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Sì di Aifa a immuno-oncologia, 70% pazienti vivo a un anno

Qualcuno l’ha chiamata rivoluzione, qualcun altro tsunami: fatto sta che per la prima volta dopo 40 anni, un anticorpo monoclonale in grado di potenziare il sistema immunitario nella lotta contro il tumore del polmone entra in terapia come ‘farmaco di prima linea’ (e in certi casi anche di seconda linea), dove finora c’era solo la chemioterapia.
Si chiama ‘pembrolizumab’, approvato 18 maggio scorso dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e ora in attesa di essere pubblicato dalla ‘Gazzetta ufficiale’. In particolare, le indicazioni dell’Aifa per utilizzare questo farmaco come primo approccio al paziente con tumore del polmone richiedono che sia un ‘carcinoma polmonare metastatico non a piccole cellule in cui i tumori esprimano alti livelli del recettore PD-L1′.
Quest’ultimo ha la peculiarità di inattivare i linfociti T specifici e così blocca la risposta del sistema immunitario contro il tumore. Il farmaco in questione ha dimostrato di inibire i recettori PD-L1, così che il sistema immunitario possa aggredire il tumore.
“Il melanoma ha rappresentato il modello per l’applicazione di questo approccio innovativo (l’immuno-oncologia, ndr) – spiega Carmine Pinto, Presidente dell’Associazione Nazionale Oncologia medica (Aiom) – che ora si sta estendendo con successo a diversi tipi di tumore, come quello del polmone. Ed è un’arma che si affianca a quelle tradizionali rappresentate da chirurgia, chemioterapia, radioterapia e terapie biologiche. Un passo avanti verso la sconfitta o la cronicizzazione della malattia”.
Lo studio che ha condotto all’approvazione della molecola in prima linea (su oltre 300 persone) ha dimostrato che a un anno il 70% dei pazienti trattati con pembrolizumab è vivo, rispetto a circa il 50% di quelli trattati con chemioterapia. Inoltre sono stai osservati un 40% di riduzione del rischio di morte e un 50% di riduzione del rischio di progressione della malattia ed è risultata triplicata la sopravvivenza libera da progressione della malattia che, a un anno, raggiunge il 48% rispetto al 15% con chemioterapia.
“Pembrolizumab – precisa Filippo De Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia toracica all’IEO di Milano – è l’unico farmaco immuno-oncologico basato sulla definizione di un biomarcatore, PD-L1, che permette di scegliere il trattamento giusto per il paziente giusto. In base al livello di espressione di PD-L1 – spiega – può essere utilizzata l’immuno-oncologia nel modo più efficace. In particolare, il 75% dei pazienti con istotipo squamoso in fase metastatica che oggi in primo livello sono trattati con chemioterapia, potranno trarre importanti benefici dall’immuno-oncologia se risponderanno a certi criteri”.
E’ infatti stato dimostrato infatti che pembrolizumab è più efficace della chemioterapia quando la proteina PD-L1 è espressa a livelli elevati, in misura uguale o superiore al 50% della cellule tumorali.
Ma il nuovo farmaco rappresenta una importante opzione anche in seconda linea, su pazienti cioè che sono già stati trattati con chemioterapia, a condizione che il loro tumore esprima livelli di PD-L1 uguali o superiori all’1%.

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Bene i test in vitro. Obiettivo eradicare recidive e metastasi

Scoperto come colpire il ‘cervello’ del tumore al polmone, ovvero le cellule staminali tumorali che sono le responsabili della sua continua crescita e anche della comparsa di recidive e metastasi, in quanto sono spesso resistenti ai farmaci. Una scoperta, frutto anche della ricerca italiana, confermata da test in vitro e che apre importanti prospettive, con l’obiettivo di arrivare ad eradicare questo tipo di tumore che si conferma uno dei ‘big killer’, con 41mila nuovi casi nel 2016 solo in Italia. Lo studio – che ha svelato un nuovo meccanismo attraverso il quale le staminali dei tumori polmonari si propagano – è pubblicato sulla rivista Oncogene ed è coordinato da Rita Mancini del Dipartimento di Medicina Clinica Molecolare della Sapienza Università di Roma, in collaborazione con varie istituzioni tra cui l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e con il sostegno della Associazione italiana per la ricerca sul cancro Airc. La “potenziale ricaduta terapeutica – afferma Gennaro Ciliberto, direttore scientifico del Regina Elena – è la possibilità di bloccare la crescita delle staminali mediante l’uso di piccole molecole capaci di inibire un enzima, SCD1, importante per la sopravvivenza delle staminali tumorali stesse.

   
Questo è quanto abbiamo verificato nei nostri studi su cellule tumorali in provetta e che stiamo attualmente riproducendo in modelli più complessi di crescita tumorale”. Negli ultimi anni, spiegano i ricercatori, si è sempre più accreditata la visione dei tumori come una popolazione eterogenea di cellule organizzate secondo una precisa gerarchia, alla sommità della quale si trova un sottogruppo di cellule cosiddette staminali tumorali che ne alimenta continuamente la crescita. Numerose sono le evidenze che indicano come queste cellule siano le più resistenti all’azione dei farmaci e pertanto siano responsabili delle metastasi e delle recidive. Colpire i meccanismi che controllano la vitalità delle staminali tumorali è quindi uno degli obiettivi principali, perché questo permetterebbe di eradicare alla base la crescita dei tumori. Attraverso lo studio di staminali tumorali di polmone “isolate direttamente dai versamenti pleurici di alcuni pazienti – spiega Mancini – mettiamo in evidenza come SCD1 agisca attivando le cellule tumorali. In altre parole questo studio rafforza l’importanza di SCD1 come uno dei principali promotori della crescita delle staminali tumorali polmonari. Inoltre abbiamo sufficienti elementi per ritenere che il ruolo chiave di SCD1 si estenda anche alle cellule staminali di altri tipi di tumori”. Inoltre, sottolinea Ciliberto, “la cosa molto interessante è che inibitori di SCD1 sono già disponibili per l’uso nell’uomo.

  Pertanto il prossimo passo – annuncia – potrà essere la possibilità di trasferire questa possibilità terapeutica nei pazienti”. Le altre istituzioni che hanno collaborato allo studio sono l’Istituto Pascale di Napoli, le Università degli Studi Federico II e SUN in Campania, l’Università di Trieste e l’Università di Leicester in Gran Bretagna.

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Ugo Pastorino premiato a Vienna, non abbassare la guardia

Un “pericolosissimo” calo di attenzione sui danni da fumo di sigaretta, registrato negli ultimi anni, sta mettendo oggi a rischio la salute dei più giovani. A mettere in guardia è Ugo Pastorino, direttore della Struttura Complessa di Chirurgia Toracica dell’Istituto nazionale tumori (Int) di Milano, sottolineando come proprio il fumo resti tra i primi fattori di rischio per il cancro al polmone. Un ‘big killer’, che solo in Italia nel 2013 ha provocato oltre 33mila decessi, contro cui, però, oggi ci sono più armi a disposizione, a partire dall’immunoterapia.
I passi avanti della Ricerca contro questa neoplasia sono il tema della 17/ma Conferenza mondiale sul cancro al polmone, apertasi a Vienna e promossa dall’Associazione internazionale per lo studio del tumore ai polmoni (Iaslc), con la partecipazione di oltre 6mila esperti da tutto il mondo. E proprio dinanzi alla platea di specialisti internazionali, Pastorino è stato premiato con il prestigioso riconoscimento ‘Joseph Cullen Award’ alla carriera, assegnatogli per i risultati nella ricerca sulla prevenzione di tale neoplasia con oltre 30 anni di impegno. La parola chiave, dunque, afferma, “è anche ‘prevenzione’, ma rispetto al fumo c’è oggi un pericoloso calo di interesse e attenzione che ne favorisce la diffusione soprattutto tra i ragazzi e le giovani donne. Persiste la considerazione – avverte – che il tabacco renda più capaci e attivi nella vita sociale e lavorativa, e questo concetto va smontato parlando ai giovani con il loro linguaggio”. Basti pensare che smettere di fumare, in qualsiasi momento della vita, ricorda, “riduce del 30-40% il rischio di morire per cancro del polmone e per tutte le altre cause”. Eppure, 7 volte su 10, la prima ‘bionda’ si incontra prestissimo, tra i 15 e i 17 anni ed il 13,8% dei fumatori, secondo dati dell’Istituto superiore di sanità, ha iniziato addirittura prima dei 15 anni. E’ dunque “fondamentale investire di più sulla prevenzione – afferma Pastorino – mentre, sul fronte delle terapie, ci sono importanti passi avanti, a partire dall’immunoterapia che sarà la grande protagonista di questo congresso mondiale”. Tale approccio, che spinge il sistema immunitario a combattere direttamente il cancro, spiega, “apre un’era nuova, perchè dà la possibilità di invertire il rapporto tra tumore ed ‘ospite’, dando all”ospite’ la capacità di difendersi dal cancro anche senza l’utilizzo di farmaci tossici. Inoltre, l’immunoterapia non solo è una nuova arma contro i tumori metastatici, ma apre scenari potenziali importanti anche per la prevenzione del cancro e la diagnosi precoce”. Progressi pure nella messa a punto del test del sangue per la diagnosi precoce del cancro polmonare, in grado di anticipare i risultati della tac spirale, la cui maggiore sperimentazione è in atto all’Int: “Il progetto è stato finanziato dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro Airc per altri due anni, per completare la sperimentazione. Il test è già ‘avanti’ per il polmone ma l’obiettivo – conclude Pastorino – è estenderne l’impiego anche ad altre neoplasia, dal melanoma al cancro alla prostata”.

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Uno studio lo associò al tumore ai polmoni, in Italia uccide 83mila persone anno

‘Il chiodo decisivo sulla bara delle sigarette’, ‘L’arma decisiva per imporre un bando al fumo’, persino l’involontariamente ironico ‘la pistola fumante del legame con i tumori’. Lo studio pubblicato 20 anni fa da Science, il primo a dimostrare i danni prodotti dalle sigarette sulle cellule del polmone, rappresenta una pietra miliare nella storia della lotta al fumo, e a testimoniarlo ci sono anche le espressioni usate dai ricercatori dell’epoca, che finalmente potevano zittire la critica principale fatta dalle industrie del tabacco, cioè appunto che in realtà una prova diretta non era ancora stata trovata.
La ricerca, coordinata da Gerd Pfeifer del Beckman Institute di Duarte, in California, ebbe un grande risalto su tutti i media dell’epoca. I ricercatori dimostrarono che le cellule del polmone esposte al benzopirene, uno dei componenti del fumo, riportano danni a un gene chiamato p53, che ha la funzione di proteggere in generale le cellule dai tumori. I danni osservati in questo caso erano in tre porzioni specifiche del gene, le stesse che risultano danneggiate nelle cellule tumorali. “Questo articolo – fu il commento di John Minna dell’università del Texas, uno degli autori – indica con precisione che le mutazioni viste nel tumore al polmone sono causate dal fumo di sigaretta.
E’ la ‘pistola fumante’ del collegamento”. Fino a quel momento diversi studi avevano legato il fumo ai tumori, ma solo dal punto di vista epidemiologico o con test su animali. Quello pubblicato su Science indicava il benzopirene come ‘la’ sostanza che provocava il tumore al polmone, ma in seguito altri colpevoli furono trovati nei prodotti di combustione del tabacco, e non solo legati a quest’organo. “In realtà le prime prove risalgono a 20 anni prima, quando uno studio epidemiologico fatto sui medici inglesi dimostrò che i fumatori morivano di più di tumore al polmone – spiega Carmine Pinto, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Questa però fu una ricerca importante, che aprì la strada a quelle che dimostrarono che le sigarette sono un fattore cancerogeno anche in diversi altri tipi di tumore. Per quanto riguarda il polmone oggi sappiamo che ci sono farmaci che ci permettono di curarlo, ma la prima terapia, quello peraltro che ha l’impatto minore sulla spesa sanitaria, è la prevenzione”. Nonostante siano passati 20 anni, ricorda la International Association for the Study of Lung Cancer, fra i promotori del mese di sensibilizzazione che si celebra a novembre, ancora oggi il 27% di tutte le morti per cancro è dovuta a questa patologia.
In Italia secondo il ministero della Salute il fumo è la principale causa di morte, provoca dai 70.000 agli 83.000 decessi l’anno e oltre il 25% di questi è compreso tra i 35 ed i 65 anni di età. “Oggi abbiamo dati epidemiologici, clinici e sperimentali che ormai inconfutabilmente hanno provato il nesso causale – sottolinea Pinto -. In altri paesi come gli Usa, dove le campagne sono state più aggressive, il numero di fumatori si è ridotto molto più che da noi. Dobbiamo fare più sforzi diretti soprattutto a non far iniziare i giovani”.

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Realizzato in laboratorio organoide su cui studiare malattie

L’avatar tridimensionale di un polmone, cresciuto in vitro. Una sorta di surrogato di organo umano su cui studiare la malattia di un individuo e testare le terapie più idonee per capire quanto e come sono efficaci. E’ quanto sono riusciti a realizzare in laboratorio i ricercatori dell’Eli and Edythe Broad Center of Regenerative Medicine and Stem Cell Research dell’Università della California di Los Angeles (UCLA). Più precisamente, si tratta dell’organoide di un polmone, che gli studiosi hanno ottenuto rivestendo piccole perline di gel con cellule staminali derivate da polmoni e permettendo quindi loro di auto-assemblarsi in forme che imitano le sacche d’aria presenti nei polmoni umani. Il tessuto così generato in laboratorio, simile a quello polmonare, può essere usato per studiare le malattie dei polmoni, compresa la fibrosi polmonare idiopatica, una malattia cronica e invalidante, dalla prognosi fatale, difficile da studiare con metodi convenzionali. I ricercatori avevano precedentemente realizzato colture bidimensionali delle cellule. Ma quando si prendono le cellule da persone affette da fibrosi polmonare idiopatica e si crescono su di un piano, le cellule appaiono in buona salute. Mentre con un organoide, se le condizioni sono buone, le cellule staminali iniziano a moltiplicarsi e a differenziarsi. E se gli input sono quelli giusti, quelle stesse cellule successivamente si auto-organizzano a formare strutture tridimensionali simili ad un organo vero, come un cervello, un cuore o come in questo caso un polmone. Così quando i ricercatori hanno aggiunto a queste culture 3-D alcuni fattori molecolari di un paziente malato di fibrosi polmonare idiopatica, i polmoni hanno sviluppato cicatrici simili a quelle osservate nei polmoni malati. Grazie ai risultati raggiunti, secondo i ricercatori, in futuro sarà possibile studiare la malattia di un individuo, sperimentare farmaci, e infine testare le terapie più idonee direttamente su questa sorta di ‘avatar’, per capire quanto e come sono efficaci. E solo una volta provato che funzionano somministrarle al paziente.