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Giovane ricercatrice premiata con borsa di studio di 3 anni

Il diabete può danneggiare gravemente le ossa, ma questo processo si può impedire, riducendo così la probabilità di fratture in chi ha la glicemia alta. Indagherà i meccanismi alla base dell’effetto salva-ossa di alcuni farmaci, con l’obiettivo di aiutare i medici a prescrivere la terapia più adatta, una ricerca tutta ‘Made in Italy’ premiata oggi con una borsa di studio promossa dalla Fondazione Lilly nell’ambito del progetto “La Ricerca in Italia: un’Idea per il Futuro”.
 “Le persone con diabete – spiega Ilaria Barchetta, ricercatrice del Centro di Diabetologia dell’Università La Sapienza di Roma vincitrice della borsa di studio – sono ad alto rischio di fratture per gli effetti deleteri esercitati dall’iperglicemia cronica e dallo stress ossidativo sull’osso.
Inoltre in questi pazienti la frattura ha un impatto molto negativo perché un eventuale ricovero scompensa spesso la malattia”. Preservare la salute delle ossa, per loro è quindi molto importante. “Gli studi più recenti – prosegue – hanno mostrato che i pazienti in terapia con gli inibitori della dipeptidil-peptidasi 4 (DPP-4) hanno un miglior stato dell’osso, ma il motivo non è ben chiaro: il mio progetto indagherà la correlazione fra l’uso di questi farmaci e i livelli di vitamina D, che ha potenti effetti di immunomodulazione e i cui livelli sembrano aumentare in corso di trattamento con gli inibitori di DPP-4”. Il progetto, che coinvolgerà circa 200 pazienti, “è stato riconosciuto da un centro d’eccellenza straniero come il migliore tra i 18 presentati da ricercatori under 35 e sarà premiato con 210 mila euro in tre anni”, spiega Stefano Vella, direttore del Dipartimento del farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del board scientifico della Fondazione Lilly.

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Studio Bambino Gesù, cruciale per formazione difese immunitarie

Il latte materno è una ‘coperta’ che protegge il neonato fornendogli dei batteri ‘amici’: l’allattamento nei primi giorni di vita è infatti fondamentale per la costituzione del microbiota e la formazione delle difese immunitarie del neonato. Lo confermano i risultati di uno studio condotto in laboratorio dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, pubblicato sulla rivista Frontiers in Microbiology del gruppo Nature. Circa un chilo e mezzo del nostro peso, spiegano i ricercatori, è dovuto ai microrganismi.
Una presenza ‘ingombrante’, quasi tutta localizzata nell’intestino (il microbiota) e strettamente associata a diverse attività fisiologiche. Questa popolazione di batteri svolge infatti la funzione di ‘centrale biochimica’ dell’intestino, dove trasforma il cibo ingerito, produce energia, regola l’equilibrio delle popolazioni microbiche che fungono da barriera contro gli agenti patogeni.
La ricerca ha dunque disegnato in un modello su topi l’evoluzione del microbiota nei primi giorni di vita, tenendo conto di due variabili: l’allattamento e il patrimonio genetico materno. Per comprendere l’interazione tra questi elementi, i topi appena nati sono stati divisi in gruppi e sono stati nutriti con 3 diverse tipologie di latte: quello delle madri naturali, quello di altre madri adottive, quello privato di immunoglobuline.
È stato così dimostrato che le comunità microbiche dei neonati nutriti con il latte delle proprie madri, contenente immunoglobulina A, sono ricche di lattobacilli, cioè batteri ‘amici’, mentre i batteri patogeni ‘nemici’ sono assenti o scarsamente rappresentati. È la dimostrazione, spiega Lorenza Putignani, responsabile Parassitologia del Bambino Gesù, ”che il latte materno fornisce ai neonati una sorta di coperta di batteri ‘amici’, che funge da barriera contro i batteri patogeni e protegge i piccoli dall’insorgenza di malattie”. Più in generale, conclude, ”siamo riusciti a caratterizzare l’intero profilo delle proteine presenti nel microbiota intestinale, il proteoma, fornendo una sorta di ‘carta d’identità’ dei batteri responsabili delle diverse attività metaboliche”.

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Grazie all’utilizzo diffuso della pillola

L’uso diffuso della pillola ha prodotto un declino considerevole delle “vittime” del cancro dell’ovaio nel corso di 10 anni (dati 2002-2012) a livello globale, specie in Usa e in altri paesi dove le donne hanno iniziato molto presto a utilizzare il contraccettivo orale. Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista Annals of Oncology e diretta da Carlo La Vecchia dell’Università di Milano, insieme a Eva Negri dell’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano. Hanno giocato un ruolo nel declino della mortalità, spiegano gli autori, anche la riduzione dell’uso di terapie ormonali sostitutive in menopausa e il miglioramento delle possibilità di diagnosi precoce del tumore ovarico, che, pur avendo una bassa incidenza (circa 5000 nuovi casi l’anno in Italia), è gravato da elevata mortalità. Gli epidemiologi hanno osservato i trend per i tassi di mortalità dal 2002 al 2012 in tutti i paesi e visto che, ad esempio, in Europa la mortalità per questo cancro si è ridotta mediamente del 10%. E’ passata da un tasso di 5,76 per 100.000 donne nel 2002 a uno di 6,19 nel 2012. Mentre in Usa – dove l’uso della pillola è iniziato prima e in maniera più diffusa – la riduzione è stata del 16% (da un tasso di 5,76 per 100.000 donne nel 2002 a uno di 4,85 nel 2012). Secondo i ricercatori la riduzione dei decessi perdurerà almeno fino al 2020, mediamente del 15% in Usa e del 10% in Europa.

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Bimbi sedentari più a rischio di condizioni come il mal di testa

Uno stile di vita sedentario potrebbe favorire condizioni o patologie dolorose come il mal di testa nei bambini. Lo rivela una ricerca condotta all’Università della Finlandia Orientale nell’ambito dello studio tuttora in corso intitolato ‘Physical Activity and Nutrition in Children (strong>PANIC/strong>) – attività fisica e nutrizione nei bambini’.

Secondo quanto riferito sul Journal of Pain la ricerca ha fin qui riguardato 439 bambini la cui forma fisica è stata valutata dai ricercatori, come pure le loro abitudini (ore quotidiane trascorse davanti a uno schermo, hobby sedentari, attività in movimento e altro).

E’ emerso che maggiore era il tempo trascorso nella sedentarietà dai bambini, maggiore il rischio che i piccoli presentassero una condizione dolorosa, attacchi di mal di testa ad esempio. Analogamente, minore risultava la forma fisica dei piccoli, maggiore la frequenza di condizioni dolorose lamentate.

L’esperienza del dolore in età pediatrica e in adolescenza persiste spesso in età adulta; è importante, quindi, analizzare tutti i fattori che possono contribuire al radicarsi di condizioni dolorose sin da piccoli.