduzione di dosaggio e di ritardo nelle somministrazione dei chemioterapici tra un ciclo e l’altro. Maggiore aderenza alle raccomandazioni e omogeneità di utilizzo sembrerebbe legata all’uso del Pegfilgrastim. E’necessario, pertanto, fornire degli specifici programmi educazionali agli operatori ai fini di ottenere i migliori risultati in termini di outcome e annullare l’inutile perdita di risorse economiche.

Neutropenia - Bellini

Bibiliografia
1. Pettengell R, Schwenkglenks M, Leonard R, Bosly A, Paridaens R, Constenla M, Szucs TD, Jackisch C. Neutropenia occurrence and predictors of reduced chemotherapy delivery: results from the INC-EU prospective observational European neutropenia study. Support Care Cancer. 2008 Nov;16(11):1299-309.

2. Kuderer NM, Dale DC, Crawford J, Cosler L, Lyman G. Morbidity and cost associated with febrile neutropenia in adult cancer patients. Cancer. 2006;106:2258-2266.

3. Link BK, et al. Delivering adjuvant chemotherapy to women with early-stage breast carcinoma: current patterns of care. Cancer, 2001;92:1354-1367.

4. Barni S, Lorusso V, Giordano M, et al. A prospective observational study to evaluate G-CSF usage in patients with solid tumors receiving myelosuppressive chemotherapy in Italian clinical oncology practice. Med Oncol. (2014) 31:797.