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Psichiatria, Spinetoli (ASL RM1): Ripartite da gestione complessità

Psichiatria, Spinetoli:”In medicina non esistono sistemi lineari, neanche la radiologia stessa a cui diamo assoluto peso di certezza è leggibile in termini lineari semplici”. Lo stesso vale per la neuropsichiatria infantile che “è complessità a priori, perché lo sviluppo non è un percorso lineare.

Ognuno di noi ha varie capacità, potenzialità, meccanismi neuropsicologici e neurobiologici sottostanti che danno forma a quello che facciamo, ma si organizzano tra loro in modo assolutamente originale e personale”. A riflettere così è Bruno Spinetoli, direttore della Uoc di Tutela della Salute Mentale e Riabilitazione dell’età evolutiva (Tsmree) dell’Asl Roma 1 in merito alla sua partecipazione al congresso dell’Istituto di Ortofonologia (IdO), previsto dal 22 al 25 ottobre a Roma, in occasione dei 50 anni dell’Istituto.

Le riflessioni del neuropsichiatra in questa sede saranno focalizzate sulla ‘mission’ del servizio pubblico e sull’annosa questione della gestione della complessità. “Gestire i disturbi in età evolutiva- riflette- richiede un sistema complesso, conoscenza e applicazione di metodiche, pensieri e organizzazioni che siano il più possibile in grado, non solo, di gestire la complessità ma anche di comprenderla al loro interno”.

In qualità di direttore di una Uoc Spinetoli sa bene che occorre “conoscere la clinica come le norme”

Il mio lavoro, avendo in mente la clinica e stante le norme a disposizione, consiste nell’assicurare ai bambini i Livelli essenziali di assistenza (Lea). Non è semplicissimo- ammette- perché occorre mettere insieme la clinica con i percorsi amministrativi e giuridici. Ed ecco la complessità”.

Il ruolo del clinico, poi, “all’interno di un disturbo dello sviluppo dovrebbe mirare alla personalizzazione assoluta di quello che accade, non solo personalizzando la terapia per il bambino, ma dando anche grandissima attenzione al contesto”. Lo specialista fornisce un esempio per chiarire ciò che intende: “Durante il lockdown avere una casa di 35 mq o di 100 mq ha fatto una grande differenza.

Avere un giardino o non averlo ha fatto la differenza- continua- Conosco famiglie con tre figli aventi tutti disturbi dello sviluppo. Se ho due figli con Adhd dentro una casa molto piccola sarà piuttosto difficile”, statuisce. Ed è proprio qui che sorge il quesito che Spinetoli intende sviscerare in occasione del suo intervento al prossimo congresso IdO: “Su chi è che devo lavorare? Sul sintomo del bambino o sulla resilienza del sistema attorno a lui? Probabilmente-conclude- occorre lavorare su entrambi. Gestire la complessità, questa la mission del servizio pubblico”.

L’intervento di Spinetoli è previsto per giovedì 22 ottobre alle 15 all’interno di una sessione dedicata a ‘La complessità del bambino oggi’.

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Uno spazio in cui poter esprimere la propria creatività con i colori, spezzando la noia e liberando le proprie emotività. All’interno del reparto di psichiatria dell’Ospedale “S. Andrea” di Vercelli da giugno è attivo tutti i giovedì, dalle 14 alle 16:30, un laboratorio di arteterapia rivolto ai pazienti ricoverati. Un laboratorio pensato come uno spazio di libertà a cui può accedere chi lo desidera e che al tempo stesso diviene un luogo in cui medici e infermieri hanno comunque modo di ascoltare i pazienti cogliendone le emotività. Emotività che spesso trovano forma in uno schizzo fatto a matita o in un arcobaleno di colori tinteggiato con la tempera. A condurre questo laboratorio è Silvia Castaldi, educatrice professionale del centro diurno di Borgosesia, esperta in arteterapia. “Questa disciplina all’interno dei centri diurni – spiega la responsabile dell’SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) Silvia Ferraris – è già da tempo consolidata e consente agli ospiti di svilupparla con una certa continuità. La volontà di introdurre questa attività all’interno del reparto nasce dalla consapevolezza che anche nella gestione del paziente più acuto, tale forma espressiva – per quanto praticabile per un tempo inferiore – possa comunque contribuire a favorire una espressione delle proprie emozioni che così non sono più represse e ciò può generare un beneficio per i nostri pazienti”.

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Importante incarico per Michele Travi. La delibera è stata firmata due giorni fa da D’Urso

AREZZO – E’ Michele Travi il nuovo direttore della UOC (Unità Operativa Complessa) di Psichiatria per la provincia di Arezzo. La delibera di conferimento dell’incarico è stata firmata nei giorni scorsi dal direttore generale della Asl Toscana sud est Antonio D’Urso. Travi è infatti risultato primo tra gli idonei nella selezione effettuata da Estar.
Si ricompone così un altro tassello in merito alle nomine dei direttori. Negli ultimi mesi sono stati nominati Ciro Sommella per la Ginecologia, Paolo Conti per la Nefrologia e Marco De Prizio per la Chirurgia.
“Sono consapevole dell’importanza di questa nomina e ben determinato a mantenere e migliorare il Servizio di Salute Mentale di Arezzo, che ha una tradizione di innovazione e attenzione ai problemi della salute mentale –spiega Travi – Mi è chiaro che dobbiamo operare dei cambiamenti in una società in continua evoluzione e con bisogni nuovi e diversi. Sono alla guida di una equipe che si è formata ed è cresciuta negli anni, con cui poter affrontare le nuove sfide. Ringrazio la Direzione Aziendale per la fiducia e per l’opportunità di far crescere il Servizio Pubblico in un campo così delicato ma fondamentale per la salute dei nostri concittadini”.
Travi, classe 1956, si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Brescia, si è specializzato in Psichiatria all’Università di Firenze.Nel 1989 ha iniziato a lavorare nella ex Usl 8 e dal luglio 2018 è responsabile dell’Unità Funzionale Salute Mentale Adulti per la Zona Arezzo/Casentino/Valtiberina. Ha svolto anche attività didattica nelle scuole di formazione per il personale sanitario ed ha numerose pubblicazioni scientifiche.
Con l’occasione l’Azienda, oltre ad augurare un proficuo lavoro a Travi, ringrazia il precedente direttore, Giampiero Cesari, per l’importante contributo dato nei suoi tanti anni di servizio.

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Propaganda ormai solo su web

Ogni azione terroristica può generare un ‘contagio’ dettato dall’emulazione, con le persone più deboli, come può essere un adolescente o una persona che ha già problemi psicologici, pronte a trovare sfogo nella violenza. È il commento di Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Psichiatria, al caso del diciassettenne che in Germania ha fatto tre feriti, per cui secondo l’esperto si possono fare considerazioni che valgono per diversi episodi recenti.

”Un adolescente è uno dei soggetti più vulnerabili – afferma Mencacci – ma più in generale si sta verificando un fenomeno che in psichiatria conosciamo bene e vediamo ad esempio nel campo del suicidio. Persone disadattate, nichiliste sono spinte ad abbracciare una causa così radicale, che garantisce loro il maggior rifiuto possibile del mondo. L’emulazione, il fare un gesto clamoroso che trasforma in martire ed eroe, ci pone anche il problema di quanta amplificazione dare a questi gesti, che a loro volta generano un ‘contagio'”. 

Quello tra problemi psicologici e propaganda è un ‘mix velenosissimo’, sottolinea l’esperto. “La questione è che oggi qualunque persona con tendenze antisociali può ispirarsi a Daesh, improvvisarsi suo adepto. Con l’incitamento ad agire dato dalla propaganda si viene a generare una situazione che assicura la prima pagina, e questo è un mix velenosissimo, mette insieme la condizione di megalomania, la grandiosità, l’esibizionismo a situazioni di violenza estrema. Questo tipo di attacchi fa ancora più paura di quelli più coordinati”. 

È il web, ricorda Mencacci, il principale terreno per la propaganda. “L’emulazione è fortemente sostenuta dalla rete, non passa più per i luoghi collettivi, tutto avviene sul web attraverso questi messaggi di radicalizzazione molto rapida. Nel contempo queste vampate fanno comprendere che c’è una abilità da parte dei reclutatori, che aizzano le azioni che necessitano di organizzazioni meno elaborate, il gesto dell’individuo che si dà un’identità attraverso la rete”. 

Il fenomeno, afferma Mencacci, va contrastato anche lavorando sui problemi psicologici. “Bisogna fare una politica per i giovani – sottolinea – si vede che tanto più alto è il disadattamento tanto più cresce il rischio. Certi messaggi riescono a penetrare per il disadattamento, non c’è nulla di religione, si radicalizzano ma solo per facciata. Serve una politica di opportunità soprattutto per i giovani maschi, in più studi emerge che è in questa categoria che si deve intervenire”.

Psichiatria

Dott. Giuseppe Seminara
Medico Psichiatra, Psicoterapeuta; Responsabile Sanitario C.T.A. Helios di Gravina di Catania; Docente a contratto nel C.d.L. in Tecnica della Riabilitazione Psichiatrica, Unict; Membro già SIPSS e SIRP

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Sessualità e patologia mentale rappresentano, nel loro intersecarsi, un’area in cui scienza e pregiudizio, valori etici e sociali, aspettative individuali e collettive, entrano in una situazione di conflitto apparentemente inconciliabile e, comunque, di difficile risoluzione (Rosso, 1996). Tutto ciò sollecita, fra l’altro, un sottobosco di luoghi comuni e di pregiudizi, rendendo difficile il coinvolgimento aperto ed efficace anche di quelle figure professionali che, in virtù delle loro specifiche competenze, dovrebbero mostrare meno resistenze.
Trattare di quanto si riferisca all’amore, ai sentimenti, alla sessualità, rende sempre necessaria una complessa sintesi fra elementi che attingono alla sfera della spiritualità e della metafisica, a quella della concretezza materica e delle istanze più propriamente biologiche, fino a quelli che più di altri rendono complicato il tema, vale a dire quelle istanze che rappresentano una sorta di territorio mediano fra i primi e che invisibilmente e fortemente legano le altre e due aree: le emozioni, la passione, la forza vivificante che agisce all’interno delle relazioni sentimentali e delle relazioni sessuali. Potrebbe risultare estremamente interessante, all’interno di una condizione di equilibrio delicato e complesso qual è quella della disabilità psichica, aprire uno spazio di riflessione su questa tematica.
La psicopatologia sembra, talvolta, sovvertire le più rassicuranti immagini che culturalmente hanno nutrito la nostra rappresentazione, iconografica e mentale, della sessualità, una rappresentazione quasi incontaminata ed eterea. La quasi diafana bellezza dell’arte in genere e dell’arte classica in particolare. Diventa, però, necessario accettare il fatto che altri elementi possono concorrere a dare una quadro diverso del tema, aspetti più primordiali e forti dei sentimenti amorosi e della passione; sono questi che possono venir fuori, allorché i filtri sociali, i parametri morali, vengono indeboliti da una particolare condizione patologica. E il loro venir fuori non sempre rappresenta un’aberrazione verso la natura, ma solo un’aberrazione verso quei modelli che la cultura, l’antropologia, i percorsi educativi hanno nel tempo costruito. Ecco perché il confronto con le problematiche della sessualità in ambito psicopatologico può indurre resistenze, può mettere in crisi la nostra personale misura della moralità e dell’immoralità.
È più facile, allora, ritirarsi nei più tranquilli terreni del dissenso e del “comune senso del pudore”… senza considerare il non comune senso dello “abnorme psichico”, materia stessa della Psicopatologia (Jaspers, 1964).
Superare questi limiti, per essere all’ascolto del nostro utente e per essergli di aiuto, è il difficile compito che ci attende.
La sessualità in psichiatria si propone, perciò, come ambito di studio di grande interesse e ad alta complessità. Ancora più interessante questa tematica nell’ambito della residenzialità psichiatrica, specie dal momento che l’inserimento di nuovi utenti, giovani con rinnovate prospettive di reinserimento sociale, con bisogni nuovi e diversificati, impone un cambiamento dell’approccio degli operatori e una crescente flessibilità nelle strategie di trattamento. Soprattutto questo rinnovamento dell’utenza ha determinato, già da qualche tempo, la focalizzazione del nostro interesse verso le tematiche della “sessualità”, anche nel suo aspetto dinamico-relazionale, terreno delicato e poco esplorato.
Il contesto comunitario residenziale influenza i “confini” tra normalità e psicopatologia della sessualità e l’operatore può inconsapevolmente essere uno degli elementi strategici di questa influenza o della sua attenuazione. Perciò sono necessarie strategie per mezzo delle quali il sapere induca il saper fare, ma in particolare alla luce del saper essere. All’apprendimento di tipo cognitivo, utile a saper fare, deve unirsi un apprendimento di tipo anche emotivo, che coinvolga la sfera affettiva e che ci permetta di saper essere, mettendo in discussione i nostri personali punti di vista, adeguandoli alla natura del compito ed ai valori che esso propone.
L’operatore di una CTA non può non prendere atto di come la sfera della sessualità possa offrire in ambito psicopatologico degli aspetti fenomenologici e clinici di assoluta peculiarità. Pertanto, non possono essere i pregiudizi e i luoghi comuni, né possono bastare i punti di vista personali, mai offerti al confronto con gli altri, a indicarci le più adeguate modalità di intervento.
Ecco allora che sullo sfondo di tali “confusioni”, dubbi o certezze operative, si è pensato di partire proprio dagli operatori per una ricerca che permettesse di focalizzare i nodi chiave di questa tematica, prevedendo un futuro approfondimento di quanto emergerà ed eventualmente allargando successivamente il campo d’indagine.

Alcuni dati della ricerca
Per questo progetto, si è appositamente allestito un questionario, autosomministrato e anonimo, abbastanza snello e semplice nella sua struttura, lasciando all’operatore la più ampia libertà di partecipare o meno alla ricerca.
Il questionario, composto da 23 item, dopo una prima parte relativa al campione, indagava le nozioni generali possedute in merito alla correlazione fra malattia mentale e sviluppo o influenza della sessualità.
Scopo principale della ricerca è stato quello di individuare un profilo del bisogno formativo e, su questa premessa, costruire progetti futuri. A tal fine gli item conclusivi sono stati lasciati a risposte “aperte”, giusto per consentire una partecipazione attiva e motivata degli operatori, nonché un’apertura verso i bisogni da loro eventualmente espressi.
Inizialmente rivolta ad un campione “potenziale” di 455 operatori (224 maschi e 231 donne) appartenenti a 16 Comunità Terapeutiche siciliane, la partecipazione alla ricerca è stata lasciata alla libera scelta degli operatori; ragion per cui il campione “reale” ha fatto registrare una sensibile contrazione quantitativa. Hanno partecipato all’indagine 295 operatori, sebbene le modalità esecutive garantissero pienamente l’anonimato dei partecipanti.
Gli Ausiliari, consistente categoria professionale, hanno partecipato in percentuale significativamente ridotta rispetto alle altre due categorie; probabilmente questo testimonia un sentimento di esclusione rispetto alle esigenze di formazione e di aggiornamento professionale in un ambito, quello più tecnico e scientifico, che apparentemente (e inadeguatamente) sembra poter esonerare gli ausiliari dal coinvolgimento. In realtà, la formazione del personale in Comunità deve essere un processo che coinvolge tutte le figure professionali, giusto per la natura stessa della struttura “comunitaria” e dal momento che il clima relazionale fra categorie di operatori e fra operatori e utenti impegna tutti ed espone tutti alle stesse difficoltà e alle stesse responsabilità.
Circa l’importanza che la sfera sessuale ha verso il sano sviluppo della persona, il 42,71% degli intervistati hanno attribuito un’importanza pari a quella di altre sfere della vita dell’individuo; il 37,79% la ritengono “molto importante, ma non la più importante”; il 12,20% le assegna invece un’importanza assoluta. Il “poco importante” (3,73%) e “non fondamentale” (2,37%), dati che potevano sembrare solo “di rappresentanza” hanno trovato un seppur minimo, e forse sorprendente, consenso.
Probabilmente questo dato risente di una tradizionale visione parcellare della sfera sessuale. La sessualità investe l’esistenza umana in maniera molto più ampia di quanto non sia riferibile al sesso e all’attività sessuale; influenza le relazioni umane, sia fra persone di sesso diverso che fra persone dello stesso sesso, influenza la dimensione espressiva e relazionale dell’individuo e delle sue competenze sociali (Seminara, 1994). Si evince da ciò l’importanza della formazione e dell’educazione ricevuta sul tema. L’operatore, infatti, si pone di fronte alle problematiche sessuali a partire e non a prescindere da questi elementi formativi ed educativi, nonché dalla propria scala di valori. Occorre, allora, un atteggiamento maturo e consapevole che, senza disperdere i nostri valori personali, ci eviti l’assunzione di impropri atteggiamenti di giudizio “morale”, rispetto a problematiche che meritano sicuramente una valutazione più ampia e specifica, sia per la loro natura intrinseca che per quella riconducibile alla psicopatologia.
Il giudizio sulla correlazione fra malattia mentale e disturbo dello sviluppo sessuale ha forse risentito del fatto che l’operatore di Comunità si confronta quasi esclusivamente con patologie psichiatriche croniche, spesso di una certa gravità; la ricostruzione di una storia del paziente e del suo sviluppo personale diventa quindi terreno su cui conoscenza e supposizioni si possono sovrapporre. Questo determina probabilmente un’eccessiva “estensione” di giudizio, dettata dal dato empirico, che fa ritenere che nel 36,61% la malattia mentale determina “quasi sempre” un disturbo dello sviluppo sessuale; “a volte” per il 46,78% e “sempre” per l’8,47%. Bassissimi i valori del “mai” (3,39%) e del “rare volte” (3,05%).
Anche gli effetti iatrogeni sulla sfera sessuale come, ad esempio, la riduzione del desiderio sessuale da terapia neurolettica (Arvanitis, 1997; Dickson, 1999; Gitlin, 1994; Rowlands, 1995; Rosso, 2000; Sanzovo, 2006) vengono spesso inglobati nel corredo della malattia e non più disgiunti eziologicamente da essa. Eppure, risulta evidente come questo dovrebbe ragionevolmente aprire un altro capitolo di discussione.
Alla domanda se il paziente psichiatrico, secondo l’esperienza professionale dell’operatore, sente la necessità di una vita sessuale regolare, il 18,31% non esita a dare una risposta pienamente affermativa; a questa percentuale si vanno ad aggiungere opinioni “a sfumare”, come il “sì per gran parte dei pazienti” (31,19%), “sì per alcuni pazienti” (41,02%), “sì per pochi pazienti” (4,41%), che rendono estremamente marginale il 2,71% dei “no”. Dati, questi, quasi in contraddizione con quelli relativi alla domanda precedente, che riconoscevano nella malattia mentale uno sviluppo “sempre o quasi sempre” disturbato della sessualità.
Queste apparenti contraddizioni recano in sé i riverberi del contesto lavorativo, un contesto fatto di relazioni protratte nel tempo e di uno scambio umano e di un dialogo che in una comunità non si limita ai setting rigidamente strutturati. Vissuti soggettivi e oggettività, sentimenti e valori personali entrano in gioco, in un dibattito continuo e impegnativo. Il giudizio tecnico e quello “umano”, piuttosto che raggiungere la loro giusta e necessaria sintesi, tendono a smarrire i propri confini e, in casi estremi, possono far smarrire l’individuazione dello spazio all’interno del quale la relazione può e deve diventare “relazione terapeutica”.
A tratti sembra che l’operatore di un contesto psichiatrico per utenti cronici sia “condannato” a muoversi su un terreno instabile, che rende instabile, se non supportato da una solida base formativa, la possibilità di un giudizio sereno e oggettivo.
Questa della sessualità è senza dubbio una delle aree più interessanti da questo punto di vista.
Torna in questo clima di incertezza una serie di risposte che fanno ritenere al 30,85% degli operatori che “spesso” il paziente psichiatrico, comunque, metta in atto delle condotte sessuali disturbate e/o disturbanti; il 46,44% ritiene che questo accada a volte; mentre il 6,10% depone per un categorico “sempre”. Bassi i valori del “raramente” (5,42%) e del “mai” (1,69%).
Ci è sembrato necessario, a questo punto, articolare meglio l’item relativo alla sessualità nei diversi quadri nosografici psichiatrici. Il 51,19% del campione ha sostenuto che a patologie psichiatriche diverse (psicosi, disturbi dell’umore, psicosi epilettiche, disturbi di personalità, ritardo mentale) corrisponde un differente atteggiamento sessuale; per 29,83% questo avviene solo per alcune patologie.
È abbastanza costante la percentuale di soggetti che elude tutte le risposte, all’incirca il 10%, schierandosi per il “non so” o non rispondendo affatto.
Interessante ci sembra il dato riferibile alle diverse manifestazioni della sessualità che l’operatore ritiene di poter individuare nelle differenti patologie. A tal proposito, si è chiesto di indicare per ciascuna patologia presentata una risposta relativa all’eccesso, all’inibizione o alla normalità della sessualità.
Sicuramente meritevole di approfondimento è il dato relativo alle “non risposte”, sia per quanti non hanno risposto totalmente alla domanda (58 operatori, pari al 19,66%), sia per quanti non hanno risposto per i singoli quadri patologici, specialmente per quelle patologie che, verosimilmente, risultano per loro “inconsuete”, ma che oggi sono sempre più rappresentate all’interno dei contesti terapeutico – riabilitativi residenziali (ad es., i disturbi di personalità, le psicosi epilettiche, ecc.). Questo testimonia un’incertezza di base e, soprattutto, è indice di un’area ad alto livello di bisogno formativo specifico.

Alla luce di tanta complessità la sessualità, non tanto come fenomeno della normale esistenza degli individui, ma vista come area problematica, incide “altamente” per il 38,64% degli operatori (l’incidenza è “altissima” secondo il 7,46%) all’interno della Comunità, influenzandone le dinamiche; incidenza “media” viene riconosciuta dal 36,27%; mentre è “bassa” per il 7,12% e “bassissima” per l’1,69%. È interessante notare come ad una sollecitazione a fornire “esempi” di ripercussioni positive e/o negative ben 219 operatori (74,24%) non danno alcuna risposta, contro un 25,76% (76 operatori) che danno le indicazioni di seguito riportate.

È significativo il poter cogliere come il giudizio “positivo” o “negativo” sembra riconducibile a due diversi punti di vista, quello del paziente (elementi positivi) e quello della struttura ospitante (elementi negativi). Certo, conciliare le diverse istanze richiede molte energie, capacità di mettersi in discussione, muoversi su un terreno ad altissima instabilità e non privo di rischi (immagine, responsabilità, etica, ecc.), impegno verso la formazione personale e professionale.
Del resto l’item successivo rende testimonianza di come l’esperienza professionale (24,71%) e personale (18,04%) siano indicate come le principali risorse (e non sempre sufficienti o adeguate) su cui l’operatore ha potuto finora contare, anche se la formazione (17,40%) e l’informazione (11,38%) si collocano subito a seguire, dando speranza verso un diverso atteggiamento futuro. Per il 6,5%, infatti, l’operatore attualmente “non è adeguatamente preparato” a  fronteggiare queste aree problematiche complesse.
Sugli strumenti che possono produrre questo auspicabile miglioramento, il primo posto viene assegnato all’educazione sessuale dei pazienti (23,61%), un tentativo sicuramente lodevole di portare al centro di tutto l’utente, ma con il rischio sommerso di “spostare” sull’utente la responsabilità dell’operatore rispetto alla crescita professionale e alla formazione. All’aggiornamento professionale (19,54%) ed alla formazione personale (19,21%) viene riconosciuto un valore medio. Norme istituzionali specifiche vengono invocate dal 9,12% degli operatori, una sorta di linee-guida rispetto alle responsabilità anche giuridiche, data la delicatezza dell’argomento.
A conclusione del questionario si è voluto proporre una domanda “aperta”, libera alla personale opinione dell’operatore, sulle eventuali proposte di discussione e di gestione delle problematiche trattate.
Ancora una volta, verosimilmente, la mancanza di una griglia di risposte preordinate ha determinato un “silenzio”, forse riconducibile al timore di avanzare osservazioni inappropriate, testimoniando così il personale sentimento di inadeguatezza rispetto all’argomento. 250 operatori (84,75%), non hanno risposto, a fronte di soli 45 (15,25%), che hanno indicato le seguenti aree da approfondire (relazione utente-operatore, formazione, educazione sessuale dei pazienti a cura di sessuologi, linee-guida, confronto fra operatori… fino a “smitizzare il sesso”, “qualsiasi… purché se ne parli!” e “inutile la formazione degli operatori”). Opinioni diverse che hanno tracciato una linea che scivola dal coinvolgimento attivo verso una sorta di rassegnazione, ma che paradossalmente trova una speranza in un’ultima, singolare, risposta; uno degli operatori, infatti, quasi obbedendo al primo assioma della comunicazione (non si può non comunicare), scrive: “non voglio dare suggerimenti!”.

Conclusione
Questa iniziativa ha voluto rappresentare un momento di apertura su argomenti che, inspiegabilmente, vengono spesso scotomizzati ed elusi, pur nella consapevolezza che la dimensione esistenziale di ogni individuo non può trascurare alcuna parte della sua capacità di essere in relazione con l’altro, nella dimensione sociale, affettiva, intima.
Lontana dal voler esser una risposta esaustiva a tanta complessità e alle tante domande possibili, la ricerca vuole tracciare un percorso sul quale costruire ipotesi di lavoro future inerenti la formazione dell’operatore, l’incremento della capacità di accoglimento e di gestione di queste problematiche nell’ambito delle strutture residenziali.
È auspicabile che i dati rilevati, qui necessariamente sintetizzati, possano servire a focalizzare le aree e gli argomenti suscettibili di utile approfondimento in sede di ulteriori iniziative scientifico-culturali, contribuendo ad incoraggiare nelle strutture residenziali l’attivo coinvolgimento degli operatori, premessa necessaria per una reale possibilità di cambiamento e crescita personale e professionale.
Il lavoro svolto, soprattutto in un momento storico che assegna alla riabilitazione psichiatrica nuove responsabilità verso la “persona” e non solo verso il “paziente”, si pone l’obiettivo di incentivare discussioni e riflessioni, che possano dare a tutte le parti coinvolte delle risposte accettabili e consone alle varie aspettative di ognuno. In tal senso, occorrerà che gli operatori, superando i limiti di una conservazione eccessiva della propria omeostasi, incrementino la capacità di mettersi in discussione, entrando in un circuito virtuoso di crescita professionale e personale.

Un ringraziamento alle Comunità Terapeutiche (C.T.A.) che hanno contribuito alla raccolta dei dati:
Adelina (Villarosa, EN), Cappuccini (Vizzini, CT), Cenacolo Cristo Re (Biancavilla, CT), Fauni (Castelbuono, PA), Helios (Gravina di Catania, CT), J.F. Kennedy (Adrano, CT), La Grazia (Caltagirone, CT), Major (Mascalucia, CT), Oasi Regina Pacis (Motta Sant’Anastasia, CT), San Paolo (Militello Val di Catania, CT), Sant’Antonio (Piazza Armerina, EN), Villa Chiara (Mascalucia, CT), Villa Elce (Brucoli, SR), Villa Erminia (Pedara, CT), Villa Sant’Antonio (Aci Sant’Antonio, CT), Villa Verde (Catania)

Bibliografia

Arvanitis, L.A., Goldstein, G.M. (1997). Atipical profile of quetiapine is supported by its lack of sustained elevation of plasma prolactin concentration. Presented at the APA Annual Meeting, May 17-22, 1997; San Diego, California.
Dickson, R. A., Blazer, W.M. (1999). Neuroleptic induced hyperprolactinemia. Schizophr. Res., 35: S75-S86.
Sanzovo, S., Prior, M., Bianchin, G.I., Rosso, C., Furlan, P.M. (2006). Disturbi Sessuali in pazienti schizofrenici durante il trattamento con Aloperidolo e Quietapina. Minerva Psichiatrica, 47: 249 – 253, 2006.
Gitlin, M.J. (1994). Psychotropic medications and their effects on sexual function: Diagnosis, biology and treatment approaches. J. Clin. Psychiatry, 55: 406-413.
Jaspers, K. (1964). Psicopatologia generale, Ed. Il pensiero scientifico, Roma.
Rosso, C., Furlan, P.M. (1996). Le Dimensioni della Sessualità in Psichiatria. Journal of Sexological Sciences, Vol. 9, n° 3, 7-18, 1996.
Rowlands, P. (1995). Schizophrenia and sexuality. Sexual Marital Therapy. 56, 137-141.
Seminara, G., et al., (1994). Sessualità e gravidanza nell’adolescente. Indagine psicosociale nell’ambito della U.S.L. 32 di Adrano. Ed. Aesse, S.M. di Licodia (CT).

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E’ in preoccupante aumento il numero di prescrizioni per antipsicotici a persone anziane. Ma ancora più preoccupante è il fatto che queste ultime aumentano con l’età, inoltre, in tre casi su quattro la prescrizione non fa seguito a una diagnosi di disturbo mentale, e anche quando questo è il caso, si tratta nella metà dei casi di una demenza.

Questo fosco quadro è stato dipinto dal ricercatore Mark Olfson della Columbia University che ha pubblicato i risultati della sua ricerca sul Journal of Clinical Psychiatry.

La ricerca Usa ha analizzato le prescrizioni per antipsicotici dal 2006 al 2010 e visto che tra gli anziani che hanno usato questi farmaci, circa la metà li ha presi per un numero eccessivo di giorni l’anno (oltre 120 gg) e che in oltre tre casi su tre il motivo della prescrizione non è un disturbo di tipo psichiatrico, con rischio dunque di inappropriatezza.

Inoltre è emerso che le prescrizioni raddoppiano nella fascia di età 80-84 anni rispetto ad anziani di 65-69 anni.

La tendenza, purtroppo, non è solo americana, ma coinvolge la maggior parte dei paesi industrializzati.

“Il problema esiste anche in Italia – spiega Ferdinando Pellegrino, psichiatra della Asl di Salerno – il fatto è che questi farmaci sono prescritti soprattutto a pazienti con Parkinson o con demenza (Alzheimer e altre forme di demenza) per trattare alterazioni comportamentali o per delirio o allucinazioni o stati di agitazione psicomotoria (complicanze tipiche di queste malattie). Bisogna agire con molta cautela su pazienti di questo tipo – precisa lo psichiatra – già di per sé fragili e che, per di più, data l’età prendono molti altri farmaci (da antipertensivi a pompe protoniche etc) che possono dare effetti collaterali non da ultime anche proprio delle problematiche di tipo psichiatrico”.

In questo ambito prescrittivo, spiega Pellegrino, conta molto l’abilità del clinico nel fare diagnosi precisa e poi in rapporto al sintomo scegliere il farmaco e fare un monitoraggio costante dell’efficacia delle terapie, anche perché la risposta negli anziani può essere anche paradossa (ovvero accentuare il problema invece che risolverlo)”.

“Il problema di inappropriatezza prescrittiva – aggiunge Pellegrino – è soprattutto legata alle politerapie e quindi va attuata un’attenta politica di de-prescrizione (deprescribing), volta a rendere le prescrizioni più appropriate, riducendo il numero dei farmaci non fondamentali, e comunque a curare il paziente con il minor numero di farmaci possibile”.