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Preso nel periodo del concepimento ‘protegge’ il nascituro

L’uso dell’acido folico in gravidanza diminuisce il rischio che il nascituro sviluppi una sindrome dello spettro autistico causata dall’esposizione ai pesticidi.
Lo afferma uno studio dell’università della California pubblicato da Environmental Health Perspectives.
Nello studio sono stati analizzati i dati di 296 bambini tra 2 e 5 anni che avevano ricevuto una diagnosi di autismo e di 220 che non l’avevano avuta. Le mamme sono state intervistate sull’uso del supplemento e sull’eventuale esposizione a pesticidi durante la gravidanza. Quest’ultimo dato è stato integrato con informazioni da un database sull’uso di queste sostanze nelle aree vicine a quelle di residenza dei soggetti esaminati. “Abbiamo trovato che se le mamme avevano preso l’acido folico nel periodo del concepimento il rischio associato ai pesticidi sembra attenuato – afferma Rebecca Schmidt, uno degli autori -. Le donne in gravidanza dovrebbero evitare l’esposizione, ma se vivono in zone rurali questo potrebbe essere un modo per diminuire l’effetto”.
La dose minima di acido folico per avere il beneficio è risultata 800 milligrammi al giorno, quella comunemente contenuta nei supplementi. Sia l’esposizione ai pesticidi che la carenza di questa sostanza, ricordano gli autori, sono legate ad un aumento del rischio di autismo, e la combinazione di queste circostanze sembra aumentare l’effetto.

Fonte:www.ansa.it

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Rete ematologica, tossicità globale fa impennare tumori

“All’inquinamento del petrolchimico si somma quello agricolo di pesticidi e fertilizzanti”. L’emergenza sanitaria e ambientale a Taranto si arricchisce di un nuovo capitolo dopo i dati diffusi dagli specialisti della Rete ematologica pugliese che hanno incontrato a Martina Franca, nel tarantino, i pazienti ematologici della regione. “Il 30% di malattie ematologiche in più: tanto – è stato spiegato – pesa a Taranto il fattore ambientale. Questa tossicità fa impennare la prevalenza di tumori e malattie del sangue”. L’incontro, promosso da Novartis, è stato realizzato in collaborazione con l’Ail (Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma onlus). “L’esposizione protratta agli erbicidi e ad altri agenti tossici largamente impiegati in agricoltura nella nostra provincia – ha precisato Patrizio Mazza, direttore di Ematologia all’ospedale Moscati di Taranto – ha un impatto estremamente dannoso sulla salute di una popolazione già esposta agli agenti inquinanti dell’industria petrolchimica”.
 “Le mutazioni geniche indotte – continua – sono all’origine del sensibile aumento dei casi di linfomi e delle altre malattie ematologiche, inclusa la mielofibrosi. Già secondo il registro 2006-2010 la prevalenza è più elevata del 30% rispetto alla media nazionale. Ma negli ultimi cinque anni la situazione potrebbe essersi addirittura aggravata”. Nei giorni scorsi lo studio epidemiologico commissionato dalla Regione Puglia aveva evidenziato un aumento della mortalità, rispettivamente, del 4% e del 9%, per esposizioni a polveri sottili (Pm10) e anidride solforosa (So2), e un eccesso di ricoveri per patologie respiratorie tra i bambini residenti nei quartieri Tamburi (+24%) e Paolo VI (+26). Secondo il rapporto “a maggiori livelli produttivi dell’Ilva corrispondono dati di mortalità e di morbilità”. Esattamente un mese fa il sindaco di Taranto Ippazio Stefano mostrò ai giornalisti una bozza di ordinanza di chiusura dell’Ilva, sottolineando di aver scritto al ministro della Salute Beatrice Lorenzin chiedendo risposte immediate dopo la presentazione dei dati epidemiologici. Risposte che non sono ancora arrivate.

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Alterano il sistema ormonale, dannosi per uomini e animali

Dopo mesi di attesa, polemiche e un pressing sempre più elevato anche da parte del Parlamento europeo, la Commissione Ue ha fissato i criteri per identificare i perturbatori endocrini nei pesticidi e biocidi, ovvero quelle sostanze, naturali e chimiche, che possono alterare il funzionamento del sistema ormonale e dunque provocare seri danni alla salute di uomini e animali. Si seguirà un approccio “fortemente scientifico” e si adotterà la definizione che ne dà l’Oms. Bruxelles ha presentato due atti legislativi, che dovranno essere approvati da Consiglio e Parlamento, che elencano “i criteri scientifici che consentiranno una più accurata identificazione delle sostanze chimiche che sono perturbatori endocrini, nei pesticidi e nei biocidi”, si legge in una nota. Oltre ai criteri, la Commissione ha fissato una serie di iniziative per minimizzare l’esposizione ai perturbatori: nel breve termine punteranno su ricerca e cooperazione internazionale, nel medio termine sulla metodologia per i test, e nel lungo termine sulla regolamentazione.

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Abbiamo già parlato, in questo articolo, della correlazione tra diabete e pesticidi. Ora la “Endocrine Society”, l’associazione degli endocrinologi Usa, ha deciso di lanciare un appello e di creare una task force per portare avanti ulteriori studi.

Secondo alcune ricerche l’esposizione continua a sostanze chimiche comunemente presenti nelle plastiche come in centinaia di oggetti quotidiani, sta rovinando la salute dell’uomo, causando patologie come il diabete, ma anche obesità, infertilità, problemi alla tiroide e persino disturbi neurologici.

“Nel 2015 hanno continuato ad aumentare le prove sempre più definitive che sostanze chimiche come i ftalati, il bisfenolo A, la diossina, i pesticidi e così via sono implicati nel danneggiare il sistema endocrino umano e causare una serie di patologie”.

La Endocrine Society si prefigge anche di coinvolgere politici, legislatori e professionisti al fine di minimizzare l’utilizzo di questi prodotti e di sottoporre a test di sicurezza per la salute qualsiasi nuovo composto che arriverà sul mercato.

Il rapporto annuale precisa che “le sostanze chimiche in questione distruggono il sistema endocrino, interferendo con l’attività degli ormoni e alterando la crescita e lo sviluppo delle cellule”.

In particolare, secondo la task-force, e’ sempre più chiaro che l’esposizione anche dei feti ai prodotti chimici puo’ risultare in una tendenza al diabete e all’obesità.

In Italia, sull’argomento non vi è una regolamentazione specifica e non ci sono studi in fase avanzata.

 

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E’ noto da tempo che il diabete è una condizione derivante da una misteriosa commistione di fattore genetici e ambientali. L’esposizione ai pesticidi rientra in questo miscuglio. Secondo studi recenti,  il loro ruolo nella patogenesi del diabete potrebbe essere più pesante di quanto ritenuto finora.

I Persistent Organic Pollutans (POPs) sono un gruppo di sostanze, comprendenti i bifenili policlorinati (PCB) e i pesticidi organoclorurati, non biodegradabili e presenti ovunque nell’ambiente. L’esposizione a interferenti endocrini (come i POP) già in passato è stata collegata al rischio di diabete e alterazioni metaboliche, in studi animali ed epidemiologici; non si conosce invece molto degli effetti derivanti dell’esposizione ai POP nel corso della gravidanza.

Giorgos Ntritsos dell’Università di Ioannina, Ioanna Tzoulaki e Evangelos Evangelou dell’Imperial College di Londra hanno esaminato l’associazione tra i vari tipi di diabete e l’esposizione a pesticidi in 21 studi osservando un campione un totale di 66.714 soggetti (5.066 casi e 61.648 controlli). In quasi tutti gli studi, il grado di esposizione ai pesticidi (clordano, ossiclordano, trans-nonachlor, DDT, DDE dieldrina, eptacloro e HBC) è stato determinato attraverso  il dosaggio di biomarcatori plasmatici o urinari.

Gli autori della metanalisi hanno così evidenziato che l’esposizione a qualunque tipo di pesticida si associa ad un aumento del 61% del rischio di diabete. Nei 12 studi che hanno valutato solo i soggetti con diabete di tipo 2, l’aumento di rischio derivante dall’esposizione è risultato pari al 64%.

“Questa revisione sistematica – commentano gli autori – supporta l’ipotesi che l’esposizione a diversi tipi di pesticidi aumenti il rischio di diabete. L’analisi separata dei singoli pesticidi suggerisce che alcuni diano un contributo maggiore di altri nello sviluppo del diabete”.

Naturalmente, vista la natura di questi dati, la loro interpretazione va fatta con prudenza; per stabilire l’eventuale presenza di un nesso di causalità, gli autori stanno ora svolgendo ulteriori analisi e verificando anche un possibile aumento di rischio di altri esiti, neurologici e tumorali, derivante dall’esposizione ai pesticidi.

L’allarme pesticidi viene anche da un’altra presentazione, riguardante questa volta le donne in gravidanza. Una pesante esposizione a queste sostanze, nelle prime fasi di gravidanza, si associa ad un aumento di 4,4 volte del rischio di diabete gestazionale.

Lo studio su diabete in gravidanza e pesticidi‚ Mother-Child Cohort (“Rhea” cohort), ha esaminato in maniera prospettica un campione di donne in gravidanza e i loro figli nella prefettura di Heraklion (Creta). Le donne residenti in questa zona di Creta, rimaste incinte nel periodo compreso tra febbraio 2007 e febbraio 2008, sono state arruolate nello studio e valutate al momento della prima ecografia, poi al sesto mese di gravidanza, al momento del parto, 9 mesi, 1, 4 e 7 anni dopo la nascita del bambino.

Leda Chatzie e i suoi colleghi dell’Università di Creta hanno determinato, mediante spettrometria di massa, le concentrazioni di diversi PCB, DDE e HCB nel siero materno, durante il primo trimestre di gravidanza. Tutte sono state poi sottoposte a screening per diabete gestazionale (GDM) tra le 24 e le 28 settimane di gravidanza.

Sono state così individuate 68 donne (il 7% del campione) con GDM; gli autori hanno evidenziato che un’esposizione 10 volte maggiore ai PCB si associava ad un aumento di rischio di 4,4 volte di diabete gestazionale. L’esposizione a DDE e HCB prenatale non risultata invece associata in maniera significativa al rischio di GDM.

“Questi risultati – commenta la professoressa Chatzi – suggeriscono che le donne con elevate concentrazioni plasmatiche di PCB nelle prime fasi di gravidanza presentano un rischio molto aumentato di sviluppare diabete gestazionale. Saranno necessari ulteriori studi per confermare il dato e per far luce sui possibili meccanismi sottesi a queste associazioni.
Il diabete gestazionale è in aumento in diversi Paesi del mondo. La nostra osservazione è dunque importante da un punto di vista di salute pubblica poiché individuare i fattori di rischio ambientali può aiutare a invertire questo trend. In futuro cercheremo di comprendere se l’esposizione prenatale ai POP si associ anche ad alterazioni del metabolismo glucidico e allo sviluppo di diabete nella prole in età infantile”.