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I risultati della ricerca saranno utili nella lotta ai tumori della pelle

Riprodotta in provetta l’abbronzatura, e non richiede sole, né lampade a raggi Uv: il risultato è stato ottenuto grazie all’applicazione topica di una nuova classe di piccole molecole, capaci di penetrare negli strati profondi della cute attivando gli stessi meccanismi biologici dell’abbronzatura stimolati dai raggi ultravioletti. I risultati dei primi test sono pubblicati su Cell Reports dai ricercatori del Massachusetts General Hospital e del Dana-Farber Cancer Institute di Boston, aprendo così la strada ad una nuova generazione di prodotti per proteggere le pelli più sensibili e prevenire il rischio di tumori come il melanoma.
L’effetto abbronzante di queste nuove molecole è molto differente rispetto a quello ottenuto con le tradizionali creme autoabbronzanti, che colorano lo strato corneo più superficiale della pelle offrendo soltanto un effetto cosmetico, o con gli attivatori di melanina, che accelerano l’abbronzatura.
“L’attivazione della pigmentazione attraverso questa nuova classe di molecole è fisiologicamente identica a quella indotta dai raggi Uv, ma permette di evitare i loro effetti dannosi sul Dna”, spiega il coordinatore dello studio David E. Fisher, dermatologo del Massachusetts General Hospital. “Ora dovremo condurre nuovi studi per valutarne la sicurezza e per capirne meglio il meccanismo d’azione, ma è possibile che portino a nuove soluzioni per proteggere la pelle dai danni degli Uv e dalla formazione dei tumori”.
Le piccole molecole che danno l’abbronzatura artificiale agiscono bloccando degli enzimi che frenano la produzione di melanina. Con un’applicazione topica ripetuta per otto giorni consecutivi, la pelle umana in provetta ha mostrato un’evidente pigmentazione, con la deposizione della variante più scura e protettiva della melanina (chiamata ‘eumelanina’) vicino alla superficie, proprio come accade nelle pelli baciate dal sole.

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Università di Newcastle autorizzata dopo ok authority del 15/12

L’università di Newcastle è da oggi autorizzata ad avviare, per la prima volta in Gran Bretagna, la sperimentazione della controversa tecnica di concepimento comunemente definita dei ‘bambini con tre genitori’. Il permesso à arrivato dall’autorità di controllo del regno, la Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA), la stessa che il 15 dicembre scorso aveva dato l’ok finale all’utilizzo di una procedura che, a quanto affermano i ricercatori coinvolti, mira a evitare la trasmissione di varie malattie rare ereditate per via materna. Il primo parto e’ atteso entro quest’anno.
La tecnica consiste nella sostituzione del Dna contenuto nelle centraline energetiche della cellula (mitocondri) della madre portatrice del ‘difetto’ ereditario con quello di una donna sana: anche se – nel giudizio di alcuni studiosi – e’ tecnicamente improprio parlare di ‘tre genitori’ poiche’ la costituzione genetica del bimbo deriva solo da un papa’ e una mamma. Per Sally Cheshire, presidente dell’Hefta, è un momento “storico”. Ma polemiche e dubbi non mancano.

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Dibattito tra gli esperti, serve un ampio confronto internazionale

Diventa ‘stretto’ il limite che impone ai ricercatori di non spingere oltre 14 giorni lo sviluppo di un embrione umano in provetta: accade dopo che due esperimenti hanno dimostrato la possibilità di coltivare embrioni umani in laboratorio fino al 13/mo giorno di sviluppo, un record mai raggiunto prima.
”Si tratta di un traguardo importantissimo, perché ci può aiutare a capire perché in natura quasi il 90% dei concepimenti va perso proprio nelle prime fasi pre-impianto”, spiega Carlo Alberto Redi, direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dell’Università di Pavia. Riguardo all’idea di spingersi oltre il limite del 14esimo giorno, Redi si dice possibilista: ”io andrei avanti, usando gli embrioni conservati nei freezer che sono già condannati a morte. Piuttosto che buttarli nel lavandino, sarebbe giusto impiegarli per progredire nella conoscenza per il bene comune. In ogni caso, l’opportunità di rivedere le regole va valutata con un’ampia discussione che coinvolga esperti di ogni genere: dai biologi ai medici, dagli esperti di bioetica fino ai filosofi e ai magistrati”.
La revisione della regola dei 14 giorni è giudicata legittima anche in un articolo pubblicato su Nature da tre esperti statunitensi: Insoo Hyun, bioeticista della Case Western Reserve University in Ohio, Amy Wilkerson della Rockefeller University di New York, e Josephine Johnston, direttrice della ricerca presso l’Hastings Center a Garrison, New York. ”Se le circostanze cambiano, è legittimo ricalibrare i limiti”, affermano i tre autori dell’articolo, sottolineando come la revisione delle regole richieda un ampio dibattito a livello internazionale che tenga conto delle necessità della ricerca scientifica così come delle preoccupazioni di tipo etico e morale. I tre esperti invitano il mondo della ricerca a ricoprire un ruolo attivo sulla scena, per informare i cittadini e spiegare l’importanza degli studi sugli embrioni.
Proposta per la prima volta nel 1979 negli Stati Uniti, la regola dei 14 giorni è stata recepita dalle linee guida della Società internazionale per la ricerca sulle staminali: è diventata legge in 12 Paesi del mondo (come Canada, Gran Bretagna e Australia), mentre altri cinque Paesi (tra cui Stati Uniti, Cina e India) l’hanno recepita nelle linee guida scientifiche nazionali.
Questo limite ”è stato scelto in base a ragioni di tipo biologico”, spiega il genetista Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. ”Nei primi 14 giorni di sviluppo nell’embrione abbiamo cellule totipotenti che continuano a dividersi e proliferare – precisa l’esperto – mentre dopo incomincia la differenziazione. Mi pare che questo abbia un senso, e non capisco quali sarebbero le indicazioni per cui andare al di là della fase proliferativa: dove vogliamo andare superando questo limite? Da vecchio medico un po’ romantico quale sono, ritengo che questo continuo abbattimento delle barriere non sia la ricetta per la felicità”.