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L’ossitocina è una sostanza che favorisce i rapporti familiari e l’intesa sessuale con il partner. Robert Malenka e il suo team, che lavorano presso l’università di Stanford, sono gli autori di questa nuova ricerca pubblicata su Science. 
Malenka, in particolare afferma che “Il circuito della ricompensa è fondamentale perché ci premia per le azioni che, durante l’evoluzione, hanno permesso di migliorare la nostra sopravvivenza e riproduzione”. Secondo il nostro ricercatore: “E’ quello che ci dice le cose giuste da fare per farci sentire bene, come mangiare quando si ha fame, bere acqua quando si ha sete. E questo aiuta nella sopravvivenza perché riduce il rischio di essere ‘mangiati’ dai predatori, e aumenta le possibilità di trovare un compagno”. L’area tegmentale ventrale e il nucleo accumbens sono delle aree cerebrali specifiche, dove viene rilasciato della dopamina che, suggerisce quando fare determinate azioni, utili al nostro benessere.
 In base alle sperimentazioni condotte nei topi, tale attività, grazie all’ossitocina, favorisce le relazioni sociali fra gli individui, mentre la fame e la sete non vengono influenzati dall’assenza o meno di questa molecola.

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Aumenta produzione anticorpi, risvolti per autoimmunità. Studio nato in Italia.

La formazione di anticorpi contro virus e batteri è “comandata” da un ormone collegato alla felicità, la dopamina. Lo rivela una ricerca internazionale pubblicata su Nature e nata in Italia, che potrebbe avere risvolti per le malattie autoimmuni e contribuisce a spiegare perché le persone felici hanno spesso un buon sistema immunitario.
Quando virus o batteri invadono il nostro corpo, in regioni specializzate dei linfonodi, i cosiddetti centri germinativi, le cellule immunitarie (linfociti B e T) collaborano tra loro per sviluppare una risposta contro gli specifici agenti patogeni. A svolgere un ruolo in questo meccanismo sembra essere la dopamina, uno degli ormoni collegati al piacere e neurotrasmettitore del sistema nervoso centrale. Analizzando le cellule del sistema immunitario in vitro, i ricercatori hanno dimostrato che i linfociti T nel centro germinativo producono e contengono dopamina. A seguito di interazioni con linfociti B, la dopamina viene rilasciata e contribuisce al differenziamento in cellule che producono anticorpi. Attraverso simulazioni al computer ne hanno poi analizzato le conseguenze.
“L’effetto più pronunciato del processo controllato dalla dopamina è quello di produrre una quantità aumentata di anticorpi”, afferma Michael Meyer-Hermann, del Braunschweig Integrated Centre of Systems Biology. Una scoperta promettente, sottolinea la prima autrice Ilenia Papa, che ha iniziato lo studio sotto la supervisione di Claudio Doglioni e Maurilio Ponzoni, del San Raffaele di Milano, per proseguirla in Australia.
“Per la prima volta – spiega – è stato dimostrato il ruolo della dopamina nel centro germinativo: la sua azione costituisce un vantaggio nel differenziamento dei linfociti B in cellule che producono anticorpi e, potenzialmente, questo meccanismo può essere modulato in corso di malattia”. Ciò significa che potrebbe essere sfruttato per potenziare le risposte immunitarie durante infezioni aggressive. Ma potrebbe anche rivelarsi utile per “malattie autoimmunitarie, ovvero dove c’è una produzione incontrollata di auto-anticorpi: farmaci che bloccano i recettori per la dopamina potrebbero costituire una terapia aggiuntiva a quelle in uso”.

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Dai ricercatori padovani, l’obiettivo è vivere meglio e più a lungo

Individuato l’ormone dell’ invecchiamento e viene messo a Ko dall’attività fisica. La scoperta, messa a punto dai ricercatori del Vimm, l’Istituto molecolare veneto, e dell’università di Padova, è pubblicata su ‘Cell Metabolism’ e apre rivoluzionari scenari per vivere meglio e più a lungo.
Era noto che il deterioramento dei mitocondri, cioè delle centrali energetiche di ogni cellula, fosse legato all’invecchiamento. I team di Marco Sandri e Luca Scorrano, hanno scoperto che la causa è la produzione di un ormone chiamato FGF21 che a sua volta scatena l’invecchiamento dell’intero organismo. Non solo: i ricercatori hanno anche scoperto che l’ormone rimane a bassi livelli se si svolge regolare attività fisica.
“Lo studio – spiega Sandri dell’ Università di Padova – ha evidenziato la doppia vita di FGF21. Per anni si è pensato che questo ormone fosse prodotto solo dal fegato e dal grasso e che avesse un’azione benefica, migliorando il metabolismo di grassi e zuccheri. Oggi sappiamo che invece che l’FGF21 è prodotto anche dai muscoli e i suoi valori sono elevati negli anziani sedentari e bassi in quelli attivi. Inoltre quando questo ormone è prodotto dal muscolo, esso manda un segnale di invecchiamento a tutto l’organismo”. Quando i livelli di FGF21 nel sangue sono alti per lungo tempo, l’organismo risponde con l’invecchiamento della pelle, del fegato e dell’intestino, perdendo neuroni, e con un’infiammazione generalizzata. “Tutto questo – sottolinea Sandri – accorcia drasticamente la vita”. Bloccando la produzione di FGF21, i ricercatori hanno arrestato molti dei segni di invecchiamento a livello di cute, fegato, intestino e cervello.
Il prossimo step dei team è realizzare farmaci che contrastino l’invecchiamento anche per chi è impossibilitato ad esercitare una regolare attività fisica.

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Promettente nuova via di cura a obesità e diabete

Scoperto nelle ossa un ormone che spegne l’appetito agendo direttamente sul cervello e che potrebbe divenire un nuovo alleato nella lotta a obesità, disfunzioni metaboliche e diabete.
   
Reso noto sulla rivista Nature, è il risultato di un team di ricercatori della Columbia University Medical Center (CUMC) tra cui l’italiano Antonio Maurizi.
   
L’ormone si chiama ‘lipocalina 2’ ed è solo l’ultima delle molecole con funzione ormonale scoperte nelle ossa. Queste non hanno solo funzione di sostegno; sono stati proprio gli scienziati della Columbia University, a partire da alcuni anni fa, a pubblicare una serie di ricerche in cui veniva dimostrata l’importante funzione ‘endocrina’ (ossia di produzione ormonale) delle ossa. Nel nuovo lavoro gli scienziati hanno isolato la lipocalina 2 e visto che è una molecola in grado di superare la barriera ’emato-encefalica’ (il ‘muro di cinta’ microscopico che protegge il cervello da incursioni pericolose attraverso il sangue) ed agire direttamente nell’ipotalamo, dove è localizzato il centro di controllo dell’appetito. Gli esperti hanno visto nei topolini che la lipocalina 2 controlla e tiene a bada l’appetito. Poi in esperimenti su pazienti con diabete 2, gli scienziati hanno visto che minore è la concentrazione sanguigna di lipocalina 2, più questi pazienti risultano obesi e con difficoltà a gestire la malattia, a tenere sotto controllo nel lungo termine la quantità di zucchero nel sangue.
   
La lipocalina 2 risulta dunque essere una molecola promettente per nuove cure contro obesità e diabete.

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L’ossitocina ci rende sinconizzati e migliora le nostre relazioni sociali

Battere le mani a tempo durante una canzone o ballare a ritmo insieme al partner potrebbe esser merito non solo di talento ed esercizio, ma anche degli ormoni.
 L’ossitocina infatti, noto come il neuropeptide dell’altruismo e dell’amore, ha anche il potere di renderci più sincronizzati e, così facendo, migliora le nostre relazioni sociali.
 Le persone tendono a sincronizzare spontaneamente i propri comportamenti in contesti sociali, ad esempio camminando a tempo. Questo ha dimostrato essere in grado di promuovere comportamento pro-sociale, come cooperazione e fiducia. Per indagare il ruolo degli ormoni in tutto questo, i ricercatori della Aarhus University, in Danimarca, hanno misurato gli effetti di un aumento dei livelli di ossitocina su 50 coppie. Un gruppo di coppie (25) hanno ricevuto ossitocina tramite spray nasale e un altro gruppo (24) ha ricevuto un placebo sempre attraverso spray nasale. I ricercatori hanno verificato attraverso un metronomo computerizzato che i membri delle coppie che avevano ricevuto ossitocina avevano maggiore probabilità di essere sincronizzati nel tippettare a ritmo di musica. Secondo gli autori dello studio, i risultati, pubblicati su Scientific Report, mostrano che il noto ‘effetto sociale’ dell’ossitocina può essere dovuto al fatto che aiuta a essere in sincronia e a prevedere il comportamento dell’altro, aspetto ritenuto essenziale per un’interazione sociale di successo.

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Si chiama irisina e riduce le cellule adipose ‘cattive’

Se fare esercizio fisico talvolta pesa ecco una motivazione in più per non mollare: facendolo si rilascia un ormone, l’irisina, che aiuta geni e proteine a ‘convertire ‘ i grassi cattivi in grassi buoni e energia, impedendo al tempo stesso la formazione di tessuto grasso. E’ quanto emerge da una ricerca dell’Università della Florida, pubblicata su American Journal of Physiology – Endocrinology and Metabolism. I ricercatori hanno raccolto le cellule di grasso donate da 28 pazienti che avevano avuto un intervento chirurgico di riduzione del seno. Dopo aver esposto i campioni all’irisina, hanno riscontrato un aumento di quasi cinque volte nelle cellule che contengono una proteina nota come UCP1, fondamentale per il suo ruolo “brucia-grassi”.
Gli studiosi hanno scoperto anche che l’irisina sopprime la formazione di grasso. Tra i campioni di tessuto grasso testati, questo ormone ha infatti mostrato di ridurre il numero delle cellule adipose mature dal 20 al 60% rispetto a un gruppo di controllo.
Questo suggerisce – spiegano i ricercatori – che l’irisina riduce i depositi di grasso nel corpo ostacolando il processo che trasforma le cellule staminali indifferenziate in cellule adipose, promuovendo anche la loro differenziazione in cellule che formano le ossa. “Invece di aspettare un farmaco miracoloso, si può cambiare lo stile di vita – spiega l’autrice della ricerca Li-Jun Yang – con l’esercizio fisico si produce più irisina, che ha molti effetti benefici tra cui la riduzione del grasso, le ossa più forti e il miglioramento della salute cardiovascolare.

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Non è solo una questione psicologica ma anche metabolica

Fumare riduce l’apporto calorico, mediamente di 152 calorie ‘a pasto’, incidendo sull’ormone dell’appetito. Ecco perché smettere di fumare è spesso associato ad aumento di peso (studi evidenziano che si possono metter su anche 10 chili in 5 anni dall’ultima ‘bionda’).

Lo rivela un piccolo studio presentato al congresso internazionale della European Respiratory Society (ERS) e condotto da Konstantina Zachari della università Harokopio di Atene.

Gli autori dello studio – che ha coinvolto 14 fumatori – hanno riscontrato un effetto immediato della sigaretta sull’introito calorico, con una riduzione di 152 calorie ingerite mangiando ad libitum a un buffet ricco di leccornie dolci e salate.

Non è solamente una leggenda popolare, il fumo sembra aiutare a controllare il peso corporeo, tanto è vero che spesso è proprio l’apprensione di ingrassare che demotiva i fumatori a smettere, specie le donne che magari hanno iniziato a fumare da adolescenti. Si stima che smettere di fumare si associ a un aumento di peso medio di 10 chili in 5 anni.

Ma ad oggi sono pochi gli studi che hanno tentato di capire quale sia il nesso (metabolico e/o psicologico) tra fumo e controllo del peso).

Per cominciare a chiarire i meccanismi sottostanti i ricercatori hanno eseguito un doppio esperimento: in una prima fase i partecipanti dovevano astenersi dal fumare per un giorno, nel secondo potevano fumare. In entrambi i casi i partecipanti sono stati invitati a mangiare a piacimento a un buffet. Ebbene il loro introito calorico risultava mediamente ridotto di 152 calorie quando i volontari avevano fumato prima di presentarsi al buffet. Con prelievi di sangue i ricercatori hanno constatato che alla sigaretta corrisponde una riduzione della concentrazione dell’ormone dell’appetito, la grelina.

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E’ quanto emerge da una ricerca della Plymouth University

La perdita di peso da anziani, un fenomeno abbastanza frequente che nei casi più gravi viene definito anoressia senile anche perché legata a un livello di nutrizione non adeguato, potrebbe dipendere da una maggiore produzione dell’ormone della sazietà, il peptide YY, quello cioè che indica che ci sentiamo pieni.
E’ quanto emerge dai risultati preliminari di una ricerca della Plymouth University, pubblicata sulla rivista Appetite.
Gli studiosi hanno esaminato sei donne di oltre 80 anni che hanno fatto colazione dopo molte ore di digiuno, comparandole con altre più giovani, di diverse fasce di età: dai 20 ai 39 anni, dai 40 ai 59, dai 60 ai 79.
A tutte le partecipanti sono stati misurati i livelli dell’ormone della sazietà a intervalli regolari di tre ore, così come i livelli di un altro ormone detto grelina, che invece indica quando si è affamati. Dai risultati e’ emerso che ciascuna delle partecipanti over 80 produceva maggiori livelli di ormone della sazietà rispetto alle partecipanti allo studio più giovani, mentre rimanevano simili i livelli dell’ormone della fame, che in base a studi precedenti veniva ritenuto con il suo abbassamento responsabile della perdita di peso legata all’età.

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Studio di ricercatori britannici per il segreto della pubertà

E’ custodita nel Dna delle stelle marine, la storia evolutiva dell’ormone che dà il via alla maturazione sessuale negli umani, ovvero l’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH). Lo hanno scoperto i biologi della Queen Mary University di Londra, che pubblicano sulla rivista Scientific Reports i risultati delle ricerche condotte in collaborazione con l’università britannica di Warwick e l’università Cattolica di Lovanio in Belgio.

Per ricostruire l’origine della ‘scintilla’ che accende la pubertà, in passato sono state condotte numerose ricerche sul moscerino della frutta, l’insetto più studiato nei laboratori di biologia, in cui sono stati scoperti due ormoni simili al GnRH: il primo, chiamato AKH, serve all’insetto per mobilizzare le riserve di grasso da cui ricavare l’energia necessaria al volo, mentre il secondo, chiamato corazonina, gli fa battere più forte il cuore. 

Per ricostruire la storia evolutiva che ha portato ad avere un unico ormone GnRH nell’uomo, però, bisognava cercare ulteriori informazioni su altri animali invertebrati più vicini a noi. Così i ricercatori britannici hanno cominciato a studiare le stelle marine, scoprendo che anche loro sono dotate di due ormoni simili al GnRH come il moscerino della frutta. 

”Circa mezzo miliardo di anni fa negli oceani vivevano animali con un unico gene necessario alla produzione dell’ormone simile al nostro GnRH”, spiega il fisiologo Maurice Elphick della Queen Mary University. ”In seguito – aggiunge – questo gene si è duplicato e le due copie hanno dato origine a due ormoni simili al GnRH che troviamo ancora oggi nel moscerino della frutta e nelle stelle marine. In qualche punto lungo la linea evolutiva che ha portato agli umani, però, l’ormone corazonina si è perso”.
Ciò che non è ancora chiaro, rilevano i ricercatori, è come gli antenati dell’uomo siano riusciti a cavarsela con un solo tipo ormone GnRH.