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Se vi dicessero che il peperoncino aiuta a perdere peso? È quanto è emerso da uno studio, ancora in fase sperimentale, sui topi svolto dalla Scuola di Farmacia dell’Università del Wyoming. La capsaicina, il composto che dà la piccantezza al peperoncino, sta alla base di un farmaco che ha portato a una perdita di peso a lungo termine e al miglioramento metabolico della salute. Sviluppato per individuare i recettori TRPV1, che si trovano nelle cellule di grasso, dovrebbe stimolare l’azione di bruciare energia invece di immagazzinarla. I risultati stanno registrando una costante perdita di peso, ma ulteriori test sono ancora in corso. Ma attenzione, non serve mangiare piccante per dimagrire: la capsaicina contenuta nel cibo, non è ben assorbita dal corpo, quindi non produrrebbe tali effetti!

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Ferma l’ormone della fame; studio sui topi

Il problema principale di una dieta è che quando, con grossi sforzi, si arriva all’agognato ‘traguardo’ sulla bilancia, la fame si fa irresistibile e il rischio di ingrassare di nuovo è dietro l’angolo, vanificando tutte le fatiche fatte per perdere peso. Ma adesso ricercatori americani hanno trovato un modo per ovviare a questo importante problema di salute finora rimasto irrisolto: in un lavoro che sarà pubblicato questa settimana sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, esperti della Mayo Clinic di Rochester hanno dimostrato che bloccando l'”ormone della fame” (la grelina) con una sostanza ad hoc è possibile evitare di riprendere peso a lungo termine dopo una dieta.
Lo studio è stato condotto su animali e se i risultati fossero replicati anche sui pazienti sarebbe un vero passo avanti nella gestione dell’obesità e delle malattie correlate. Dopo una perdita di peso importante il problema principale è non ingrassare di nuovo; purtroppo avviene di frequente, per effetto boomerang, che il corpo cominci a produrre troppa grelina, rendendo il cibo irresistibile e la fame irrefrenabile.
Gli esperti hanno messo a punto un metodo per ”zittire” l’ormone della fame, iniettando una sostanza inibitrice chiamata butirilcolinesterasi. Su topi ex-obesi gli esperti hanno visto che una sola iniezione di questo ”farmaco sperimentale” mantiene il peso corporeo degli animali vita natural durante, proteggendoli dal rischio di ingrassare nuovamente. Si tratta, concludono i ricercatori, di una scoperta dalle ricadute cliniche potenzialmente significative perché anche il quadro metabolico (ad esempio il controllo del diabete) si gioverebbe di tale trattamento.

Fonte:www.ansa.it

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Incremento ponderale ridotto del 40%

Con la mezza età sembra iniziare inesorabile per molti un processo che porta ad aumentare di peso e diminuire l’attività fisica, ma la chiave per evitarlo può risiedere non solo in cambiamenti di stile di vita e una maggiore forza di volontà. Esiste infatti un enzima importante, denominato DNA-PK, legato proprio ai chili di troppo: inibendone l’attività si possono ottenere dei risultati.
Emerge da uno studio condotto sui topi, guidato da Jay H. Chung, direttore del laboratorio sull’obesità e l’invecchiamento del National Heart Lung and Blood Institute, parte del National Institutes of Health, pubblicato su Cell Metabolism. Gli studiosi hanno esaminato le trasformazioni biochimiche in animali di età equivalente ai 45 anni per l’uomo, rilevando che proprio l’enzima chiave DNA-PK, aumenta l’attività con l’età.
Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che questo stesso enzima trasforma le sostanze nutritive in grasso e diminuisce il numero di mitocondri, piccole ‘centrali elettriche’ nelle cellule che trasformano proprio il grasso in energia. Quindi è come se si ‘bruciasse’ meno. Tutti gli animali hanno seguito una dieta ad alto contenuto di grassi, ma ad un gruppo è stato somministrato anche un inibitore di DNA-PK. Bloccando l’enzima il risultato è stato un aumento di peso ridotto del 40%.
Il farmaco inibitore ha inoltre aumentato il contenuto di mitocondri nei muscoli scheletrici e ridotto l’incidenza di obesità e diabete 2. Secondo gli studiosi, sebbene si sia lontani dallo sviluppo di un simile inibitore negli esseri umani, la nuova ricerca potrebbe aprire la strada allo sviluppo di farmaci innovativi per la perdita di peso. Ma è importante anche non trascurare un’alimentazione sana e l’esercizio fisico.

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Sul breve periodo, ma non esiste dieta che vada bene per tutti

Una dieta a basso contenuto di carboidrati, che prevede ad esempio meno pasta e pane, da’ migliori risultati di una a basso contenuto di grassi per la perdita di peso, perlomeno nel breve periodo. Emerge da una ricerca della Mayo Clinic di Scottsdale in Arizona, pubblicata su Journal of the American Osteopathic Association.
Gli studiosi hanno revisionato tutte le ricerche da gennaio 2005 ad aprile 2016, per un totale complessivo di 72 studi, e dai risultati è emerso che le diete a basso contenuto di carboidrati, tra cui alcune note e in voga anche tra le star come la dieta Atkins, quella South Beach e la Paleo, sono sicure da seguire fino a sei mesi, nel senso che non sembrano provocare danni particolari alla salute, sopratutto a pressione, glucosio e colesterolo, e a seconda del regime alimentare scelto, fanno perdere da poco meno di un chilo a quattro chili in più rispetto a quelle a basso contenuto di grassi. “La conclusione migliore da trarre, in linea generale, è che seguire una dieta a basso contenuto di carboidrati a breve termine sembra essere sicuro e si associa a una riduzione di peso”, spiega Heather Fields, autrice principale della ricerca. Da tenere in conto, però, vi sono sia i rischi legati a un maggiore consumo di carne, perché pane e pasta vengono ridotti, sia il fatto che queste diete non fanno comunque miracoli rispetto a quelle a basso contenuto di grassi e infine la considerazione che non esiste una dieta adatta a tutti. “La cosa più importante e’ incoraggiare i pazienti a evitare cibi lavorati, soprattutto carni come pancetta, salsicce, salumi, hot dog, e prosciutto”, conclude Fields.

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Trova il cibo più gratificante e aumenta il rischio di obesità

Il vostro bimbo fa molti capricci? Attenzione al peso. I piccoli difficili da accontentare trovano il cibo più gratificante, per questo sono a maggiore rischio di obesità. E’ quanto emerge da una ricerca della Buffalo University, negli Usa, pubblicata su ChildhoodObesity.

 Per lo studio, 105 bambini di età compresa tra 9 e 18 mesi sono stati istruiti su come premere un pulsante per ottenere una ricompensa, ricevendo una porzione del loro cibo preferito oppure la concessione di poter giocare con le bolle di sapone o ascoltare musica. Il loro temperamento è stato rilevato attraverso un questionario dettagliato di 191 domande somministrato ai genitori.

Dai risultati è emerso che i piccoli più malleabili di carattere, più ‘coccoloni’, mostravano di volersi sforzare maggiormente per ottenere una ricompensa che non fosse il cibo.

LO stesso facevano quelli che si calmavano facilmente smettendo di piangere o di essere angosciati.

Al contrario, i bimbi che ci mettevano di più a calmarsi erano più propensi a impegnarsi per una ricompensa in cibo, cosa che li metteva più a rischio di un aumento di peso.

Se i genitori notano questo atteggiamento nei loro figli, cioè la tendenza trovare piacere e ‘conforto’ nel cibo, però, non c’è troppo da preoccuparsi secondo gli studiosi, perché le cose possono essere cambiate. Ad esempio, proponendo al piccolo sin da subito alternative come giocattoli, attività da fare insieme e momenti divertenti con gli amichetti.