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Villani, 47 in primi 4 mesi dell’anno contro i 4 del 2016

In soli 4 mesi, ovvero dal primo gennaio al primo maggio 2017, all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma i ricoveri di bambini colpiti dal morbillo si sono più che decuplicati rispetto allo stesso periodo del 2016. Sono infatti passati da 4 nel 2016 a 47. A sottolineare la gravità del fenomeno è il presidente della Società italiana di pediatria (Sip), nonchè responsabile del reparto Pediatria generale e malattie infettive dell’ospedale Bambino Gesù, Alberto Villani.
“Il calo della copertura vaccinale per il morbillo – ha affermato Villani – sta portando, come previsto, ad un aumento dei casi. La malattia si diffonde ma è da tempo che le società scientifiche hanno messo in guardia: l’aumento dei casi è un dato atteso e frutto di una disattenzione collettiva”. Dei 47 ricoveri registrati al primo maggio, precisa Villani, “18 presentavano complicanze e oltre la metà, pari a 25, hanno riguardato bambini molto piccoli sotto l’anno di età e che, quindi, non potevano essere già vaccinati”. In particolare, rileva, “4 ricoveri hanno riguardato bimbi sotto il mese di vita”.

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“Con ‘industria’ della salute s’inganna gente, saper dire di no”

Papa Francesco riceve la comunità dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù, uno dei più grandi d’Europa, di proprietà della Santa Sede – nella Sala Nervi settemila tra medici, infermieri, volontari, dirigenti, piccoli pazienti e famiglie provenienti anche dalle periferie del mondo -, e non si lascia sfuggire l’occasione per lanciare fortissimi strali contro la passata gestione del nosocomio, e contro l’averlo trasformato, anni addietro, in centrale d’affari e anche – ha ammonito Bergoglio – di “corruzione”, a cui bisogna “saper dire no”, essendo “il cancro più forte di un ospedale”. 

Il Pontefice, in un discorso quasi interamente ‘a braccio’, rispondeva a quattro testimonianze, di cui alcune toccanti, come quella di una ex malata di linfoma, diventata cieca, alla fine diventata essa stessa medico. O come quella di un neo-laureato in Scienze infermieristiche che gli ha chiesto quale dovesse essere il “marchio di fabbrica” di chi lavora al Bambino Gesù. “Sono i bambini – ha risposto il Papa, mettendo da parte il discorso che aveva preparato -. Il Bambino Gesù ha avuto una storia non sempre buona, non sempre, tante volte buona, ma alcune epoche no”. 

”La tentazione di fare l’uniformità, di trasformare una cosa tanto bella come un ospedale di bambini in un’impresa per fare affari, e i medici diventano affaristi, gli infermieri affaristi, e tutti affaristi”, ha detto Francesco. “Non dev’essere tutto perfetto, no – ha proseguito -. Per chi lavora nel Bambino Gesù il marchio di fabbrica è essere stanco, sudato, sporco, anche con voglia di andarsene a casa ma di rimanere. Dare la vita lì. Ma di una sola cosa bisogna avere paura: la corruzione”. 

Il Papa ha continuato invitando: “Guardate i bambini e pensiamo, ognuno di noi: io posso fare affari corrotti con questi bambini? No”. “Io posso finire la giornata sudato, sporco, stanco, con voglia di dire alcune parole un po’ brutte e mandare qualcuno a quel paese. Posso? Sì. Ma senza corruzione!”. Quindi il suo forte richiamo: “Il cancro più forte di un ospedale come questo è la corruzione. E la corruzione – ha osservato – non viene da un giorno all’altro: si scivola lentamente, oggi una mancia lì, una tangente là, domani una raccomandazione là, e lentamente, senza accorgersene, si finisce nella corruzione”. 

”I bambini non sono corrotti – ha ribadito Francesco -. In questo mondo dove si fanno tanti affari con la salute, si inganna tanta gente con l’industria della malattia, il Bambino Gesù deve saper dire ‘no’. Peccatori sì, tutti noi lo siamo, ma corrotti mai!”. Le dure parole del Papa, non del tutto attese (nel suo discorso la presidente Mariella Enoc ha sottolineato che “il nostro ospedale non deve essere e non è un centro di potere né un centro di profitto”), sono sembrate la pietra tombale sull’epoca in cui il Bambin Gesù finiva al centro delle polemiche per vicende come quelle dei 400 mila euro usati per ristrutturare l’attico in Vaticano dell’ex segretario di Stato card. Tarcisio Bertone, per cui sono finiti sotto inchiesta l’ex presidente Giuseppe Profiti, manager vicinissimo al cardinale, e l’ex tesoriere Massimo Spina. 

E anche sull’epoca in cui, proprio sotto l’egida del cardinal Bertone, si facevano mega-progetti su grandi poli della sanità cattolica, successivamente sfumati. Ed è comunque da notare come su tutti i media vaticani (l’Osservatore Romano, il sito di Radio Vaticana, il bollettino sul portale ufficiale Vatican.va) non ci sia traccia delle parole dette oggi dal Papa: tutti hanno preferito mettere il discorso precedentemente preparato, non quello realmente pronunciato ‘a braccio’. Anche perché chi ha invece assistito alla diretta tv o radio, oltre a chi era in Sala Nervi, quelle parole contro l'”affarismo” e la “corruzione” le ha potute sentire benissimo.

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Nella sede di Palidoro dell’ospedale Bambino Gesù di Roma è ‘atterrata’ una ‘Astro-Tac’. Un macchinario di ultima generazione che consente di ridurre significativamente il ricorso all’anestesia negli esami pediatrici e che è stata progettata a forma di base spaziale.

La Tac inaugurata oggi è stata acquistata con i proventi della campagna ‘Ospedale Senza Dolore’. La Astro Tac di Palidoro si sviluppa su una superficie di 280 metri quadrati.

Tre gli ambienti principali, una sala Tac con vicino un locale tecnico e una sala comandi, un’ampia ‘recovery room’ e una sala d’attesa.

La Tac e i locali sono stati decorati e allestiti secondo un progetto grafico che recupera la magia e la suggestione dello spazio: il viaggio tra astri e costellazioni comincia già dalla sala d’attesa per arrivare alla sala Tac, decorata come l’interno di una navicella spaziale. “La grande velocità di acquisizione dati della nuova Tac multistrato – si legge nel comunicato del Bambino Gesù – consente di limitare il ricorso all’anestesia nei pazienti che non riescono a rimanere fermi per il tempo necessario ad eseguire questo tipo di esame

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Dal diabete ai tumori alle patologie del cuore: le cosiddette ‘malattie non trasmissibili’ rappresentano oggi una vera ‘epidemia’ mondiale che assorbe, solo in Italia, l’80% della spesa sanitaria ed è responsabile, nel 2012, del 70% dei decessi a livello planetario. La prevenzione, però, può evitare tutto ciò: per questo la Fondazione Giovanni Lorenzini lancia un piano triennale, presentato oggi al ministero della Salute, con l’obiettivo di diffondere a 360 gradi la cultura dei corretti stili di vita.

Per ogni miliardo investito in prevenzione, se ne risparmiano tre per esami, cure e riabilitazione in 10 anni: le malattie non trasmissibili in Italia sono responsabili di 9 decessi su 10 e solo le patologie cardiovascolari costano 16 miliardi l’anno.

Sono però tutte malattie che si possono ridurre adottando appunto fin da giovanissimi stili di vita sani. Patologie diverse, ma che presentano gli stessi principali fattori di rischio: fumo, sedentarietà, dieta squilibrata, abuso di alcol o droghe.

Nei prossimi tre anni, ha spiegato il presidente della Fondazione Sergio Pecorelli, “saremo impegnati in un progetto che inizierà con la stesura di linee guida da parte di una commissione di esperti. Vogliamo individuare una serie di proposte concrete e il documento sarà elaborato insieme ai Ministeri della Salute e dell’Istruzione e ai rappresentati di medici e mondo del lavoro”.

I nuovi genitori saranno i “destinatari privilegiati dei nostri messaggi – ha sottolineato Giovanni Ugazio, Direttore Dipartimento di Medicina Pediatrica Ospedale Bambino Gesù -. I primi mille giorni di vita, cioè il periodo dal concepimento ai primi 24 mesi, sono infatti cruciali per il nostro benessere futuro”.

Inoltre, ha rilevato Giuseppe Novelli, Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, “alcuni fattori ambientali dei primi momenti della vita influenzano l’insorgenza di una malattia non trasmissibile anche a distanza di 10 anni.

L’approccio preventivo deve dunque coprire l’intero arco della nostra vita”. Educare tutta la popolazione alla salute è quindi “un importante investimento per il futuro dell’interno Paese”, ha concluso il direttore Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero, Ranieri Guerra.

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Una macchina capace di lavare il sangue in modo selettivo eliminando gli anticorpi IgE che provocano l’allergia ha salvato Michele, un bambino di sette anni. E’ successo a Roma all’ospedale Bambino Gesu’ ed e’ il primo caso al mondo.

Aveva rischiato la vita piu’ volte a causa della grave forma allergica che ha limitato la sua infanzia, costretto a stare attento a tutti i cibi come latte, uova, nocciole, pesce e frutta che popolano la tavola di ogni piccolo della sua età. Un veleno per il piccolo che fino allo scorso anno non aveva potuto condurre una vita come tutti i suoi coetanei.

Una sorta di controllato a vista all’asilo, a casa, nei momenti di svago, per il rischio di entrare in contatto con qualcuno dei suoi nemici. La sua allergia multipla era così grave, il livello di immunoglobuline E nel sangue (IgE, anticorpi responsabili delle allergie) talmente elevato, tale da non poter assumere neanche il farmaco specifico che tiene sotto controllo la malattia, a causa degli effetti collaterali che si manifestano quando somministrato al di sopra di una determinata soglia di IgE.

Dopo tanti tentativi di migliorare la sua condizione, Michele è arrivato all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù dove un team multidisciplinare ha eseguito una serie di test ed esami. Escluse le soluzioni terapeutiche come la desensibilizzazione specifica ai singoli allergeni o la terapia farmacologica, il piccolo paziente è stato sottoposto a un trattamento innovativo che gli ha restituito una vita normale. Il piccolo non e’ guarito del tutto dall’allergia che ora viene tenuta sotto controllo con i farmaci, restituendogli una vita normale.

Si tratta del primo caso al mondo di ‘lavaggio selettivo’ del sangue effettuato su un paziente pediatrico iperallergico. Chiamato tecnicamente “immunoadsorbimentoIgE”, il procedimento viene effettuato con un macchinario in grado di eliminare dal sangue solo gli anticorpi che scatenano le allergie. E’ una procedura di separazione del sangue in globuli rossi e plasma che viene utilizzata comunemente nei pazienti che seguono terapie antirigetto dopo un trapianto o quando sono affetti da malattie autoimmuni gravi.

Consiste nel creare una circolazione extracorporea attraverso una macchina che depura il sangue da tutti i tipi di anticorpi nocivi. L’allergia alimentare colpisce mediamente l’1,5% della popolazione generale. La prevalenza è più elevata nei primi anni di vita – ne soffre il 2-3% dei bambini entro i primi 24 mesi – mentre tende a diminuire con l’età. In Italia si stima che oltre 250.000 bambini e ragazzi sotto i 18 anni abbiano una allergia a qualche alimento.

”Il vantaggio del nuovo macchinario – spiega Stefano Ceccarelli, responsabile del Servizio di Aferesi del Bambino Gesù – consente di eliminare dal sangue uno specifico tipo di anticorpi, in questo caso le IgE, mantenendo tutte quelle sostanze che verrebbero invece tolte dal circolo sanguigno con la plasmaferesi generica tradizionale. Inoltre, grazie al ridotto volume di sangue che finisce in circolazione extracorporea (80 ml), è adatto anche per i pazienti di basso peso, quindi per i bambini”. ”Questa procedura apre nuove strade alla cura delle allergie ed è indicata per i bambini affetti da tutte le forme più gravi della malattia allergica, anafilassi, dermatite atopica e asma grave che non possono assumere il farmaco specifico” sottolinea Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia del Bambino Gesù

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L’intelligenza è in qualche modo correlata con il benessere e con la salubrità del contesto in cui si cresce? Secondo molti studi si. L’ultima ricerca, è stata pubblicata sulla rivista JAMA Pediatrics da alcuni ricercatori della University of Wisconsin-Madison e sembra fornire l’ennesima conferma a questa tesi.

Gli scienziati americani hanno analizzato con risonanza magnetica la materia grigia di 389 bambini e adolescenti tra i 4 e i 22 anni, scoprendo che, tra coloro che vivevano al di sotto del livello di povertà, il volume era dell’8-10% inferiore alla media. Un gap, però, facilmente colmabile con un giusto approccio da parte dei genitori.

“E’ solo tra quelli molto poveri che notiamo la differenza”, sottolinea Seth Pollak, professore di psicologia e coautore dello studio. “Poco è noto circa i meccanismi alla base dell’influenza del disagio economico sul rendimento scolastico”, però, conclude, “lo sviluppo del cervello sembra sensibile all’ambiente del bambino e al nutrimento. Questo suggerisce che migliorare il contesto in cui cresce può modificare il legame tra povertà e deficit cognitivi”.

La conferma arriva da Stefano Vicari, responsabile dell’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. “Quando si parla di povertà economica si sottende spesso una povertà culturale e sociale, intesa come carenza di stimoli. Anche una corretta alimentazione gioco un ruolo importante, perché cibi molto calorici e poveri in nutrienti influiscono sullo sviluppo neurologico. Inoltre l’obesità, più frequente nei contesti più poveri, implica minor movimento e minor movimento provoca uno sviluppo cognitivo più lento”. Il suggerimento dell’esperto è, quindi, alle istituzioni. “Quanto più si investe sulla formazione dei genitori a basso livello economico, tanto più il bambino viene stimolato correttamente e si assicura un miglior rendimento scolastico”.

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I bambini nati in estate correrebbero un rischio maggiore di ammalarsi di celiachia. E’ quanto emerge da uno studio coordinato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e condotto insieme all’Università di Bari, pubblicato sulla rivista scientifica European Journal of Pediatrics.

Secondo i ricercatori, i bambini nati in estate introducono nella loro alimentazione il glutine infatti, in un periodo dell’anno in cui si ha una maggior diffusione del Rotavirus, responsabile più comune delle gastroenteriti e collegato al rischio di sviluppare l’intolleranza alla proteina. La celiachia sarebbe, quindi, una conseguenza di questa concomitanza di fattori.

I ricercatori hanno valutato il periodo dell’anno in cui sono nati i bambini tra il 2003 e il 2010 afferenti ai due centri e che poi hanno sviluppato la celiachia, malattia auto-immune dell’intestino tenue che può portare diarrea cronica e ritardo della crescita.

La stagione di nascita dei celiaci è stata confrontata con quella di soggetti non affetti nati a Roma e Bari negli stessi anni (439.990 bambini). Il risultato ha mostrato una prevalenza del numero delle nascite di pazienti celiaci tra luglio e agosto (28,2%) rispetto al gruppo di riferimento (23%).

“Il possibile link tra stagione di nascita e sviluppo della malattia – spiega Antonella Diamanti, gastroenterologa e responsabile della Nutrizione Artificiale del Bambino Gesù – potrebbe essere rappresentato dalla concomitanza tra la prima introduzione del glutine (consigliata dai pediatri in genere a 6 mesi, cioé tra novembre e gennaio nei nati in estate) con il periodo di maggiore esposizione ad infezioni gastrointestinali acute da Rotavirus”. Quest’ultimo, infatti, “si manifesta con più frequenza tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera”, conclude l’esperta, “e alcuni studi epidemiologici hanno evidenziato che un alto tasso di infezioni da Rotavirus può incrementare il rischio di sviluppare la celiachia in soggetti geneticamente predisposti”.

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La remissione del virus HIV non è un caso isolato, ma una quiescenza dell’infezione di dodici anni è, fino a questo momento, un caso unico al mondo.

La ragazza, di cui non sono state rese note le generalità, è nata nel 1996 da una madre malata di HIV, fin da subito è stata sottoposta alla terapia standard dell’epoca, a base di AZT, sospesa nel 2002 quando la carica virale è scesa a 0.

L’annuncio è stato fatto  dai medici dell’Institute Pasteur di Parigi, a Vancouver .

“Non sappiamo ancora il motivo per cui questa ragazza è in grado di controllare l’infezione” spiegano gli esperti. “Lo stop alle cure non è comunque raccomandato negli adulti e nei bambini al di fuori di studi clinici” aggiunge Asier Saez-Cirion, dell’Istituto Pasteur di Parigi. “L’osservazione della remissione della malattia in un bambino nato sieropositivo sta aprendo nuove prospettive per la ricerca”, sottolinea sul sito dell’Istituto Pasteur Jean-François Delfraissy, direttore del National Agency for Aids Research (Anrs) francese. “Questo risultato non deve tuttavia essere considerato come una guarigione, è impossibile prevedere l’evoluzione della sua condizione. Il caso della ragazza è comunque un ulteriore argomento a favore del trattamento antiretrovirale il più presto possibile per tutti i bambini nati da madri sieropositive”.

In passato, altri due casi simili hanno fatto sperare i ricercatori. Il primo è quello di una bambina del Mississipi, nata già infetta e sottoposta alla terapia precoce a base di antivirali. Quando, due anni e mezzo dopo la fine della terapia, il virus è ricomparso la comunità scientifica rimase totalmente spiazzata. L’altro caso è quello di un bambino italiano, nato nel 2009 all’Ospedale Sacco di Milano che, dopo aver reagito positivamente alle cure ed esser vissuto per tre anni senza carica virale, è ancora oggi, affetto da HIV conclamato.

«Il concetto alla base della remissione del virus è lo stesso: la centralità della terapia precoce, che determina una serie di fattori virologici e immunologici che favoriscono il controllo del virus» spiega Paolo Rossi, direttore del Dipartimento Pediatrico Universitario Ospedaliero del Bambino Gesù di Roma. «C’è da dire che i fattori che sono responsabili di questo controllo – spiega l’esperto – non sono ancora completamente conosciuti. Possiamo immaginare che quando nascono dei bambini infetti e vengono trattati precocemente, si realizza uno spettro variabile di situazioni. Nella maggior parte dei casi, i bambini trattati precocemente all’interruzione della terapia avranno una ripresa più o meno veloce della replicazione virale. In altri casi, come quelli del Mississipi baby e della ragazza francese, si risconterà un periodo più lungo di remissione se non una vera e propria cura funzionale nonostante la sospensione della terapia antiretrovirale». Questi pazienti, conclude l’infettivologo, «rappresentano infatti il modello ideale per generare dati virologici e immunologici che possano favorire interventi terapeutici basati su vaccini o farmaci in grado di indurre tali condizioni biologiche eccezionali in tutti i pazienti che iniziano la terapia precoce, al fine di sospenderla e mantenere una remissione clinica e virologica».

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Il problema delle allergie alimentari sta diventando sempre più diffuso e stagionale. D’estate, in particolar modo, bisogna stare attenti a crostacei e pesce.

A dirlo è Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Altri alimenti a rischio sono i kiwi, che possono dare reazioni alla prima somministrazione in chi e’ allergico ai pollini degli alberi, e poi, complice magari anche il fatto che si va in vacanza all’estero, alcuni tipi di frutta secca, come gli anacardi, e alcune specie, come il cumino.

“In particolare, chi e’ allergico al pesce e’ generalmente allergico a tutti i pesci, anche se ci possono essere delle eccezioni” spiega Fiocchi, che sottolinea come l’allergene del pesce sia unico per tutti e stabile dal punto di vista termico: delle reazioni si possono avere mangiandolo ma anche, nei casi di forte allergia, solo sentendone l’odore. Ad esempio passando da una pescheria può verificarsi che il bambino come anche l’adulto, sviluppi una reazione asmatica. Mangiando nei ristorantini sulla spiaggia o prendendo il pesce in pescheria, può verificarsi a volte che il pesce fresco non sia conservato bene e si sviluppi invece la cosiddetta sindrome scombroide, una sorta di pseudo-allergia.

“La cosa importante, se non si sa che il piccolo ha un’allergia, e’ non farsi prendere dal panico. Ciascuna manifestazione dell’allergia ha le sue cure. Nel caso di una reazione maggiore, l’anafilassi, bisogna rivolgersi al Pronto Soccorso, ma e’ difficile che accada senza segni premonitori” conclude Fiocchi, che evidenzia come per chi va in vacanza, e’ allergico, ed ha già utilizzato farmaci a base di adrenalina, e’ consigliato avere con se il foglio dell’allergologo con il piano d’azione che dice cosa fare.