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Cittadinanzattiva, di tasca propria per compensare carenze

Tra farmaci, badante, fisioterapista e pannoloni, un paziente su 10 spende oltre 1000 euro al mese di tasca propria. E’ quanto costa in media ai cittadini compensare la carenza di servizi territoriali e assistenza a domicilio, secondo il Rapporto di Cittadinanzattiva. A causa di lentezze burocratiche, spesso, secondo quanto riportano le interviste a 1800 pazienti, si provvede di tasca propria a comprare materiale che arriva in ritardo.
Un cittadino su 4, infatti, attende più di 30 giorni per materasso o cuscino antidecubito, così come per traverse e pannoloni; uno su 3 aspetta un mese per ricevere una carrozzina. Più di uno su 10 attende oltre un mese per avere farmaci indispensabili. L’esperienza dei cittadini nei confronti di infermieri e fisioterapisti che si recano a casa è positiva ma chiedono di migliorare il grado di tempestività nell’attivazione del servizio: circa il 14% ha incontrato criticità nell’attivarlo. Quanto alle forme di aggregazione delle cure primarie, che dovrebbero spostare l’offerta di prestazioni sanitarie dall’ospedale al territorio, un esplicito coordinamento tra i due tipi di struttura previsti, ovvero AFT (Aggregazioni Funzionali Territoriali) e UCCP (Unità Complesse di Cure Primarie), è presente nel 63% delle regioni. Inoltre balza agli occhi la diversità di nomi per definire le UCCP: in Emilia Romagna Toscana e Piemonte si chiamano Case della Salute, in Veneto Medicine di Gruppo Integrate, in Piemonte Centri di Assistenza Primaria.

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Oncologi, spese insostenibili; al via congresso mondiale in Usa

In Italia un paziente oncologico su 5 rischia il ‘default’, cioè il tracollo economico: per la prima volta si comincia infatti a parlare di ‘tossicità finanziaria’, ovvero della crisi economica individuale conseguente al cancro e alle sue cure, ma anche alla precarietà o perdita del lavoro che in vari casi segue alla malattia. A lanciare l’allarme relativo al crescente peso economico del cancro sul portafoglio degli Stati ma anche dei singoli malati è l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) in occasione del 53/mo Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), che si apre oggi a Chicago con la partecipazione di oltre 30mila oncologi da tutto il mondo.
L’attenzione dei clinici, non solo italiani ma a livello mondiale, è dunque focalizzata sul tema della sostenibilità: da un lato, infatti, oggi le terapie innovative permettono di migliorare la sopravvivenza dei pazienti, di cronicizzare o, in alcuni casi, di sconfiggere la malattia, dall’altro pongono i Servizi Sanitari di fronte alla sfida della copertura economica necessaria. Un dato su tutti: oltre 20 tipi di tumori sono stati trattati con uno o più dei 70 nuovi trattamenti lanciati negli ultimi 6 anni, portando la spesa mondiale per il cancro a 107 miliardi di dollari nel 2015. Ed è previsto un aumento fino a 150 miliardi di dollari nel 2020. Fino a pochi anni fa, sottolinea il presidente Aiom Carmine Pinto, “era un problema confinato agli Stati Uniti, oggi interessa anche il nostro Paese. Un’analisi di 16 sperimentazioni condotte tra il 1999 e il 2015, a cui hanno partecipato 3.760 pazienti italiani colpiti da tumore del polmone, mammella o ovaio, ha infatti evidenziato che il 22,5% presentava ‘tossicità finanziaria’ e un rischio di morte nei mesi e anni successivi del 20% più alto rispetto ai malati senza problemi economici. L’analisi è stata condotta dall’Istituto Nazionale Tumori ‘Pascale’ di Napoli, e si tratta di dati preoccupanti perché evidenziano come il contraccolpo finanziario dovuto alla malattia si riverberi in un peggioramento della prognosi”. Ma il problema è anche per i bilanci degli Stati e la spesa sanitaria pubblica italiana non riesce a tenere il passo con quella dell’Europa occidentale: nel 2015, la spesa sanitaria totale ha assorbito in Italia circa il 9,0% del Pil, contro il 10,4% dell’Europa occidentale. E sempre nel 2015, in Italia la spesa per i farmaci anticancro è stata pari a 4 miliardi e 175 milioni, con un incremento del 7,1% rispetto al 2014. Lo scorso ottobre però, ricorda Stefania Gori, presidente eletto Aiom, “è stato introdotto per la prima volta da parte del governo un Fondo di 500 milioni di euro destinato ai farmaci oncologici innovativi. Una decisione importante che rappresenta il punto di partenza per un ‘Patto contro il cancro’, che veda insieme Istituzioni e clinici”. Una soluzione per la razionalizzazione e migliore gestione della spesa, sottolineano gli oncologi, è ad esempio rappresentata dalle Reti oncologiche regionali, mirate alla gestione globale del paziente con una riduzione degli sprechi e dell’inappropriatezza. Ad oggi, però, ricordano, le Reti sono attive solo in sei regioni.

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Studio sui ‘segreti’ delle persone naturalmente immuni

Il diabete non è un’unica malattia che colpisce tutti allo stesso modo: vi sono persone più predisposte e altre che non si ammalano – pur presentando tutti i fattori di rischio tipici della malattia (ad esempio obesità): al Policlinico Gemelli di Roma è ‘caccia aperta’ ai meccanismi protettivi naturali contro la malattia da cui partire per sviluppare nuove terapie anti-diabete sempre più personalizzate, spiegano all’ospedale romano in occasione della Giornata per la Ricerca dedicata alla medicina personalizzata.
In Italia il diabete colpisce circa 5 milioni di persone.
Tutti i pazienti sono accumunati da iperglicemia e nella visione classica del trattamento, l’obiettivo principale è abbassare i livelli di glucosio nel sangue con i farmaci ipoglicemizzanti e l’insulina. Ma il diabete è una malattia complessa e multifattoriale e la vera sfida è disegnare un trattamento individualizzato per ciascun paziente, sulla base di diversi fattori e di eventuali predisposizioni genetiche, un trattamento che tenga conto anche del a rischio di complicanze che non è uguale per tutti. In studi condotti presso l’Università Cattolica si è visto ad esempio che non tutte le persone con insulino-resistenza, anche grave, sviluppano diabete e che meccanismi ben precisi proteggono questi soggetti che si possono in un certo senso definire “immuni” alla malattia. Attraverso sofisticate tecniche (per esempio analisi di proteomica e del Dna), si cerca di individuare i meccanismi che sono alla base della loro “immunità” al diabete, al fine di identificare nuovi e più specifici target terapeutici. In altre parole, piuttosto che perseguire strategie di generica prevenzione del diabete, gli studi dei ricercatori della Cattolica e dai clinici del Gemelli sono volti a identificare specifici meccanismi protettivi presenti solo in alcune persone. Una volta identificati, potranno essere utilizzati anche sulle persone a rischio o già malate perché prive di questa naturale protezione.

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Obiettivo dimezzare in 5 anni quelli da uso sbagliato farmaci

Almeno un paziente su 10 nella sua vita subisce un danno mentre riceve cure mediche, per un totale complessivo di quasi 43 milioni di lesioni da errori medici riportate ogni anno dai malati. Un fenomeno il cui costo globale si aggira, secondo le stime, sui 42 miliardi di dollari, cioè quasi l’1% della spesa totale sanitaria. Per limitare i danni, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha lanciato un piano globale, per dimezzare gli errori medici evitabili, legati a farmaci e terapie, in tutti i paesi nei prossimi 5 anni.
Le cause più frequenti di questo tipo di errori medici sono stanchezza, affollamento, carenza di personale, poca formazione e informazioni sbagliate date ai pazienti. Per questo l’Oms vuole migliorare il modo in cui i farmaci e le terapie vengono prescritti, distribuiti e consumati, e al tempo stesso rendere più consapevoli i pazienti dei rischi associati ad un uso improprio dei farmaci. Questo tipo di errori causano almeno una morte al giorno e danneggiano circa 1,3 milioni di persone l’anno nei soli Stati Uniti. L’iniziativa dell’Oms sarà concentrata su 4 aree: pazienti, operatori sanitari, farmaci, sistemi e pratiche di terapia. L’Oms vuole migliorare ogni stadio in cui viene usata la terapia, come prescrizione, somministrazione, monitoraggio e uso, dando linee guida e sviluppando strategie, piani e strumenti perchè il processo abbia al centro la sicurezza del paziente in tutte le strutture sanitarie.

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Carenza nella relazione di cura minano l’aderenza alle terapie

Quasi un medico su tre ritiene di non aver tempo sufficiente da dedicare ai pazienti per assicurare l’aderenza alle terapie. Solo la metà si accerta che il proprio assistito abbia compreso le indicazioni sul percorso di cura, più di uno su tre si dice oberato dal carico burocratico. E’ quanto emerge dalla “Indagine civica sull’esperienza dei medici in tema di aderenza alle terapie”, presentata oggi a Roma e realizzata da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato con il sostegno non condizionato di Assobiotec.
L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di 816 medici, mostra che un buon numero (29%) ritiene insufficiente il tempo disponibile per la relazione col paziente e riscontra difficoltà per carenze di personale e organizzative (17%). “Siamo ancora in tempo per invertire la rotta – dichiara Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato – ad esempio prevedendo nella messa a punto degli standard del personale, in via di definizione, la garanzia che il tempo dell’ascolto e della comunicazione siano veri e propri tempi per la cura della persona”.
Quanto alla comunicazione, poco più di un medico su 2 si accerta che il paziente abbia compreso tutto (55%) e lascia suggerimenti scritti oltre alla prescrizione (54%). Inoltre, il 60% dei medici ritiene “molto importante” sapere se l’assistito ha difficoltà a seguire le terapie perché troppo complesse (60%). Tuttavia ritiene meno rilevante conoscerne le preferenze sulle modalità di somministrazione (lo fa il 50% degli intervistati), eventuali difficoltà economiche (49%) o abitudini di vita (44%) che, se considerate, potrebbero aiutare a scegliere terapie più facili da seguire.

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Da Fnomceo un corso a distanza per migliorare relazione di cura

Sempre più medici a lezione per imparare a parlare meglio con i pazienti. “Sono quasi 23mila, in un solo anno, quelli che hanno aderito al corso di formazione continua a distanza che abbiamo organizzato per far apprendere al meglio le tecniche comunicative col paziente e la sua famiglia”. A spiegarlo all’ANSA è Roberta Chersevani, presidente della Federazione dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, Fnomceo.

Dialogo, empatia, scambio, relazione. Sono le chiavi di volta per migliorare la comunicazione tra medico e paziente, esigenza sempre più sentita dagli uni come dagli altri. A sancire che “il tempo di comunicazione è tempo di cura” è lo stesso codice deontologico medico. Non sempre però ci si riesce, a volte per mancanza di tempo, altre per mancanza di sensibilità, altre ancora per mancanza di tecniche. Quando invece avviene, le ricadute positive sono molte. “Una buona relazione aiuta a sviluppare un rapporto di fiducia tra medico e paziente – spiega Chersevani – e se il paziente si fida del medico è anche più predisposto a seguirne le indicazioni terapeutiche e meno incline a una relazione conflittuale, che può sfociare in un aumento anche delle denunce. In ultimo, una buona comunicazione riduce l’impatto della medicina difensiva che ha un costo altissimo per la sanità pubblica”. Nello, specifico a giugno 2015 a giugno 2016, ben 22.700 medici hanno fatto il primo modulo del corso a distanza organizzato insieme al Ministero della Salute.

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Aiuta operatori a rispondere prima e meglio alle chiamate

Per evitare cadute e infortuni in case di cura e ospedali, un sistema di allarme attraverso lo smartwatch permette agli operatori sanitari di rispondere prima e meglio alla chiamata del paziente. Nel tentativo di accelerare il tempo necessario per veder arrivare l’infermiere, i ricercatori della Binghamton University hanno sviluppato un’applicazione in grado di avvisare il personale con un messaggio che arriva direttamente sul polso di chi è in turno, ovunque si trovi nella struttura.

La notifica si presenta sugli schermi di tutto il personale in servizio e “il messaggio di avviso è più informativo rispetto al sistema esistente, aiutando così gli infermieri a dare la priorità”, commenta Huiyang Li, assistente professore di sistemi di scienza e ingegneria industriale presso l’Università Binghampton. “Una buona comunicazione – aggiunge – aiuta il personale a fare un lavoro migliore e migliora anche la sicurezza del malato”.

Un frequente problema nei luoghi di cura, acuito da una crescente carenza di personale sanitario, è che molti pazienti che hanno bisogno di alzarsi, se non vedono intervenire qualcuno subito dopo la chiamata, tentano di mettersi in piedi da soli.

Ma se non sono abbastanza forti, rischiano cadere, causando lesioni o peggio. I risultati del progetto, pubblicati su ‘Human Aspects of Information Technology for the Aged Population’, fanno confluire le richieste di intervento dei sistemi di sicurezza tradizionali, come luci e allarmi, su una singola app che attraverso il display dello smartwatch chiede all’operatore di intervenire.

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Avviata la rete di diagnostica di laboratorio per le urgenze dei POCT: una modalità con la quale si possono eseguire analisi al di fuori delle Strutture del Laboratorio Clinico di riferimento

Abbattimento delle distanze, miglioramento della qualità delle cure e della gestione delle urgenze. Da oggi l’Ospedale ‘Grifoni’ di Amatrice e la Casa della Salute di Magliano Sabina saranno più ‘vicine’ all’Ospedale de Lellis. Al via la rete di diagnostica di laboratorio per le urgenze dei POCT: una modalità con la quale si possono eseguire test analitici al di fuori delle Strutture del Laboratorio Clinico di riferimento. Una modalità che permette, attraverso una strumentazione ridotta nelle dimensioni ma estremamente sofisticata, di avere due microlaboratori per le urgenze, dislocati presso l’Ospedale di Amatrice e la Casa della Salute di Magliano Sabina. Il sistema prevede un totale controllo a distanza della strumentazione e quindi dei dati analitici da parte del personale medico del Laboratorio analisi dell’Ospedale de Lellis; risultati in tempo reale; strumentazione di facile uso; minimo volume di sangue richiesto; precisione e accuratezza; archiviazione e tracciabilità dei dati. Questa nuova pratica, molto diffusa negli Stati Uniti e in alcuni Paesi Europei, sta trovando credito anche in molte regioni e province d’Italia. La POCT, acronimo di Point Of Care Testing, ovvero “eseguire esami dove si assiste il malato” è stata definita come una sorta di “rivoluzione silenziosa’. La sua straordinaria diffusione si spiega infatti, pensando al medico che, di fronte al suo paziente, può disporre immediatamente delle informazioni contenute in risultati di laboratorio in grado di aiutare a prendere una decisione tempestiva senza dover allungare i tempi dei percorsi diagnostici e affrontare le problematiche del trasporto del campione, specialmente quando la struttura sanitaria non è fisicamente vicina. La nuova rete di diagnostica di laboratorio per le urgenze dei POCT, è stata avviata su iniziativa della Direzione Aziendale, grazie al lavoro del personale del Laboratorio analisi di Rieti e al coinvolgimento di tutte le parti operative dei Reparti. Un Sistema di nuovissima concezione, che pone l’Asl di Rieti all’avanguardia nella gestione di modelli efficaci ed efficienti nella cura del paziente, anche in un territorio geograficamente ‘difficile’ come il reatino.

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Fatti rendono gli interventi più sicuri

La stampa in 3D entra in sala operatoria per guidare la mano dei chirurghi. E’ successo all’Intermountain Medical Center di Salt Lake City, negli Stati Uniti, dove il rene malato di una paziente è stato fedelmente riprodotto in tre dimensioni per studiare come rimuovere un pericoloso tumore posto in un punto delicatissimo dell’organo: i medici hanno usato il modello anatomico prima e durante l’intervento per trovare la migliore strategia chirurgica, riuscendo così a salvare il rene della donna, come riferisce lo stesso ospedale in una nota.
 
”La stampa in 3D ci ha permesso di pianificare meglio l’atto chirurgico e di mostrare alla paziente cosa avremmo fatto durante la rimozione del tumore per superare le difficoltà e salvare il rene”, spiega Jay Bishoff, direttore dell’Intermountain Urological Institute.
 
La complessità dell’intervento stava proprio nel riuscire ad asportare in sicurezza la massa tumorale che si era formata in un punto cruciale per l’attività del rene, ovvero in una regione posta tra un’arteria, alcune vene e il condotto (uretere) che convoglia l’urina verso la vescica. Le sole immagini della tac non permettevano di visualizzare completamente il modo in cui la massa tumorale era agganciata al rene.
 
Il modello dell’organo stampato in 3D rappresenta ”un ulteriore strumento che consente ai medici di vedere l’anatomia in maniera diversa”, afferma Cory Smith, esperto dell’Intermountain Transformation Laboratory che ha prodotto il rene in 3D. ”Sebbene questa tecnologia sia ancora agli inizi – aggiunge Bishoff – si tratta di un grande passo avanti verso l’impiego delle nuove tecnologie come la stampa in 3D per migliorare l’assistenza al paziente”.