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Si chiama MKK6, la proteina che facilita la perdita di peso. È quanto dimostrato da dagli esperimenti pubblicati dal Centro Nazionale per la Ricerca Cardiovascolare “Carlos III” di Madrid. Seppur testato sui topi, dai risultati è emerso che la proteina MKK6 impedisce la conversione del grasso “cattivo” in grasso “buono”; pertanto, piuttosto che accumularsi nel tessuto adiposo, i lipidi vengono smaltiti per produrre calore e mantenere la temperatura corporea catalunyafarm.com.
È ovviamente impossibile che i soggetti obesi dimagriscano attraverso questa via, ma sicuramente la proteina permette di frenare l’ingrassamento e, di conseguenza un calo di peso.

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Scoperto come sia in grado di regolare l’equilibrio sonno veglia

E’ merito, o colpa, di una proteina se la luce tende a svegliarci e il buio tende a farci venire sonno. A indagare in che modo l’alternanza giorno-notte influenzi direttamente la propensione ad addormentarsi, è una nuova ricerca pubblicata nella rivista Neuron.
Precedenti studi hanno identificato negli occhi i fotorecettori che captano l’effetto della luce e li trasformano in segnali elettrici. Ma non era noto come il cervello utilizzasse queste informazioni visive per influenzare il sonno.
Per rispondere a questo quesito, i ricercatori del California Institute of Technology (Caltech) di Pasadena hanno esaminato i pesci zebra, ovvero animali che hanno un pattern di sonno/veglia simile a quello dell’uomo. Questi zebrafish sono stati geneticamente modificati per esprimere una certa proteina, chiamata prokineticin 2 (Prok2). I ricercatori hanno scoperto che i pesciolini che avevano l’espressione Prok2 in eccesso tendevano a dormire durante il giorno e rimanevano svegli durante la notte: ovvero Prok2 può inibire l’effetto di veglia che la luce ha normalmente, così come l’effetto dell’oscurità di indurre il sonno. Inoltre i livelli eccessivi di Prok2 hanno anche aumentato i livelli di galanina, che è un neuropeptide individuato di recente nell’ipotalamo anteriore del cervello e che svolge un ruolo chiave nella regolazione del sonno. Se ulteriori ricerche determineranno che Prok2 si comporta allo stesso modo nel cervello umano, lo studio potrebbe aprire la strada a nuovi farmaci per indurre, a seconda delle esigenze, sonno o veglia.

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Studio italiano su Nature, ostacola la progressione della malattia

Una proteina, la p140Cap, è in grado di limitare la crescita del tumore mammario e di diminuirne le capacità di dare origine a metastasi. Lo ha scoperto uno studio, pubblicato sulla rivista Nature, del Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze della Salute dell’Università di Torino, in collaborazione con la Città della Salute di Torino. Lo studio, coordinato dalla dottoressa Paola Defilippi, identifica il meccanismo con cui la proteina si oppone alla progressione del tumore mammario.
Il tumore mammario colpisce una donna su sette e solo in Italia riguarda ad oggi circa mezzo milione di pazienti. Uno dei sottotipi di tumore mammario, circa il 20% dei casi, è caratterizzato – spiega lo studio pubblicato su Nature – da una eccessiva quantità della proteina ERBB2, anche noto come HER2, causata dall’aumento del numero di copie del gene che la codifica sul cromosoma 17. ERBB2 causa il tumore perché aumenta la proliferazione cellulare in modo non controllato, sostiene la sopravvivenza delle cellule tumorali e favorisce la loro capacità di uscire dal tumore primario, dando origine alle metastasi in altri organi. Per questi motivi è definita “oncogene”.
Lo studio ha individuato e caratterizzato un meccanismo di protezione dagli effetti dannosi dell’oncogene ERBB2. Questo effetto protettivo conferisce alle pazienti una maggiore sopravvivenza ed un minor rischio di metastasi ed è dovuto appunto alla presenza della proteina p140Cap. I risultati indicano che questa proteina è espressa in circa il 50% delle pazienti di tumore ERBB2, individuando un nuovo marcatore predittivo in questa patologia
Inoltre, sperimentalmente con modelli cellulari, sono stati dimostrati alcuni dei meccanismi attraverso cui p140Cap è in grado di limitare la crescita del tumore ERBB2 e di diminuirne le capacità di dare origine a metastasi. Questi dati servono come base di partenza per la messa a punto di nuove terapie per le pazienti che non esprimono la proteina p140Cap e sono soggette a tumori più aggressivi.

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Interferon epsilon si trova in tratto riproduttivo donna

L’organismo della donna produce una sua difesa naturale contro il virus Hiv, ricorrendo ad un’arma che potrà rivoluzionare i trattamenti per combattere il virus dell’Aids. L’arma è una proteina chiamata interferon epsilon che si trova nel tratto riproduttivo femminile e scienziati della Deakin University di Geelong e dell’Hudson Institute of Medical Research di Melbourne hanno scoperto che essa impedisce al virus di replicarsi e di prendere piede.
Gli studiosi guidati dal virologo Johnson Mak della School of Medicine dell’ateneo, la cui ricerca è pubblicata sulla rivista Immunology and Cell Biology, descrivono la tecnica “intelligente e su più fronti” adottata dalla proteina nel difendere l’organismo dal virus. “L’interferon epsilon è un regolatore del sistema immunitario. Fluttua attraverso il ciclo mestruale ed è un meccanismo naturale che l’organismo usa per proteggere la donna da infezioni”, scrive Mak. “Potenziando i suoi livelli naturali permetterà di prevenire la riproduzione dell’Hiv.
La proteina è intelligente perché interferisce con il ciclo vitale dell’Hiv in fasi differenti”. Il virologo spiega che l’interferon epsilon può indurre il sistema immunitario a creare tre diversi ‘posti di blocco’ sul percorso del virus. Le cellule umane sane senza la proteina sono presto sequestrate per diventare fabbriche superattive del virus, permettendogli di moltiplicarsi. E’ diverso invece per le cellule umane protette dalla proteina, che rendono più difficile l’ingresso del virus. E le cellule che vengono penetrate riescono a fermare il virus dal raggiungere il proprio centro.
Se queste due tecniche falliscono, vi è una terza linea di difesa: quando il virus si riproduce, lo fa in versioni difettose, troppo deboli per dominare.
Proteggere le donne dall’infezione da Hiv potrà essere semplice quanto potenziare i livelli della proteina. Tuttavia saranno necessarie ulteriori ricerche per determinare se potrà avere lo stesso effetto sugli uomini. La ricerca potrà inoltre avere implicazioni per limitare la diffusione di altre malattie trasmesse sessualmente, incluso il virus Zika.

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Si chiama SV2C e regola i segnali nel cervello

Nella lotta contro il Morbo di Parkinson, i ricercatori hanno individuato un nuovo bersaglio da prendere di mira. Si tratta di una proteina chiamata SV2C.
La glicoproteina SV2C fa parte di una famiglia di proteine coinvolte nella regolazione del rilascio di neurotrasmettitori nel cervello. Ora, la nuova ricerca, pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), mostra che è in grado di controllare il rilascio di dopamina nel cervello.
Il team di ricercatori della Emory University di Atlanta, negli Usa, infatti, ha generato topi privi della proteina SV2C, evidenziando che in questi animali era presente meno dopamina nel cervello, condizione questa, collegata al manifestarsi della malattia di Parkinson. Inoltre, analizzando il cervello di pazienti deceduti, che presentavano morbo di Parkinson, Alzheimer e altre malattie neurodegenerative, gli scienziati hanno scoperto che la presenza di SV2C risultava alterata solo nel cervello dei parkinsoniani.
“La nostra ricerca rivela una connessione tra SV2C e dopamina e suggerisce che terapie farmacologiche che abbiano come target SV2C potrebbero rivelarsi utili nella malattia di Parkinson o per altri disturbi legati alla dopamina”, commenta Gary W.
Miller, professore associato presso la Rollins School of Public Health dell’Università di Emory e autore senior dello studio.

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Se è basso cresce il rischio di nascita di bimbo sotto peso

La depressione in gravidanza può essere abbastanza comune: secondo alcuni dati solo negli Usa a soffrirne è una donna su sette. Una ‘spia’ importante di questo disturbo, un cosiddetto biomarcatore, può essere il livello di una proteina del cervello, il fattore neutrofico cerebrale (Bdnf), che durante la gestazione cambia, ma se cala in maniera più ripida del normale soprattutto in alcuni momenti specifici può aumentare il rischio. Ai problemi per la mamma possono associarsene anche degli altri, relativi allo sviluppo del bimbo.
Emerge da uno studio dell’Ohio State University Wexner Medical Center, pubblicato su Psychoneuroendocrinology. I ricercatori hanno prelevato campioni di sangue da 139 donne durante e dopo la gravidanza e hanno osservato che i livelli della proteina diminuivano notevolmente dal primo fino al terzo trimestre, e successivamente aumentavano dopo il parto. “Le donne che hanno avuto cali più ripidi nei livelli di questa proteina avevano un rischio maggiore di depressione più in la’ durante la gravidanza e anche di dare alla luce bambini di basso peso alla nascita”spiega Lisa M. Christian, autrice principale della ricerca. Ad esempio, livelli più bassi del normale nel secondo e terzo trimestre predicevano maggiori sintomi depressivi proprio nel terzo trimestre. Secondo i ricercatori, individuato il problema ci sono anche le ‘armi’per agire: gli antidepressivi, che pero’ possono avere effetti collaterali importanti, e soprattutto l’esercizio fisico. “Con l’approvazione del proprio medico – spiega – rimanere fisicamente attive durante la gravidanza può aiutare a mantenere i livelli di Bdnf, con benefici per l’umore e per lo sviluppo del bambino”.

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Scoperto meccanismo protettivo per i polmoni

I bambini che crescono in campagna sono meno suscettibili alle allergie perchè la polvere che respirano stimola una proteina che difende l’organismo. Lo afferma uno studio dell’università belga di Gent presentato al Joint Congress of the British and Dutch Societies for Immunology.
    I ricercatori hanno esposto prima dei topi e poi delle cellule polmonari umane ad una proteina, chiamata Lps, che fa parte della parete cellulare dei batteri tipici della polvere che si trova nelle fattorie. La proteina a sua volta ne stimola un’altra presente nelle cellule, la A20, che è coinvolta nelle comunicazioni tra i polmoni e il sistema immunitario, e che ad alti livelli limita la risposta infiammatoria. Il risultato è stato confermato su circa duemila bambini europei con una mutazione genetica che altera la A20, favorendo le allergie.
    Quelli cresciuti in campagna, spiegano gli autori, avevano comunque l’effetto protettivo. “I tassi di allergie sono in aumento – spiegano gli autori – ma non sappiamo molto sui fattori che predispongono gli individui a questo problema. Il nostro studio ha suggerito un motivo per cui i ragazzi che crescono in campagna sviluppano meno allergie, e i risultati potrebbero essere usati per migliorare i trattamenti attuali”.

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La causa è una proteina che innesca un’infiammazione

Scoperta finalmente la ragione per cui il ciclo mestruale è tanto doloroso per molte donne. A causare la cosiddetta sindrome premestruale sarebbe un’infiammazione acuta innescata da un biomarcatore, la proteina C-reattiva. Lo ha verificato uno studio condotto su 3.300 donne pubblicato sul Journal of Women’s Health.
Lo stesso marcatore in precedenti studi è stato trovato associato ad attacchi di cuore e in generale agli stati infiammatori. Circa l’80% delle donne lamenta sintomi premestruali, come crampi addominali e mal di schiena, disturbi dell’umore, attacchi di fame, gonfiore, dolore al seno. Lo studio ha rilevato che sembrano essere collegati ad alti livelli di questa proteina, non il mal di testa invece.
”I fattori associati ad ognuno dei sintomi premestruali sono complessi – commentano i ricercatori – e indicano che ci sono dei meccanismi diversi a causarli. L’infiammazione può avere un ruolo ‘meccanico’ per molti di loro, anche se servono ulteriori approfondimenti per confermarlo”. La raccomandazione, alle donne, è comunque di evitare comportamenti associati all’infiammazione, e di usare farmaci antinfiammatori per trattare i sintomi.