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Anziani no vedono raccolte loro disposizioni,rispettiamo volontà

Sui temi del “fine vita e della dignità della persona in tutte le fasi bisogna parlarne, non schierarsi”. Così il presidente della Societa’ italiana di psichiatria (Sip), Claudio Mencacci, interviene sul biotestamento dopo che il nuovo video appello di DJ Fabo per l’eutanasia legale ha finora avuto, col supporto dell’Associazione Luca Coscioni, 1,5 milioni di visualizzazioni su Facebook e 130 mila su YouTube. “Per fortuna – commenta Mencacci – se ne comincia a parlare nelle sedi politiche e altrove. Sono veramente tante le situazioni nelle quali è richiesta attenzione, accoglienza e di restituire dignità alle persone che devono avere il sollievo che qualcuno darà seguito alle proprie disposizioni sul fine vita. Mi riferisco, oltre al caso di Dj Fabo, anche agli anziani che vedono oggi non raccolte le proprie disposizioni. E’ una questione di dignità e di rispetto della volontà quando è espressa nel pieno delle facoltà. La società va avanti. Bisogna parlare – sottolinea il presidente degli psichiatri – nella realtà delle esperienze e non negli schieramenti. Sul fine vita invece si va sempre allo scontro ideologico, così da determinare un ulteriore scollamento con la società civile e con il comune sentire”.

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E quando si usano parole non familiari il cervello va in tilt

Parlare guardando negli occhi un’altra persona: a volte è difficile, probabilmente perché il cervello non è programmato per fare più cose insieme. Non ce la fa, insomma, a cercare le parole giuste e al tempo stesso focalizzarsi sul volto dell’interlocutore. Il tutto diventa ancora più complesso quando le parole sono meno familiari, cosa che implica un utilizzo delle stesse risorse mentali legate al sostenere un contatto visivo.
È quanto emerge da una ricerca dell’Università di Kyoto, in Giappone, pubblicata sulla rivista Cognition. Gli studiosi hanno preso in esame 26 volontari mentre effettuavano dei giochi di associazione di parole, focalizzandosi in particolare sul momento in cui fissavano dei volti generati al computer. Quando avveniva il contatto visivo, i partecipanti trovavano più difficile effettuare i collegamenti tra le parole. In particolare, la maggiore difficoltà sembrava sorgere quando questi collegamenti erano abbastanza complessi, riguardavano cioè parole che erano meno utilizzate nella media del linguaggio comune.

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Il ‘baby talk’, il linguaggio utilizzato quando ci si rivolge ai bambini e fatto di suoni, cambi di intonazioni nella voce ed enfasi su alcune parole, e’ efficace per imparare. Può forse sembrare per molti versi imbarazzante e contrario ad alcune teorie secondo le quali ai bambini bisognerebbe parlare come se fossero piccoli adulti, ma quello che molte mamme fanno istintivamente quando parlano ai loro figli e’ l’opzione migliore per l’apprendimento. E’ quanto emerge da una ricerca della Rutgers University, pubblicata su Psychological Review.

Gli studiosi hanno ‘decostruito’, scomposto, i suoni vocalici in un discorso di adulti. Hanno poi creato un modello matematico del miglior modo per insegnare una lingua a un bambino, che prevede schemi di linguaggio comprensibili da zero, confrontandolo poi ad un discorso di adulti indirizzato ad altri adulti e uno rivolto invece ai più piccoli. La loro scoperta e’ che proprio che quest’ultimo era molto simile al modello matematico realizzato.

”I suoni che vengono selezionati enfatizzano, mettono in rilievo le importanti proprietà del linguaggio che i bambini devono conoscere – spiega Patrick Shafto, autore dello studio – se si enfatizza in modo corretto si otterrà un apprendimento più rapido con meno informazioni”.