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Psicanalista:”Presenza adulti consente relativizzare pericolo e ridurre ansia”

La violenza del terrorismo, come nell’ultimo attentato a Berlino, può determinare gravi ripercussioni nella psiche adulta, ma a rischio sono anche bambini e adolescenti che vanno ‘protetti’ da immagini shock e informazioni non mediate. A sottolinearlo è Claudia Spadazzi, psicanalista della Società psicoanalitica italiana (Spi). “L’irruzione della violenza terroristica nella quotidianità, in particolare durante i preparativi della festività più importante della cultura occidentale – afferma Spadazzi – ha lo scopo prestabilito di ingenerare paura, dolore, incertezza, sfiducia nelle istituzioni, nel proprio Paese, nella propria cultura”. Le persone direttamente colpite, spiega, “possono subire un trauma grave, che comporta in alcuni casi, un vero e proprio disturbo post-traumatico da stress, in grado di causare sequele che possono perdurare per anni, analoghe ai disturbi di cui soffrono i militari coinvolti in azioni di guerra”.
Ma anche gli spettatori più distanti, e in particolare bambini e adolescenti, avverte Spadazzi, “subiscono la violenza delle informazioni e delle immagini che vengono diffuse dai media”. Da qui i consigli dell’esperta: “I bambini andrebbero protetti innanzitutto riducendo per quanto possibile l’esposizione a immagini crude, di effetti violenti di atti terroristici, come sangue, espressioni di sofferenza, lamenti, morti. Poi andrebbe sempre evitata la visione delle immagini lasciando il bambino o l’adolescente da solo; la presenza dell’adulto consente infatti di relativizzare il pericolo, contenere l’ansia e condividere il dolore che le informazioni suscitano”. Gli eventi, rileva l’esperta, “andrebbero spiegati con calma, aggiungendo che si tratta di episodi rari, rassicurando al contempo sulla fiducia nell’umanità e nel futuro”. Insonnia, incubi, ansia generalizzata, paure non legate a motivazioni contingenti, conclude, “possono essere campanelli di allarme riguardo alla salute psichica sia del bambino sia dell’adulto”.

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Maxi studio su 6500 donne

Circa tre caffè (espresso) al giorno (pari a un consumo di circa 261 milligrammi di caffeina) potrebbero proteggere dalla demenza. E’ quanto suggerisce uno studio pubblicato sulla rivista The Journals of Gerontology, Series A: Biological Sciences and Medical Sciences, che ha visto coinvolte quasi 6.500 donne over-65.

Diretta da Ira Driscoll, professore di psichiatria presso la University of Wisconsin-Milwaukee, la ricerca è unica nel suo genere per la opportunità senza precedenti di analizzare a lungo termine il consumo di caffè e l’incidenza della demenza senile su un campione così ampio di individui.

Già precedenti lavori dimostravano le proprietà del caffè nel potenziare la memoria a lungo termine (ad esempio una ricerca pubblicata su Nature Neuroscience nel 2014). In questo lavoro è stato analizzato il consumo di caffeina (da caffè, tè, bibite come la cola) del campione, la cui salute è stata monitorata per oltre 10 anni nel corso dei quali si è arrivati a quasi 390 nuove diagnosi di demenza.

Rielaborando i dati raccolti, i ricercatori hanno calcolato che – rispetto a chi consuma non più di 64 milligrammi di caffeina al giorno (che grosso modo è pari a un espresso – il cui contenuto in caffeina varia da 47 a 75 mg – o a metà di una caffettiera da due tazzine di moka) – coloro che ne consumano 261 milligrammi al giorno (pari a circa 3 tazzine di espresso o a due tazzine di moka) presentano un rischio di ammalarsi di demenza o di deficit cognitivo ridotto del 36%. Per gli amanti del tè, il contenuto di caffeina ritenuto protettivo, equivale a circa 5 tazze di tè nero (200 ml circa l’una).