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La misurazione non invasiva dei livelli di ossigeno nel sangue risulterebbe significativo nella diagnosi del 50% delle cardiopatie neonatali. Questo è quanto dichiarato dai ricercatori della EuropeanPulseOximetry Screening Workgroup. Il test, che prende il nome di pulsiossimetria ed è stato già adottato nella profilassi di controllo neonatale negli ospedali Statunitensi, potrà essere adottato anche nel continente europeo e permetterà di misurare, in maniera non invasiva, il 50% dei parametri cardiaci dei bambini appena nati permettendo di salvare molte vite. Le patologie cardiache alla nascita infatti, interessano 2 casi ogni mille e rappresentano una delle principali cause di morte neonatale.
Lo screening può essere già eseguito a poche ore dal parto e anche diversi studi sperimentali condotti in Italia hanno dimostrato un abbattimento del 15-20% dei casi di mortalità.

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Settimana prevenzione invecchiamento mentale, anche visite gratis

Tenere uno o più animali in casa, pensare in modo ‘flessibile’ e migliorare la qualità del sonno contribuiscono a mantenere una mente allenata e ritardare la comparsa dei problemi di memoria. Sono le indicazioni dell’Associazione per lo sviluppo ed il potenziamento delle abilità mentali (Assomensana) in occasione della X Settimana della prevenzione dell’invecchiamento mentale che si svolge fino al 23 settembre con il patrocinio del ministero della Salute.
In occasione della Settimana, afferma Giuseppe Alfredo Iannoccari, docente alla Statale di Milano e presidente di Assomensana, “l’Associazione metterà a disposizione degli iscritti più di 350 specialisti psicologi, neurologi e geriatri che offriranno una valutazione gratuita per rilevare le condizioni cognitive di ogni soggetto e forniranno consigli utili per ostacolare il decadimento mentale”. In particolare, per quanto riguarda gli animali, uno studio della Ohio State University a Newark, in cui sono stati intervistati 95 donne e 207 uomini, ha rilevato che l’89% aveva già posseduto un animale e il 56% ne possedeva uno al momento dell’intervista.
I motivi erano diversi e dipendevano da diverse variabili, come l’essere da soli o appartenere ad un genere piuttosto che all’altro. Il 22% dei single spiegava che un compagno di questo tipo contribuisce a mantenere attivi e in forma. Il 18% sosteneva che un animale aiutava a non sentirsi soli, mentre il 14% diceva che sono utili ma non sapeva darne una ragione. L’11% trova nell’animale una presenza che aiuta a sopportare i momenti difficili. Insomma, le persone che vivono da sole sembrano cercare nell’animale un conforto emotivo e sociale maggiore di quanti vivevano in coppia. A questi motivi di ordine affettivo, molto importanti soprattutto per affrontare il problema della solitudine nelle persone più anziane, rileva Iannoccari, “si aggiungono anche i benefici derivanti dall’avere un impegno e quindi una serie di faccende da ricordare e svolgere”. Inoltre, conclude, “fondamentali sono anche la qualità del sonno e mantenere la flessibilità cognitiva, ossia la capacità di spostare l’attenzione da una cosa ad un’altra, nel momento giusto, per trarre le conclusioni migliori”.

Fonte:www.ansa.it

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Oltre cinque ore al giorno deleterie anche per chi fa attività

L’adagio che troppa tv fa male vale anche quando si superano i 50 anni, e non solo per i bambini. Lo ribadisce uno studio della George Mason University pubblicato dal Journal of Gerontology, secondo cui gli adulti che guardano più di cinque ore al giorno di tv hanno un rischio molto alto di avere problemi di mobilità negli otto anni successivi.
I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 134mila persone tra i 50 e i 71 anni, verificandone le abitudini sull’esercizio fisico. Tutti i partecipanti erano sani all’inizio dello studio, e sono stati seguiti per circa otto anni. “I partecipanti che guardavano la tv per cinque o più ore al giorno avevano un rischio maggiore del 65% di avere una disabilità motoria al termine dello studio – scrivono gli autori – e questo indipendentemente dal livello totale di attività fisica o di altri fattori di rischio conosciuti per questo tipo di problema”.
Il maggior rischio riguarda tutti i ‘binge watchers’, ma in maniera particolare quelli che hanno un livello di attività fisica molto basso, meno di tre ore a settimana.

Fonte:www.ansa.it

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Studio pubblicato da Scientific Reports

E’ stato identificato un gene che può spiegare perché alcune donne non riescono ad avere figli. Uno studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, ha dimostrato che topi femmine che non avevano il gene chiamato Nlrp2 andavano incontro a problemi come lo sviluppo anomalo della placenta, la perdita dell’embrione prima dell’impianto o, più raramente, prole con problemi nello sviluppo. Al contrario, quando il gene mancava nei topi maschi, non vi era alcuna conseguenza sulla fertilità.

L’infertilità riguarda circa il 15% delle coppie. Le cause sono di diversa natura, come l’età sempre più tardiva in cui si fanno figli, infezioni sessualmente trasmesse e patologie come fibromi uterini o endometriosi. Tuttavia in circa il 10% dei casi gli studiosi non sono in grado di spiegarne il motivo. A individuare un fattore determinante è stato un gruppo di ricercatori del Baylor College of Medicine, in Texas. Hanno visto che quando i topi femmina privi del gene Nlrp2 si accoppiavano, si osservavano tre diversi tipi di risultati: alcune non rimanevano incinta, altre avevano cuccioli nati morti con anomalie ed un terzo gruppo dava alla luce cuccioli più piccoli o più grandi del previsto. “Le donne che portano queste mutazioni sono sane in tutti gli altri aspetti fisici e non sono consapevoli di avere queste caratteristica genetica”, ha detto Sangeetha Mahadevan, autore principale dello studio. Inoltre, quando i ricercatori hanno cercato di far sviluppare ovociti di un topo femmina con mutazione nel gene Nlrp2 in vitro, questi non si sono sviluppati.
   
“La scoperta – prosegue – ha implicazioni per la fecondazione in vitro. E’ importante riconoscere che ci sono donne che non possono essere candidate per questa procedura perché i loro embrioni non sarebbero in grado di crescere in coltura”.

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L’uso di antidepressivi in gravidanza è risultato associato a rischio disturbi del linguaggio nel bambino. Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista JAMA Psychiatry. Gli autori dello studio, condotto da Alan Brown della Columbia University College of Physicians and Surgeons a New York, hanno utilizzato i dati del registro finlandese sulle nascite per il periodo 1996-2010 considerando un campione complessivo di 56.340 bimbi (circa 51% maschi).
I bambini sono stati divisi in tre gruppi: 15.596 erano stati esposti a antidepressivi durante la vita prenatale in quanto le rispettive madri avevano una diagnosi di disturbi depressivi e avevano acquistato antidepressivi in gravidanza; 9.537 nel gruppo dei bambini ‘non-medicati’, ovvero non esposti a antidepressivi perché le rispettive madri – pur avendo una diagnosi in depressione – non avevano acquistato antidepressivi in gravidanza; 31.207 bimbi “non-esposti”, in quanto le rispettive madri non soffrivano di disturbi psichiatrici.
Gli esperti hanno osservato le diagnosi di disturbi del linguaggio (età media del bambino alla diagnosi 4,4 anni); le diagnosi di disturbi scolastici (età media 3,5 anni); diagnosi di disturbi motori (età media della diagnosi 7,7 anni). È emerso che i bambini esposti a antidepressivi nel corso della vita prenatale (le madri avevano acquistato almeno due confezioni di questi farmaci in gravidanza) presentano un rischio di disturbi del linguaggio del 37% maggiore rispetto ai bimbi non medicati (le cui mamme erano depresse ma non hanno preso farmaci in gravidanza) e del 63% maggiore rispetto ai bimbi non esposti ai farmaci (mamme non depresse).
“Abbiamo trovato un aumento significativo del rischio di disturbi del linguaggio tra i figli di madri che avevano acquistato almeno due confezioni di antidepressivi durante la gravidanza rispetto ai figli di madri depresse ma non trattate con antidepressivi in gestazione”, concludono gli autori.

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Tre lotti di GlucaGen© HypoKit, restituire in farmacia

Ritirati a scopo precauzionale tre lotti di GlucaGen© HypoKit, un farmaco per il trattamento di episodi di ipoglicemia grave (basso livello di zucchero nel sangue) in pazienti diabetici in caso di perdita di coscienza e di incapacità di assunzione di una fonte di zucchero. Ad annunciarlo, in una nota, è l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco dopo la notifica di allerta a livello europeo. L’azienda Novo Nordisk A/S aveva segnalato un difetto di qualità: un minimo numero di aghi (lo 0,006% pari a 1 ago ogni 16.666 siringhe) in alcuni lotti sono risultati distaccati dalla siringa contenuta nella confezione. In Italia, i lotti coinvolti sono: FS6X16631/05/2018; FS6X59331/08/2018; FS6Y02531/10/2018.

E’ necessario, quindi, controllare i lotti per verificare se corrispondano a quelli interessati e eventualmente restituire in farmacia il farmaco. L’Aifa precisa che i pazienti riceveranno in cambio un’altra confezione. Eventuali problemi devono essere segnalati al proprio medico, al farmacista o direttamente sul sito dell’Agenzia del farmaco.

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Presenti in almeno 6 pazienti su 10 con questa patologia

I problemi del sonno colpiscono almeno 6 persone su 10 tra coloro che hanno avuto un ictus, possono aumentare il rischio di questa patologia e ostacolare il recupero del paziente. Questa è la conclusione di una nuova revisione di studi pubblicata sulla rivista Neurology, che conferma ampiamente quanto già intuito da precedenti studi.

Al fine di ottenere una migliore comprensione di questa associazione, il team della University Hospital Essen, in Germania, ha condotto una meta-analisi confrontando i risultati di 29 studi che hanno coinvolto complessivamente 2.343 pazienti.

Tutti avevano avuto un ictus ischemico o emorragico, o un attacco ischemico transitorio, spesso definito come un ‘mini ictus’. I ricercatori hanno visto che un qualche disturbo del sonno, come insonnia e apnea ostruttiva, era presente nel 72 per cento dei pazienti con ictus ischemico, nel 63 per cento dei pazienti con ictus emorragico e nel 38 per cento dei pazienti con mini ictus. In particolare questi disturbi erano frequenti prima dell’ictus, aumentandone il rischio, ma persistono anche durante le fasi di recupero e, se non trattati, ne ostacolano la ripresa. Sono state trovate anche prove, pur se in misura minore, che suggeriscono un legame simile con insonnia e sindrome delle gambe senza riposo. “Il sonno ha importanti funzioni di restauro nel cervello”, commenta uno degli autori, Dirk M. Hermann, “perché permette processi di plasticità neuronale, che sono necessari per il recupero”. Per questo, “le persone che hanno avuto un ictus dovrebbero essere monitorate per i disturbi di questo tipo”, cosa che oggi non avviene.