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Sempre meno pediatri e pronto soccorsi ogni anno più intasati. È questo il doppio allarme lanciato da uno studio della Fondazione Poliambulanza di Brescia e dall’associazione nazionale della medicina di Urgenza pediatrica. “Mancano i pediatri e soprattutto quelli specializzati in neonatologia”, racconta la dottoressa Elena Conti, presidente della Fondazione. Secondo la ricerca, in Italia ci sono circa 4,5 milioni di bambini e 13mila pediatri. In futuro saranno ancora meno: entro il 2020 i pediatri ospedalieri diminuiranno del 40%. Da qui l’idea di Dr. Care, la prima app in Italia che mette in contatto genitori e pediatri tramite una piattaforma di messaggistica per garantire un’assistenza continua e 24 ore su 24.
Lanciata a maggio 2017, la soluzione conta già diverse migliaia di iscritti e venticinque pediatri selezionati distribuiti tra Milano, Roma, Bologna, Napoli e Catania.
Il picco di richieste proprio durante lo sciopero dei medici il 12 dicembre scorso. Un 20% in più di mamme e papà hanno contattato la piattaforma in cerca di aiuto e il team si sta già preparando al prossimo sciopero dei medici annunciato per l’8-9 febbraio 2018.
“L’idea è nata quando i miei amici hanno cominciato ad avere bambini”, racconta Giorgio Fiorentino, 28 anni e uno dei fondatori di dr. care.
“Vedevo mamme e papà alle prese con una nuova vita e con tantissimi dubbi, ma anche la difficoltà di raggiungere il pediatra di riferimento in orario non lavorativo”, evidenzia Matteo Bianchini, 29 anni, un altro dei founder.
Qui l’altro grande problema del sistema sanitario pediatrico: meno pediatri sul territorio significa più genitori in pronto soccorso. E i dati lo confermano. Un rapporto pubblicato nel 2014 ha mostrato come il 57% circa degli accessi in pronto soccorso di bambini in età pediatrica è inappropriato. Lo studio, condotto nella regione Veneto, si riferisce a 134.358 visite al pronto soccorso tra il 2012 e il 2013. Il team di dr. care offre uno strumento a tutti quei genitori che, presi da un dubbio sulla salute dei propri figli, si recano in pronto soccorso quando spesso potrebbero risolvere i problemi con un semplice click.
Ad aiutare la startup nell’impresa ci sono pediatri noti in Italia come il dottor Alberto Ferrando, presidente dell’associazione pediatrica ligure; l’ex primario dell’ospedale di Sapri, in Campania, dottor Ippolito Pierucci; la dottoressa Francesca Ferrante pediatra e consulente per l’allattamento di Milano; la dottoressa Lisa Drigo, pediatra di famiglia con oltre vent’anni di esperienza e di stanza in provincia di Treviso. Advisor scientifico del team è il dottor Piercalo Salari.

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Allattare bimbi al seno,usare poco ciuccio, evitare fumo passivo

L’otite media acuta (Oma): una malattia che i genitori conoscono bene e temono perchè causa anche forte dolore soprattutto nei bambini fino a tre anni. Secondo i dati forniti dalla Società Italiana di Pediatria, la patologia, che si presenta con infiammazione e versamento nella cavità del timpano, richiede un considerevole impegno assistenziale perché di solito è necessario rivolgersi al pediatra, che prescrive antipiretici e spesso antibiotici.
Poichè è frequentemente recidiva, l’oma ha ricadute importanti sulla qualità di vita del bambino e della famiglia. Alti i costi indiretti, poichè almeno un genitore è costretto a perdere giorni di lavoro per restare a casa con il bambino.
Le complicazioni sono rare ma tra queste alcune sono impegnative, in particolare la mastoidite acuta. La diagnosi non è possibile basandosi solo sulla sintomatologia, ma deve essere effettuata con un esame otoscopico. Ma ecco quali sono i consigli dei pediatri ai genitori per prevenire la malattia.
1) Sicuramente per ridurre il rischio, il primo consiglio è di allattare il piccolo al seno almeno per i primi tre mesi di vita.
2) Importante è che i bambini frequentino comunità nelle quali vengono seguite accurate norme igieniche.
3) Il ciuccio è un amico di papà e mamma ma se il figlio soffre di otite, è meglio ridurre al minimo l’uso.
4) Il fumo passivo è un altro degli elementi da evitare assolutamente. L’impatto di altri fattori, come prematurità, la presenza di fratelli più grandi, di allergia e di anomalie cranio-facciali non possono essere modificati e i bambini che presentano questi fattori rimangono persistentemente ad aumentato rischio di recidiva.
5) La vitamina D, spiegano dalla Società italiana di pediatria, svolge un ruolo cruciale nell’immunità innata. La somministrazione 1000 UI al giorno per 4 mesi durante la stagione invernale ha ridotto la ricorrenza in bambini di età inferiore a 5 anni con una storia di otite ricorrente non complicata da otorrea rispetto ai controlli. La somministrazione di probiotici orali non è considerato un metodo di prevenzione dell’Oma.
6) La somministrazione di vaccino pneumococcico coniugato nel primo anno di vita, dicono i pediatri, determina una riduzione significativa del numero di bambini con Oma ricorrente.
7) Inoltre, il vaccino antinfluenzale è in grado di ridurre l’incidenza di OMA, a patto che la somministrazione avvenga prima dell’inizio della stagione influenzale.

Fonte:www.ansa.it

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Fino al 30% dei piccoli dorme male, una guida dal Bambino Gesu’

I genitori lo sanno, far addormentare i bambini a volte può essere davvero difficile. Ma il sonno è un bisogno vitale e serve a mantenere il corretto sviluppo cognitivo, lo sanno bene i medici dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù che all’argomento hanno dedicato il nuovo numero di ‘A scuola di salute’. Il problema dell’insonnia del resto colpisce tra il 10 e il 30 per cento dei bambini.
Il primo consiglio è una regola: definire orari e metodi certi nel tempo. Soprattutto nei neonati, la regolarità del sonno esprime la capacità di adattarsi alla routine di addormentamento proposta dai genitori nei primi mesi. L’avvertimento ai genitori: è sempre bene far addormentare il bambino nella sua stanza ed evitare di prenderlo in braccio per spostarlo dal lettone alla culla. Inoltre, l’ambiente in cui dorme il piccolo – spiegano i pediatri – deve essere il più silenzioso e il meno illuminato possibile.
Se il bambino non vuole dormire da solo, ci si può avvicinare al suo letto e leggergli una favola per esorcizzare le paure. Se il sonno non arriva allora sarà necessario allontanarsi, rimanere comunque nelle sue vicinanze e rassicurarlo dicendogli che non si andrà via finché non si addormenterà.
Una concessione può aiutare. Il ricorso a un orsacchiotto di oppure alla coperta preferita, può dare una mano alla mamma esausta. Se il bambino chiama in piena notte senza un motivo reale, bisogna rassicurarlo a distanza senza precipitarsi da lui. Accorrendo subito non si farebbe altro che confermargli le sue paure nello stare da solo.
Ma quali sono i motivi che tolgono letteralmente il sonno ai bambini in età prescolare? I disturbi più frequenti sono dovuti alle difficoltà di inizio e mantenimento del sonno. Poi i risvegli multipli notturni, spiegano gli esperti del Bambino Gesù. Certamente anche i “terrori notturni” e gli incubi, che fanno parte del normale sviluppo cognitivo dei piccoli. Mentre in età scolare e nell’adolescenza ha un peso anche il sonnambulismo.
Da non sottovalutare il russamento e le apnee ostruttive, che riguardano un bambino su 10, e sono il sintomo più lieve e frequente tra i disturbi respiratori del sonno. E’ causato soprattutto dall’ingrossamento di tonsille e adenoidi, ma anche da obesità, malformazioni cranio-facciali e malattie neuromuscolari. Ma quando si devono preoccupare i genitori e prenotare una visita più approfondita? Quando insieme al russamento, rispondono i pediatri, c’è una respirazione difficoltosa, la presenza di pause di apnea (arresto della respirazione), la tendenza a sudare in modo eccessivo al momento dell’addormentamento. E anche quando i bambini hanno un sonno agitato con frequenti risvegli o bagnano il letto, dopo aver acquisito la continenza urinaria da almeno 6 mesi.

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Documento a Galletti, “già durante la gravidanza sostanze chimiche alterano il feto”

“Già durante la gravidanza pericolose sostanze chimiche possono raggiungere e alterare il feto con conseguenze irrimediabili per la vita”. I pediatri della Fimp si rivolgono al ministro Galletti con un documento che contiene una serie di proposte per fronteggiare l’emergenza. “Il problema più grande è la continua immissione di sostanze chimiche di sintesi – spiega Giampietro Chiamenti, Presidente Nazionale Fimp – sono prodotte da attività industriali e agricole, dalla produzione di energia e dallo smaltimento dei rifiuti.
Questi agenti inquinanti possono esercitare un’influenza sul genoma e modificare l’espressione del Dna”. Non solo: “I rischi per la salute dei bambini e degli adolescenti sono rappresentati da metalli pesanti, solventi, coloranti, diossine, Ppc, Ipa che penetrano nel corpo attraverso aria, acqua, cibo e pelle. Si accumulano fino ad alterare le funzioni di organi e tessuti”. Chiamenti sottolinea inoltre che molti inquinanti riescono a passare la barriera placentare e influenzano il feto con conseguenze irrimediabili. E ancora, “Le modificazioni epigenetiche incidono in maniera drammatica sullo sviluppo emozionale, sul potenziale cognitivo e di apprendimento e anche sullo spettro autistico”.
Maria Grazia Sapia, referente Nazionale Fimp per l’Ambiente, rende noto che con questo documento la Federazione Italiana Medici Pediatri si propone come punto di riferimento per la diffusione del concetto di rispetto dell’ambiente e della prevenzione, proponendosi come partner attivo per le ricerche epidemiologiche e la rilevazione dei danni alla salute dei bambini dovuta agli inquinanti.

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Non sono un buon sostituto della frutta fresca e servono solo a consumare più zucchero e calorie

Niente succhi di frutta per tutto il primo anno di età, e pochissimi, al massimo 120 millilitri al giorno di bibite con il 100% di succo, fino ai 3 anni. Sono molto severe le nuove linee guida sul consumo di queste bibite della American Academy of Pediatrics, pubblicate oggi su Pediatrics.
“I genitori possono pensare che i succhi di frutta siano salutari, ma non sono un buon sostituto della frutta fresca e servono solo a consumare più zucchero e calorie – afferma Melvin Heyman, coautore del documento -. Piccole quantità vanno bene per i bambini più grandi, ma sono assolutamente non necessarie sotto l’anno di età”.
Nel dettaglio la guida afferma che per i primi sei mesi il latte materno o artificiale siano più che sufficienti per l’alimentazione dei bimbi. Tra i sei mesi e l’anno si può introdurre la frutta ma non in forma di succo. A partire da un anno si possono dare succhi, con il 100% di frutta, ma non più di 120 millilitri (4 once) al giorno, che possono diventare 180 dai 4 anni e 240 dopo i 6. “I bambini – si legge nel documento – dovrebbero essere incoraggiati a mangiare frutta intera, ed educati a capirne i benefici rispetto al succo, che non ha le fibre e può portare a un eccessivo aumento di peso”.
Il succo, aggiungono gli esperti, è sconsigliato come trattamento della disidratazione e della diarrea, e andrebbe evitato subito prima di andare a letto.

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“Il sogno è che tra 3-5 anni si possa togliere l’obbligo”

“Contestano alle case farmaceutiche e ai medici di consigliare i vaccini per soldi, ma la verità è che intorno ai bambini non vaccinati girano interessi economici molto forti e questo spiega anche l’aggressività del mondo no vax. Chi segue quei bambini? Chi valuta il loro stato di salute, come vengono curati?”. A lanciare l’accusa è Alberto Villani, presidente della Società italiana di Pediatria e responsabile dell’Unità Operativa di Pediatria dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma in occasione della presentazione di un’App per l’emergenza pediatrica. “Siamo riconoscenti al Ministero della Salute perchè sui vaccini ha dato una sterzata importante”, afferma, “il decreto varato fa il punto sullo stato vaccinale di ogni bambino, così la famiglia che non ha fatto vaccinare il minore ha qualcuno che le possa spiegare che cosa va fatto”. Villani sottolinea inoltre che “il risultato non è mettere sanzioni, ma fare informazione e dare consapevolezza”. “A nessuno verrà vietato l’accesso a scuola come qualcuno ha voluto far credere”, dice ancora, “il sogno è che tra 3-5 anni si possa togliere l’obbligo quando il pericolo sarà finito e battuta la gentaglia contraria ai vaccini”.

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Da pediatri, Polizia e Facebook. Attenti ai cambiamenti e all’isolamento

Ascoltare, fermarsi, guardare i cambiamenti, non avere paura di parlare. Sono questi in estrema sintesi i primi consigli per un genitore che teme che il proprio figlio possa essere vittima di bullismo. Dopo il caso del padre del ragazzo che ha messo su Facebook la foto del volto tumefatto del figlio per denunciare la violenza che aveva subito, e l’impressionante boom di condivisioni che ha superato quota 200 mila, sono sempre di piu’ i genitori che si interrogano su cosa fare. I pediatri della piu’ grande societa’ scientifica di categoria, la Sip, hanno elaborato un vademecum assieme alla Polizia di Stato e Facebook (coinvolto visto il forte aumento di cyberbullismo), rivolto non solo ai ragazzi ma anche (e soprattutto) ai genitori per aiutare ad affrontare il disagio, soprattutto quello legato alla violenza online che rappresenta la piu’ in crescita.
Queste le indicazioni.

CONSIGLI PER I GENITORI
– PARLA con i tuoi figli di sicurezza e tecnologia quanto prima e più spesso che puoi, nello stesso modo in cui parli della sicurezza a scuola, in auto, sui mezzi di trasporto pubblici o in ambito sportivo.
– CHIEDI ai tuoi figli quali sono secondo loro le informazioni che è appropriato condividere online e quali è meglio evitare.
Parla con loro di come percepiscono la privacy.
– ACCOMPAGNA i tuoi figli, soprattutto i più piccoli, il più possibile e da subito attraverso l’esperienza di navigazione online, condividendo insegnamenti e impressioni sui contenuti.
– IMPARA dai tuoi figli. A meno che tu non sia un utente di Internet particolarmente attivo, è probabile che i tuoi figli ne sappiano più di te. È un ottimo modo per capire come si comportano su Internet e per renderli consapevoli di eventuali pericoli.
– RISPETTA i loro interessi. I ragazzi di oggi sono cresciuti con Internet, cellulari e SMS. Le nuove tecnologie hanno sempre fatto parte della loro vita e rappresentano una importante opportunità per il loro presente e per il loro futuro.

CONSIGLI PER I RAGAZZI
– STABILISCI alcune regole di base. Prima di postare qualcosa, pensaci bene!
– ATTENTO a non dare confidenza agli sconosciuti, e non rendere disponibili a chiunque informazioni private, fotografie ecc.
– CONTROLLA le impostazioni sulla privacy dei servizi online che utilizzi e stai sempre attento a cosa condividi e con chi.
– SEGNALA i contenuti inappropriati. Puoi rivolgerti alla Polizia Postale per segnalare contenuti o attività illegali su Internet (www.commissariatodips.it).
– APRITI se hai un problema, parlane con qualcuno: un amico, i tuoi fratelli, i tuoi insegnanti, i tuoi genitori, una associazione o le forze dell’ordine. Qualcuno potrà sicuramente aiutarti.

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Tutto quello che serve sapere in 8 punti

Pressione troppo alta da bambini, riguarda il 5% dei piccoli in Italia, ed e’ a volta un campanello di allarme inascoltato. La Societa’ Italiana di Pediatria la spiega in 8 domande e risposte. A rispondere sono Ugo Giordano, Gruppo di Studio SIP Ipertensione arteriosa e rischio cardiovascolare; Responsabile Alta Specializzazione Ipertensione Arteriosa Dipartimento Medico-Chirurgico di Cardiologia Pediatrica, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (Roma) e Maria Chiara Matteucci, Gruppo di Studio SIP Ipertensione arteriosa e rischio cardiovascolare; Divisione di Nefrologia e Dialisi Dipartimento di Pediatrie Specialistiche, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (Roma).
1) Cosa è e quanti bambini ne soffrono Per ipertensione arteriosa si intende la presenza di valori di pressione arteriosa, misurata al braccio destro in posizione seduta, costantemente superiori al 95° centile calcolato secondo tabelle di riferimento per età, altezza e sesso. Si stima una prevalenza nella popolazione italiana pediatricadi circa il 5%.
2) Quali sono le cause Le cause sono molteplici e dipendono dall’età in cui l’ipertensione arteriosa insorge. Si stima che nella pre-adolescenza il 70-85% dei casi sia dovuto a cause secondarie (cioè patologie cardiologiche, renali, endocrine o oncologiche) mentre nel restante 15-30% sia di tipo primario (cioè su base eredo-familiare). Viceversa in adolescenza prevale la forma di tipo primario nel 85-90% dei casi.
3) Quali sono i sintomi I sintomi sono di solito aspecifici. Possono essere presenti cefalea, epistassi (sangue dal naso), difficoltà di concentrazione, irritabilità, vomito, vertigini, dolore toracico, sincope e disturbi visivi anche se generalmente i bambini sono asintomatici.
4) Come può essere diagnosticata Il primo approccio è legato alla misurazione della pressione arteriosa in corso di visita pediatrica. Sono disponibili Linee Guida pediatriche che forniscono indicazioni precise su valori di riferimento, modalità di misurazione e dimensioni del bracciale. Una volta confermata la presenza di valori pressori elevati il bambino deve essere indirizzato ad un Centro Specializzato che procede all’iter diagnostico successivo.
5) Quali sono le complicanze Le complicanze della malattia non diagnosticata o non curata riguardano i cosiddetti “organi bersaglio” come il cuore, con l’ipertrofia del ventricolo sinistro, il rene con la proteinuria e l’insufficienza renale di vario grado, l’occhio con alterazione dei vasi retinici, e la vasculopatia cerebrale. Lo sviluppo od il verificarsi di tale complicanze dipende dalla durata e dal grado di ipertensione arteriosa non controllata o diagnosticata. Tale danno d’organo, specie in età pediatrica, è generalmente reversibile dopo adeguato trattamento farmacologico o comportamentale.I problemi sociali connessi all’ipertensione arteriosa sono un evento raro in età pediatrica e dipendono dal tipo di organo colpito.
6) Come si cura L’approccio terapeutico iniziale è il controllo dell’eccesso ponderale, se presente, e la modifica delle abitudini alimentari, in particolare una dieta a basso contenuto di sodio (sale da cucina e cibi salati) e del quantitativo calorico giornaliero. Se queste misure non fossero sufficienti è necessario associare anche una terapia farmacologica. Sono oggi disponibili ed autorizzati anche in Pediatria numerosi tipi di farmaco.
7) Come prevenirla La prevenzione si basa prima di tutto sulla consapevolezza che se il bambino è figlio di genitori ipertesi può essere già affetto da ipertensione arteriosa (cosiddetta “primaria o essenziale”). E’ ben noto il fatto che figli di ipertesi presentano già in età giovanile valori pressori che, anche se normali, si posizionano nella fascia alta della normalità e necessitano quindi di maggiore sorveglianza da parte del curante.
Mantenere un rapporto peso/altezza adeguato, praticare regolarmente un’attività sportiva, controllare l’introito di sodio e calorie nella dieta (ad esempio cibi salati, bevande gassate e zuccherate etc) e misurare regolarmente, in occasione dei controlli pediatrici di routine, la pressione arteriosa.
8) Consigli per i genitori Si raccomanda l’educazione alimentare, come già esposto, perché è oggi chiaro che l’aumento della prevalenza di ipertensione arteriosa è legato strettamente all’aumento della prevalenza, a livello mondiale nei Paesi sviluppati, dell’obesità.
Recarsi regolarmente ai controlli pediatrici previsti eseguendola misurazione della pressione arteriosa nel corso della visita ed informare il Pediatra se è presente ipertensione arteriosa in famiglia.
Evitare la sedentarietà (videogiochi, TV per periodi prolungati) e promuovere la pratica regolare di qualsiasi attività sportiva (evitare solo gli sport di potenza quali sollevamento pesi o culturismo).

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Fuggono da guerre; 500 medici già in porti e centri accoglienza

Oggi nel mondo, un bambino su 45 sta migrando perchè sta fuggendo da guerre, povertà, cambiamenti climatici. Una vera emergenza per arginare la quale anche i pediatri si stanno mobilitando. Il tema è al centro del 72/mo congresso della Società italiana di pediatria (Sip), apertosi oggi a Firenze. E’ necessaria dunque un’azione mirata e urgente: “La nostra società scientifica – afferma il presidente Sip Giovanni Corsello – ha già formato 500 tra medici e operatori sociali per accogliere chi arriva nel nostro Paese. Sono già nei porti e nei centri di accoglienza”. In Italia gli immigrati, ricordano i pediatri, sono più di un milione, il 91% è arrivato via mare e il 42% di loro ha meno di 5 anni. I bambini migranti, soli o con i genitori, sono sempre più numerosi e rappresentano una vera sfida anche per i pediatri. Il fenomeno “è in continua crescita – spiega Corsello – ed è nostro dovere seguire questi bambini anche nelle fasi successive, per aiutarli nell’integrazione”. In media, “ogni minuto 24 persone sono costrette a lasciare la propria casa e diventare migranti – sottolinea Rosalia Maria Da Riol del Centro Coordinamento Regionale Malattie Rare FVG -.Oggi sono 244 milioni i migranti internazionali nel mondo, dato che registra una crescita del 41% dal 2000. Di questi, 31 milioni sono bambini”. Quest’anno, 7 bambini su 10 hanno chiesto asilo in Europa, provenienti da zone di conflitto come Siria, Afghanistan e Iraq. L’Europa rappresenta la casa di un giovanissimo migrante su sei. E nel 2015 la percentuale di bambini richiedenti asilo è più che raddoppiata rispetto all’anno precedente. E’ “nostro compito dare voce a questo fenomeno – continua Da Riol – e nel 2014 la SIP ha messo a disposizione dei pediatri il Gruppo di Studio del Bambino Migrante, che si propone di individualizzare i bisogni dei bambini, razionalizzando le risorse e includendo la loro assistenza nel Sistema sanitario nazionale, come previsto dall’accordo Stato Regioni del 2012”. Gli operatori formati, conclude Corsello, “operano oggi nelle strutture portuali, nelle case famiglia, nelle strutture dei comuni dove i minori, sia accompagnati che non accompagnati, vengono ospitati”.

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In alcuni casi se non trattata può provocare ritardi motori

Attenzione alle forme nascoste di epilessia nei primi mesi di vita, che se non riconosciute e adeguatamente trattate in alcuni casi possono portare anche a gravi ritardi motori nel bambini. È l’appello lanciato dai pediatri nel corso del 72/esimo congresso della Società italiana di pediatria e della Società italiana di neurologia pediatrica a Firenze.
    Secondo quanto spiegato, le crisi possono indicare una malattia genetica spesso sottostimata, dovuta al deficit di vitamina B6, chiamata anche piridossina. Nel 70% dei casi l’epilessia piridossino dipendente si manifesta in età neonatale o anche più tardi, nei primi mesi di vita del bambino.
    “Purtroppo ad oggi la diagnosi non è sempre tempestiva – spiega Raffaele Falsaperla, presidente Sinp -. Se la crisi non si presenta nel primissimo periodo di vita può essere misconosciuta”. “Ecco perché – continua – è importante sensibilizzare i pediatri nel riconoscere la patologia”. Negli attuali protocolli il trattamento con la piridossina è previsto solo nel primo mese di vita. “È necessario dunque modificare e aggiornare le ‘linee guida’ attualmente in vigore – continua – e prevedere anche per una fascia d’età superiore questo tipo di cura”. “Le cause della malattia sono soprattutto genetiche ed è importantissimo aumentarne la conoscenza tra i pediatri – conclude Falsaperla – perché l’insufficienza di piridossina oltre alle epilessie può portare nel bambino anche ritardi motori importanti. Va inoltre considerato che questo tipo di epilessia non risponde alla terapia farmacologica tradizionale”.