Psicologia

Dr. Vittorio Catalano, Attività indipendente nell’ ambito della psicologia clinica ad approccio analitico, delle neuroscienze, del coaching psicologico ed in ambito psicoeducazionale, focalizzati sulla cura, la prevenzione, e la promozione della salute psicosociale, Cagliari
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Nella normalità dettata in parte dagli stereotipi sociali sul nostro sistema interazionale e sensoriale, è abitudine, classificare gli eventi descrivendoli con ricchezza di particolari ed omissioni. Il cervello infatti sceglie quasi automaticamente quali stimoli o situazioni rappresentare, sfocando l’attenzione sul resto del quadro. Questo avviene attraverso l’elaborazione di tutte le esperienze vissute e delle attribuzioni valoriali, ed è utilizzato anche per allertare e prevenire disagio e pericoli. Un esempio esaustivo di questo funzionamento sono le fobie, l’ansia anticipatoria o da prestazione. In questi casi non c’é pericolo e non ci sarà, ma bastano, solo un insieme di stimolazioni che riattivano memorie di pericolo, ad attivare tutta una serie di risposte fisiologiche, che inducono a reagire come se il pericolo fosse reale. L’aumento del battito cardiaco e della pressione arteriosa, servono, infatti, per pompare più sangue, cioè, per dare maggiore energia al nostro corpo, e per portarlo soprattutto ai muscoli e al cervello. Quest’ultimo, dovrà essere ben irrorato di sangue e ossigeno, che arriva dall’aumento della frequenza respiratoria, necessaria per poter prendere la giusta decisione velocemente; i muscoli si tendono per essere più vigorosi e pronti ad un eventuale scontro fisico o alla fuga; la sudorazione aumenta per rinfrescare il corpo e renderlo più scivoloso, quindi meno afferrabile; la vescica ha bisogno di essere svuotata, per rendere l’organismo il più leggero possibile; rallenta la nostra funzione digerente (nausea), per concentrare tutte le energie del corpo dove servono maggiormente. Ognuno dei sintomi dell’ansia, che tanto ci fanno stare male, ha un significato e un valore ben preciso, non solo non dannoso per l’essere umano, ma, utile ed indispensabile alla sua sopravvivenza. Questa modificazione psicofisiologica, può essere a seconda della quantità dell’energia impiegata, negativa o positiva, con diverse sfumature: a seconda dal grado di aerousal-attivazione, possiamo avere risposte, che vanno dallo stato del coma, ad un picco di ansia estremamente positiva che permette una migliore organizzazione intrapsichica e un elevato livello di energia fisica, fino ai disturbi da ansia generalizzata, al panico e al trauma. Inoltre, è stato dimostrato che lo stesso grado abbastanza elevato di tensione ansiosa, unito ad un alto punteggio di vigore-attività, produce uno stato di attivazione facilitante in individui che devono svolgere un compito, mentre se un alto punteggio di tensione ansiosa, si accompagna ad un basso livello di vigore-attività, lo stato di attivazione risulta paralizzante.
Diversi studi hanno dimostrato come una preparazione mirata a un evento stressante protegge gli individui dagli effetti dello stress, riduce l’insicurezza, aumenta il senso di controllo e induce risposte automatiche di reazione all’ evento stressante. I ricercatori analizzando le manovre di salvataggio di piloti addestrati al salvataggio simulato, hanno osservato che in situazioni reali, i piloti praticavano manovre differenti da quelle provate nel training, descrivendole come utili. Hytten(1989) ritiene che gli addestramenti abbiano avuto l’effetto di incrementare la tranquillità e la positività negli equipaggi. Lo stato di attivazione che chiamiamo tensione ansiosa, in condizioni normali, è uno stato di attivazione di carica psicologica e organica, che ci consente di affrontare i problemi e di risolverli, ed è una tensione positiva e creativa, alla base dell’intelligenza. Gli eventi ambientali possono produrre pero’, stressor reiterati o cronici che per gli esseri umani non sono sostenibili. Lo stress cronico, determina uno sviluppo eccessivo, delle regioni del cervello coinvolte nelle risposte di ansia e di paura (amigdala), e, uno contemporaneo ipo-sviluppo di connessioni neurali in altre regioni cerebrali. Esperimenti condotti tipicamente su cavie, hanno dimostrato l’esistenza di una correlazione tra particolari tipi di stress precoce, e alcune disfunzioni del sistema endocrino, in particolare sull’asse HPA (ipotalamico-pituitario-adrenalinico), implicato nella regolazione del funzionamento delle ghiandole endocrine e degli ormoni dello stress (tra i quali corticotropina e glucocorticoidi). Il prof. Grigori Enikolopov in un esperimento che voleva indagare gli effetti di episodi di stress sociale in adolescenza, è riuscito ad evidenziare come un evento cronico induceva nei topi giovani un atteggiamento che i neurobiologi hanno definito di “sconfitta sociale”,che correlava con alti livelli di ansia, una diminuzione dell’interazione sociale, e dell’abilità di comunicare con altri animali giovani. Inoltre si osservava anche una minore crescita di cellule nervose (neurogenesi) in una porzione dell’ippocampo conosciuta per il suo coinvolgimento nella depressione: la zona subgranulare del giro dentato.

La Neuroplasticità

Si riteneva fino a poco tempo che il cervello umano, che consiste di circa 100 miliardi di cellule neurali, non potesse generarne nuove (neurogenesi). Il vecchio modello presumeva che ognuno di noi nascesse con un numero finito di cellule neurali alla cui morte non seguiva rigenerazione. Invece, é stato dimostrato che alcune aree del cervello possono generare cellule nuove. Inoltre si credeva che il cervello umano avesse piccole capacità per sviluppare nuovi percorsi neuronali. Questa vecchia teoria pensava che la nostra capacità di rigenerazione neuronale rallentasse bruscamente intorno all’età di 20anni, e si fermasse intorno all’età di 40. I nuovi studi hanno dimostrato attraverso l’uso del PET, e la tecnologia di scansione del cervello MRI, che le nuove cellule neuronali sono generate durante tutta la vita, così come i nuovi percorsi neuronali. Anche gli anziani sono in grado di creare cambiamenti misurabili nella organizzazione del cervello. Questi cambiamenti non sono sempre facili, ma può accadere attraverso la focalizzazione concertata su un’area difetto. Gli studi nel campo della neurobiologia della memoria, condotti nella prima metà del 20° secolo, hanno dimostrato che l’apprendimento o anche semplicemente incontrare qualcosa di nuovo innesca una serie di cambiamenti molecolari nei neuroni e in alcuni geni, che gli scienziati chiamano geni precoci immediati (IEGs), attivati per produrre trasformazioni a lungo termine nel cervello. Un gruppo di neurobiologi Russi e Americani, tra cui Dmitry Smagin, Tatyana Michurina, e Grigori Enikolopov (MIPT), hanno dimostrato sperimentalmente che l’aggressione ha un’influenza sulla produzione di nuove cellule nervose nel cervello. Confrontare l’attività dell’amigdala e dell’ippocampo, ha permesso agli scienziati russi, attraverso il monitoraggio della proteina codificata c-fos, tramite dei prelievi dalle cavie, di tracciare l’influenza dell’aggressione, su due strutture chiave contemporaneamente. La letteratura aveva già suggerito che nei topi aggressivi e socialmente attivi, vengono prodotti nuovi neuroni nell’ippocampo e che in gruppi di topi appositamente allevati con maggiore aggressività, il livello di neurogenesi è superiore, rispetto ai topi selezionati sulla base di aggressività ridotta.

Psicologia

Dott.ssa Claudia Beccarini, Psicologa, psicoterapeuta, formatrice. Libera professionista – Roma

Dr. Marco Guidi,
Psicologo clinico, formatore e consulente esperto di ricerca-intervento – Roma

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Lo scopo del presente articolo è duplice: a) illustrare un metodo di intervento psicologico volto al trattamento dei disturbi riguardanti la sfera sessuale e b) sostenerne l’utilità nell’ambito dellacollaborazione interprofessionale fra medici e psicologi.

La riflessione che segue è il frutto di un progetto che gli autori hanno avviato a partire dal comune interesse a esplorare le richieste di consultazione psicologica concernenti la sessualità, in particolare ricevute da parte di uomini.

Nel corso della nostra attività clinica, non raramente ci capita di osservare come le richieste di consultazione riguardanti problematiche sessuali siano precedute da richieste rivolte a professionisti di altra natura (ad es., imedici di base, ma anche, naturalmente, urologi,andrologi, endocrinologi). E,molto spesso, appare chiaro come la richiesta di consultazione psicologicasi arrivi a esprimere non tanto e non solo perché le persone pensano alla psicologia come a uno strumento realmente efficace per risolvere il proprio problema[1].Più sovente queste si sentono quasicostrettea farlo per via del fatto che non sono riuscitea risolvere il problema altrimenti o comunque a risolverlo in manierapienamente soddisfacenterispetto alle proprie attese,oppure ancora perché ilmedicoleha esortatea consultare uno psicologo per trattare delle questioni palesatesicome di natura più squisitamente psicologica o relazionale.In tutti i casi, siamo di fronte alla situazione paradossale che una collegaironicamente sintetizzava come il “paradigma di Agatha Christie”:la scrittrice, si sa, faceva spesso dire ai protagonisti dei suoi gialli come,una volta escluse tutte le altre possibili cause, per risolvere il mistero sidovesse per forza far riferimento a delle cause psicologiche.

Di fronte alla domanda di intervento sui disturbi sessuali si assiste, quindi, a una marginalizzazione della psicologia quale prassi di intervento, che la porta a collocarsi su un gradino subito prima del “se non funziona neanche questo, allora non resta che andare a Lourdes”, come recitava il vecchio adagio.Rimaniamo peraltroconvinti che la marginalità della psicologia non siaun evento sfortunato; semmai costituisce un’opportunitàdi sviluppo per la nostra professione, in quanto ci forza a concepire metodi opportuni per trattare le problematiche concernenti certearee di domanda, e soprattutto ad analizzare i modi con cui tali aree di domanda si costruiscono.E la sfera della sessualità costituisce un’area di domande cheancora oggi faticanoad arrivare alla psicologia[2].

La riflessione ora fatta ci ha portato, da due anni a questa parte, a implicarci nella costruzione di un progetto riguardante lo sviluppo di una rete di relazioniprofessionalicon andrologi e urologi che si sono mostratiinteressati a lavorare con noi in rapporto alle istanze problematiche concernenti la relazione coi loro pazienti(es. situazioni recidivanti, resistenze ai trattamenti proposti, problematiche sul piano delle relazioni ecc.).

L’idea progettualein questione muove dadue considerazionidi fondo.

  1. Da un lato consideriamo che qualsiasi richiesta di intervento rivolta a un professionista non possache prendere le mosse dal riconoscimento di una qualche esigenza da parte di colui chela rivolge o di altre persone che siano con lui in rapporto. La richiesta di consulenza è sempre, per definizione, mediata dai significati che le vengono attribuiti.

È chiaro che tale considerazione non si riflette allo stesso modo nella pratica di medici e psicologi.

Per il professionista di area medica, i significati proposti dal paziente sono da intendersi come il modo attraverso il quale egli viene informato sull’area problematica che più o meno esplicitamente gli viene segnalata. Mediante i suoi modelli di riferimento e un’opportuna anamnesiil medico definirà un piano di cura pertinente alla problematica presentatagli. Non è necessarioche chi esplicita il problema coincida con chi vive il problema perché egli possa pensare un intervento.

Per esemplificare tale situazione, pensiamo a un uomo che si rivolga all’andrologo su insistenza della compagna, la quale lamenti insoddisfazione per rapporti sessuali che“si concludono troppo precocemente”. Attraverso la consultazione l’uomo in questione cercherà di capire se effettivamente egli abbia un problema, oppure se sia la compagna ad esseretroppo esigente nei suoi confronti.

Il medico, posto di fronte a questa situazione, potrà informarsi sulla durata dei loro rapporti e comprendere, sulla base delle conoscenze a sua disposizione, se sia il caso di intervenire in qualche modo, senza che necessariamente a porgli la richiesta sia la persona che “avverte il problema”.

Per il professionista di area psicologica, invece, quei significati non hanno senso in sé, ma necessitano di essere interpretati alla luce della richiesta avanzata dal consultante. In altre parole, chi avanza la richiesta è, per lo psicologo, colui che in qualche modo sta significando come utile per sé l’intervento psicologico.

Pensando alla situazione clinica prima riferita, immaginiamo che la stessa sia adesso rivolta a uno psicologo. In questo caso, invece che ragionare sull’appropriatezza della durata dell’attività sessuale, il professionista potrà cominciare apensare che l’uomo stia provando, mediante la sua richiesta di consultazione,a cercarein luiun alleatocon il cui supporto mettere a tacere una compagnaavvertita come persecutoria nel suopretendere maggiore prestanza nella relazione sessuale. E la richiesta di consultazione, in tal caso, assumerebbe per l’uomo laformadi una fantasia di potere (ad es., allearsi con un professionista percepito competente)con cui indebolire le richieste della compagna, vissuta come colei che mette in discussione le sue capacità amatorie.

  1. Nel campo dei disturbi a carico della sfera sessuale, la richiesta alla psicologia è spesso preceduta da tentate soluzioni di auto-guarigione e/o dalla richiesta di intervento rivolta ad altri professionisti nell’ambito della salute. La richiesta che lo psicologo riceve ha spesso a che fare con una situazione che non solo riguarda problemi a carico della sfera sessuale, ma anche l’inefficacia delle soluzioni finora tentate o l’insoddisfazione per le cure e i trattamenti ricevutiin precedenza per risolvere tali problemi.A fianco del vissuto di inadeguatezza o magari paura, sconforto e anche angoscia rispetto a un problema, si va ad aggiungere il senso di fallimento, di impotenza e forse anche di disperazione per quel trattamento risultato inefficace. Aiutare le persone a comprendere le emozioni vissute in relazione ai problemi di natura sessuale che lamentano è, dal nostro punto di vista, l’intervento più rilevante che uno psicologo può proporre a chi si rivolge a lui. Questa è un’operazione importante e complessa, che si fonda a partire dall’analisi della modalità con cui la persona organizza la sua stessa richiesta,che, nella nostra ipotesi di lavoro, assume un elevato valore pragmatico per lo sviluppo della consulenza[3].

A nostro parere, la psicologia non è semprecapace di esplorarele richieste che riceve nei termini dei significati emozionali che tali richieste fanno emergere, maanzi spesso si limita a riconoscere e trattarele stesse richieste in chiave tecnica… della serie: “a domanda risponde”[4].

Pensando, invece, dal vertice di un modello teorico di natura psicodinamica e semiotica insieme (Salvatore&Freda, 2011), che le richieste che lo psicologo riceve siano sempre definite e influenzate dalle interazioni che chi le esprime ha con altri per lui significativi (fra cui, non ultimi, i medici e gli specialisti che spesso ha incontrato prima di rivolgersi a uno psicologo e dai quali ha magari ricevuto indicazione di contattarci), riteniamo che nel caso dell’intervento psicologico si debba costruire un sistema di relazione e intervento che fa dell’analisi delle esigenze della persona il suo focus principale. Pensiamo, cioè, che sia pur in un processo di faticosa costruzione di modelli di lettura delle domande ricevute, la psicologia possa trovare la sua cifra nell’attivare una funzione riflessiva sulle narrazioni proposte dai propri clienti e sulle emozioni a esse connesse. E questoperché il suo scopo precipuo è in definitiva quello di promuovere e far attivare, presso gli stessi clienti, una specifica capacità di pensare su quelleche sono le criticitàda loro vissute; capacità che possa a sua volta comportare uno sviluppo della problematica sperimentata e avviare un processo di trasformazione coerente con le loro attese. L’ipotesi di fondo, non certo esclusivo appannaggio della psicologia, ma diffusa in molte discipline scientifiche (sociologia, linguistica, management…), è evidentemente quella che sottolinea come sia il pensiero a orientare il comportamento umano.

Il nostro modello si propone, al ricevere di una richiesta di consultazione,di mettere in evidenza e sollecitare una funzione riflessiva non solo sull’oggetto sintomatico o problematico che la persona esprime nella consultazione, ma anche su quelle che si evidenziano essere le fantasie di rapporto con lo psicologo e la psicologia, ossia le attese che quella personaha maturato circa il modo con cui la psicologia può essergli utile per risolvere il problema concernente l’area sessuale.

Vediamo adesso di approfondire la questione ora posta a partire da una richiesta di consultazione ricevuta da uno di noi.

 

Il caso di Luigi

Luigi (40 anni) arriva in consultazione inviato da un andrologo che,per telefono,descrive il paziente come disturbato da frequenti “defaillance edepisodi di insuccesso sessuale”, con l’accenno anche auna compagnadescritta come “molto esuberante e invadente”.

Nel corso del primo colloquio,Luigi racconta delsuo problemadi perdita dell’erezione – che abitualmente si presenta subito dopo aver iniziato la penetrazione –e dell’impossibilità di recuperarla in seguito a successiva stimolazione. Il problema è dunque tale da impedire rapporti completi.Al momento, i casi di successo nel rapporto sessuale sono sporadici.

La principale promotrice della decisione di rivolgersi a uno psicologo sembra essere Cinzia, la fidanzata di Luigi,che vive con angoscia il protrarsi della situazione problematica, specialmente perché il suo desiderio esplicito sarebbe quello di fare famiglia.

A seguito del fallimento dell’ultima cura a base di testosterone, che ha portato Luigi a un peggioramento del sintomo,il paziente ha sviluppato una forte ansia da evitamento,che lo assale ogni volta che deve mettersi a letto e che sembra avere il potere di annullare persino l’effetto dei farmaci contro l’impotenza.

Luigi si rende conto che “un uomo non può sempre sottrarsi ai rapporti” e afferma di “aver ormai finito le scuse” con cui rispondere alle insistenze della compagna. La sua confusione appare evidente: un minuto prima funziona tutto, il minuto dopo niente, e Luigi, incredulo,sente di non avere alcun controllo sulla situazione.

Nel corso del suo discorso, Luigi afferma di aver chiarito alla fidanzata che da parte sua non c’è fretta di sposarsi, né tantomeno di avere figli. Aggiunge che, dopo tanti anni di rapporto, ancora non è riuscito a procedere a una convivenza con la donna: non si sente infatti pronto a rinunciare alla sua vita abituale, ai suoi interessi e ai suoi spazi.Afferma inoltre che il suo più grande timore nei confronti delle relazioni è la routine, ossia la paura di finire per annoiarsi. Vorrebbe sentirsi sempre come nella fase iniziale delle relazioni, fase in cui tutto appare eccitante e divertente, e il suo desiderio è che non ci fossero mai dei cambiamenti o delle evoluzioni.

Prima di proporre delle interpretazioni sul caso, esplicitiamo alcuni criteri con i quali riteniamo utile orientarne la lettura.

Iniziamo col dire che il concetto stesso di sessualità si collega, pur senza esaurirsi in esso, al concetto di relazione sessuale, dunque rimanda in modo chiaro alla dimensione di contatto e scambio instaurata tra individui nel contesto della propria intimità ed entro specifiche e molteplici cornici di senso definite sempre sia soggettivamente che socio-culturalmente (es. ciò che in una cultura viene considerato detestabile o addirittura disgustoso, in un altro contesto culturale può essere benissimo vissuto come divertente o addirittura “normale”).

Può essere anche utile soffermarci a riflettere su come la sessualità sia, tutt’oggi, l’ambito più fortemente intriso di codici culturali che orientano ruoli e significati, fin quasi a dettare le tracce entro cui uomini e donne plasmano e interpretano le proprie aspettative e il proprio coinvolgimento nelle questioni di coppia, di intimità, di amore. Pensiamo ad es. a come in molte società il ruolo maschile sia, spessorigidamente, ancorato ad alcuni stereotipi oltre i quali poco spazio sembra restare all’individuo per proporsi – e pensarsi– in maniera differente: un’idea di uomo quale attore designato dell’iniziativa sessuale, ossia naturale prodotto di una dimensione istintiva innata e di un ingaggio socio-culturale dalle precise determinanti. Un concetto di identità maschile fondata sulla potenza sessuale e quasi sempre giocata nella competizione con altri maschi (Simonelli, 2006).

Ricordiamo come il nostro Luigiespliciti (dunque per certi versi si renda conto) come a un certo punto egli abbia sentito di aver finito le scusecon cui sottrarsi alla relazione con la propria compagna. Le scuse sembrano avereper lui ilsignificato di soluzioni di compromesso;costituiscono il modoper rappresentare e rappresentarsi, al contempo, il peso dell’intimità da lui vissutae forse la difficoltà a esprimersi in tale sfera, ma anche il bisogno di mantenere sufficientemente intatta la propria immagine di maschio,oltre che legittimarla socialmente (vedi la frase “un uomo non può sempre sottrarsi al rapporto sessuale”, dove per uomo diventa utile capire cosa il nostro Luigi voglia intendere).

Quest’ultimo punto ci sembra molto rilevante. L’impatto dei significati culturalmente condivisi non va sottovalutato. La dimensione di scarto da un’idea conclamata, socialmente istituita e condivisa, può facilmente tradursi, per la persona in cui viene messa in evidenza, nel crollo di un modo consolidato di intendere il proprio ruolo sessuale. Dal non essere sufficientemente intraprendente e/o prestante si può precipitare, in certi casi facilmente e velocemente, nel non essere sufficientemente uomo, o nel non sentirsi più tale.

Da questi primi elementi, possiamo cominciare a vedere come il sintomo sessuale, nella nostra ipotesi, venga a definirsi come intrinsecamente relazionale.

Esso è tale perché nel suo stesso esprimersi richiama la relazione simbolica con un altro, indipendentemente dal fatto che l’altrosia reale o fantasticato. Il sintomo sessuale, in altri termini, si colloca in un contesto simbolico che fa da cerniera fra la dimensione intrapsichica e le relazioni:da un latoesso richiama l’affettività della persona; dall’altro il suo sistema di rapporti con il mondo.

In questo senso, potremmo dire che i sintomi a carico della sfera sessuale siano per certi versi più evoluti di altre sintomatologie tipiche, come quelle di natura psicosomaticache invece si collocano su un versante più individualistico, al confine fra la dimensione intrapsichica e il corpo.

L’utilità di fare questa distinzione è per noi massima in rapporto alla riflessione che ci accingiamo a proporre. Facendo l’ipotesi che l’emergere di un sintomo a carico della sfera sessuale sia per sua natura fortemente connesso ai vissuti che la persona ha delle sue relazioni (banalizzando, potremmo dire che tali sintomi parlano delle relazioni che una persona vive), pensiamo anche che tali sintomiabbiano una buona possibilità di essere pensati e compresi se dispiegati all’interno di una relazione adeguata,come quella con lo psicologo,in cui è possibile trovare loro un significato nuovo, che non solo porti la persona a non sentirsipiù imprigionatanella situazione problematica, ma anzi a sentire di poterla superare. E, per esperienza, va detto che spesso il superamento del sintomo avviene anche in tempi brevi (per quanto non immediati).

La nostra ipotesi di intervento è dunque quella di considerare il sintomo non come un elemento a sé, ma come un significato organizzato e complesso che aiuta a comprendere la domanda che, attraverso il sintomo stesso, è stato possibile esprimere. Il sintomo, in altre parole,parla di quello che la persona sta vivendo e facendo.

Già a una prima lettura del caso, a molti sarà balzato agli occhi come la descrizione del problema sessuale proposto da Luigi mantenesse forti analogie con il racconto del disagio da lui vissuto nella relazione con la fidanzata. Il sintomo sembra sottolineare la sua incapacità a mantenere una relazione; come se la modalità di funzionamento relazionale che Luigi sperimenta come non del tutto soddisfacentecontenesse un nucleo problematico che viene appunto ricalcato nel sintomo.

Il sintomo, in altre parole, nella richiesta di consultazione allo psicologo, può essere visto operare come un significante (Salvatore, 2006; 2012) che, nei termini del suo valore di indizio psichico, è atto a evidenziare uno specifico modello di funzionamento relazionale problematico. Possiamo allora dire che diventa utile “occuparsi del sintomo”, ma non per trattare il sintomo in quanto tale, quanto piuttosto per cogliere la dimensione emozionale che organizza la relazione con lo psicologo nel momento in cui la richiesta prende forma.

Tornando a riferirci al caso di Luigi,proviamo adesso a prendere in considerazione alcuni aspetti più ampi della sua storia.

Scopriamo in questo modo che il problema sessuale era presente anche in alcune relazioni precedenti e che molte di esse sembrano riprodurre uno schema di rapporto del tutto analogo a quello che attualmente l’uomo vive con la fidanzata:a seguito di un forte investimento emotivo nella fase iniziale del rapporto, Luigi comincia ad avvertire un bisogno di distacco e allontanamento, che fino a oggi è sempre culminato con la chiusura del rapporto di coppia,dietro sua iniziativa. Potremmo anche cogliere,nella ricorsività di tale modo di funzionamento, un’apparente coincidenza:di volta in volta, la scelta di rottura si palesa a Luigi come un’urgenzache emerge in concomitanza conl’esprimersi di aspettative di impegno a lungo termine da parte della partner di turno.

A porsi come interessante è anche il racconto dei periodi “da single”, in cui Luigi si dedica alla conoscenza di donne attraverso l’utilizzo di siti, chat e annunci. A muoverlo in questo tipo di frequentazioni saltuarie e occasionali, si viene a sapere,è soprattutto la curiosità e la voglia di vivere incontri in modo libero, al di fuori di vincoli e preoccupazioni, senza il desiderio di instaurare relazioni serie, ma senza neanche essere dichiaratamente indirizzato a incontri sessuali.

Come riflessione, ci sembra di poter considerare come l’utilizzo abituale di siti internet e annunci per la conoscenza di donne, quale modalità preferenziale plausibilmente in grado di mediare e moderare il livello di implicazione, appaiagovernato da una fantasia solipsistica dove,pur entro una dimensione di incontro fisico, l’altro non appare davverosentito come altro reale,ma come una persona disegnata dal proprio immaginario, dalle proprie fantasie. In tal senso, Luigi sembra prediligere relazioni in cui la sessualità appare svincolata da dimensioni di legame,di implicazione,di coinvolgimento, quasi ad assumere le caratteristiche di una modalità “masturbatoria”, nella quale, di fatto, è possibile rintracciare il prototipo di un modo di stare in relazione che può riconoscersicome antitetico a un concetto di rapporto con l’altro fondato sullo scambio e la reciprocità.

Stiamo in tal modo affermando che Luigi è– ed è sempre stato –refrattario alle relazioni serie?

Per provare a rispondere a questa domanda, proviamo di nuovo a cogliere degli indizi utili a partire dal sintomo che Luigi ha esplicitato nella sua richiesta di consultazione.

A ben guardare, la perdita di erezione durante il rapporto non evidenzia l’incapacità di intraprendere una relazione sessuale, né la presenza di alcun problema nel raggiungere l’eccitazione e iniziare un rapporto coitale, bensì puramente di mantenerla, attraverso cioè una manifestazione che potremmo considerare metaforica della capacità di permanere in un rapporto con l’altro. Le relazioni “serie”, allora, sembrano farsi rappresentazione proprio di quello che pare avvenire nella sfera sessuale: Luigi inizia la relazione con l’altro e imposta il profilo di un rapporto che, sulla carta, avrebbe tutti i requisiti per essere portato fino in fondo; il rapportosembra seguire tutte le “tipiche” fasi, che vanno dal primo innamoramento all’ipotesi della costruzione condivisa di un progetto di vita, ma, nel momento in cui la relazione arriva a crescere al punto tale da richiedere una concretizzazione di tali progetti, quando cioè si tratta di “concludere” e portare a compimento il rapporto stesso, Luigi comincia a sentire il bisogno di tirarsi indietro, di fallire. Particolarmente evocativa, a tal proposito, appare anche l’espressione con cui Luigi era stato presentato dall’andrologo inviante: un paziente disturbato da “defaillance”, dove tale parola indica letteralmente un venire meno, un momento di debolezza o di mancamento, una crisi.

E anche qui, pensiamo, abbiamo a disposizione un elemento che ci aiuta a comprendere come l’andrologo abbia potuto cogliere un aspetto centrale della proposta problematica che Luigi gli ha presentato e che lui, pur non essendo chiamato a trattare tale aspetto, ha potuto trasmettere allo psicologo nei termini con cui lo aveva esperito nella relazione col paziente.

Che la manifestazione del sintomo si riveli nella sua somiglianza con le modalità di Luigi di rapportarsiall’altro(non solo nella relazione sessuale) apre nondimeno ad ulteriori considerazioni.

Da una parte, il funzionamento sessuale di Luigi sembra esprimere un limitato interesse nei confronti dell’altro, un non avere desideri verso l’altro in sé, che lo porta a vivere la sessualità entro una fantasia in cuil’altro è funzionale al perseguimento di un godimento individualisticoe quindicome uno strumento o un oggetto più o meno soddisfacente (ricordiamo gli incontri saltuari, le relazioni occasionali di cui Luigi ha parlato negliincontri). Un aspetto, questo, ci intessa sottolinearlo,evidente anche nel modo che Luigi ha di porsi nell’interazione con lo psicologo: sin da subito egli risulta una persona che non lascia al professionistaspazi per inserirsi, che non si attende vere interpretazioni, che interrompe ma non si lascia interrompere, che satura lo spazio dell’incontro coi suoi racconti, quasi come se non fosse lì anche per ascoltare e prendersi qualcosa dall’altro, ma solo per depositare qualcosa di proprio.

Dall’altra parte, pensiamo che questa modalità di stare in relazione appaiafinalizzata prevalentemente all’espressione di un bisogno lamentatorio da parte di chi la propone, in nome del quale l’obiettivo della relazione non sembra quello di trovare possibili soluzioni al problema avanzato, ma unicamente di “evacuare” l’emozione che vi si accompagna, esaurendo, in questo modo, il senso della richiesta di intervento nella messa in atto della lamentela stessa.Non crediamo di avanzare un’ipotesi azzardata nel ritenere che con pazienti come Luigi la medesima modalità tenda a riprodursi in tutte le relazioni di cura e accudimento – pensiamo,oltre all’interazione con lo psicologo, anche a quella con il medico. In tal senso, l’esperienzache il professionista può faredel paziente si può sintetizzare con l’interrogativo: “ma cosa sta mai cercando da me questa persona”?

Proseguendo su questa linea, potremmo ancora aggiungere che Luiginon sembra farsi portavoce di uno scarso interesse solo verso l’altro, ma anche verso sé stesso, verso cioè la sua stessa possibilità di interrogarsi sui propri desideri nei confronti delle relazioni, osulla loro assenza.È questo, a nostro avviso, un aspetto cruciale del lavoro di analisi della domanda connessa alla richiesta di intervento, se pensiamo a un’ottica di lavoro con una persona che pone un problema come quello proposto da Luigi.Il percorso compiuto da Luigi verso la progressiva esclusione di cause di natura organica del problema espresso a livello sessuale – percorso che lo ha portato ad approdare alla consulenza psicologica–ha progressivamente spogliato Luigi stesso della fantasia di un problema fisico connessoal suo disturbo, richiedendogli di prendere contatto, seppur per mero processo di esclusione, con la natura interna, affettiva, personale della situazione critica.

Possiamo pensare ragionevolmente che le persone che si trovano ad arrivare alla consulenza psicologica – e che più facilmente riescono a rimanere e trarre giovamento da un percorso di elaborazione e riflessione, come questo si caratterizza – siano appuntoquelle che, per propria iniziativa o magari grazie all’aiuto del proprio medico curante, almeno in minima parte riescano a intuire che la questione problematica che li coinvolge ha (anche) a che fare con sé stessi e, di conseguenza, con le proprie relazioni.

Se senz’altro questa evidenza si pone come decisiva per la possibilità stessa di immaginare l’avvio di un lavoro psicologico, va anche riconosciuto che per molti individui proprio tale evidenza rappresenta il nucleo che più spaventa e che il maggiore livello di conflitto e difficoltà coincide con la necessità di riconoscere e venire a patti con quelle personalicomponenti affettivee relazionali che impedisconoun “funzionamento” coerente coi propri desideri.

La stessa evidenza, dunque, se è vero che si ponequale premessa del lavoro, pensiamo ne rappresential tempo stessola sfida e, per certi versi,anche il possibile prodotto.

In fondo – l’abbiamo chiarito prima – parlando di problematiche sessuali parliamo di problematiche della relazione ed è esattamente questo il livello che siamo chiamati a trattarein quanto psicologi, soprattuttoladdove ci siamo dichiarati legittimati ad aspettarcidi venire coinvolti dal cliente in configurazioni di rapporto analoghe a quelle vissutenel suo contesto relazionale abituale.

Questo livello della relazione si palesa anche al medico, che quasi sicuramente sarà in grado di osservarlo o riconoscerlo nel rapporto andrologico di cura – ricordiamocome l’andrologo inviante avessechiaramente percepito il contributo problematico della “fidanzata esuberante e invadente” rispetto al sintomo di Luigi, accennandolo già in fase di telefonata! La differenza,però, è che il medico non è chiamato, per mandato, ad occuparsene[5]. Crediamo, allora, che proprio sulla possibilità di trattare tale livello della relazione possa inserirsi lo spazio della professionalità psicologica ed è su questo specifico segmento di intervento che ha preso avvio la nostra proposta di collaborazione con le figure mediche dell’andrologo e dell’urologo.

Dal canto nostro infatti, rispetto a Luigi (o chi come lui), come non chiedersi perché mai dovrebbe intraprendere una “relazione seria” con noi, lui che non ne ha mai intrapresa una? Perché dovrebbe “portare a termine” il rapporto, questa volta?

Muovendoci da queste premesse la questione sembra allora rimandare innanzitutto alla possibilità di costruire spazi di intervento che mettano la personain condizione, letteralmente, di coinvolgersi in una relazione terapeutica, che a sua volta possa divenirepremessa di una rinnovata capacità della persona di pensare il proprio funzionamentonelle sue relazioni, sessuali e non.

Siamo alla conclusione di questo articolo. Come ampiamente sottolineato, nella nostra prospettiva la conoscenza del sintomo e la sua integrazione nei sistemi di relazione della persona fanno parte di uno stesso processo: la persona, il suo contesto di relazione e il sintomo sessuale non vanno guardate come entità a sé stanti.Il senso del progetto di rete fra andrologi/urologi e psicologi che siamo andati pensando nel corso del tempo risiede nella costruzione di un dispositivo in cui poter lavorare sulle istanze di desiderio della persona: dalla loro conoscenza al loro sviluppo in termini di relazione con il mondo.L’intervento psicologico a sostegno dell’intervento andrologico qui propostoè volto alla promozionedi un sistema di significati che permettano alla persona che sperimenta un disagio nella sfera sessuale dicostruire dei modelli per pensare a sé, al proprio problema e alle proprie relazioni, che siano più efficaci e chepossano,in futuro,portarlaalla riorganizzazione del sistema di relazioni stesso e al venire meno della sintomatologia evidenziata nella sfera sessuale.

Bibliografia

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Simonelli, C. (2006).L’approccio integrato in sessuologia clinica.Milano: Franco Angeli.

[1] È evidente che, sebbene solo in piccola parte, chi richiede un colloquio un po’ deve pur “desiderarlo”.

[2] Questo discorso, evidentemente, non vale tanto per la sessuologia clinica che, nel suo stesso definirsi, richiama l’area problematica di cui si occupa. E tuttavia, come avremo modo di vedere più avanti, il metodo di intervento da noi proposto vuole differenziarsi dalle pratiche abitualmente utilizzate dalla sessuologia clinica per superare le disfunzioni sessuali (in particolare ci riferiamo a quelle prassi che si ispirano ai principi della Terapia Sessuale– cf.  Masters& Johnson, 1970 – ricorrendo alla prescrizione di pratiche di comportamento basate sui principi della terapia cognitivo-comportamentale), richiamandoci invece all’esigenza di analizzare la domanda di chi richiede l’intervento psicologico.

[3]La richiesta diventa il principale rivelatore di quel complesso emozionale e relazionale che egli sta vivendo e che si struttura come l’elemento fondamentale che viene agito entro la consultazione psicologica, sull’analisi del quale la stessa consulenza ha poi possibilità di svilupparsi. L’analisi della domanda in psicologia (inter alia Carli &Giovagnoli, 2011; Carli & Paniccia, 2003) è il metodo con cui comprendere e trattare il significato che un consultante associa alla sua richiesta di consultazione (ad esempio, per capire che tipo di problema propone allo psicologo, oltre al modo che sceglie per raccontarlo; ma anche per capireperché si sia scelto quel professionista e non un altro, se si sia optato per un professionista scelto casualmente o seci si sia mossi dietro raccomandazione di qualcuno; ecc.).

[4]Questo discorso richiederebbe un articolato approfondimento che, per ragione di spazi e opportunità, non verrà proposto in questa sede. Basti sottolineare come, per la linea logica del nostro ragionamento, riteniamo utile pensare ai sintomi in sé non come all’oggetto di interesse principale del nostro intervento (se fosse così, sarebbe come se interpretassimo il sintomo confondendolo per la causa, piuttosto che come l’esito di un evento problematico), ma come il rilevatore di una problematica che quel sintomo al contempo esprime e rende evidente.

[5] Chiariamo che per occuparsene intendiamo il trattare la relazione quale significante della configurazione problematica espressa attraverso il sintomo. Affermiamo questo soprattutto per i medici che si propongano di trattare la problematica sessuale con soluzioni sessuologiche che il paziente è invitato ad applicare nel rapporto di coppia, in quanto pratiche riferite a un uso tecnicale e pragmatico della relazione che bypassano il significato emozionale, senza elaborarlo.

Psicologia

Dott.ssa Graziella Palmina Zitelli
Psicologo, Psicoterapeuta, Mediatore Sportivo

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Una società, la nostra, dove purtroppo poca importanza viene data  nell’insegnare fin dal primo approccio con le Istituzioni Scolastiche, le competenze socio-emotive.
Dalle ricerche psicologiche emergono dati che dimostrano come tali competenze abbiano un significativo impatto anche sul rendimento scolastico (Zins, 2004).
Da ciò deriva l’estrema importanza di aiutare i bambini ad acquisire le competenze sopra citate di cui hanno bisogno per diventare buoni studenti, buoni cittadini e non meno avere una società più sana.
Oltre ad avere assicurato un  buon livello scolastico i bambini dovrebbero avere la possibilità di usufruire di un accompagnamento nello sviluppo e nella maturazione della loro personalità di cui le competenze socio-emotive sono parte.
All’apprendimento di contenuti didattici si dovrebbero associare la conoscenza della cooperazione, della lealtà, il rispetto per gli altri, la capacità di risolvere i conflitti (o di stare all’interno del conflitto senza attuare comportamenti aggressivi e/o manifestazioni di rabbia), la capacità di riconoscere/valutare gli stati emotivi loro e quelli degli adulti, al fine di gestire meglio il proprio comportamento e le relazioni interpersonali. Inoltre, la promozione dell’insegnamento delle competenze socio-emotive all’interno del mondo educativo scuola, garantisce un apprendimento efficace e uno sviluppo globale della persona.
Gardner è un autore che ha permesso per primo di allargare il concetto di intelligenza umana, proponendo la teoria delle intelligenze multiple.
Egli ha esaminato gli aspetti interpersonali e intrapersonali, che sono profondamente legati alla dimensione sociale e affettiva della vita di ogni essere umano.
Tuttavia, sono stati Salovey e Mayer (1990) a dare spazio all’Intelligenza Emotiva e solo qualche anno più tardi pubblicata da Daniel Goleman (1995).
Goleman propone l’IE basata sull’esistenza di cinque aspetti:
– gestione dei nostri sentimenti
– capacità di comprende le proprie emozioni
– capacità di riconoscere le emozioni negli altri
– auto-motivazione
– capacità di strutturare relazioni positive.

Questa innovazione del concetto di intelligenza , sicuramente in contrasto con le precedenti definizioni ove razionalità e sentimenti devono rimanere separati, è confermata anche da recentissimi studi neuropsicologici.
Damasco et altri (2003) infatti hanno dimostrato che il pensiero e le emozioni operano in connessione tra loro, formandoci come persone nella nostra totalità.
Se si vuole una società migliore, attenta in tutte le sfaccettature verso i suoi membri, bisogna fare in modo che i piccoli popolani della società imparino a gestire con successo se stessi e gli altri, migliorando la capacità di conoscersi e prendere buone decisioni. Per tale ragione, la promozione di attività di formazione mirati a migliorare la capacità dei docenti nell’insegnare a loro volta ai piccoli discenti le competenze socio-emotive.
La SEL, ossia l’educazione sociale ed emotiva, si riferisce al processo mediante il quale bambini e adulti (insieme) sviluppano competenze fondamentali nel favorire un buon rendimento scolastico e un positivo inserimento nel proprio contesto sociale.
Le competenze SEL sono le seguenti:
– consapevolezza sociale
– consapevolezza di sé
– gestione di sé
– capacità relazionali
– capacità di prendere decisioni e responsabilità

dunque, riconoscere le proprie emozioni, individuare e coltivare le proprie potenzialità, comprendere i pensieri e i sentimenti altrui, apprezzare le differenze tra le persone, avere un buon monitoraggio e regolazione delle proprie emozioni, impegnarsi per il conseguimento di obiettivi prosociali, attivare una comunicazione efficace, negoziare sui conflitti, capacità di stabilire relazioni sane basate sulla cooperazione, prendere decisioni responsabili e infine valutare soluzioni etiche alle difficoltà in modo da promuovere il proprio e il benessere degli altri.
È fuor di dubbio che tali competenze sono una sorta di difese contro la pressione del gruppo, i comportamenti di bullismo o comunque negativi.
È assodato(come dimostrano molteplici ricerche in tale ambito, Marmocchi et al. 2004) che discenti con buone competenze sociali e consapevolezza emotiva hanno maggiori gratificazioni in ambito scolastico e socialmente più integrati. Infine aiuta a gestire meglio lo stress.
L’apprendimento è un processo che per essere funzionale ha bisogno di impegno e motivazione, è fortemente influenzato da come “ci si sente“ durante la formazione, e tutto ciò dipende molto dalla qualità delle relazioni con se stessi e con il mondo circostante.  Gli strumenti indispensabili per gestire la propria vita, per collaborare e rapportarsi positivamente con gli altri sono le competenze sociali ed emotive.
Per attuare il programma SEL nelle varie agenzie educative occorre dare spazio anche al livello ministeriale alla professione dello psicologo in quanto atto a formare in tale ambito.
Le implicazioni per gli interventi adottati da professionisti psicologi sono numerose…ad esempio l’analisi delle emozioni: aspetto informativo delle sensazioni, interno e esterno; incentivazione delle emozioni (positive) ad effetto protettivo. L’intervento cognitivo attraverso rappresentazioni cognitive delle sensazioni/tecniche immaginative, intervento comportamentale mediante modificazione delle strategie di coping .
Lo psicologo all’interno della formazione dei docenti utilizza tecniche atte ad ottenere un controllo dello stimolo con successiva modificazione degli eventi scatenanti l’emozione, ad esempio identificazione degli eventi che inducono emozioni positive e negative, incentivazione dei primi ed evitamento dei secondi; controllo della risposta comportamentale attraverso  modificazione del comportamento in risposta all’emozione, incentivando ad es. le alternative comportamentali più funzionali (relative alla stessa emozione), infine crea il terreno fertile per facilitare l’apprendimento delle modalità di attuazione del programma SEL e la consapevolezza della responsabilità  psico-educativa degli insegnanti.

BIBLIOGRAFIA

Damasio A. (2003) Alla ricerca di Epinoza. Emozioni, sentimenti e cervello. Adelphi Milano.
Goleman D. e altri (2004) Emozioni distruttive. Liberarsi dai tre veleni della mente: rabbia, desiderio e illusione. Mondatori Milano
Zins J.e altri (2004) Building academic success on social and emotional learning Teachears College Press New York

Psicologia


Dott. Vittorio Catalano, Attività indipendente nell’ ambito della psicologia clinica ad approccio analitico, delle neuroscienze, del coaching psicologico ed in ambito psicoeducazionale, focalizzati sulla cura, la prevenzione, e la promozione della salute psicosociale. Cagliari

Il Manuale Statistico Diagnostico dei disturbi mentali (DSM) descrive la bulimia coi seguenti sintomi: ricorrenti abbuffate, sensazione di perdita di controllo, comportamenti compensatori, preoccupazione smisurata per le forme del corpo e per il peso. Questa descrizione esprime palesemente una sensazione di disordine emotivo e conflittualità sofferta, nonché’ appunto, una forte difficoltà di regolazione emotiva, autoregolazione degli affetti, sentimenti di vuoto, e l’esperienza di estrema solitudine. Secondo la letteratura queste problematiche sono spesso meno suscettibili ai trattamenti standard. L’internalizzazione delle esperienze precedenti rilassanti,per gli individui che non hanno la capacità di autoregolare i propri affetti, risulta compromessa, cosi, lo stare soli,diventa un momento particolarmente vulnerabile, perché, la funzione principale di auto-regolazione emotiva a degli affetti, è strettamente collegata, allo sviluppo della capacità di essere soli. Durante questi lassi di tempo (solitudine), l’individuo è lasciato alle proprie risorse per l’autoregolazione affettiva, e il mantenimento di uno stato di calma. Una perdita di qualità in questa auto-funzione, può verificarsi quando l’eccitazione emotiva di panico o paura viene sperimentata, correlata strettamente da conseguenti comportamenti come abbuffate, o comportamenti orientati alla dipendenza, che, entrano in gioco, come una risposta al disagio e alla sofferenza patiti.Alcune ricerche evidenziano che i pazienti con disturbi alimentari hanno difficoltà di identificazione, che esprimono verbalmente, e che regolano tutte le forme di tensione fisica. Viene evidenziata anche una incapacità basale di questi pazienti a verbalizzare le emozioni. Questa difficoltà porta i pazienti ad uno stato di incomunicabilità sfociante in un “estremo stato di tensione”. Conseguentemente abbuffate e vomito, così come droga o alcol, potrebbero rappresentare un tentativo di modulare artificialmente l’effetto negativo legato al senso di solitudine, e alla sensazione di non essere ascoltato o capito, mentre la preoccupazione per il cibo, le abbuffate e i comportamenti di spurgo possono essere pensati come utili ad alleviare il dolore psicologico, che, dunque, diventa fisico, concretizzando l’esperienza emotiva.

L’immaginazione guidata è una tecnica dolce ma potente, che mette a fuoco e indirizza l’immaginazione in un setting terapeutico. Può essere semplice come 10 secondi di fantasticheria di un atleta, che immagina la gara perfetta appena prima di iniziare il suo sforzo. Oppure può essere così complessa come immaginare e analizzare le situazioni di un vissuto traumatico-patologico. L’ immaginazione guidata coinvolge tutti i sensi, non è completamente mentale e quasi chiunque può praticarla. È caratterizzata da 3 principi: la “connessione mente corpo”, le immagini hanno un corrispettivo reale che è stato veicolato dal sistema sensoriale, pertanto possiamo definire l’imagery come rievocativa;“lo stato alterato” che normalmente si instaura durante l’imagery curativa e consistente in uno stato di forte rilassamento focalizzato sulla visualizzazione interattiva delle immagini da parte del paziente. Il terzo principio è lo stato di controllo, il paziente può controllare attivamente le fasi immaginative questo implica sentimenti di maggiore autostima, ottimismo e capacità di tollerare il dolore.  Un gruppo di ricercatori ha identificato dove e come si sviluppa nel cervello l’immaginazione: si tratta di una rete neurale diffusa su più aree cerebrali, un sottoinsieme che contiene informazioni specifiche relative a particolari e differenti tipi di manipolazioni mentali. Si è così dimostrato, che il contenuto della percezione visiva, le immagini visive (sogni inclusi) possono essere “decodificate” sulla base dell’attività nella corteccia visiva. Questi risultati hanno suggerito che le stesse regioni che mediano le rappresentazioni a livello di percezione sensoriale siano coinvolte nei processi di immaginazione. C’è un famoso esperimento (N. Doidge, Il cervello infinito) in cui si racconta di alcuni atleti olimpionici che durante una gara sono stati collegati ad un’apparecchiatura che misurava la loro attività muscolare e cerebrale. In seguito è stato chiesto loro semplicemente di immaginare di prendere parte alla gara, e con stupore, mentre gli atleti visualizzavano sé stessi nella corsa, si sono attivati gli stessi muscoli che sarebbero entrati in azione se avessero effettivamente partecipato alla gara, rispettando la medesima sequenza. Questo risultato si realizza perché in realtà la mente non è in grado di distinguere tra ciò che è reale e ciò che è immaginato, proprio come in un sogno dove le immagini ci sembrano così piene di nitidi particolari, da farci sembrare tutto reale, sino a metterci in condizione di poter riuscire effettivamente a modificare la nostra condizione corrente.Uno studio randomizzato controllato, ha confrontato,un gruppo con 6 settimane di terapia individuale con l’immaginazione guidata, vs, un gruppo di controllo. Cinquanta partecipanti che soddisfacevano i criteri del DSM-III-R per la bulimia nervosa, hanno completato lo studio. Il trattamento con l’immaginazione guidata, ha avuto effetti sostanziali sulla riduzione delle abbuffate e del purging. Il gruppo imagery avuto una riduzione media di abbuffate del 74% e di vomito del 73%. Il trattamento immaginativo ha anche dimostrato un miglioramento degli atteggiamenti in materia di alimentazione, di dieta e versoil peso corporeo, rispetto al gruppo di controllo. Inoltre, l’immaginazione guidata ha dimostrato un miglioramento sulle misure psicologiche della solitudine e la capacità di auto-regolazione affettiva.

Psicologia

Foto ModicaDott. Vittorio Catalano Attività indipendente nell’ ambito della psicologia clinica ad approccio analitico, delle neuroscienze, del coaching psicologico ed in ambito psicoeducazionale, focalizzati sulla cura, la prevenzione, e la promozione della salute psicosociale. Cagliari

 

Musica e psicologia

Dalla notte dei tempi l’uomo utilizza la musica per esprimere e condividere emozioni, Sciamani, curatori, terapeuti di ogni luogo e tempo, non hanno potuto ignorare le manifestazioni con cui la musica incide da sempre nelle nostre culture, nei nostri cuori e nelle nostre menti. L’essere umano, è un animale emotivo, e anche per questo, ognuno di noi, può considerarsi ancora più esclusivo, rispetto al concetto di unicità che ogni persona ha di sé . Questo perché la gamma delle sfumature emotive, anche se i neuropsicologi hanno stabilito un numero definito di emozioni primarie pari a 8, consiste, in combinazioni e gradazioni emotive intermedie, che si discostano dalle 8 emozioni base specie specifiche, e che sono innumerevoli e innumerabili. Basti pensare che lo stesso luogo con una situazione praticamente identica, può esprimere in una persona emozioni totalmente differenti, a seconda della condizione psicologica particolare in cui essa si trova in quei momenti. Gli effetti emotivi della musica possono essere ottenuti, con meccanismi diversi, dalle note e dal ritmo. Gli effetti del ritmo sono semplici, e dipendono essenzialmente dalla velocità (in termini musicali il “tempo”) della musica. Questa si misura in battiti al minuto. Tempi inferiori a 60 battiti al minuto hanno effetto tranquillizzante, che sotto i 30-40 diventa addirittura rattristante/deprimente, tanto da essere utilizzato per marce funebri. Al contrario, da 80-90 battiti al minuto in su l’effetto è attivante. La musica da discoteca si situa tipicamente da 120 in battiti in su, con una “fascia bassa”, da 107 a 120, per una disco dance “tranquilla”. Perché questi valori, e non altri? Ipoteticamente perché l’attività cardiaca umana normale, in veglia a riposo, si aggira fra i 60 e gli 80 battiti per minuto, tipicamente 70-72. La frequenza cardiaca di una mamma ha effetto sullo stato d’animo del bambino che tiene abbracciato al petto, e che ode il suo cuore . Il bambino è tranquillizzato da frequenze normali, o lievemente più lente, che gli comunicano che la mamma sta bene ed è tranquilla, o addirittura dorme. Frequenze più alte indicano che la mamma è all’erta, o in ansia, e il bambino risponde con analoga attivazione. Questa risposta emotiva alla frequenza di suoni ritmati, in particolare quando ricordano il suono dei battiti del cuore come i tamburi, il contrabbasso e il basso elettrico, probabilmente ce la portiamo appresso per tutta la vita. Le neuroscienze hanno dimostrato che l’impiego della musica come stimolo neuronale può avere una azione serotoninergica e dopaminergica. Da una ricerca condotta presso il Neurolgical Institute and Hospital della McGill University di Montreal e il Center for Interdisciplinary Research in Music Media and Technology si è dimostrato che per produrre dopamina è sufficiante anche solo immaginare il tema di una canzone, pregustandone in tal modo l’andamento melodico, ancor prima di ascoltarla (Imagery). Attraverso tecniche diversificate di Brain Imaging, atte a visualizzare le strutture del cervello (PET/MRI) si è poi constatato che nei casi in cui si verificava un maggior coinvolgimento emotivo, e quindi un appagamento, la produzione di dopamina subiva un incremento significativo. Si è visto inoltre sempre mediante tecniche di Brain Imaging, che il cervello risponde ai meccanismi tensio-dimensionali propri della musica tonale, rispettivamente sui versanti cognitivo e motorio (fase tensionale-aree celebrali preposte alla configuarazione predizione di un evento -proiezione gestaltica-,movimento eattività intellettuali), e sul versante emotivo (fase distensionale aree celebrali afferenti il sistema limbico, tensione emotiva, attività cognitive). L’utilizzo della risonanza magnetica tomografica (MRI) e della tomografia a emissione di positroni (PET) ha permesso inoltre sempre ai ricercatori dell’Università canadese McGill di Montreal, di visualizzare le regioni cerebrali attivate durante l’ascolto di alcuni brani. Hanno così osservato un elevato flusso sanguigno nel nucleus accumbens del sistema mesolimbico, ovvero la regione deputata all’elaborazione del piacere. Si tratta dell’area implicata in funzioni biologicamente importanti, come l’alimentazione o la riproduzione, ma anche nella soddisfazione data dal consumo di stupefacenti. I volontari, nei passaggi musicali a loro più graditi, presentavano in queste strutture un consistente rilascio di dopamina, la molecola che innesca il cosiddetto “circuito della ricompensa”. I soggetti provavano “un brivido” in corrispondenza dei passi armonici per loro più emozionanti all’interno di un brano musicale, che, coincideva con il picco di attività neuronale. Dallo stesso studio è risultato anche, che i livelli di dopamina aumentavano anche nel caudato durante la fase anticipatoria, ovvero quando l’individuo “si aspettava”(Imagery), un determinato accordo immediatamente prima di ascoltarlo, e che le fasi di attesa e anticipazione, e  quelle di più intensa risposta emotiva, sono mediate da vie anatomicamente distinte. Nella fase di anticipazione domina l’attività dei neuroni del nucleo caudato (uno dei centri cerebrali coinvolti nei meccanismi di ricompensa, importante nel controllo sia dei movimenti, volontari o meno, sia di alcune funzioni cognitive), mentre durante la risposta emotiva e neurovegetativa (il punto di massimo piacere indotto dall’ascolto), prevale l’attivazione delle cellule del nucleo accumbens (un sistema di neuroni responsabile delle sensazioni di piacere e paura, coinvolti nei meccanismi di dipendenza). La musica – ascoltata e creata – dunque, fa bene al cuore, alla mente, e alla fatica. Il nostro corpo e la nostra psiche reagiscano positivamente al dolore e allo sforzo (sportivo, di lavoro ed emotivo) se questo è accompagnato dalla creazione musicale. Cantare mentre si lavora, suonare un tamburo, creare motivi musicali con gli attrezzi sportivi, aiutano a non sentire il dolore (Max Planck Institute, Gant, Belgio). Un esperimento su 18 neonati di pochi giorni condotto dalla neuro scienziata Daniela Perani, Università San Raffaele di Milano, dimostrerebbe che la musica è già scritta nei neuroni. La Perani col suo studio, lavorando con neonati di 1-3 giorni, bimbi non esposti a musica durante i mesi nel grembo materno, utilizzando sia musica classica sia musica rock-pop, e impiegando la risonanza magnetica funzionale per “vedere” le zone cerebrali che entravano in attività all’ascolto della musica, evidenzia «Che alla nascita il nostro cervello è già predisposto a ricevere e interpretare la musica, distinguendola dagli altri suoni». Già Kandel (con questa scoperta vincitore del premio Nobel per le neuroscienze nel 2000) ritenendo che i meccanismi della memoria sono filogeneticamente conservati, esplorò la dimensione molecolare della plasticità sinaptica che era stata già dimostrata da Bliss e Lomo, osservando che nel processo della memoria, per esempio uno stimolo sensoriale doloroso, inviato ripetutamente, causa la produzione di serotonina che permette alle cellule di comunicare tra di loro, e induce così una serie di processi a catena che alla fine si traducono in un potenziamento della propagazione del segnale nervoso. In questo modo può essere spiegato il processo della memoria a breve termine. Se lo stimolo viene ripetuto, la traccia mnestica viene consolidata: il legame ripetuto tra la serotonina e i recettori ha come conseguenza la modificazione della molecola PKA, la fosfochinasiA che, a differenza di quanto accade nella meccanismo della memoria a breve termine, agisce anche nel nucleo dei neuroni e, in particolare, nell’espressione di specifici geni. In questo stadio si verifica un passaggio cruciale del meccanismo molecolare della memoria a lungo termine: l’espressione di specifici geni attiva un processo di reazioni a catena nella cellula che porta a rafforzamento delle sinapsi e alla formazione di nuove connessione sinaptiche.

Musica, Imagery e Terapia

Dalla notte dei tempi la musica è stata considerata, e lo è ancora, come una componente essenziale delle pratiche di guarigione tradizionali in molte delle culture tribali e indigene in tutto il mondo. Questa convinzione è supportata dalla letteratura riguardante l’etnomusicoterapia, in particolare nel testo “Music of many Cultures” (1993) dove vengono citate 19 culture che utilizzano la musica in ambito curativo e rituale. La musica nelle pratiche curative sciamaniche viene utilizzata come integrazione nell’induzione della trance ipnotica, per permettere più facilmente allo sciamano di avvicinarsi allo spirito del mondo e stabilire la connessione che possa dare beneficio al paziente. Infatti l’uso di ritmiche musicali ripetitive enfatizzate da un alterato stato di coscienza sono tipiche e caratteristiche di molte musiche sciamaniche. Gli Sciamani Siberiani descrivono il ruolo della musica nei riti di guarigione con questa metafora “ Il tamburo dello Sciamano è come un cavallo che porta lo sciamano fino al cielo per permettergli di incontrare lo spirito del mondo”(Eliade 1974). La connessione ritmica tra lo sciamano e il paziente può essere vista come il principio universale dello spostamento ritmico riferito alla sua fase conclusiva che si verifica quando due o più oggetti che stanno battendo quasi allo stesso ritmo tendono a bloccarsi iniziando a battere entrambi allo stesso ritmo (Moreno 1988). Questo collega entrambi in modo da aiutarci a comprendere meglio come lo sciamano riesce a influenzare lo stato fisiologico e psicologico dei pazienti. La musica presentata ritmicamente in un rituale sciamanico obbliga il guaritore e il paziente a massimizzare la fede del paziente nel sistema di credenza prevalente (una dimensione psicologica) e questo influisce positivamente sulla possibilità di cambiamento a livello psicologico. In molte tradizioni sciamaniche c’è poca differenza tra mente e corpo, come invece è caratteristico dell’approccio biomedico, e questa visione più unificata della malattia fornisce una alternativa positiva alla compartimentalizzazione del trattamento che è associata al modello occidentale. In un’altra prospettiva la musica in un rituale sciamanico può essere considerata uno stimolo che seda e distrae l’emisfero sinistro nel cervello del curatore in una distrazione temporale immediata cosi da liberare l’emisfero destro per incontrare il “concettualizzato mondo degli spiriti” (Moreno 1988). A Differenza della musica occidentale, la musica sciamanica non è sempre musica per assistere ad un evento, ma spesso, è una musica che ci aiuta a fermaci e a lasciarci andare. Nei rituali in cui si coinvolge la possessione da parte degli spiriti, un medium diventa posseduto dallo spirito di una divinità in risposta a precisi stimoli musicali. Come nella pratica sciamanica la musica serve da supporto al processo di induzione della trance. Durante la trance il medium entra in potere dello stato di una divinità ed è anche capace di fornire una conversazione diretta con gli spiriti per gli altri partecipanti al rituale. Per il medium lo stato di trance può essere visto come il mezzo di trascendenza e fuga dal Sé in un modo terapeutico socialmente riconosciuto e stimato. Sfortunatamente la musica è stata ridotta ad un ruolo secondario rispetto alla medicina e alla psicoterapia occidentali. La crescita della consapevolezza Olistica all’interno delle professioni della salute ha portato a un rinnovato interesse per l’integrazione della musica e delle altre arti creative all’interno degli interventi medici e approcci di psicoterapia rivolti al futuro. L’approccio medico tradizionale centrato attorno ad una diagnosi di una specifica sintomatologia fisica col trattamento diretto verso i fattori causanti visti da una prospettiva psicologica. Il trattamento medico è effettuato senza un pieno indirizzamento ai fattori che predispongono la malattia nelle circostanze sociali e interpersonali dei pazienti e il potenziale di alterarle in modo favorevole alla guarigione. L’approccio del modello medico, abbastanza raramente concede adeguata attenzione al rinforzo delle credenze dei pazienti nelle loro capacità di partecipare attivamente al loro benessere, congiuntamente con le prescrizioni medicinali. Nel lavoro centrato sulla Musica ed Imagery ( un tipo di musicoterapia contemporanea comunemente impiegata) noi possiamo vedere paralleli interessanti con la musica sciamanica e la pratica guaritrice (Moreno 1988). L’approccio usuale di Musica e Imagery nella musicoterapia e la pratica clinica comporta il lavoro individuale o di gruppo nei quali un periodo di progressivo rilassamento è seguito dall’ascolto di una selezione di musica strumentale registrata. Ci sono molti approcci di Musica ed Imagery che possono o non possono utilizzare una giuda vocale dal terapista, ma il principio essenziale è che la musica deve indurre uno stato alterato di coscienza a supporto dell’ Imagery mentale. Questa Imagery musico-indotta sarà tipicamente riflessione del significato emotivo dei problemi che possono essere repressi nella ordinarietà, che verranno verbalmente affrontate successivamente col terapista. Rispetto alla pratica sciamanica, nella Musica e Imagery guidate è il paziente piuttosto che il terapista, che entra in uno stato alterato di coscienza che è sostenuta attraverso la profonda relazione e concentrazione dal supporto musicale. La musica assiste il paziente nel viaggio verso il suo inconscio a scoprire e venire a patti con dell’ importante materiale interno.

Etnomusicoterapia

Per tanto tempo, nel campo della antropologia medica, la musica tradizionale e le pratiche guaritrici sono state considerate soprattutto come musicali ed antropologiche piuttosto che come interesse medico. Il prof. Joseph Moreno ha evidenziato come siamo veramente in ritardo nel considerare seriamente queste tradizioni musicali con la proposta esplicita di determinare il loro potenziale applicativo all’interno del moderno sistema della salute sociale. Una ricerca collaborativa tra, musico terapisti, etnomusicologi, antropologi medici e personale medico può portare allo sviluppo di una nuova ed importante disciplina che sempre il prof. Moreno ha proposto di denominare Etnomusicoterapia. J. Moreno definisce l’Etnomusicoterapia come lo studio multidisciplinare della musica indigena e delle pratiche di guarigione incentrate sul paziente. Essa considera l’impatto della musica in una performance rituale sui progressi misurati compiuti dai pazienti/partecipanti con problemi psicopatologici con eziologi nota. Gli effetti psicologici e fisiologici della musica e delle pratiche rituali sui partecipanti, hanno bisogno di essere monitorati durante il trattamento e correlati alle risposte dei pazienti, con procedure previste per i pazienti in trattamento e per quelli che hanno già terminato il trattamento per una valutazione post-trattamento. Sviluppare la disciplina dell’ Etnomusicoterapia richiederà ricerche focalizzate su un approccio etnomedico, cioè lo studio di un particolare gruppo di persone che percepisce e si occupa della salute e delle malattie. Questo approccio include lo studio delle credenze mediche, delle tecniche di guarigione e della pratica medica come quel fenomeno correlato alla cultura e alla società che essi hanno trovato. Seguendo queste linee guida l’ Etnomusicoterapia ha bisogno di concentrarsi su quegli aspetti della musica e delle tradizioni guaritrici che sono prodotte dallo sviluppo della cultura indigena con chiare implicazioni per la pratica clinica come per la ricerca. Le teorie della Musicoterapia sarebbero ulteriormente confermate con l’inclusione delle referenze derivate dai dati ottenuti dalla ricerche interdisciplinari di Etnomusicoterapia. Tutto ciò, vorrebbe significare dirigere alla creazione di nuove tecniche di musicoterapia all’interno della pratica clinica coinvolgendo l’ambito della ricerca per dare maggiore attenzione agli effetti specifici della musica e dei rituali di guarigione sui pazienti. “La migliore medicina per il futuro sarà praticata da quelli che prenderanno il meglio dagli sciamani e dagli scienziati” (Achterberg 1975), la ricerca sull’ Etnomusicoterapia aiuterà certamente a realizzare questa integrazione dei livelli di entrambi gli ambiti, teoria e pratica.

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Psicologia

zitelliDott.ssa Graziella Palmina Zitelli, Psicologo, Psicoterapeuta, Mediatore Sportivo

La società in cui viviamo è caratterizzata da una sempre maggiore accortezza nei confronti dei nostri figli, nonché una più esaustiva soddisfazione dei loro bisogni.

Tali attenzioni determinano – in ambito neuropsichiatrico, psicologico e pediatrico – una particolare ricerca e definizione di disturbi comportamentali, con opposte posizioni scientifiche in merito alle eventuali cure.

Senza entrare nel merito della complessa eziopatogenesi (naturalmente con approcci multifattoriali!) dei disturbi neuropsicologici dell’essere umano o della ancor più controversa terapia del disturbo stesso (multidisciplinare!), l’articolo che viene presentato vede l’utilizzazione della metodologia e della tecnica del karate, inteso come pratica ludico-motoria/sportiva, mirata a superare e migliorare una serie di problematiche dell’età evolutiva e adolescenziale, prevalentemente di tipo socio-cognitivo quali ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder: disturbo da deficit di attenzione e iperattività), fobia sociale (e/o scolastica) e disturbi dello spettro ansioso-depressivi, aggressività e comportamenti di antisocialità.

In particolare questo approccio mira a osservare bambini particolarmente irrequieti e vivaci “che ne combinano di tutti i colori, che corrono, danno fastidio ai compagni, si alzano continuamente dal loro posto, non riescono a svolgere i compiti assegnati” (così come riferiscono anche gli insegnanti).

Si interviene anche sul loro profitto scolastico che spesso, proprio per l’incapacità di concentrazione, è scarso e di ostacolo alla relazione tra il bambino problematico e i suoi coetanei e gli adulti.

Nessuna responsabilità è ascrivibile ai bambini perché, probabilmente, sono affetti da un disturbo organico – neuropsicologico, né tanto meno hanno colpa i genitori che spesso vengono additati come incapaci a svolgere bene il loro ruolo.

La patologia che ha trovato maggiore spazio di sperimentazione è l’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder: disturbo da deficit di attenzione e iperattività). È uno dei più frequenti disturbi neuropsicologici dell’età evolutiva, che esordisce in età pediatrica, caratterizzato da un marcato livello di disattenzione e da una serie di comportamenti secondari che denotano iperattività e impulsività.

I bambini affetti da Adhd, pertanto, non riescono a controllare le loro risposte all’ambiente: sono disattenti, iperattivi e impulsivi. Tale comportamento compromette la loro vita sociale e scolastica.

L’Adhd colpisce il 4% circa della popolazione pediatrica ed è uno dei principali problemi medico-sociali dell’infanzia:

  • Una delle più frequenti diagnosi psichiatriche infantili extra-ospedaliere
  • Uno dei maggiori problemi di salute in termini sanitari
  • Il più comune problema comportamentale infantile.

L’Adhd non è un disturbo marginale che si risolve con l’età, poiché persiste in circa due terzi dei casi fino all’adolescenza e in circa un terzo fino all’età adulta. Questa patologia si associa, infatti, a disturbi dell’adattamento sociale, a un basso livello di scolarizzazione e occupazione, fino ad essere considerato uno dei più importanti segnali, in età infantile, di cattivo adattamento psicosociale nell’età adulta.

L’adhd è troppo spesso misconosciuta, difficilmente diagnosticata, spesso minimizzata o banalizzata e quindi non adeguatamente supportata da interventi terapeutici. In realtà, l’Adhd è un disturbo che impedisce a chi ne è affetto di selezionare gli stimoli, di pianificare le azioni e controllare gli impulsi (il karate avrà il compito di attenuare questi disturbi).

Il progetto propone un percorso educativo e terapeutico mediante la pratica sportiva con l’obiettivo di migliorare significativamente la capacità di attenzione, ridurre i comportamenti impulsivi, l’iperattività e stimolare l’autocontrollo.

Perché il karate?

La divulgazione delle arti marziali è spesso ostacolata dal timore che possano indurre comportamenti aggressivi e pericolosi, quindi non idonei per i bambini, specie per quelli un po’ “vivaci”. Al contrario, Maestri e praticanti di tali discipline mostrano di aver saputo ricercare costantemente se stessi fino a creare un perfetto equilibrio psico-fisico.

Attraverso lo sport di combattimento, in generale, il bambino si integra meglio con l’ambiente circostante, migliorando anche il rendimento scolastico, i rapporti sociali e quelli con la natura, nonché la comunicatività coi genitori; stimolando di conseguenza anche l’appetito e la gestione dell’aggressività.

Infatti il karate, a differenza della maggior parte degli sport di combattimento, ha per regolamento la regola di non affondare il colpo sul corpo dell’avversario, cioè di non colpire il proprio, simulando con quanta più forza la tecnica di combattimento.

Si comprende bene la grande difficoltà tecnica che l’atleta trova in questo sport, nel quale – per l’appunto – non può affatto toccare il proprio avversario. È proprio in questo che si colloca il nesso.

Il bambino che sarà introdotto alla pratica del karate è portato prima di tutto al rispetto dell’avversario, alla coscienza della propria potenza e velocità, alla coerenza con i principi della disciplina.

Il piccolo atleta-paziente dovrà imparare a proporzionare e misurare i colpi così bene da sfiorare l’obiettivo senza colpirlo (stimolando il cosiddetto “schema corporeo dinamico” e l’autocontrollo), a osservare e studiare i movimenti del suo avversario.

Nelle arti marziali l’armonia del proprio corpo è basilare per la massima efficacia: il karate, infatti, si fonda sulla leggerezza dei movimenti affinché il piccolo atleta, guidato dalla concentrazione, acquisti piena conoscenza spaziale e potenziale della propria anatomia.

Con questa conquista l’allievo da grande sarà capace di autoregolarsi, acquisendo una sempre maggiore sicurezza di sé.

Infine, anche la timidezza e la riservatezza vengono meno in quanto, grazie alle tecniche di concentrazione, sarà possibile scaricare le tensioni accumulate.

La funzione educativa e terapeutica dello sport è ampiamente sottolineata nel karate che, oltre a essere una disciplina sportiva affascinante, racchiude in sé una serie di elementi che sono fondamentali per lo sviluppo armonico delle competenze socio-cognitive, quali l’equilibrio posturale e mentale, la capacità di inibire e modificare i comportamenti, il miglioramento delle capacità attentive, la tolleranza e il rispetto degli altri, sia in termini personali ma anche spaziali.

L’ambiente è semplice e relativamente privo di distrazione. L’abbigliamento è uguale per tutti, fatta eccezione per il colore della cintura che rappresenta la diversa competenza o il grado di preparazione; ciò mette in evidenza che il confronto è sulla base dei valori di rispetto, competenza, capacità e impegno, e non su simboli di dubbio valore (quali marche costose o alla moda).

Quindi il karate facilita lo sviluppo di competenze che tipicamente sono oggetto di interventi e terapie.

Questa disciplina non vuole sostituirsi agli interventi tradizionali di tipo medico o psicopedagogico ma affiancarle, in quanto possiede un’arma in più: la motivazione.

Anche se ci proponiamo per alcune categorie di piccoli soggetti, per gli obiettivi di cui sopra, il progetto ha abbracciato, e continua a farlo, bambini anche con sospetto di diagnosi adhd.

Dunque offrire un metodo e un modello di disciplina ai giovani praticanti diviene una forma mentis che facilita l’indirizzo del proprio pensiero e delle proprie azioni.

L’obiettivo è stato quello di utilizzare la disciplina del karate come strumento per canalizzare l’aggressività e l’impulsività, nonché il comportamento iperattivo nei bambini. Il tutto è monitorato da psicologi che, oltre a seguire questi soggetti, attivano parent traning con i genitori.

Naturalmente sono stati somministrati dei test in entrata e in uscita (circa 8 mesi di frequenza). Questionari relativi a adhd rappresentano una misura quantitativa – psicometrica da cui ricavare lo scostamento del comportamento del bambino rispetto alla media della popolazione.

Inoltre, alcuni questionari sono suddivisi per sub-scale che consentono di ottenere un profilo dei comportamenti disturbanti, oltre che lo scostamento generale dalla norma.

In Italia è diffusa la scala SDAI, per gli insegnanti, con le parallele versioni per i genitori (SDAG) e per il bambino (SDAB) [Cornoldi et al., 1996, Marzocchi & Cornoldi, 2000], basata sui sintomi del DSM e dell’ICD-10.

In entrata è stata somministrata la Scala di Wechsler per bambini e la Torre di Londra. La WISC-III consente di ottenere un profilo cognitivo generale, sia delle abilità verbali che di quelle di performance. Ovviamente all’interno della scala WISC-III è possibile estrarre la cosiddetta triade dell’attenzione che comprende i sub-test Aritmetica, Cifrario e Memoria di Cifre. Una prestazione deficitaria in questi sub-test, che risulti eterogenea rispetto al profilo generale, fa ipotizzare la presenza di problematiche attentive. Certamente una prestazione scadente in tre singole prove non è sufficiente per sospettare un ADHD, però è un segnale d’allarme per indagare altri aspetti attentivi oppure legati all’ansia [Kaufman, 1975]. Per quanto concerne la Torre di Londra (TOL) è un test per valutare le abilità di pianificazione dei pazienti adulti con lesioni ai lobi frontali [Shallice, 1982], nonché per misurare le “funzioni esecutive”: abilità di problem solving, di pianificazione, di controllo degli impulsi.

Esiste una versione standardizzata per bambini dai 6 anni in poi [Krikorian et al., 1994] in cui vengono presentati 12 item di complessità crescente.

I dati evinti confermano che esiste una correlazione tra l’attività della disciplina sportiva in questione e i bambini affetti da adhd (o con sospetto di potenziale diagnosi).

BIBLIOGRAFIA

Cornoldi C., Gardinale M., e altri, Impulsività e autocontrollo, Erikson (1996)

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